19 dicembre 2014

Marlane. Ammazzati due volte



Vent'anni racchiusi in pochi secondi. Quanti sono bastati per citare la formula di assoluzione di tutti gli imputati nel processo di primo grado sullo stabilimento tessile "Marlane" di Praia a Mare. "Il fatto non sussiste" e "insufficienza di prove", questi gli articoli grazie ai quali sono stati prosciolti da ogni accusa. Erano undici, tra dirigenti e responsabili dell'azienda di proprietà del Gruppo Marzotto, gli indagati a vario titolo per omicidio colposo, lesioni gravissime, omissione dolosa di cautele sul lavoro e disastro ambientale. Carlo Lomonaco, responsabile del reparto tintoria, dirigente dello stabilimento ed ex sindaco della cittadina, per lui la procura aveva chiesto dieci anni di reclusione. Silvano Storer, amministratore delegato; Antonio Favrin, amministratore delegato; Jean De Jaegher, amministratore delegato;  Attilio Rausse, responsabile dello stabilimento; Lorenzo Bosetti, vicepresidente esecutivo della società ed ex sindaco di Valdagno (VI); Vincenzo Benincasa, responsabile dell'impianto; Salvatore Cristallino, responsabile del reparto tintoria; Giuseppe Ferrari, responsabile dello stabilimento; Lamberto Priori, amministratore delegato. Infine, il patron dell'impero della stoffa: Pietro Marzotto. Per lui i pubblici ministeri, Maria Camodeca e Linda Gambassi, avevano chiesto sei anni di reclusione.
L'ex sindaco di Praia è scoppiato a piangere durante la lettura del dispositivo. Stupore e commozione anche tra i suoi ex colleghi. Una camera di consiglio fiume, iniziata alle 9 di questa mattina e finita stasera alle 19 e 45. Nel corso della giornata davanti al Tribunale un gruppo di manifestanti ha ricordato gli operai che hanno lavorato presso lo stabilimento e che sono morti o si sono ammalati di tumore. Cento e sette in tutto. Un'attesa snervante che ha scritto la parola fine ad una pagina lunghissima di storia industriale calabrese di fronte all'isola di Dino nel mar Tirreno. Iniziata negli anni '60 per volere del Conte Stefano Rivetti, piemontese, grazie ai fondi della Cassa per il Mezzogiorno. Continuata con il Gruppo Eni  -  Lanerossi Spa nel 1969. Passata nelle mani della veneta Marzotto Spa il 29 settembre 1987. E poi chiusa nel 2004.
Una sentenza difficile da ribaltare, visto che il presidente del Tribunale di Paola, Domenico Introcaso, è anche presidente della Corte d'Appello di Catanzaro.
Sgomento e incredulità tra i familiari degli ex operai e gli stessi avvocati delle parti civili, tra cui i Comuni di Praia a Mare e Tortora, il WWF, Legambiente, Medicina Democratica, la stessa Regione Calabria. Aspettano di leggere le motivazioni che saranno rese note solo tra novanta giorni per commentare una sentenza che tutti aspettavano da vent'anni. Giovanni Moccia, presidente del comitato per le bonifiche della terra, dei fiumi e mari di Calabria, è disilluso: "Come per la sentenza Eternit di Casale Monferrato anche questa di Paola dimostra che è sempre più difficile in Italia lottare per avere giustizia quando ci sono in ballo il diritto alla salute e la salvaguardia dell'ambiente" La segreteria del Partito dei comunisti italiani del Veneto, dove anche lì gli stabilimenti Marzotto sono nel mirino dalla Procura, argomenta: "Al processo Marlane, tutti assolti! Evidentemente, a Praia a Mare non è morto nessuno. Non è successo niente. Nessuno ha inquinato. Nel nostro paese i lavoratori e i loro diritti non contano più niente. Eppure, i morti ci sono, i malati anche, l'inquinamento pure. I colpevoli e la giustizia sembra proprio di no." Un'assoluzione piena, dunque. La mancanza di prove adottata nel prosciogliere gli imputati evoca il tenore delle dichiarazioni rilasciate dall'ex senatore della Repubblica, Giancarlo Pittelli, nell'arringa in difesa di Giuseppe Ferrari. "La principale caratteristica di questo processo è che le prove non c'erano nemmeno nella fase preliminare e si è trasformato il procedimento in aula nella sede della ricerca delle stesse e non del contraddittorio".

Quel filo di lana





C'è un filo di lana che lega tutta l'Italia, da Nord a Sud. È di marca. Si chiama Marzotto. Dal Veneto alla Campania. Dalla Campania alla Calabria. Un esercito di migliaia di operai che ha lavorato per il gruppo tessile. Più di cento i morti e gli ammalati di tumore. Tante storie di dolore che sono al centro del processo di Paola conclusosi con l'assoluzione di tutti gli imputati. Nell'introdurre la requisitoria, il 20 settembre scorso, il pubblico ministero Gambassi ha provato a tracciare un paradigma della vicenda giudiziaria: "Racchiude una sintesi della vita di molte persone, di uomini e donne che hanno prestato la loro opera di lavoro nella fabbrica tessile Marlane di Praia a Mare". Un corteo di testimonianze di quella "non rara coesistenza tra il bene ed il male, tra, nello specifico, un'occupazione che dà e ha dato sostegno a quelle famiglie, ma che allo stesso tempo ha nascosto rischi e ha generato anche dolore". Emblematica, per il pm, è la storia di Giuseppe Console: ha lavorato in quella fabbrica dal '69 al 20 ottobre 1992, giorno della sua morte, raccontata dalla moglie: "La mia fabbrica" diceva, la stessa fabbrica che l'ha ucciso". 
Lo stabilimento, secondo le accuse, avrebbe compromesso anche l'ambiente circostante, non solo la salute dei suoi dipendenti. Per il pm Maria Camodeca, il disastro "deve essere considerato ancora in corso di consumazione, in quanto la contaminazione dei siti industriali e zone ad esso limitrofe ha assunto caratteristiche di potenza espansiva del danno e di attitudine a mettere in pericolo l'ambiente, tale da poter essere ipotizzata come disastro tuttora in corso per la permanenza sul suolo delle sostanze pericolose riversate in modo massiccio." Nello stesso recinto antistante lo stabilimento. Sulla spiaggia, nel mare cristallino dell'isola di Dino.
Nel corso del processo il Gruppo Marzotto ha proposto una transazione economica ai familiari delle vittime della fabbrica di Praia a Mare. Dai 20 ai 30 mila euro. Le parti civili, sfibrate da vent'anni di attesa e spaventate dal rischio prescrizione, hanno accettato. Tutti, salvo la figlia di un ex dipendente, Angelo La Neve, deceduto nel 2004. Per lei, Teresa, si è trattato di una "beffa". "Il danno di aver perso papà e la beffa di un compenso dato solo per mettere a tacere le persone che potevano dire ciò che non volevano venisse detto."

Spostiamoci più a Nord. A Salerno. Qui sono 1.200 gli operai che sarebbero stati esposti all'amianto nello stabilimento Marzotto Sud. Lo accerta una perizia del Tribunale. Ed è un batti e ribatti di ricorsi, in totale mille, contro l'Inps e l'Inail per il riconoscimento dei dovuti aumenti pensionistici. Per circa un centinaio di casi l'Istituto previdenziale ha sollevato dubbi procedurali e ha spedito l'incartamento in Cassazione.

Ma la vera patria di Marzotto è in Veneto. Nel triangolo vicentino e "marzottino". A Valdagno, a Schio e a Piovene Rocchette. A Valdagno la statua in memoria del Conte Gaetano Marzotto, fondatore dell'impero, negli anni delle lotte per i diritti dei lavoratori, nel 1968, venne buttata giù dagli stessi operai perché sottoposti a ritmi di lavoro massacranti e poco retribuiti. Oggi è diverso. Oggi è la salute il diritto da salvaguardare. Almeno venti le persone che sarebbero state colpite dall'amianto. Secondo l'esposto presentato da Medicina Democratica, gli operai non sarebbero stati forniti di sistemi di protezione. 
Il campanello d'allarme nella comunità scatta nel 2009. Quando il partito dei Comunisti italiani e l'Unione sindacale di base leggono un trafiletto di giornale sul caso Marlane in Calabria. Indagano. E scoprono che si tratta della stessa fabbrica tessile di Marzotto. Nel febbraio 2012 promuovono un appello per la Calabria: "Verità e Giustizia per i morti della Marlane". La prima firmataria è Margherita Hack. Poi a seguire Franca Rame ed Ascanio Celestini.
"Certe volte mi faccio schifo da sola. L'altro giorno stavamo pranzando a casa e dal naso è iniziato a colare sangue." Inizia così l'emorragia. Sono le dichiarazioni shock rese in anonimato da un'ex operaia dello stabilimento Marzotto di Piovene Rocchette. Ha una perforazione al naso. Una patologia che ha contratto, secondo i medici che l'hanno visitata dopo che fu licenziata, nel reparto di stracannatura, cioè dove "arrivavano le rocche (gomitoli di lana) colorate ancora fumanti dalla tintoria." Ed è qui che "ho respirato paraffina a tutta carica". La sua testimonianza non c'è nel fascicolo aperto dalla Procura di Vicenza. Non fa parte dei 21 casi che si trovano sulla scrivania del pubblico ministero, Gianni Pipeschi. Ha paura di denunciare. "Lo faccio per i miei figli. Per le conseguenze che potrebbero pagare," dice. 

1 commento:

domenico ha detto...

una vera vergogna per le persone morte e per i familiari rimasti, e questa sarebbe giustizia? 20 anni per questa sentenza