28 marzo 2009

Il silenzio di Catanzaro su Genchi



Stamattina piazza S. Caterina di Catanzaro era deserta. Né uno striscione, né un manifesto di solidarietà a Gioacchino Genchi. Niente. Stamattina davanti alla Questura c’erano solo i passanti sul Corso. Al massimo, c’era qualcuno che andava al teatro Masciari per il congresso dell’Udc. Nessun sodalizio per la legalità e la verità. Nessun cittadino. E neanche gli Amici di Beppe Grillo di Catanzaro e l’associazione “E adesso Ammazzateci tutti” di Catanzaro. Nessuno. Eppure questa città deve molto al poliziotto Genchi. Deve molto alle sue certosine e inoppugnabili consulenze e perizie. Gli deve molto perché grazie al suo lavoro la magistratura del capoluogo ha potuto dimostrare la responsabilità dei colpevoli in molti processi. Di quei fatti di fuoco e sangue che quando succedono vanno sempre in prima pagina sui quotidiani, e qualche volta vengono annunciati anche nei tg nazionali. Perché fanno scalpore. Ma poi se ne perde la memoria. Si perde il percorso della giustizia. Il percorso difficile e tortuoso che segue la Giustizia per stanare i veri criminali. Gli assassini. I mafiosi. I loro complici. Senza i suoi pc, e senza il suo acume nel mettere insieme i brogliacci e le tracce dei cellulari, ombre inseparabili dei loro proprietari, non è sbagliato ritenere che molti di loro sarebbero liberi. Liberi di delinquere ancora. Lo scorso 23 marzo è stato sospeso dalla Polizia. La notizia segue di pochi giorni quella dell’indagine della Procura di Roma nei suoi confronti per “abuso d’ufficio” e per “violazione della privacy”. La sensazione che alcune Istituzioni dello Stato lo vogliono togliere dai piedi è palpabile. Forse avrebbe fatto meglio a occuparsi solo di assassini e di mafiosi comuni. Doveva lasciare perdere le indagini del pm Luigi De Magistris quando anche i politici calabresi si sono aggiunti al suo carnet, già ricco, di autori di reato da scovare. Se l’avesse fatto sarebbe rimasto il consulente più bravo d’Italia. Adesso, invece, è solo quello che fa più paura. Evidentemente, chi ha pura di lui ha le sue ragioni.
Una volta ha detto: “Io amo le cose semplici, non la "plastica" del potere, delle carriere costruite sull'ipocrisia e sul nulla. Ho la coscienza pulita e la sera vado a letto stanco, ma senza rancori. Mai di cattivo umore, nemmeno quando si deve reagire alle cattiverie altrui. I nemici si consumano da soli”. La città di Catanzaro deve molto a Gioacchino Genchi. Se adesso questo territorio è un po’ più sicuro, lo si deve anche a lui. Ma la città di Catanzaro non sa, o piuttosto non vuole, mostrargli riconoscenza.

Regione Calabria, l'esercito dei consulenti. Due



La Regione Calabria non si ferma. Le consulenze sono il suo forte. Perché fare i concorsi? Ma non ce n’è bisogno, bastano le “commissioni ad evidenza pubblica”, che giudicano sulla base di una banca dati! Alcuni pensano che il concorsone bandito dall’ex governatore della Regione Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, espletato nel 2005, dei “100 giovani laureati” (ve lo ricordate? Parteciparono la bellezza di 5 mila persone. Anche io, ma mi sono fermato all’82° posizione dopo lo scritto. Superavano la prova i primi 70. Niente male, comunque, per uno che di Santi in paradiso non ne ha. Come sapete, Sant’Emilio non è molto conosciuto) da assumere a seconda della branca di specializzazione, sia stata una modalità studiata a tavolino nel rispetto delle regole del nuovo marketing elettorale, considerata la prossimità delle consultazioni regionali. Altri pensano, invece, che quello messo a punto da Agazio Loiero, suo successore, sia un suo superamento in stile. Costa meno, ed è più efficace. Chiamata diretta. L’anticamera dei colloqui è d’obbligo. Certo. Ma, con meno pubblicità istituzionale, con minore attenzione dei media, si possono raggiungere risultati più lungimiranti, così promettono gli aggiornatissimi guru del neoproselitismo elettorale.
Ma lo sapete che è stato costituito il Comitato per il Controllo strategico? C’è una legge. La legge numero 1 dell’11 gennaio 2006. “È uno strumento che consente alla giunta regionale di effettuare il monitoraggio e la valutazione sullo stato di attuazione e sui risultati conseguiti dalle politiche regionali di intervento e supporto dei processi di pianificazione strategica e di indirizzo politico amministrativo”, così recita l’art 19. Recentemente è stata data notizia della sua costituzione. E quanto costa? 150 mila euro all’anno, euro in più, euro in meno. Ma come? La Giunta che già guadagna già un bel po’ di soldi, circa 6 mila cadauno al mese, diconsi 12 milioni di lire del vecchio conio, ha bisogno di un comitato per monitorare e valutare i processi di pianificazione strategica, sì strategica, e di indirizzo politico amministrativo? Sì, e bene sì. La giunta Loiero annuisce convinta. E chi sono i fortunati? Domenico Torchia, Nicola Piluso, con 30.240 cadauno. E Roberto De Liso, il suo presidente, che prende più del doppio, 75 mila euro, tondi tondi. Ma il paradosso quale è? Che l’esito, del controllo, deve essere positivo! E sì, perché altrimenti “costituisce giusta causa di revoca”, così come previsto nello stesso art. 19 e ricordato dallo stesso Loiero nel decreto di nomina, numero 215 del 2007. In altre parole, il Comitato controlla, e sono tutti professionisti di alto spesso istituzionale, e devono dire che tutto va bene, altrimenti gli revocano l’incarico! Sembra un messinscena, ma è una legge della Regione Calabria. Nel marasma delle consulenze è bene ricordare anche un altro Comitato. Quello della Consulenza giuridica. E quanto costa? Mezzo milione di euro all’anno. Pochi spiccioli. Eugenio Mele, 98,280 mila euro; Angelo Buscema 86,976 euro, sempre euro; Francesco Manganaro, idem; lo stesso compenso per Gianpiero Scaramuzzino; mentre, decisamente di meno, per Oreste Moracavallo, solo 70.607,52 euro per lui. Ma il gruppo di esperti che lascia veramente perplessi è quello del progetto : “Landscapes of War – Improving public understanding through the compilation and inventory of 20th century conflict heritage of the European Union”. Sarebbe un progetto che “mira a valorizzare il patrimonio navale di guerra dei conflitti del XX secolo, che giace in prossimità delle coste regionali e che rappresenta un patrimonio storico rilevante in termini numerici e di significatività testimoniale di una fetta di storia moderna”. Ben 5 incaricati per questo progetto. Per loro lo stipendio è una questione di contenimento della spesa, o di risparmio della stessa, che non è la stessa cosa. Quindi, abbiamo 8 mila euro per Caterina Praticò per tre mesi di lavoro, grazie al “risparmio del 5 per cento previsto dalla delibera di G.R. n. 561 del 04.08.2008, calcolato sul compenso lordo dell’incarico precedente”. E per Michele Gigliotti, Loredana Panetta, Alessandra Tuzza, solo 7 mila ciascuno, per il medesimo incarico, di “attività di supporto e di coordinamento”, e lo stesso periodo, calcolato, invece, secondo il “contenimento del 5 per cento della spesa previsto dall’art. 17 della legge regionale n. 15/2008”. Mentre, per il povero traduttore in lingua inglese delle brochure, Marco Mazzei, solo 4 mila e 500.

PS
Per la cronaca consulta anche il precedente esercito

24 marzo 2009

Parla Gianluigi Nuzzi sullo scambio di auguri di papà su Facebook che è costato a Genchi la sospensione dalla Polizia



Gianluigi Nuzzi, giornalista di Panorama, non pensa che Genchi sia un “bugiardo”. Ma crede di avergli detto “una bugia, condizionando il suo approccio libero alla conoscenza della sua vicenda”. Non ritiene che lo scambio di battute sia stato solo un pretesto del Capo della Polizia per toglierlo dal corpo, “altrimenti nemmeno Genchi lo stimerebbe”, dice . Infine, gli augura di essere “innocente”. E “che possa chiarire quanto gli contestano”. E “di non fare demagogia” sulla sua pelle.

Se l'aspettava? Che le risposte di Genchi a lei, su Facebook, avrebbero sortito l'effetto di toglierlo dalla Polizia?
Non mi aspettavo che il mio confronto con Gioacchino Genchi sortisse la sospensione di quest'ultimo dalla polizia. Non me l'aspettavo per il semplice fatto che non indossando una divisa non conosco le norme che regolano le pubbliche dichiarazioni degli appartenenti alla polizia di Stato. Invece, immagino oggi che Genchi, essendo un poliziotto conosca e condivida i regolamenti sottoscritti. La domanda quindi andrebbe magari posta a lui: "Dottor Genchi non ha considerato che con le sue esternazioni avrebbe potuto determinare una reazione da parte della polizia dalla quale dipende?"

Secondo lei, Genchi ha davvero offeso il prestigio delle Istituzioni dello Stato?
Penso che abbia offeso il prestigio di una Polizia dello Stato ovvero della Guardia di Finanza e di generali di questo Corpo addossando loro, senza indicarli con nome e cognome, ombre e responsabilità. L'attuale sovraesposizione di Genchi determina un'amplificazione delle sue affermazioni. E' come se un questore, per fare un mero esempio scolastico, dicesse che i generali della Finanza maneggiano, ordiscono trame etc etc.....

Non le sembra eccessivo il provvedimento del Capo della Polizia nei confronti dell'ex consulente di De Magistris, essendosi trattato, comunque, di uno scambio di battute su un social network, facebook, anche se poi pubblicato pure sul suo blog e su 19 luglio 1992?
Non conoscendo i regolamenti della Polizia non sono in grado di risponderle. Ma direi di no. Che non lo trovo eccessivo se si considera che la Rete, Internet, oggi come oggi è una piazza mediatica come molte altre. E' questa la sua forza che noi internauti riconosciamo e di questo andiamo orgogliosi no? E quindi produce reazioni ed effetti come qualsiasi altro strumento di comunicazione.

Si sente, o si è sentito, "strumentalizzato" da qualcuno o da qualcosa più grande di lei?
Sì, mi sono sentito strumentalizzato. Ma solo da Genchi, proprio perchè so come è nata la cosa, da una mia semplice battuta sulla pagina di Genchi. Lo ringraziavo per gli auguri della festa del papà aggiungendo la frase "mal sopportando alcune bugie". La frase era riferita a un fatto preciso che poi Genchi mi ha spiegato. Tra l'altro non penso che lui sia un bugiardo, a differenza di quanto Genchi afferma, ma ritengo che mi abbia detto una bugia condizionando il mio approccio libero alla conoscenza della sua vicenda. E' questo che gli contestavo. Come dire: "Mi sono avvicinato, ti ho rivolto delle domande sulla tua storia e tu mi dici bugie?" Questa era la mia reazione. Di contro Genchi ha aperto la pentola dei veleni accusandomi persino di aver frugato nei suoi 740. Per fortuna è intervenuto il direttore di Italia Oggi che ha chiarito di esser stato lui e non io a pubblicare sul giornale, e non su Panorama, i dati dei redditi.

Non crede che si sia trattato solo di un pretesto per adottare un provvedimento già maturo e pronto per essergli servito contestualmente al suo status di indagato dalla Procura di Roma?
Il fatto che Genchi confermi la stima al capo della Polizia dopo il provvedimento di sospensione mi fa pensare che nemmeno Genchi ritenga che sia stato fatto tutto ad hoc, altrimenti non lo stimerebbe. No? O forse le motivazioni sono altre....

Si è sentito con Genchi appena gli è stato sottratto il tesserino da poliziotto?
No, non mi sono sentito. Gli ho scritto una email su Facebook dopo che ho letto delle minacce contro di me espresse sulla sua pagina personale da un suo "amico". Non mi ha risposto.

Cosa direbbe a Genchi?
Gli direi che mi auguro che sia innocente e che possa chiarire quanto gli contestano e di non fare demagogia sulla mia pelle che non ricava nulla se non scetticismo sul suo agire, aldilà dei supporter da stadio.


Di seguito lo scambio di auguri “incriminato”. Il giorno della festa del papà fra Gioacchino Genchi e Gianluigi Nuzzi:

GENCHI: Auguri a tutti i papà, in una Patria che ormai sembra rimasta orfana ... L'affetto e l'abbraccio dei miei figli mi consola e mi aiuta a combattere"

NUZZI: "Ricambio gli auguri...seppur mal tollerando alcune tue bugie..."

GENCHI: "Le bugie sono solo quelle che scrivi tu e il tuo giornale, solo al servizio di chi vi paga."

NUZZI: "Troppo facile Gioacchino, mi aspetto di più , che bugie avrei scritto? Invece ricordo perfettamente che a me e David negli studi di Telelombardia negavi di aver compiuto accessi patrimoniali, ora sei indagato anche per questo no?"

GENCHI: “Vedo che sei bene informato! Sicuramente sei più informato di me, visto che alla stampa la Procura della Repubblica di Roma ha fatto sapere più di quanto non ha detto a me. Non c'è una sola mia attività di consulenza o di perizia - dicasi una - in cui mi sono mai occupato di indagini patrimoniali o fiscali. Non ne capisco nulla di indagini patrimoniali e/o fiscali e non ho mai fatto mistero della mia ignoranza. Conosco solo il mio lavoro, che è noto a tutti. Per il resto non sono mai stato un tuttologo. Se fossi un esperto di diritto tributario e fiscale non pagherei, come pago, tre consulenti, per occuparsi della gestione delle mie attività. Ciò posto ti preciso di avere solo verificato la corrispondenza di alcuni codici fiscali, con i quali risultavano intestate alcune schede telefoniche GSM. Sai benissimo quanto è facile generare un codice fiscale falso, anche con uno dei tanti programmi distribuiti su Internet. Sai pure quant'è facile attivare una scheda GSM con un codice fiscale falso. L’unico modo per verificare la corrispondenza al vero di un codice fiscale e la reale esistenza del soggetto che assume di essere titolare, è l’interrogazione delle banche dati (pubbliche) dell’anagrafe tributaria. Io ho solo fatto questo, sempre e soltanto su specifica e dettagliata autorizzazione di tutti i magistrati che mi hanno conferito gli incarichi, compresi quelli della Procura della Repubblica di Roma, con i quali ancora lavoro in indagini molto complesse, riguardanti anche degli omicidi. Non potendomi attaccare su altro, grazie ai tuoi amici generali della Guardia di Finanza su cui stavo indagando, hanno cercato su cosa fregarmi, visto che il Pubblico Ministero Luigi de Magistris (come tutti i Pubblici Ministeri ed i Giudici di Italia), mi aveva autorizzato ad accedere all’anagrafe tributaria, per verificare i codici fiscali delle utenze telefoniche. Grazie a questa scusa hanno avuto gioco facile per perquisirmi e portarsi via tutti i miei dati, compresi quelli che li riguardavano direttamente, senza nemmeno contestarmi quali codici fiscali io avrei interrogato abusivamente, senza averne titolo. Nel decreto c’è scritto che io avrei interrogato i codici fiscali di soggetti di Milano che non potevano avere alcuna attinenza con le indagini sulla scomparsa della piccola Denise Pipitone. Tutti sanno gli sforzi investigativi che sono stati fatti proprio su Milano nel vano tentativo di rintracciare la bambina. La vicenda del filmato del metronotte, le indagini sui rom lo confermano. Tutto questo è un assurdo. Penso al dolore che ha potuto provare la povera Piera Maggio, solo per il fatto di come l’indagine della Procura di Marsala (vedi caso!) sulla scomparsa della figlia, sia stata presa a pretesto per colpirmi. Prima – se ben ricordi, visto che anche su queste fesserie avete scritto sul tuo giornale – mi erano stati contestati gli accessi abusivi alla Vodafone con la password della Procura di Marsala. Resisi conto delle stupidaggini che avevano detto (anche gli “scienziati” del COPASIR) hanno fatto marcia indietro e non hanno più parlato della Vodafone e di quanto gli interessati dirigenti di quell’azienda avevano riferito. Adesso, visto che gli aspetti principali delle indagini di Catanzaro coinvolgevano alti ufficiali della Guardia di Finanza, hanno cercato di giocare in casa, con i presunti accessi abusivi all’anagrafe tributaria, senza che mi sia stato contestato concretamente un solo nome e/o un solo codice fiscale che io avrei “abusivamente” interrogato, accedendo ad un dato pubblico per ogni cittadino italiano che volesse farlo. Nessuno alla Procura di Roma, però, si è accorto come vi siete procurati al tuo giornale i dati dei miei redditi (sui quali ho pagato anticipatamente le tasse) che invece erano riservati e che sono stati resi noti solo grazie ad una illecita intromissione negli archivi dell’anagrafe tributaria. Chiedi quindi ai tuoi amici della Guardia di Finanza cosa sono gli accessi abusivi all’anagrafe tributaria e come si fanno. Con l’occasione chiedigli pure chi ha fatto gli accessi sulle mie denunzie dei redditi e su quelle dei miei onesti familiari. Se lo fai farai uno scoop e sarai un giornalista che vuole solo ricercare la verità e non rendere il proprio servizio al padrone di turno che gli somministra lo stipendio. Con questo ti saluto, solo perché ho perso troppo tempo ed ho cose più importanti da fare. Siccome ti stimo, perché so che sei un bravo giornalista, ti prego di ritirare l’epiteto di bugiardo che mi hai dato. So pure che la tua coscienza te lo impone, perché anche dietro un cronista come te (sicuramente bravo) c’è un uomo coi suoi sentimenti e le sue idealità.
Per come ti ho conosciuto e ti conosco (e per come ti ho pure apprezzato) so che su molte cose la pensiamo allo stesso modo. Io, però, ho la grande fortuna di essere un uomo libero ed indipendente, che dice le cose che pensa e non ha paura delle cose che fa. Tu, purtroppo, non hai potuto avere la mia stessa fortuna ed in questo hai tutta la mia comprensione e solidarietà, anche se ora sei costretto ad attaccarmi, pure su facebook.
Gioacchino Genchi
P.S.
Tanti auguri comunque, visto che anche tu, Gianluigi, sei un fortunato papà, come lo sono io!

23 marzo 2009

La cicuta di Gioacchino Genchi


Io, Salvatore Borsellino, Sonia Alfano e Benny Calasanzio stiamo per lanciare un appello per protestare sabato davanti alle questure di tutta Italia contro il vergognoso provvedimento preso nei confronti di Gioacchino.
Non lo lasceremo massacrare in silenzio, dobbiamo difenderlo finchè è vivo, non piangerlo quando sarà morto, dobbiamo portare davanti a tutti la nostra rabbia o saremo anche noi complici di questo assassinio.
Preparatevi, non è più tempo di parole, alziamo la testa, non accetteremo più che la Giustizia sia calpestata e che prevalga il sopruso nei confronti dei servitori onesti dello Stato. Reagiamo ora, subito, o ci elimineranno uno per uno.
RESISTENZA non deve essere solo una vuota parola da scrivere in un blog, deve essere un urlo che si deve levare nelle piazze, davanti ai luoghi del potere, che deve fare tremare le vene e i polsi a chi sta distruggendo il nostro paese, a chi sta rubando il futuro ai nostri giovani.

L'annuncio di Salvatore Borsellino segue la notizia data dallo stesso Gioacchino Genchi:

Cari amici,
poco fa mi è stata notificata la sospensione dal servizio dlla Polizia di Stato.
Col provvedimento di sospensione dal servizio mi sono stati ritirati il tesserino, la pistola e le manette.
Il provvedimento è fondato sulla mia replica al giornalista Gianluigi Nuzzi di Panorama, che mi aveva dato del bugiardo su facebook. Il mio amico Marco Bertelli ha ripreso la chat, pubblicandola sul mio blog “Legittima difesa”.
Il senso dello Stato ed il rispetto che ho per le Istituzioni mi impongono di tacere e subire in silenzio.
Sono vicino e solidale con chi in questo momento, probabilmente, è sottoposto a pressioni politiche assai maggiori delle violenze e delle mistificazioni che sto subendo io.
Confermo da cittadino e da poliziotto la mia assoluta stima e subordinazione al Capo della Polizia – Prefetto Antonio Manganelli – che ha adottato il provvedimento di sospensione.
Mi difenderò nelle sedi istituzionali senza mai perdere la mia fiducia nella Giustizia e nelle Istituzioni.
Vi ringrazio di tutto e spero che le mie sofferenze servano al trionfo della Verità ed alla vittoria dei giusti.
Un forte abbraccio per tutti quanti mi siete stati e mi sarete vicini!
Gioacchino Genchi

La versione di Aldo Jannelli



commento di Aldo Jannelli al post:

http://emiliogrimaldi.blogspot.com/2009/03/enzo-domenico-jannelli-company.html


di Aldo Jannelli


Egregio Emilio Grimaldi,
solo oggi leggo il Suo articolo del 17 Marzo dedicato a mio fratello Enzo. Nella vicenda sono stato indirettamente coinvolto perché mi è stata attribuita, da alcuni ancora oggi, la lettera a tale Chiaravallotti che anche Lei cita nel Suo articolo. Almeno Lei, pur fra tante “imprecisioni”, almeno questa la ha evitata. Le accludo in fondo a queste note la lettera che ho da poco inviato al Direttore di Micromega in relazione ad uno scambio epistolare avuto col giornalista Ruotolo; troverà qualche notizia che potrà esserLe utile per il prosieguo della Sua professione. Tra l’altro vedrà che non corrisponde affatto al vero che ci fu un rifiuto di collaborazione da parte del PG di Catanzaro, ma al contrario furono i magistrati di Salerno ad evitare ogni forma di dialogo.Dopo la lettura del Suo articolo mi sono chiesto il motivo dello strana sensazione di insoddisfazione che provavo. Le Sue “imprecisioni” certo non mi giungevano nuove, ma ho capito in poco tempo che la pena che provavo per Lei era dovuta alla inadeguatezza dell’aggressività del Suo tono e dell’acredine da vecchia zitella del Suo scritto rispetto al contenuto concreto delle Sue affermazioni. Lei ripercorre l’albero genealogico di mio fratello, riporta parzialmente fatti riferiti già da altri, ma nel concreto rimprovera al PG di Catanzaro di non aver dato l’archivio di Genchi ai magistrati di Salerno (e a De Magistris), a cui del resto era ben noto. Cita poi del tutto a sproposito il Ros Pasquale Angelosanto, ed il presidente del Copasir, Francesco Rutelli fingendo di ignorare che sono le stesse persone che nelle loro relazioni hanno lodato il comportamento istituzionale di mio fratello e stigmatizzato il comportamento di Genchi, De Magistris e dei magistrati di Salerno. Se non c’è arrivato da solo, Le chiarisco che quando il Presidente della Repubblica parlò di atto eversivo, si riferiva proprio a questi personaggi. Mi chiedo, e Le chiedo, se tale archivio sarebbe mai stato conosciuto nella sua interezza se fosse ritornato nelle mani di quei magistrati.Lei ha poi la bontà di interessarsi al lavoro svolto in precedenza da mio fratello, dicendo testualmente “Durante la sua brillante carriera si è occupato anche del sequestro delle liste degli iscritti alla P2”. Ohibò! Avrebbe anche potuto ricordare il ruolo svolto da giovane magistrato nella inchiesta Lockeed (non sono sicuro si scriva così), o nel caso Marcinkus (la sua requisitoria fu elogiata in un corsivo domenicale dell’allora Direttore di Repubblica Eugenio Scalfari), o ancora i brindisi con cui i palazzinari abruzzesi di Campo Imperatore accolsero la notizia del suo trasferimento lontano da L’Aquila. Ancora più grave, perché presente sulle prime pagine di tutti i quotidiani nazionali e perché ancora recente, il fatto che Le sia sfuggito il ruolo di Domenico Iannelli nella vicenda Englaro in Corte di Cassazione.Le auguro tutta la fortuna possibile per la Sua futura carriera giornalistica, ma, se non capirà che le 528 parole del Suo articolo sono troppe per non dire nulla, non Le basterà neanche quella.
Distinti saluti
Aldo Iannelli

Gentile Direttore,
sono un abbonato alla Sua Rivista, e recentemente mi sono ritrovato citato in un articolo del dottor Ruotolo che, per l’ennesima volta, mi gratifica di una carica che non ho mai avuto (alto magistrato della Corte di Cassazione, sono invece un medico) e mi attribuisce una telefonata da me mai effettuata.Come leggerà dalla documentazione che Le allego, ho contestato direttamente al dottor Ruotolo il suo errore professionale, ricevendo una risposta che si commenta da sola, ma che ho stigmatizzato nella seconda lettera che gli ho inviato.Mi rivolgo invece a Lei direttamente, per pregarLa di evitare che ancora, in qualche eventuale prossimo articolo, io venga citato del tutto impropriamente ed erroneamente.Le auguro che in futuro i collaboratori della Rivista dimostrino quella professionalità che non ho potuto riscontrare nel dottor Ruotolo.
Distinti saluti
Aldo Iannelli

Allegato n° 1 (prima lettera)
Egregio dottor Ruotolo,
sono, o forse ero, un Suo fedele ascoltatore, fan (o ex-fan) di Santoro e Co fin dai tempi della prima Samarcanda, ma una profonda delusione, ed un atroce dubbio, mi ha recentemente colpito.Sono il fratello del Procuratore Generale di Catanzaro Enzo Iannelli, che Lei da qualche mese, ultimamente su Micromega, ostinatamente e pervicacemente, continua a definire “alto magistrato della Corte di Cassazione”, nonché autore di una telefonata a tale Chiaravallotti.Purtroppo per Lei però sono un medico universitario, non ho mai conosciuto questo Chiaravallotti, e tanto meno sono l’autore di quella telefonata.Credo che Lei mi confonda con un altro parente, che ha lo stesso nostro cognome, e che forse potrebbe essere l’autore della telefonata, della cui rilevanza giuridica altri giudicheranno.Nascono da questa Sua imprecisione (chiamiamola così) due considerazioni che La riguardano, e mi riguardano quale suo (ex-) fedele ascoltatore.
1. In questi mesi in cui Lei si è occupato “approfonditamente” della vicenda Why not non ha mai verificato la veridicità di questo rapporto parentale e, cosa ancor più grave, sembra che anche alcuni magistrati, pur scrivendo circa 1500 pagine di motivazione di sequestro, lo abbiano mai fatto, ed anzi sembra che abbiano utilizzato questo dato come indizio. Ancor più grave appare questa Sua defaillance professionale se considera che qualche settimana prima dello scoppio del caso sequestro-controsequestro il dottor Domenico Iannelli era sulle prime pagine di tutti i principali quotidiani nazionali quale P.M. in Corte di Cassazione sul caso Englaro, avendo sostenuto le ragioni della famiglia fatte proprie poi dalla sentenza definitiva della Corte. Non occorreva essere un premio Pulitzer per evitare l’errore, e la strumentalizzazione successiva, in cui Lei è incorso.
2. Credo che solo il KGB dell’”amico” Putin o la polizia segreta di Mussolini abbiano pensato di imputare una telefonata (la cui illiceità è del tutto opinabile) al cugino (o, se preferisce, anche al fratello) di una persona, soprattutto se questa risiede a centinaia di chilometri di distanza, e se i reciproci rapporti sono del tutto occasionali. Sarei curioso di sapere se Lei è a conoscenza delle telefonate dei suoi cugini, magari residenti a Treviso, e del loro contenuto.Con profonda pena, Le invio
distinti saluti
Aldo Iannelli

Allegato n° 2 (risposta del dottor Ruotolo)

Egregio dottor Iannelli,
come Lei stesso ha scritto quelle informazioni nascono da atti giudiziari...Volevo farLe sapere che avevo chiesto a suo fratello di rilasciarmi un'intervista ottenendo una risposta negativa. La ringrazio comunque della sua lettera. Mi dispiace che Lei abbia cambiato il suo giudizio sul sottoscritto e sulla trasmissione. Farò buon uso delle sue informazioni. Cordialità, Sandro Ruotolo

Allegato n° 3 (seconda lettera)
Egregio dottor Ruotolo,
Le scrivo questa seconda e-mail assicurandoLe che è l’ultima, e poi smetterò di tediarLa. Ma non mi va di accettare da un giornalista che ho sempre seguito con attenzione una spiegazione che offende il mio buon senso. Lei mi scrive che “l’informazione” (cioè la famosa telefonata) “nasce da atti giudiziari…”. A me pare invece che nasca da un atto giudiziario ben preciso, di 1500 pagine circa, comunque di parte, controverso e oggetto di dibattito. Compito dei critici è, credo, analizzarlo per sostenerlo se lo ritengono corretto o criticarlo nel caso contrario. Con la Sua risposta invece Lei ammette di averlo accettato acriticamente ed averlo fatto proprio senza neanche una banale verifica che, nel caso che mi riguarda, Le avrebbe evitato un errore reiterato nel tempo (a meno che non voglia sostenere che, essendo scritto su quel documento, io mi debba rassegnare ad essere un altro). Altri atti giudiziari esistono, ed opposti al decreto di sequestro dei p.m. di Salerno, che non hanno avuto la stessa benevola, acritica ed incondizionata accettazione da parte Sua.Esiste tra l’altro una sentenza (non un atto giudiziario di parte), la n° 589/207 (Reg. GIP 8380/2004) del G.I.P. di Salerno (ohibò!) relativa all’udienza del 28/6/2007, confermata poi dalla Corte di Cassazione, che afferma chiaramente l’irrilevanza di quella telefonata e l’identità del suo autore. Ma evidentemente sono atti giudiziari che devono esserLe sfuggiti.Come pure deve esserLe sfuggito il contenuto di un altro documento (non so se atto giudiziario) “terzo”, non tenero nei confronti dei due Uffici Giudiziari, che è l’ordinanza della Sezione disciplinare del CSM, e che, nella parte che riguarda le motivazioni di quel sequestro, avrebbe dovuto farLe venire qualche dubbio. Potrebbe esserLe utile rileggere anche il paragrafo “Ricostruzione dei fatti” per correggere un altro Suo reiterato errore riguardante l’asserita mancanza di risposta e rifiuto di fornire documentazioni da parte della P.G. di Catanzaro: scoprirebbe così l’esistenza di un continuo rapporto epistolare la cui copia, da parte di Catanzaro, arrivò sempre anche alla P.G. di Salerno, alla P.G. della Corte di Cassazione a Roma, al Comitato di Presidenza del C.S.M., e al Ministro della Giustizia. L’invito alla collaborazione fu sempre rifiutato, ma da Salerno.Concludo ricordandoLe la domanda con cui chiusi la precedente e-mail, ed a cui non ha ancora risposto: Conosce tutte le (innocenti) telefonate effettuate dai suoi parenti vicini e lontani, e se ne ritiene responsabile? Forse non ha ancora dato una risposta perché la sta ancora cercando in qualche atto giudiziario, magari di 1500 e più pagine, ma non la troverà, perché la risposta è dentro la Sua coscienza.In ultimo, chiederò al direttore di Micromega, rivista a cui siamo abbonati, di evitare in futuro di essere citato nel modo capzioso, e comunque del tutto errato come è avvenuto nel Suo articolo, mettendolo al corrente della Sua del tutto insoddisfacente, pirandelliana risposta (…. Atti giudiziari lo affermano, quindi non sono un medico, ma un magistrato …., così è se vi pare!).


Distinti saluti

Aldo Iannelli

Egregio Dottor Jannelli,
credo che la sua lettera sia più esaustiva sulla questione di quanto abbia cercato di fare io con il mio post. La ringrazio della sua considerazione.

Cordialità
Emilio Grimaldi

21 marzo 2009

"Screening", forse la punta di un iceberg


La Sanità in Calabria è un diritto. Ma non per tutti allo stesso modo. Per il povero cristo che si deve curare è una sbiadita speranza verso un’assistenza solo agognata. Per molti medici e dirigenti medici è, invece, un attaccamento a una poltrona per iniettare farmaci su farmaci, e spingere al rialzo la spesa pubblica. La Corte dei Conti in questi giorni sta imputando delle responsabilità bene precise per i finanziamenti della Regione Calabria destinati allo screening dei tumori femminili. Milioni di euro dirottati per l’acquisto di altre apparecchiature mai utilizzate. Decine e decine di medici invitati a spiegare e giustificare perché. E, soprattutto, dove sono andati a finire i soldi. Per le spese dell’ex Asl 6 di Lamezia Terme sono in quindici i chiamati a rispondere: Mariagrazia Blefari, Giovanna Campagna, Alberto Caputo, Michele Chiodo, Antonio Colistra, Aldo Corea, Gaetano Falbo, Francesco Orlando Falvo, Casimiro Giannuzzi, Ettore Greco, Attilio Leotta, Carmela Madaffari, Marianna Molinaro, Michele Roperto e Mario Soldino. L’indagine, conosciuta come “Screening”, potrebbe essere solo la punta di un iceberg, mai del tutto rinvenuto fino in fondo. Non vorrei tediarvi con i curricula di tutti quanti, ma, solo di due di loro, di Ettore Greco e di Carmela Madaffari. La seconda è balzata agli onori della cronaca recentemente per le consulenze d’oro della giunta Moratti a Milano. Direttore dell’Asl di Locri nel 1998 viene purgata dalla giunta regionale quando si rende conto di “un risultato economico atteso a fine esercizio 1999 con un disavanzo di amministrazione di 30.308.000.000”, (la cifra è in lire ndr). Dall'8 aprile 2004 all'8 agosto 2005 fa al suo ingresso a Lamezia Terme come direttore generale dell’Asl6. Anche da qui viene rimossa dall’incarico. La giunta così motiva: "Viste le contestazioni sui risultati gestionali mosse nei confronti della dottoressa Carmela Madaffari... Evidenziato in particolare che al Direttore Generale dell'Azienda Sanitaria Locale di Lamezia Terme in rapporto agli obiettivi assegnati è stato contestato che il risultato di esercizio 2004 è stato determinato per effetto della impropria ed illegittima registrazione di una posta contabile straordinaria che ha determinato un fittizio risultato di esercizio, il Commissario Straordinario pertanto rilevata tale impropria registrazione ha rideterminato il bilancio d'esercizio 2004 con deliberazione 1088 del 26 settembre 2005, registrando un disavanzo economico di euro 1.307.295,12. In particolare, la posta contabile oggetto di contestazione atteneva nell'iscrivere in economia gli accantonamenti per le indennità del personale non corrisposte che, al contrario, dovevano essere riportate, in caso di mancata corresponsione, all'aumento del monte salari dell'anno successivo e non già in sopravvenienze attive... vista l'integrazione del contratto in data 1 dicembre 2004 sottoscritta dalla dottoressa Carmela Madaffari, dal dirigente generale del dipartimento Sanità e dall'assessore alla Sanità... alla luce di quanto sopra ... ad unanimità dei voti si delibera... di dichiarare decaduta dall'incarico di direttore generale dell'Azienda Sanitaria Locale numero 6 di Lamezia Terme la dottoressa Carmela Madaffari... di riservarsi l'adozione di ulteriori provvedimenti in ordine alle emergenze alla stessa contestate...". Non esportiamo solo le eccellenze dalla Calabria, ma anche gli scarti, dunque. Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, di fronte alle critiche per averle sottoscritto un contratto come dirigente responsabile della Direzione Centrale Famiglia pari a 217.130 euro annui, così ha replicato: “non risulta a questa amministrazione alcun motivo ostativo all'assunzione della dottoressa Madaffari Carmela”. Contenti voi, lumbard! A noi va bene così, anzi. Però i guai che ha combinato a suo tempo ancora siamo costretti a pagarli da noi. Da non dimenticare, infine, il suo impegno in politica come responsabile regionale delle Pari opportunità tra le file dell’Udc. La consulenza, infatti, presso il Comune di Milano, in realtà, è successiva alla sua mancata elezione nelle file dell’Udc. E c’è chi sostiene di essere arrivata nella città di Berlusconi con il tappeto rosso srotolatole davanti da Pino Galati, visto che per lei non c’era più trippa nelle Asl calabresi. Se la storia di Carmela Madaffari è nota, soprattutto adesso, per i fatti milanesi, quella di Ettore Greco, primario del Cio, Centro integrato di Oncologia, è un esempio ancora più illuminante sulla gestione della Sanità in Calabria. E del perché la gente va fuori regione per farsi curare, gonfiando il debito dell’ente intermedio in modo proporzionale ai finanziamenti per cucirle addosso quell’eccellenza che non ha mai avuto. E’ di pochi mesi fa la notizia del risarcimento dell’ex Asl 6 di Lamezia Terme, a seguito della condanna del giudice del lavoro, pronunciata il 18 novembre 2005, in favore di un consulente dell’Istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori di Milano, tale Ferdinando Preda. Cosa avrà fatto mai questo specialista di Milano? Aveva sottoscritto nel 1997 una convenzione con l’Asl di Lamezia Terme per “prestare attività nel campo dell’oncologia con particolare riguardo alla chirurgia toracica ed alla senologia”. All’indomani del secondo rinnovo, lo hanno cacciato dall’ospedale. E non volevano nemmeno pagarlo per le prestazioni eseguite. Il fatto è finito sul tavolo del giudice del lavoro di Lamezia Terme, Nicola Marrone. Questi si è pronunciato a favore del consulente , “per indebito arricchimento” da parte dell’Asl. L’assistente di Umberto Veronesi aveva richiesto anche il risarcimento dell’opera non prestata nei rimanenti mesi fino alla scadenza naturale del contratto, ma il giudice ha ritenuto legittima la facoltà dell’ente della Pubblica Amministrazione di rescindere il contratto prima. In ogni modo, questo luminare della scienza oncologica è stato messo alla porta dall’Asl. Perché? Per “opportunità”, secondo la versione dell’Azienda. I conti, però, non tornano. Questo chirurgo oncologo, nei 15 mesi di lavoro, si è dato un gran da fare per organizzare in modo scientifico il Cio. Ma presto ha dovuto scontarsi con un modo di gestire il centro, a suo dire, del tutto “superficiale se non approssimativo”. E che “coloro i quali hanno compiti di direzione del Centro, oltre a non possedere i titoli per rivestire (tali) ruoli di vertice, gestiscono in maniera inquietante tutta l’attività di assistenza dei pazienti”. In una denuncia presentata alla Procura della Repubblica di Lamezia Terme sollecitava addirittura “il sequestro di tutte le cartelle cliniche e, in particolare, quelle riguardanti i pazienti deceduti al fine di accertare quanto riferito”. Denunciava, anche, che all’interno del Centro operava una certa Antonietta Morello, infermiera generica con incarico di assistente sociale. Ma per alcuni era già una “dottoressa” tanto che la stessa Asl deliberò la sua partecipazione a un corso residenziale presso la scuola italiana di senologia. Riservato esclusivamente a medici specialisti. Nello stesso tempo il Preda accusava anche che “l’attività di Ettore Greco (poi promosso primario del reparto, più avanti vediamo come, ndr), si è limitata alla pratica di iniettorato di farmaci chemioterapici prescritti da altri specialisti extra Asl 6 ai quali aveva indirizzato i pazienti rivoltosi al Centro”. Che “ha ostacolato con ogni mezzo la formalizzazione del Day–Hospital oncologico”, se pur dalla Regione Calabria. Che “si è assunto il compito dell’approvvigionamento dei farmaci chemioterapici dimostrando limiti di capacità organizzativa, in parte in carenza di disponibilità, e dall’altra in eccesso di ordinazioni di farmaci costosi lasciati scadere per un valore di 15 milioni di lire”. E ancora che “ha difficoltà a considerare il Cio come una struttura moderna disciplinare la cui attività si deve basare sulla collaborazione con i colleghi interni ed esterni al Cio stesso per una concezione mentale burocratico-impiegatizia e clientelare ormai superata e non funzionale al management medico”. Ma l’episodio più sconvolgente, denunciato dallo specialista di Milano, è stata la sua contemporanea e contestuale attività sia come medico che come frequentante la scuola di specialità oncologica presso l’Università di Germaneto. Una circostanza normata dalla legge 257 del 1991. Il comma 1 dell’articolo 5 così recita: “Per la durata della formazione a tempo pieno é inibito l'esercizio delle attivitá libero professionali esterne alle strutture assistenziali in cui si effettua la specializzazione ed ogni rapporto convenzionale o precario con il Servizio Sanitario Nazionale”. Eppure il Preda è stato testimone per un intero anno di questo abuso che gli fruttava il corrispettivo di due stipendi, uno come medico dell’ospedale, e l’altro come specializzando nella scuola. Il fatto si è verificato quasi certamente con la complicità dello stesso rettore dell’Università di allora, e di cui era al corrente anche la direzione sanitaria dell’azienda. Una situazione paradossale e illegale per la quale il Preda, non perdendo il senso dell’umorismo, lo aveva soprannominato: “Padre Pio”. In quanto pare che, come il Santo di Pietralcina, il Greco avesse avuto per un certo periodo il dono dell’ubiquità. Le denuncie che avevano come comune denominatore il primario del reparto, promosso a tale responsabilità grazie al superamento della scuola di oncologia, furono fatte proprie da alcuni cittadini, interessati a chiedere chiarezza e trasparenza all’ospedale che, anziché combattere, fortificava il cancro. Nei mesi seguenti all’allontanamento dello specialista di Milano si presero la briga di attaccare qualche manifesto sui muri su questo scandalo sanitario. Furono trascinati dal Greco in Procura per il reato previsto e punito dall’art. 595 del codice penale, cioè per diffamazione. Ma il Gip, Giacomo Gasparini, dette ragione a loro, sulla base del duro esposto del dottor Preda che, se da una parte, scagionò i malcapitati dall’accusa di diffamazione, dall’altra, non sortì l’effetto dell'apertura di un’inchiesta della magistratura nell’ospedale di Lamezia Terme. Le carte sono ancora chiuse in qualche cassonetto, dal lontano 21 maggio 1999. Al sicuro da occhi indiscreti.

19 marzo 2009

La verità nel delitto Bruno grazie all' "indagato" Genchi

Domenico Bruno

Forse Kafka, o Pirandello, o anche Cammilleri (lui fa ancora in tempo) avrebbero preso a cuore la storia di Genchi. Vi avrebbero trovato senz’altro dell’inchiostro vivo per le loro penne. L’innocente nelle grinfie, e nei vicoli ciechi della burocrazia, della giustizia è ormai uno stereotipo desueto. E i grandi scrittori avrebbero trovato il modo più romanzesco per renderlo attuale. La storia è molto semplice nella sua assurdità. Gioacchino Genchi entra in Procura per scovare i veri responsabili di un delitto. Non è solo un innocente, ma è parte della stessa Giustizia. E’ bravo nel suo lavoro, e ci azzecca sempre. Ad un certo punto i rappresentanti della giustizia, magistrati e ministri, dicono che “ha violato la privacy dei delinquenti!”. E così, entrando da libero nella sala delle udienze vi rimane perché tratto agli arresti. Il racconto non è fantasioso, ma trae spunto dall’ultimo processo nella Corte d’Assise di Roma per l’omicidio dell’architetto Domenico Bruno, l’imprenditore di Catanzaro ucciso nel gennaio 2004 con 12 coltellate ed il cui cadavere fu gettato nel Tevere. A permettere l’inizio del processo è stata, appunto, una sua consulenza sui dati di traffico telefonici, su mandato del pubblico ministero della Procura di Roma, Elisabetta Ceniccola, Gli imputati sono la moglie del professionista, Luciana Cristallo, e l’allora amante Fabrizio Rubini. A loro il pm contesta il reato di omicidio volontario premeditato. Sempre a Roma Genchi è indagato per “abuso d’ufficio” e “violazione della privacy” per le inchieste, poi, avocate a Luigi De Magistris, Poseidone e Why not.

A seguire l’articolo apparso su “il Quotidiano della Calabria”, lo scorso 29 settembre 2008 sulla consulenza del perito Genchi.

Un preciso programma dissimulatorio” messo in atto da Luciana Cristallo e il suo amante Fabrizio Rubini, principali imputati per l’omicidio e l’occultamento del cadavere dell’ex marito di lei, Domenico Bruno, rinvenuto sulla spiaggia di Ostia un mese dopo l’esecuzione del delitto compiuto quasi certamente nella notte tra il 27 e il 28 gennaio 2004. Questo emerge dalla relazione della perizia del consulente Gioacchino Genchi sui dati di traffico telefonici acquisiti dalla Procura della Repubblica di Roma e depositata l’altro ieri nel corso dell’udienza preliminare. Una “dissimulazione” che sarebbe stata orchestrata dagli “amanti diabolici” grazie ad una serie di accorgimenti tesi a far perdere le loro tracce, come due cellulari, all’uopo intestati a terze persone un mese prima del delitto, e una rete fissa in uso al Rubini progressivamente dismessa, nelle fasi precedenti la scomparsa e il “proposito omicidiario” dell’architetto di Catanzaro che a Roma aveva messo su famiglia. Matrimonio naufragato con la separazione già due anni prima della sua morte. Ma accanto al loro coinvolgimento nell’omicidio vengono in luce altri personaggi, e altri elementi preziosi, che contribuiscono ad arricchire un giallo dove il movente passionale lascerebbe il passo a quello di natura più manifestamente economica. Una sorte di “poligono” di legami, intrecci, fra i principali imputati, soprattutto fra l’amante di Luciana Cristallo, Fabrizio Rubini, e la sua ex moglie, il suo nuovo compagno e un suo amico d’infanzia. Un rettangolo di continui contatti soprattutto il giorno della scomparsa di Domenico Bruno, il 27 gennaio 2004, il cui cadavere successivamente sarebbe stato ammareggiato con due pesi da sub legati alla cintura e occultato, E probabilmente buttato nelle acque del fiume Tevere. Rinvenuto, poi, sulla spiaggia di Ostia un mese dopo, il 27 fabbraio, sulla battigia di uno dei lidi più rinomati della costa laziale, Faber Beach. “Proprio i frammenti dei messaggi (sms), - osserva la perizia - le rilevate localizzazioni dei cellulari utilizzati dagli indagati, la vicinanza ai punti di interesse di abitazioni e pertinenze di soggetti con loro in rapporti (si veda quella del fratello e dei familiari della Cristallo, l’abitazione della Pochetti, l’abitazione del Testaguzza, ecc.), lasciano ipotizzare un variegato contesto di potenziali complici e/o di semplici favoreggiatori, la cui esistenza appare ancora più verosimile dalle incongruenze e dalle contraddizioni degli indagati, in buona parte evidenziate grazie alle indagini telefoniche”. Al momento solo indizi, immortalati dai tabulati degli innumerevoli contatti telefonici, soprattutto nel giorno della presunta premeditazione dell’omicidio. E accompagnati da una serie di chiamate, sempre quel fatidico 27 gennaio, a notai, avvocati e commercialisti. Probabilmente una ricerca forsennata di informazioni che darebbe ancora più respiro a un movente strettamente finanziario, legato a “cointeressenze occulte della Cristallo e/o di terzi nelle attività del marito”, cerca di chiarire la perizia Genchi. Per il quale “la liquidazione della polizza sulla vita, i prelievi bancari e altro ancora, emerse anche nel corso delle intercettazioni, invero appaiono ben poca roba per organizzare un omicidio nel modo come stato organizzato ed eseguito, con i verosimili coinvolgimenti che ha determinato”, incalza ancora il superconsulente. Una piovra di interessi economici in cui potrebbero venire coinvolte anche altre persone e che sgombererebbero il campo da quelle ascendenze passionali già riconciliate fra le parti tanto che dopo due anni di separazione accetta l’invito a cena dell’ex moglie quel 27 gennaio 2004. Una cena fatta di carne alla pizzaiola, offertagli dalla Cristallo, che non riuscirà mai a digerire completamente, come si evincerà dagli esami tossicologici, disposti dopo il ritrovamento del suo cadavere sulla piaggia di Ostia.
 Una relazione, questa di Genchi, ora nelle mani anche degli avvocati chiamati a difendere i loro assistiti. Giovanni Sabatelli per i principali imputati, e Nunzio Raimondi, Aldo Costa e Maurizio Arabia per la madre della vittima, Santa Marinaro, che si è rivolta finanche al Capo dello Stato per far “emergere tutta la verità” sulla morte del figlio.

Uno stralcio di dialogo fra i principali imputati, Luciana Castello e Fabrizio Rubini, del 1° febbraio 2005, due mesi prima essere raggiunti dal “fermo” della Procura per il delitto indiziato.


FABRIZIO bè amore io credo che abbiamo fatto dei salti impressionanti, credo che siamo in un momento di guado importante perché comunque questo tipo di.. . la domanda che ti ho fatto prima no? Oggi è primo febbraio 2005.. . il primo febbraio duemila.. ,mrnmm.. . . duemila. ..
LUCIANA.. . quattro!
FABRIZIO quattro! Tu ti ricordi come stavamo.. .?
LUCIANA me lo ricordo si! 
FABRIZIO a posto...!!
LUCIANA e anche molto bene!!
FABRIZIO . . .con la vita, con la vita nostra . . .però se io mi guardo all'altro anno.. . infam quest'amo nel fare la lista delle cose, le cose,.!gli eventi importanti dell'anna, . . sai questa è .stata una data . . . del 29 ottobre.. . è stata una data importante eh?. . . cioè . . . proprio ah? 
LUCIANA va bene.. . però siamo stati bravi alla fine! 
FABRIZIO caspita se siamo stati bravi! Guarda come corriamo già al ritmo.. ...


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17 marzo 2009

Enzo & Domenico Jannelli Company


Enzo Jannelli voleva preservare l’Archivio di Genchi. E’ per questo motivo che si era rivolto al Csm per chiedere la revoca del suo trasferimento, deciso dopo la bagarre costruita ad arte fra la sua Procura, quella di Catanzaro, con quella di Salerno. Si, voleva tenere al sicuro quella che anche la relazione del Copasir ha definito un fatto di “sicurezza nazionale”. E, proprio alla luce, di tale “scandalo”, secondo le parole del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, l’ex procuratore di Catanzaro si è rivolto al Consiglio superiore della magistratura per difendere la bontà del suo controsequestro. Una bontà, di cui, lui è stato il primo interprete, il primo ad aver visto giusto, ancora prima del Ros, Pasquale Angelosanto, del presidente del Copasir, Francesco Rutelli, e dello stesso Premier. Un fatto “nuovo”, aveva evidenziato l’ex procuratore di Catanzaro, aveva fatto il suo ingresso nella "Guerra fra Procure". Una novità per gli altri, ma non per lui. Tanto di cappello, dunque, al luminare della giurisprudenza italiana, lui, l’unico, che sarebbe andato oltre legge, senza scalfirla minimamente. E perché non è scritto da nessuna parte che lui, e tanto meno la sua Procura, poteva sequestrare il sequestro (scusate il gioco di parole, ma è d’obbligo per intendere meglio i termini dei fatti narrati) effettuato dalla competente Procura di Salerno sugli atti delle inchieste di Luigi De Magistris per lungo tempo richieste, e mai accolte, alla Procura di Catanzaro. Ma lui si, poteva farlo. È due tacche più avanti degli altri. Per fortuna il Csm ha respinto la sua richiesta perché la circostanza dell’archivio di Genchi non è stata giudicata “tanto nuova”. Ma dove avrà trovato tanta sapienza? La famiglia Jannelli, per chi non lo sapesse, è un capitolo della storia della giustizia italiana. Un capitolo vero e proprio. Un Post Scriptum in calce alle leggi. Enzo Jannelli, ex procuratore generale di Catanzaro, già procuratore a Pisa, è anche sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione. Durante la sua brillante carriera si è occupato anche del sequestro delle liste degli iscritti alla P2. Enzo è figlio di Domenico, procuratore della Repubblica negli anni quaranta del secolo scorso prima a Reggio Calabria, poi a Palmi, e anche a Torino. Domenico Jannelli è fratello di Vincenzo, suo zio, di Enzo, che ha ricambiato il favore al fratello, del cosiddetto “rinnovamento del nome”, chiamando a sua volta suo figlio, Domenico. E anche Domenico Jannelli junior ha seguito la strada dell’avvocatura, come da tradizione familiare. È sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Un pezzo grosso, per intenderci, lo stesso che si è rivolto a Giuseppe Chiaravalloti, ex governatore della Calabria, per una gentilezza presso la procura di Vibo Valentia per una causa pendente, la “Campisi Tema”, in cui era implicato Oreste Campisi, marito della cugina, Barbara Jannelli, figlia di Gaetano Jannelli, fratello del padre. Patrizia Pasquin, pm di Vibo, interpellata dal presidente della regione Calabria, non si tira indietro. Anche perché, come si dice, con una mano si da e con un’altra si riceve. Il magistrato di Vibo, infatti, era lì lì per ricevere i finanziamenti per la costruzione del “Melograno Village” di Parghelia. Enzo & Domenico Jannelli, una garanzia per la giustizia italiana.

14 marzo 2009

Il Corvo è tornato!


Il Corvo, Girolamo Alberto Di Pisa, l’ex pm del Pool Antimafia di Palermo passato alla storia per le lettere anonime intrise di veleno contro Falcone, Di Gennaro, Parisi e Ayala nella primavera del 1989, è tornato. Questa volta non si è nascosto dietro i caratteri anonimi di una macchina da scrivere “Triumph Adler”, ma ha stilato una segnalazione ben precisa e firmata alla Procura di Roma contro Gioacchino Genchi per violazione della privacy di alcuni cittadini nell’ambito dell’indagine sulla scomparsa di Denise Pipitone, a cui il consulente stava lavorando su mandato della Procura di Marsala.
La storia del “Corvo” merita alcune delucidazioni.
Alberto di Pisa fu processato a Caltanissetta per queste lettere. Condannato in primo grado per un’impronta rinvenuta a latere delle comunicazioni sommarie di collusione con i pentiti e i boss di Cosa Nostra a varie Istituzioni dello Stato, che corrispondeva a quelle rilevate sull’indice della sua mano sinistra, in Appello fu assolto con formula piena perché la prova fu giudicata inutilizzabile. Ristabilito all’Antimafia l’ombra del Corvo gli è rimasta cucita addosso lo stesso perché, nel settembre del 1989, davanti al Csm difendendosi dalle accuse che gli venivano mosse non si discostava molto dal tenore delle missive al vetriolo dell’uccello funesto: “Falcone portava i cannoli a Buscetta e Contorno (…) un rapporto troppo confidenziale”. E poi, eseguiva “una logica distorta tra inquirente e mafioso”. E ancora accusava Giovanni Falcone di condotte “di inaudita gravità”. Forse i cannoli li avrebbe voluti pure lui. Ma, probabilmente, si sarebbe accontentato anche di una tazza di caffè . Come quella che il pentito Buscetta in un interrogatorio con Falcone e Borsellino, e lo stesso Di Pisa, non gli offrì, diversamente che ai primi due, lasciandolo con l’acquolina in bocca. Così si lagnava con il giornalista Felice Cavallaro, quando fu assolto e si avviava al recupero dell’onore leso. Quello dell’immagine del corvo che svolazzava sinistramente sui futuri cadaveri di Falcone e Borsellino. Probabilmente, se Buscetta gliel’avesse offerto Di Pisa non se lo sarebbe legato al dito. E non sarebbe successo tutto questo. In ogni caso, l’inchiesta sulle impronte in cerca d’autore, come ha felicemente scritto il giornalista Enzo Migliosi, non si fermò. E si arrivò perfino a puntare l’indice verso lo stesso Capo dei Capi, Totò Riina, nel tentativo, arduo, di quest’ultimo, di prendere due piccioni con una fava, spazzando via sia i pentiti che gli stessi magistrati, che gli stavano alle costole, con le lettere anomine, incunaboli dei successivi pizzini. O verso ambienti della polizia palermitana. Ancora niente, però. Le impronte sono ancora lì, alla ricerca d’identità, come nella famosa opera pirandelliana, e testimoni di una verità indicibile. Le spoglie del Corvo, a vent’anni di distanza, sembrano tornare alla ribalta grazie al risveglio del suo rappresentante più illustre, Alberto Di Pisa. Nel mese di luglio scorso il Csm lo ha promosso procuratore capo di Marsala. E lui che fa? Annota presunte violazioni alla privacy di Genchi alla Procura di Roma. Un modo gentile e signorile per ringraziare il Consiglio superiore della magistratura per la promozione, a discapito di Alfredo Morvillo, cognato Falcone, e integerrimo rappresentante della sua eredità morale e istituzionale nella lotta alla mafia. Un gesto da galantuomini per riconoscenza verso il mondo della Politica e della Magistratura che sta disintegrando tutte le inchieste di Luigi De Magistris, con le avocazioni, con il suo trasferimento e quello dei procuratori della Procura di Salerno. All’appello è stato chiamato recentemente anche l'ex consulente, Gioacchino Genchi, per violazione della privacy.
Di Pisa sta chiedendo di partecipare al banchetto. Solo per un caffè. Quel caffè che Buscetta non gli offrì, e che vorrebbe restituire al mittente perché “amaro”. Esopo insegna.

12 marzo 2009

La serenità di Piero Grasso

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Piero Grasso è sereno. Quando la giornalista gli chiede cosa pensa del fatto che anche lui è finito nella “banca dati di Genchi” il procuratore nazionale Antimafia dice di essere sereno e tranquillo. Non ha paura della giustizia. Non ha paura della violazione della sua privacy. Non si scompone Piero Grasso. Risponde in modo pacato. Non quella pacatezza di chi nel silenzio e nello sguardo che si perde nel vuoto ricerca le parole giuste per mascherare un reato commesso nel retrobottega, o magari tra i Palazzi che contano. Ma quella pacatezza che deriva dalla sua coscienza. Anzi, lancia una scommessa, un sondaggio.

Io assolutamente sereno e tranquillo. Io vorrei fare una sorta di sondaggio. Vorrei chiedere ai cittadini: “Ma voi per trovare il responsabile di uno stupro, di un omicidio, di una rapina, sareste disposti a subire un’invadenza nella vostra privacy pur di trovare quel responsabile?”. Vorrei vedere cosa risponderebbero i cittadini. Io sono sereno e tranquillo perché non ho niente da nascondere. Chi si oppone a certe intercettazioni, a certi modi di fare le indagini, sembra quasi che cerchi il diritto di rimanere non scoperto dalle indagini. Allora io penso che questo diritto non si possa garantire a nessuno. Chiunque non ha nulla da temere deve consentire, garantire a chiunque di indagare. Naturalmente deve rimanere riservata l’indagine perché l’indagine è riservata e deve essere finalizzata a un processo, non a finire sui giornali quando non c’è motivo. Allora, con questi limiti e con questi presupposti io mi sento sereno e tranquillo.


Dedicato a chi rappresenta le Istituzioni, e a chi, a nome delle stesse, difende a spada tratta una giustizia che appare sempre di più casalinga. Che si adatta solo ai loro panni. E quindi non più giustizia, non più verità.

11 marzo 2009

Il DNA di Rutelli e i tabulati della Verità

Francesco Rutelli, presidente del Copasir (comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), dice che “è intollerabile che un privato cittadino (Gioacchino Genchi, ndr) rimanga in possesso dei tabulati di un’indagine”. “E’ come se – spiega - i dati acquisiti nel corso di un’indagine, basati sul DNA, restassero in possesso di un consulente tecnico”.

Francesco Rutelli non sa, o non vuole sapere, che quei tabulati, proprio come il DNA di un paziente insegna al suo medico, aiutano a capire meglio lo Stato in cui viviamo.

Francesco Rutelli chiede la “distruzione dei tabulati” per la sicurezza dello Stato.

Francesco Rutelli chiede la distruzione delle fonti della storia. Si apprende, infatti, molto di più dalle principali inchieste di Luigi De Magistris, che da tutti i giornali messi insieme degli ultimi 20 anni sulla storia calabrese e italiana.

Francesco Rutelli dice che “il Comitato ha dato un contributo di Verità al Parlamento”.

Ammesso, e non concesso, che non era sotto l’effetto di sostanze stupefacenti quando l’ha detto, e quindi nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, Francesco Rutelli vuole solo nascondere la Verità.

10 marzo 2009

Fondazione Campanella: pane, chemio e politica


La nuova politica passa dalla medicina. E anche l’arrovellata architettura dello Stato italiano sembra fare il suo gioco facendo rimbalzare quello che appare come il nuovo muro di gomma del clientelismo elettorale. Se ne accorgerà? L’interrogazione di Franco Amendola sta ancora lì, sul tavolo del ministro della Salute, dal lontano 21 dicembre 2006. Quando si faceva portavoce delle “lamentele e delle voci preoccupate che si levano intorno al centro e, in special modo, dei rappresentanti delle varie organizzazioni sindacali che parlano apertamente di grave stallo nella gestione del centro ed individuano proprio nel Consiglio di Amministrazione della Fondazione «T. Campanella» la responsabilità di tale situazione”. L’atto di controllo parlamentare segue di pochi giorni la mozione firmata da bene 11 consiglieri regionali, il 14 dicembre. Talarico, Nucera, Occhiuto, Sarra, Trematerra, Aiello, Gentile, Dima, Senatore, Nicolò, Morelli, lamentavono “con stupore ed indignazione che i servizi richiesti ogni giorno dal paziente oncologico, i presidi fondamentali per la cura dei tumori, la disponibilità di tecnologie d’avanguardia presenti solo nel Centro oncologico e l’impiego di un numero adeguato di medici e professionisti sanitari, sono quotidianamente pregiudicati dalla cattiva amministrazione della Fondazione Campanella; i vertici della Fondazione Campanella non si sono dimostrati in grado di garantire l’efficiente funzionamento della macchina gestionale”. Ma nemmeno la recente relazione della commissione Serra-Riccio è riuscita a scalfire il muro di gomma della Fondazione che gestisce il Polo oncologico di eccellenza dell’azienda Mater Domini di Catanzaro. “Si tratta – si legge nel documento di controllo - di una Fondazione di diritto privato costituita dalla Regione e dall’Università che riceve finanziamenti pubblici regionali non correlati alle prestazioni rese al servizio sanitario regionale (a termini di Statuto, la cifra ammonta a Euro 50 milioni annui) ed i cui bilanci, peraltro, mostrano limiti sul piano della chiarezza e della correttezza amministrativa”. Anche questo treno in corsa contro la Fondazione sembra rimbalzare. L’avvocato Anselmo Torchia, suo presidente, così si difende: “Prima di tutto va considerata una cosa: con chi ha interloquito la commissione? Esistono verbali della commissione che si possano consultare? Con me non ha interloquito nessuno, e io sono il presidente e legale rappresentante del Centro. Con il direttore scientifico so che non ha interloquito nessuno. E allora da chi e da dove sono stati tratti gli elementi di valutazione? E con quale metodo? È chiarissimo che la commissione non si è resa conto di non trovarsi di fronte ad una comune azienda sanitaria, ma a tutt'altra struttura e regolamentazione. Le indicazioni della commissione non solo sono infondate perché smentibili punto per punto e smontate dall'evidenza: esse sono del tutto irrilevanti. Tanto è emerso anche dai dati fornitimi dalla Direzione gestionale del Centro. Avevo invitato il prefetto Serra, che ho conosciuto a Roma, a visitare la struttura e a rendersi conto di persona. Le rispettive segretarie stavano fissando la data, ma poi la sua candidatura ha fatto saltare tutto. Cosa sia successo dopo non lo so. Nessuno mi ha contattato né chiesto materiale documentale, nessuno ha chiesto al collegio dei revisori notizie sui bilanci dagli stessi previamente visionati e controllati”. Lo aveva invitato dunque, l’avvocato Anselmo, proprio come fra amici. La commissione doveva far luce sulla malasanità in Calabria, sui buchi neri e sulle morti di cattiva sanità, e l’avvocato lo aveva invitato. Ma poi si è dato alla politica il prefetto di ferro. E non se ne fece niente. Già, passiamo alla politica.
Cominciamo da quella che ha portato il direttivo dell’associazione “Verità, giustizia e libertà”, di cui è presidente lo stesso Torchia, a giudicare la decisione di Agazio Loiero, governatore della Calabria, quando ha sbattuto la porta della Margherita per dar vita al movimento autonomo meridionale, il Pdm, “come una nuova iniziativa politica che gode della certificazione costituita dalla inversione di tendenza che la giunta regionale in carica ha realizzato in un anno di lavoro interrompendo un trend negativo ultratrentennale di cui è stata vittima la Calabria”. E tra la mole di lavoro messa in atto dal governatore c’era anche la sua nomina fresca fresca di presidente della Fondazione Campanella, il 10 marzo 2006. Loiero e Torchia sono legati, poi, anche sul piano giudiziario. L'avvocato è il legale di Eugenio Ripepe, perquisito nell'ambito dell'indagine Why not perché stretto collaboratore del presidente della Regione Calabria.
L’anno scorso, il 28 marzo, in vista delle elezioni politiche e provinciali, il direttivo di “Verità Giustizia e Libertà” si è riunito di nuovo e ha sciorinato ancora le ricette per uscire dalla crisi: impegno, solidarietà e sviluppo. Non furono espresse sfacciatamente delle preferenze, ma in prima fila c’era Paolo Abramo, in lizza con il Partito Democratico, con il quale, nel frattempo, il governatore aveva fatto pace.
Tuttavia, il vero sofisma della Fondazione sta nel suo essere non essere Irccs (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico). La legge di riordino degli Irccs, la numero 288/03, è chiara. All’articolo 14 dice che il riconoscimento viene effettuata dal ministero della Salute previa nomina di una o più sottocommissioni di valutazione su richiesta della regione competente per territorio. All’articolo 2, invece, modula la possibilità che gli Ircss possono essere trasformati in Fondazioni: “Sono enti fondatori il ministero della Salute, la Regione ed il Comune in cui l'Istituto da trasformare ha la sede effettiva di attività e, quando siano presenti, i soggetti rappresentativi degli interessi originari. Altri enti pubblici e soggetti privati, che condividano gli scopi della fondazione ed intendano contribuire al loro raggiungimento, possono aderire in qualità di partecipanti, purché in assenza di conflitto di interessi: gli statuti, in conformità al presente decreto legislativo, disciplinano le modalità e le condizioni della loro partecipazione, ivi compreso l'apporto patrimoniale loro richiesto all'atto della adesione e le modalità di rappresentanza nel consiglio di amministrazione”. In Calabria, invece, la “Fondazione Campanella” che gestisce il Polo oncologico dell’azienda Mater Domini ha saltato tutti i passaggi. E’ nata già con la camicia. Nel novembre 2004 la Regione di Chiaravalloti e l’Università di Salvatore Venuta hanno dato vita alla “Fondazione Campanella” per gestire il Polo oncologico di eccellenza a Germaneto, appena costituito. Nello statuto vi era la clausola che entro tre anni sarebbe dovuta essere riconosciuta come Irccs. A tutt’oggi ciò non è avvenuto. Come mai? È sempre Anselmo Torchia che ci viene in soccorso. “Tale riconoscimento - spiega - che sicuramente avrà una valenza di maggiore prestigiosità dell'ente, dipende dal ministero della Salute che deve previamente valutare la sussistenza di determinati requisiti e della durata dei medesimi requisiti per un certo periodo di tempo che è di alcuni anni: non va dimenticato che il Coe (Centro oncologico di eccellenza) è di istituzione recente; che il CdA da me presieduto si è insediato solo nel marzo 2006 e che ci siamo resi conto quasi subito che addirittura il precedente consiglio di amministrazione presieduto dall'avv. Raffaele Mirigliani non aveva nemmeno ancora proceduto alla richiesta di riconoscimento della personalità giuridica che, prontamente richiesta alla Prefettura dal sottoscritto, veniva ottenuta nell'aprile del 2006”. In altre parole a provvedere a riconoscerla come Irccs è lo stesso ministero che l’anno scorso ha inviato una commissione che l’ha sonoramente bocciata! Il muro di gomma rimbalza ancora. Ma c’è dell’altro.
La collaborazione fra Fondazione e Azienda Mater Domini, dopo la morte di Salvatore Venuta, rettore dell’Università e direttore scientifico della Fondazione, si stava sgretolando sempre di più. E Rosalba Buttiglieri, direttore generale dell’azienda, è stata messa da parte recentemente dalla Regione Calabria che le ha preferito Antonio Belcastro. E lei se l’è presa. E qualche sassolino se l’è pure tolto. “La Fondazione Campanella l’abbiamo sempre supportata. Ed è debitrice nei nostri confronti di alcuni milioni di euro”. Debitrice di alcuni milioni di euro? Si, ha detto proprio così. “Meglio allora”, avrà pensato Loiero, “metterci in azienda uno che già fa parte della “famiglia Campanella”. Ed ecco spuntare la nomina di Belcastro, già direttore amministrativo della Fondazione. Per onor di cronaca, in realtà, l’ordine è inverso. Prima c’è la nomina di Belcastro e poi il sassolino della Buttiglieri, almeno pubblicamente.
Il quesito più grande sulla struttura, che ricorda uno degli uomini più illustri della Calabria, è , però, quello che ruota intorno alle chemio. Alle chemioterapie. E dei pazienti che si moltiplicano come i pani e pesci del Vangelo. Data la mancanza di dati ufficiali e trasparenti. Dato il pressocché assente monitoraggio sulla sua attività (come rilevato dalla Commissione Serra- Riccio: “sono sorti taluni dubbi circa le modalità di effettuazione dei controlli sulla spesa di denaro pubblico, l’effettivo livello quantitativo e qualitativo delle prestazioni oncologiche offerte, la sussistenza di una rete oncologica, ovvero di un collegamento istituzionalizzato con altre strutture pubbliche che erogano le medesime prestazioni… Peraltro, tutte le informazioni provenienti dalla Direzione della Tommaso Campanella sono apparse alla Commissione insufficienti ed elusive"), ci si deve accontentare dei comunicati stampa che la Fondazione ci fa grazia ogni tanto di pubblicizzare. L’ultimo è quello che dice che “per la degenza ordinaria, a oncologia medica, dove sono disponibili 16 posti letto, sono stati utilizzati da 1.000 pazienti in soli 4 mesi; per il day ospital i posti sono 12. Sono stati ben 964 pazienti per 9.000 accessi. Nell’area integrata oltre 1.000 i ricoveri in un anno con 4.200 chemioterapie totali”. Quindi, dal momento che la matematica non è un’opinione, la Fondazione vanta una degenza ogni due giorni per ogni letto in media, negli ultimi quattro mesi. Mentre gli accessi sono stati nove volte tanto i pazienti nell’ultimo anno. Come è possibile? E poi le chemio. In media quattro per ogni paziente. Ma come? Un Istituto di ricerca si avvale solo di queste costosissime fiale per guarire i malati di tumore? Al riguardo, la letteratura scientifica è molto discorde sulla sua effettiva efficienza, mentre, per gli interessi delle case farmaceutiche, pare, non vi siano dubbi, visti i costi per il sistema sanitario italiano e i loro ingenti guadagni. Perché ancora, non ponderare i trattamenti in funzione del rapporto fra costi e benefici e della storia naturale della malattia? La spesa complessiva è stata di 3 milioni di euro circa durante l’anno scorso. Pochi spiccioli, comunque, rispetto ai 50 milioni di euro che riceve ogni anno dalla Regione Calabria. Ciononostante, secondo la Buttiglieri, è anche indebitata con l’azienda Mater Domini. Il muro di gomma è impenetrabile. Ma alle tasche dei cittadini calabresi ci arriva facile facile.

05 marzo 2009

La Loggia Massonica Albert Pike di S. Mango D'Aquino



Il 14 maggio 1983 la loggia massonica Albert Pike (652) all’Oriente di S. Mango d’Aquino si è riunita nel punto geodetico noto solo ai Figli della Vedova per procedere alla elezione dei dignitari ed Ufficiali di Loggia per l’anno massonico 1983-1984.
Le cariche sono così ricoperte:
Maestro Venerabile: Maione Giuseppe
Sorvegliante: Arcuri Franco

2° Sorvegliante: Renne Mario

Oratore: Chieffallo Leopoldo
Segretario: Costanzo LuigiSono presenti complessivamente n° 24 Fratelli

Hanno scusato la loro assenza n: 2 Fratelli
Aperti i lavori con le forme di rito, il Fratello Oratore intrattiene sull’importanza dell’atto che sono chiamati a compiere.
Quindi, fatto coprire il Tempio dagli apprendisti e dai Compagni, si procede, per schede segrete, su ognuna delle quali ciascuno dei presenti segna tre nomi, alla votazione della terna per la nomina del Maestro Venerabile, votazione che dà il seguente risultato:
1° Fr.: Renne Mario, voti: n° 15
2° Fr.: Arcuri Franco, voti: n° 12
3° Fr.: Bonacci Mario, voti: n° 9
Fatti rientrare gli apprendisti e i compagni e comunicato loro il risultato della terna si procede alla votazione, facendo circolare il bussolo sulle Colonne ed incominciando la votazione, per palle bianche e nere, dal nome che nella terna ha il minor numero di suffragi, votando quindi sul nome che ha riportato un numero intermedio ed infine su quello del numero maggiore.
Da tali votazioni si astengono i tre candidati della terna
Lo scrutinio da il seguente risultato:
1° Fr.: Bonacci Mario, Palle bianche n° 17, Palle nere n° 6
2° Fr.: Arcuri Franco, Palle bianche n°13, Palle nere n° 10
3° Fr.: Renne Mario, Palle bianche n°19, Palle nere n° 4

Viene quindi proclamato Venerabile per l’anno massonico 1983-1984 il Fr. RENNE MARIO. Si procede, poi, per mano di schede segrete scritte dai fratelli, alla elezione degli altri dignitari e dei primi tre Ufficiali .
Il risultato è il seguente:
Votanti n° 24, maggioranza assoluta n° 13

Dignitari:
1° Sorvegliante: Bonacci Mario, voti N° 23, nulli o dispersi, n° 1
2° Sorvegliante: Arcuri Franco, voti N° 23, nulli o dispersi, n° 1
Oratore: Marano Salvatore, voti N° 23, nulli o dispersi, n°1
Segretario Costanzo Luigi, voti N° 23, nulli o dispersi, n° 1
Tesoriere: Manfredi Mario, voti N° 23, nulli o dispersi, n° 1

Si procede quindi alla nomina degli Ufficiali di Loggia con il seguente risultato:
Senatore Ugo, alla carica di Maestro Cerimoniere
Bonacci Franco, alla carica di Maestro Esperto
Caputo Giuseppe, alla carica di Copritore Interno
Fatta la proclamazione degli eletti e constatato che tutto si è svolto con ordine e regolarità il Fratello Venerabile ordina che le schede delle votazioni vengano bruciate.
La seduta viene quindi chiusa con le forme di rito, dopo che il Venerabile ha concesso la parola per il bene dell’Ordine e della Loggia in particolare e fatto circolare il Tronco della Vedova

Presenti: Amendola Umberto, Arcuri Francesco, Bonacci C., Bonacci Mario, Bonacci Franco, Caputo Giuseppe, Chieffallo Leopoldo, Costanzo Luigi, Cristiano Vincenzo, Dicello Angelo, Epifano D., Larussa Francesco, Lento Federico, Ligato Carmine, Maione Giuseppe, Manfredi Antonio, Manfredi Fortunato, Manfredi M., Murano Salvatore, Mazziotti L., Monaco Angelo, Renne Mario, Senatore Ugo, Viola Vincenzino.
Assenti: Ardito C., Manfredi F.

Se l’appartenenza di Leopoldo Chieffallo, ex assessore e consigliere della Regione Calabria, ex presidente, assessore e consigliere della Provincia di Catanzaro, ed ex sindaco del suo paese, S. Mango d’Aquino, è arcinota. Come è nota anche l’adesione del medico Angelo Monaco. Famoso è divenuto l’episodio che vide coinvolti i due quando Chieffallo gli chiese di firmare falsi certificati di diminuzione della vista in modo da far accompagnare gli elettori in cabina e controllare che votassero per lui. Fatto che finì anche dal giudice ordinario. Meno nota è quella degli altri 24. Di cui, nei prossimi post, mi auguro di aggiornarvi sulle loro brillanti carriere sia sugli scranni del potere politico che su quelli della medicina calabrese.

01 marzo 2009

Ipotesi di complotto contro il magistrato Antimafia Manzini. Due le piste: Murone e Pittelli



Marisa Manzini, magistrato della Direzione Antimafia di Catanzaro, ha fatto arrestare nei giorni scorsi Salvatore Mazzei, titolare di un’impresa edile, nell’ambito dell’operazione “Autostrada”, quale “mediatore della criminalità organizzata”, perché, secondo l’accusa, avrebbe promosso l’affidamento di subappalti ad altri imprenditori controllati dalle cosche, e quale “unico fornitore” delle società aggiudicatrici degli appalti sulla SA-RC. La notizia fa crollare miseramente la tesi dell’interrogazione parlamentare del senatore Giuseppe Menardi, di Cuneo, che il 1 ottobre 2008 accusava la Manzini di aver acquistato una villa a Lamezia Terme dall’imprenditore e quindi chiedeva al Ministro Alfano se il magistrato “avesse effettuato indagini nei confronti di costui, omettendo di riferire agli organi superiori la circostanza dell'acquisto e, conseguentemente, di astenersi, violando così i doveri di correttezza e imparzialità”. L’insinuazione del Menardi, posto che fosse stata vera, non avrebbe mai spinto il magistrato, che fino al 2003 è stato sostituto procuratore della Repubblica di Lamezia Terme per poi passare alla Direzione Antimafia, a togliere in modo così eclatante quell’ “enorme imbarazzo ai colleghi”, per dirla con le parole dello stesso senatore, arrestando lo stesso venditore, in odor di ‘ndrangheta. Delle due l’una, o la Manzini ha cercato di nascondere, diciamo, un peccato di gioventù, l’acquisto della villa, per mettere a tacere le voci intorno alla sua credibilità. O è andata diritta per la sua strada, facendo semplicemente il suo lavoro, non dando ascolto alle stesse. Ma c’è una frase nell’interrogazione che dice: “per interposta persona” che merita molta attenzione. Lo stesso magistrato, intervistato da Roberto Galullo, ha riferito: “Ciò che è scritto in quell’interrogazione non solo è falso ma è frutto di una mente finissima in diritto penale. Ci sono termini come “acquisto per interposta persona” che solo in pochi e dell’ambiente conoscono. Se fossero vere quelle storie non potrei stare al mio posto e non potrei guardarmi allo specchio. Ripeto: sono accuse falsissime e pilotate.”. Quindi, probabilmente è vero che la Manzini ha acquistato una villa. Mentre ciò che sarebbe falso è proprio di averla acquistato dalle mani del presidente della società sportiva del Sambiase, cioè dallo stesso Mazzei. Ma da un altro, magari in contatto, all' insaputa del magistrato, con il mediatore dei Mancuso di Limbadi. Ma, veniamo alle piste del complotto. Sono due. Una riguarda Salvatore Murone, procuratore aggiunto di Catanzaro, quello che ha evocato insieme al procuratore Mariano Lombardi, l’inchiesta Poseidone a Luigi De Magistris. Salvatore Murone è un parente stretto del Mazzei, il cognato, secondo fonti ufficiose. Ma come? il cognato fa fare un’interrogazione parlamentare a un senatore di Cuneo contro la Manzini, dando agio ancora di più alle tesi di chi lo vuole colluso con la mafia del posto? Direbbe qualcuno. È possibile perché le denunce contro di lui non erano tanto campate in aria, ma fanno parte orami dell’archeologia delle indagini della magistratura sulla ‘ndrangheta in quella zona. La sua cava di inerti, la più grande della Calabria, è stata citata anche dall’ex presidente della Repubblica Ciampi, quando nel 2002 sciolse il Comune di Lamezia Terme per infiltrazioni mafiose. Una piccola confessione a vantaggio, dunque, dello stesso, perché con la gogna mediatica che si sarebbe abbattuta sulla Manzini, e magari anche con il suo consequenziale trasferimento, difficilmente sarebbe stato posto agli arresti Salvatore Mazzei, cognato del Murone. Veniamo alla seconda pista. È quella di Giancarlo Pittelli, senatore dello stesso schieramento del Menardi. Pochi se lo ricordano. Ma quella che scovò il numero di cellulare dell’avvocato penalista fu proprio la Manzini. Quel cellulare ha aperto una breccia grandissima nell’indagine Poseidone. O meglio, si fece scovare da solo. Correva l’anno 2002 e nei pressi dell’acquedotto del Comune di Gerocarne (VV), furono rinvenuti all’interno di una Fiat Panda i cadaveri dei fratelli Giuseppe e Vincenzo Loielo, di 36 e 34 anni. Nei pressi fu recuperato anche un telefono cellulare Samsung. Tra le utenze di questo cellulare, utilizzato dai killer, figurava la partita Iva di Pittelli con domicilio e numero civico, senza tuttavia nessuno titolo onorifico che potesse far risalire gli inquirenti al parlamentare. Fu proprio questo cellulare la chiave di volta di tutto l’ambaradan che ne seguì. Luigi De Magistris nell’atto di inviare l’avviso di garanzia a Pittelli per Poseidone omise di informare il suo capo, il procuratore Lombardi, in quanto il figlio della sua compagna, Pierpaolo Greco, lavorava nello studio dello stesso Pittelli. E il procuratore di tutta risposta gli avocò l’indagine. Sarà stata la sua mano, questa dell’avvocato penalista Pittelli, a passare l’interrogazione al collega Menardi, così, per coinvolgerla nel minestrone del malaffare in Calabria fra politica e imprenditoria? O anche per rendere ancora più fosca la nebbia che il Csm e il Copasir stanno sparando come la neve con la “guerra” fra le procure di Salerno e Catanzaro e con il fantomatico Archivio Genchi? Quando vengono coinvolti sia i buoni che i cattivi in un calderone, di norma a salvarsi sono proprio i cattivi. Oppure per vendicarsi per il suo zelo, nell’essere andata troppo a fondo nelle sue indagini? Un’ultima annotazione, Pittelli e l’imprenditore Mazzei sono legati anche da un assegno. “Sospetto”, secondo il lavoro del consulente Sagona del pubblico ministero De Magistris sui conti del senatore nell’inchiesta Why not. Tra la pluralità di bonifici ricevuti sui suoi conti correnti da funzionari e tecnici dell'A.N.A.S., nonché dall'A.N.A.S. direttamente, Sagona aveva rilevato alcune anomalie. Tra le quali anche un assegno intestato a Salvatore Mazzei, posto agli arresti l’altro ieri dal magistrato antimafia Marisa Manzini per gli appalti sull’A3.

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