25 marzo 2013

Scandalo Alaco: ''Quell'acqua neanche per lavarci''



I cittadini denunciano tutti i rischi delle risorse idriche che dalla diga dell'Alaco arrivano in ogni casa. La puzza di candeggina, il giallo sul benzene e la polemica sui controlli. La difesa della So.Ri.Cal, società compartecipata da una multinazionale francese e dalla Regione Calabria:lavori bloccati da trent'anni conclusi in due


Quando fu inaugurato l'invaso dell'Alaco nel vibonese il dirigente tecnico della So. Ri. Cal. (società di risorse idriche calabresi), Sergio de Marco, insieme ai dirigenti che avevano messo a punto l'opera, stapparono dello spumante italiano. Non è che non avessero disponibilità di bottiglie di champagne, vista la cospicua presenza nella società della multinazionale Veolià (detiene il 47,5 per cento delle azioni, il rimanente 53,5 è della Regione Calabria) ma il vino locale suggellava una certa produttività del genio italico ovvero la determinazione dell'efficienza nostrana. Erano riusciti laddove altri avevano fallito. In soli due lustri portarono a compimento un lavoro iniziato ben trent'anni prima. Probabilmente, dal 2004 al 2006, sono anche gli anni che maggiormente hanno inficiato per sempre la qualità dell'acqua che con il tempo è arrivata nelle case di 400 mila calabresi.
È verso la fine del 2007 che partirono le prime denunce da parte di Maurizio Remo Reale, ex titolare di una società che si occupava delle apparecchiature dell'impianto. C'era qualcosa che non andava nel processo di decantazione delle acque. Il tecnico parlò di "esperimenti strani" fatti a suon di sostanze chimiche. E di "fanghi non smaltiti correttamente". L'esposto fece il giro delle Procure di Vibo Valentia e Catanzaro. Ma non arrivò mai nelle mani del pubblico ministero che per primo mise il naso negli affari della So. Ri. Cal, Luigi de Magistris. Il sostituto procuratore venne poi trasferito e delle sue accuse se ne perse traccia. Ma solo sulla carta. Recentemente, infatti, sono stati rivenuti all'uscita dell'impianto dei liquami della stessa contaminazione dei fanghi. Che ancora oggi impregnano il rigagnolo che si congiunge nel fiume omonimo, Alaca, ironia della sorte, verso la fine del secolo scorso, oggetto di uno studio commissionato dalla provincia di Catanzaro che lo qualificava come uno dei più puri d'Europa. Oggi invece tristemente noto anche dai pastori, che vedono abortire il bestiame, e dai coltivatori di trote che non ci sono più.
Ma c'è un altro particolare inquietante. Il pericolo - documentato da interviste esclusive che testimoniano un traffico di camion nell'invaso e al momento al vaglio della magistratura - indica un nome e nasconde uno spettro. Il nome è la ditta di Cesare Coccimiglio con sede ad Amantea, recentemente rinviato a giudizio per disastro ambientale, avvelenamento delle acque e smaltimento di rifiuti industriali nella Valle del fiume Oliva, dove, nel corso dei carotaggi e degli accertamenti del Nucleo operativo ecologico della Procura di Paola, sono state rinvenute zone contaminate anche da metalli pesanti e da Cesio 137. Lo spettro è rappresentato dai rifiuti radioattivi.
Nelle serre calabresi è da un po' di tempo che l'acqua non è più buona. E qui le bollicine di champagne non c'entrano.
Con la collaborazione di EMILIO GRIMALDI,
SERGIO PELAIA, SERGIO GAMBINO
e MAURO NIGRO


1 commento:

Anonimo ha detto...

Sergio de Marco, insieme ai dirigenti che avevano messo a punto l'opera, stapparono dello spumante italiano
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