30 gennaio 2009

Sorical, sindaci nella morsa della Regione Calabria mentre i lumbard ci danno una lezione














Mentre i lumbard ci danno una lezione su come riappropriarsi dell’acqua, che dalla Leggi Galli stava diventando privata, in Calabria i cittadini sognano. Mentre i sindaci lumbard difendono gli interessi pubblici i primi cittadini nostrani non sanno come fare per divincolarsi dalle grinfie della Sorical o aprire una battaglia contro un mostro molto più grande della società: la stessa regione Calabria.
E’ dell’altro giorno la notizia che la Regione Lombardia ha fatto marcia indietro alla privatizzazione. 144 sindaci, armati di delibere consiliari, hanno imposto la loro all’ente intermedio. Ora tutti gridano vittoria contro la privatizzazione del bene pubblico più prezioso, sia il Pd, l’opposizione, che lo stesso Pdl, al governo della regione. Un carro del vincitore su cui tutti vogliono salire anche i reticenti berlusconiani. Si è aperta una breccia alla Veolià, la multinazionale francese che ha scambiato l’Italia per un paese africano dell’800, da colonizzare. Si è aperta una breccia agli affari privatistici che hanno devastato il servizio idrico integrato italiano. Chi approfitterà di questo tremolio delle mura di difesa del malaffare? In Calabria stanno tutti zitti. Dopo il ciclone De Magistris per truffa aggravata, turbata libertà degli incanti, e abuso d’ufficio lo scorso 23 maggio, indirizzato agli alti vertici della Sorical, quasi un’appendice della Why not, è calato il sipario. I cittadini, dal 1 novembre 2004, da quando la Sorical (SOcietà di Risorse Idriche CALabresi) è subentrata alla regione Calabria, hanno visto solo lacrime e sangue con le supposte delle incomprensibili tariffe, anno dopo anno – nonostante si era impegnata a non aumentarle. I primi cittadini, all’inizio dello scoppio del pentolone, hanno fatto un movimento, hanno accennato allo scandalo, alla protesta. Ma poi sono rientrati in trincea. Che cosa li ferma? Il debito degli anni pregressi all’insediamento della Sorical nei confronti della Regione Calabria che ammontano a 500 milioni di euro? Il fatto che, date le commistioni tra la società e la regione Calabria, fra controllato e controllore (che detiene il 53,50 per cento delle sue azioni), l’ente intermedio li intimidisce con la revoca dei contributi per il territorio? Solo un organo potrebbe mandare via la nebbia. Un pubblico ministero. Solo un magistrato ha avuto il coraggio di fare chiarezza sul putridume bipartisan che ha avvelenato il bene pubblico più prezioso. Luigi De Magistris. Ma è stato trasferito. Chi prenderà il suo posto? Già, chi?

29 gennaio 2009

Io So, Arancia Meccanica e Resistenza



di Salvatore Borsellino

Ieri Sonia Alfano mi ha telefonato dicendomi che avevano pensato di proiettare un video nel quale si vedono delle immagini crude. Delle immagini della strage, di Paolo, e mi ha chiesto se poteva farlo e se io ne sarei stato in qualche maniera colpito, in qualche maniera sconvolto. Vedete, quelle immagini non mi sconvolgono affatto. Vedete, io vorrei che quelle immagini venissero proiettate ogni giorno in televisione perché la gente si renda conto di quello che è stato fatto. Perché si rendesse conto quale è il sangue sul quale si fonda questa disgraziata Repubblica. Rivedere quelle immagini non mi sconvolge. Ma una cosa mi sconvolge: vedere quelle due persone (Berlusconi e Dell’Utri) che parlavano delle bombe e ridevano, ridevano. Ecco questo mi sconvolge. Io vorrei che quelle due persone venissero messe in una cella come mettevano quegli assassini di Arancia Meccanica. Che venissero aperti loro gli occhi e costretti a vedere, vedere e vedere quelle stragi. Ecco cosa che vorrei.
Mi sono ricordato di una cosa che mia ha detto Gioacchino Genchi che è arrivato sul luogo della strage due ore dopo che la strage. Io ci misi cinque ore per sapere che mio fratello era morto perché la televisione dava notizie contraddittorie. Dicevano forse è stato ferito un giudice. Forse sono stati feriti gli uomini della scorta. Poi mi chiamò mia madre per dirmi: tuo fratello è morto. C’era qualcuno, invece, che si chiamava Contrada che lo seppe 80 secondi dopo che mio fratello era stato ucciso. E io vorrei, io chiedo, io grido, io voglio che queste cose vadano a finire nelle aule di giustizia. Che ci siano processi per queste complicità che ci sono state all’interno dello Stato. Avete sentito di cosa parlavano Berlusconi e Dell’Utri? Ecco perché vogliono proibire le intercettazioni! Perché noi quelle cose non dobbiamo sentirle perché ci fanno capire quale è la classe politica che ci governa, di chi oggi sta occupando le Istituzioni.
Il più grande vilipendio alle Istituzioni è che queste persone occupano le Istituzioni. Questo è il vero vilipendio allo Stato! Il fatto che una persona che è stata chiamata Alfa in un processo che non è potuto andare avanti perche è stato bloccato come tutti gli altri processi che riguardano i mandanti occulti. Il vero vilipendio allo Stato è che Alfa possa occupare un posto all’interno delle Istituzioni! Genchi arrivò due ore dopo la strage. E mi ha raccontato che aveva conosciuto Emanuela Aloi esattamente un mese prima perché faceva da piantone alla Barbera. Era una ragazza che non era stata addestrata per fare il piantone. Per fare da scorta a un giudice che rischiava la vita come Paolo Borsellino. Eppure quel giorno era lì a difendere con il suo corpo, e nient’altro che con quello, Paolo Borsellino. Questi sono gli eroi! Non quelli di cui parlano Berlusconi e Dell’Utri dicendo che Vittorio Mangano era un eroe. Gli eroi sono quei ragazzi che il giorno dopo la morte di Falcone si misero dietro la porta di Paolo a chiedere di far parte della sua scorta. Si erano messi in fila per andare a morire. Genchi mi raccontò che, arrivando in via D’Amelio, vide i pezzi del corpo di Emanuela Aloi che ancora si staccavano dall’intonaco del numero 19 di via D’Amelio. La riconobbe perché c’erano dei capelli biondi insieme a quei pezzi. E quei pezzi di quella ragazza vennero messi in una bara. Vennero poi riconosciuti perché era l’unica donna che faceva parte della scorta. Vennero messi in una bara, mandati a Cagliari, e sapete cosa si è fatto poi? Quello che chiamiamo Stato ha mandato ai genitori di Emanuela Aloi la fattura del trasporto di una bara quasi vuota da Palermo a Cagliari. Questo è il nostro Stato! Questo è lo Stato che ha contribuito ad ammazzare Paolo Borsellino! Vi racconto queste cose non per farvi commuovere, non farvi piangere perché non è tempo di piangere, è tempo di reagire! È tempo di resistenza! È tempo di opporsi a questo governo che sta togliendo il futuro ai nostri figli, ai nostri ragazzi. E la colpa è nostra che abbiamo permesso che questo succedesse. (…) Genchi quando è arrivato sul luogo della strage si è guardato intorno e ha visto in alto un castello. E ha capito che non poteva essere che da quel posto che era stato azionato il telecomando che ha provocato la strage. Allora Genchi è andato in quel castello, ha cercato di identificare le persone che c’erano all’interno. E poi le ha identificate mediante le sue tecniche. Ha capito che da quel castello (del Sisde) partirono delle telefonate che raggiungevano cellulari di mafiosi. Che segnavano la strada che Paolo doveva fare per arrivare al posto dove avvenne la strage…

25 gennaio 2009

La fine della democrazia in nome della privacy


















Una volta si usava il tritolo per minacciare e mitigare i politici e i magistrati (Prima Repubblica). Poi le istituzioni hanno cambiato strategia per non subire più le angherie della mafia, e si sono accontentate di intascare mazzette (Tangentopoli, Fine della Prima Repubblica). Poi hanno pensato: ma perché rischiare in questo modo? Facciamo tutto da noi, hanno detto. E hanno cominciato a telefonare (da Poseidone in avanti). Basta omicidi eccellenti, basta bustarelle compromettenti. Una telefonata allunga la vita, soprattutto quando serve per spartire la torta dei finanziamenti. Hanno fatto proprio lo slogan di Masimo Lopez, nella famosa pubblicità.
Lo Stato è di diritto? Si chiama l’avvocato. (Giancarlo Pittelli)

Lo Sato è burocratico? Si chiama il commercialista. (Annunziato Scordo)

Lo Stato ricerca l’interesse pubblico? Si chiama il politico. (Giuseppe Chiaravalloti)

Lo Stato sostiene l’iniziativa privata? Si fonda una srl. (Pianimpianti)

Per organizzare tutto questo c’è bisogno di una brava segretaria particolare. E chi meglio della moglie di uno di questi personaggi altolocati? (Giovanna Raffaelli)

Se poi c’è bisogno dell’appoggio di alcuni delle forze dell’ordine o dei servizi segreti, non c’è problema: si fanno altre telefonate.

Tutto secondo i crismi della Santa Romana Legge.
Se poi arriva la pulce alla Procura (Mariano Lombardi), si suggerisce, se non fa parte della cerchia, di assumere suo figlio o un parente da qualche parte. Se è testardo, invece, e vuole andare per la sua strada, allora, si trasferisce il Magistrato (Luigi De Magistris).

Ma il trasferimento al giorno d’oggi non basta più per pulire le mani delle Istituzioni perché le carte ancora scottano (Archivio Genchi). Allora che si fa? Si tagliano le intercettazioni. Perché? Per la privacy.

E’ privacy, infatti, spartirsi i finanziamenti pubblici.

L’interesse della comunità non può reggere il confronto con la privacy!

Se il politico che si è votato si è messo i soldi in tasca insieme al commercialista, all’avvocato, alla segretaria, all’imprenditore, si deve lasciar perdere altrimenti si viola la loro privacy!

Ecco allora lo scenario: la fine della democrazia in nome della privacy!

PS
Pare che al Parlamento italiano tutti siano contro tutti in merito alla strategia da adottare per lo sviluppo del Paese. La Lega contro il governo. Le sinistre contro il Pd. Ma su una cosa non transigono: che si violi la loro privacy!

PPS
A titolo esemplificativo si sono citati solo alcuni personaggi coinvolti nell’inchiesta Poseidone.

23 gennaio 2009

Il martirio di Luigi Apicella




Luigi Apicella ha i capelli bianchi
Luigi Apicella ha i capelli della saggezza

Luigi Apicella ha la voce flebile
Luigi Apicella dice parole che non hanno bisogno di essere urlate

Luigi Apicella ha gli occhi stanchi
Luigi Apicella ha gli occhi onesti

Luigi Apicella è stato sospeso dalle funzioni e dallo stipendio
Luigi Apicella è un Magistrato

Luigi Apicella non vuole più versare le quote all’Associazione nazionale magistrati
Luigi Apicella vuole devolvere le quote ai bambini di Gaza

Luigi Apicella è un virus
Luigi Apicella è un martire del Sistema che dice di avere gli anticorpi

Luigi Apicella è un vecchio
Luigi Apicella ha lo stesso senso di Giustizia di quei giovani che credono nella bellezza dei propri sogni

19 gennaio 2009

De Magistris. La guerra fra procure trasferita nel giornalismo. Il Corriere sta sul lettino, dallo psicologo













Le notizie sono due. Una è che il Consiglio superiore della Magistratura ha sospeso dalle funzioni il procuratore di Salerno, Luigi Apicella, ha trasferito d'ufficio il pg di Catanzaro Enzo Jannelli, il suo sostituto Alfredo Garbati, e i due pm di Salerno Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani che non potranno più svolgere la funzione di magistrati d'accusa per il caso “Luigi De Magistris”. La seconda è che i maggiori portali del giornalismo italiano: la Repubblica e il Corriere della Sera hanno dato una informazione completamente distinta dei fatti, clonando la sudditanza psicologica della magistratura alla politica, come ampiamente hanno dimostrato le inchieste Poseidone e Why not, nel campo della libertà di stampa. La Repubblica ha obiettivamente trattato la vicenda sia con il “dolore”, che ha avrebbe provato l'avvocato Francesco Saverio Dambrosio, legale del procuratore di Salerno Luigi Apicella e dei sostituti Verasani e Nuzzi, che con gli “anticorpi” di cui sarebbe fornito il sistema della giustizia italiana, secondo le parole del presidente dell'Associazione nazionale dei magistrati, Luca Palamara, che ha espresso plauso al Csm perché capace "di chiudere una pagina nera della giustizia, confermando che il sistema dimostra di avere gli anticorpi”. Il Corriere, al contrario, ha offerto ai suoi lettori la cosiddetta informazione “a sandwich”. Date due o più posizioni, è sempre l’ultima a rimanere più impressa ai suoi fruitori perché rimane l’acquolina in bocca. Anzi, vi è di più, la posizione di Luigi De Magistris, e dei suoi elementi, come quella dei magistrati della Procura di Salerno, non è stata nemmeno trattata. Una lacuna risucchiata dalla notizia: sospensione di Luigi Apicella, dei suoi: Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, e del pg di Catanzaro, Enzo Jannelli. Una bomba, in gergo giornalistico. Ma anche le bombe devono essere innescate. E ad avere dato la benedizione alla “guerra” era stato il ministro Alfano. Non poteva, a questo punto, il Corriere tralasciare che il Guardasigilli che aveva chiesto interventi più severi: che “aveva sollecitato il trasferimento di tutti i sei pm di Salerno e Catanzaro, protagonisti dello scontro tra le due procure”. Non solo, ma che addirittura “in ambienti del Ministero della Giustizia” (solo ambienti, ma sempre “fonti” per il giornale di via Solferino) “si fa rilevare un sostanziale accoglimento di tutte le richieste avanzate dal Guardasigilli, anche quelle più gravi”. Dell’avvocato di Luigi Apicella neanche l’ombra. E nemmeno di Luigi De Magistris, vero deus ex machina di tutto il ginepraio giudiziario, soltanto per il fatto di aver voluto indagare sui finanziamenti europei e sulla commistione fra lobby e malaffare bipartisan in Calabria. Ecco, allora, che lo “scontro fra procure” (inventato perché se è vero che la matematica non è un’opinione è anche vero che la Procura di Catanzaro non aveva il diritto di dissequestrare i sequestri delle indagini avocate a De Magistris effettuati dalla Procura competente di Salerno) diventa anche guerra di giornalisti.
L’immagine della guerra fra procure è stato come “fumo” per gli occhi degli italiani. Un fumo alimentato anche dallo scontro fra “giornali”. E dire che la messa alla porta di Carlo Vulpio ci aveva pure avvisato!
Un fumo che speriamo non coinvolga anche la Repubblica che, in linea con il diritto di fornire le versioni di tutti i protagonisti, ha dato voce anche a quel napoletano che per un periodo è stato alla ricerca del “sole” della giustizia in Calabria, pubblicando una sua lettera che noi ripresentiamo integralmente.


Il fresco profumo di libertà
di Luigi De Magistris
L’altro giorno, in uno dei tanti viaggi tra Napoli e Catanzaro, ascoltavo la bellissima canzone di Francesco De Gregori e mi venivano in mente frammenti di storia scritti da magistrati della Repubblica italiana. Pensavo al coraggio del Procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa, che, da solo, si assunse la responsabilità di firmare degli ordini di cattura, al coraggio di Rosario Livatino ed Antonino Scopelliti che non piegarono la testa e decisero di esercitare il loro ruolo con rigore ed indipendenza, a quello di Paolo Borsellino che consapevole di quello che stava accadendo ai suoi danni cercava di fare presto per giungere alla verità e per comprendere anche le ragioni della morte di Giovanni Falcone e degli uomini della sua scorta. Pensavo a quanta mafia istituzionale accompagna tanti eccidi accaduti negli ultimi trent’anni. Pensavo a quello che sta accadendo in questi mesi in cui si consolidano nuove forme di “eliminazione” di magistrati che non si omologano al sistema criminale di gestione illegale del potere e che pretendono, con irriverente ostinazione, di adempiere a quel giuramento solenne prestato sui principi ed i precetti della Costituzione Repubblicana, nata dalla resistenza al fascismo. Pensavo a quello che possono fare i singoli magistrati oggi per opporsi ad una deriva autoritaria che ha già modificato di fatto l’assetto costituzionale di questo Paese. Pensavo a quello che può fare ogni cittadino di questa Repubblica per dimostrare che, forse, ormai, l’unico vero custode della Costituzione Repubblicana non può che essere il popolo, con tutti i suoi limiti. In attesa di quel fresco profumo di libertà – del quale parla il mio amico Salvatore Borsellino e per il quale ci batteremo in ogni istante della nostra vita, in quella lotta per i diritti e per la giustizia che contraddistingue ancora persone che vivono nel nostro Paese – che ci farà comprendere quanto concreto sia il filo conduttore che accomuna i fatti più inquietanti della storia giudiziaria d’Italia degli ultimi 30 anni, non dobbiamo esimerci dall’evidenziare alcune brevi riflessioni. In attesa dei progetti di riforma della giustizia (che mi pare trovano d’accordo quasi tutte le forze politiche) che sanciranno, sul piano formale, l’ulteriore mortificazione dei principi di autonomia ed indipendenza della magistratura, non si può non rilevare che i predetti principi – che rappresentano la ragione di questo mestiere che, senza indipendenza ed autonomia, è solo esercizio di funzioni serventi al potere costituito – sono stati e vengono mortificati proprio da chi dovrebbe svolgere le funzioni di garanzia e tutela di tali principi. Dall’interno della Magistratura, in un cordone ombelicale sistemico di gestione anche occulta del potere, con la scusa magari di evitare riforme ritenute non gradite, si procede per colpire ed intimidire (anche con inusitata deprecabile violenza morale) chi, all’interno dell’ordine giudiziario, non si omologa, non intende appartenere a nessuno, non vuole assimilarsi alla gestione quieta del potere, ma rimane fedele ed osservante dei valori costituzionali di uguaglianza, libertà ed indipendenza che chi dovrebbe garantirne tutela – anche con il sistema dell’autogoverno – tende, in realtà, a voler governare, dall’interno, la magistratura rendendola, di fatto, prona ai desiderata dei manovratori del potere. Ma non bisogna avere timore. La storia – ed ancora prima la conoscenza e la rappresentazione di fatti quando essi saranno pubblici – ci faranno capire ancor meglio di quanto tanti hanno già ben compreso, le vere ragioni poste a fondamento di prese di posizione anche di taluni magistrati (alcuni dei quali ritengono anche di svolgere una funzione di “rappresentanza”, in realtà, concretamente, insussistente). Quello che rileva in questo momento e che mi pare importante è che, in attesa del fresco profumo di libertà, che spazzerà via alcuni protagonisti indecenti di questo periodo, ogni magistrato abbia un ruolo attivo, non si disorienti, diventi attore principale – nel suo piccolo ma nella grande “forza” di questo mestiere che richiede oneri prima ancora che onori – della salvaguardia dei valori costituzionali. Ognuno di noi, chi ha deciso di fare questo lavoro con amore, passione e forte idealità, ha un luogo, interno alla propria coscienza, al proprio cuore ed alla propria mente, dal quale attingere forza e determinazione nei momenti bui. E’ questa l’ora delle risorse auree: se insieme sapremo esercitare le nostre funzioni in autonomia, libertà, indipendenza, senza paura di essere eliminati da intimidazioni istituzionali o da “clave” disciplinari utilizzate in violazione della Costituzione Repubblicana. Per me, le riserve energetiche sono state e sono tuttora, soprattutto, le immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, anche perché nei giorni delle stragi mafiose – con riferimento alle quali attendiamo verità e giustizia anche per le complicità sistemiche intranee alle Istituzioni – avevo appena consegnato gli scritti nel concorso in magistratura. Quando Antonino Caponnetto disse che tutto era finito, nel mio cuore ed in quello di molti altri magistrati è scattata una molla per dimostrare che non doveva essere così, che, invece, bisogna lottare e non mollare mai. Anche nella certezza di poter morire - come diceva Paolo Borsellino nella consapevolezza che tutto potesse costarci assai caro – vi sono magistrati che ogni giorno cercano di applicare, nei provvedimenti adottati, il principio che la legge è uguale per tutti. Da quando le organizzazioni mafiose hanno dismesso la strategia militare di contrasto ed eliminazione dei rappresentanti onesti e coraggiosi delle Istituzioni, il livello di collusione intraneo a queste ultime si è consolidato enormemente, tanto da rappresentare ormai quasi una metastasi istituzionale che conduce alla commissione di veri e propri crimini di Stato. Questo comporta che oggi dobbiamo difendere, ogni giorno e con i denti, la nostra indipendenza e l’esercizio autonomo della giurisdizione – nell’ossequio del principio costituzionale sancito dall’art. 3 della Costituzione – anche da veri e propri attacchi illeciti, talvolta condotti con metodo mafioso, provenienti dall’interno delle Istituzioni. Che può fare, allora, un magistrato? Che può fare un Uditore Giudiziario che a febbraio prenderà le funzioni giurisdizionali? Che può fare un Giudice civile? Che può fare un Giudice del Tribunale del Riesame? Che può fare un Giudice del settore penale? Che può fare un Pubblico Ministero? Che possiamo fare quelli di noi che non si piegano al conformismo giudiziario? Che possiamo fare quelli che vogliono esercitare solo questo lavoro con dignità e professionalità, senza pensare a carriere interne o esterne all’ordine giudiziario?Credo che la ricetta è semplice, anche se sembra tutto così complicato in questo periodo così buio per la nostra Costituzione per la quale non dobbiamo mai smettere di combattere: si deve decidere senza avere paura – innanzi tutto di chi dovrebbe tutelarci e che si dimostra sempre più baluardo di certi centri di interessi e poteri, nonché fonte di pericolo per l’indipendenza del nostro stupendo lavoro –, senza pensare a valutazioni di opportunità, senza scegliere per quella opzione che possa creare meno problemi, decidere nel rispetto delle leggi e della Costituzione, pronunciarsi nel segno della Verità e della Giustizia. In tal modo, avremmo adempiuto, con semplicità e nello stesso tempo con coraggio, al nostro mandato, la coscienza non si ribellerà con il trascorrere del tempo, magari potremmo anche capitolare, ma, come dice Salvatore Borsellino, lo avremmo fatto senza “esserci venduti”. Non avremo svenduto la nostra indipendenza, non avremo piegato la nostra coscienza, non avremo abdicato al nostro ruolo, non avremo abbassato la testa: ci ritroveremo con la schiena dritta, con il morale alto, con il rispetto di tutti (anche dei nostri avversari). Questo ci chiedono le persone oneste: di non “consegnarci” e mantenere alto il prestigio dell’ordine giudiziario in un momento in cui la questione morale assume connotati epidemici anche al nostro interno. Non bisogna avere paura di un potere scellerato che pretende di opprimere la nostra libertà ed il nostro destino.Ai giovani colleghi mi permetto, con umiltà e per l’immenso amore che preservo per questo lavoro, di esortarli a non temere mai le decisioni giuste e di perseguire sempre la strada della giustizia e della verità anche quando questa può costare caro. Io ero consapevole che mi avrebbero colpito e che mi avrebbero fatto del male, ma non ho mai piegato, nemmeno per un istante, il percorso delle mie scelte ed oggi mi sento, come sempre, sereno, ricco di energie, molto forte, perché dentro il mio cuore e la mia mente sono consapevole di aver espletato ogni condotta nell’interesse della Giustizia e nel rispetto delle leggi e della Costituzione Repubblicana. Non ascoltate quelle sirene, anche interne alla nostra categoria, che vi inducono – magari in modo subdolo e maldestro – a piegare la testa in virtù di una pseudo-ragion di stato che consisterebbe nel pericolo imminente di riforme sciagurate, per evitare le quali dobbiamo, strategicamente, “girarci” dall’altra parte quando ci “imbattiamo” nei cd. “poteri forti”. Le riforme – anzi le controriforme – ci saranno comunque, forse saranno terribili, ma almeno non dobbiamo essere noi a dimostrarci timorosi e con le gambe molli, malati, come diceva Piero Calamandrei, di agorafobia. L’indipendenza si difende senza calcoli e ad ogni costo, l’amore della verità può costare l’esistenza. Ed essa si difende anche da chi la mina, in modo talvolta anche eversivo, dal nostro interno. Nella mia esperienza gli ostacoli più insidiosi sono sempre pervenuti dall’interno della nostra categoria: non sono pochi i magistrati, oramai, pienamente inseriti in un sistema di potere criminale che reagisce alle attività di controllo e che si muove, dal sistema, per evitare che sia fatta verità e giustizia su tanti fatti criminali inquietanti avvenuti nella storia contemporanea del nostro Paese. Sono convinto che la magistratura non soccomberà definitivamente solo se saprà ancora esercitare la sua funzione senza paura, ma con coraggio, nella consapevolezza che anche da soli, nella solitudine propria della nostra funzione, quando ognuno di noi deve decidere e mettere la firma sui provvedimenti, e, quindi, valutare fatti e circostanze, lo farà senza farsi intimidire dalle conseguenze del suo agire. La paura rende gli uomini schiavi, così come le decisioni dettate con un occhio a carriere e posti di comando sono destinate a mortificare le funzioni prima ancora che rendere indegne le persone che le rappresentano. Quindi, in definitiva, la storia la dobbiamo scrivere anche noi, nel nostro piccolo mondo, pur nella consapevolezza che alcuni di noi pagheranno un prezzo ingiusto e magari anche molto duro, ma questo è per certi versi ineluttabile quando si è deciso di svolgere una funzione che ci impone di difendere, nell’esercizio della giurisdizione, i valori di uguaglianza, libertà, giustizia, verità, quali effettivi garanti dei diritti di cui i cittadini, ed in primis i più deboli, ci chiedono concreta tutela.

17 gennaio 2009

Dietro il trasferimento di Mons. Bregantini lo spettro dell’Opus Dei


Mons. Maria Bregantini

"La Chiesa cominci a fare chiarezza sul trasferimento di Mons. Maria Bregantini e sull’Opus Dei. Visto che c’è poco da sperare dal Csm, mi aspetto che almeno la Chiesa faccia luce al suo interno”. Lo ha invocato Gioacchino Genchi, questore aggiunto di Palermo e consulente di Procure di mezza Italia, nell’ambito di un incontro organizzato dall’associazione “Vittime della mafia” in occasione del 16° anniversario della morte di Beppe Alfano, giornalista de “La Sicilia” assassinato quando era a bordo della sua auto l’8 gennaio 1993. “Sarebbe ora che la Chiesa cominciasse a dire la propria – ha esortato - Come ebbe il coraggio di dirla il grande papa che è stato Giovanni Paolo II quando pronunciò ad Agrigento l’anatema (“E Io vi dico: convertitevi, o perirete per sempre”, ndr). Io mi aspetto che la Chiesa cominci a fare un po’ di chiarezza al proprio interno. Cominci a dire cosa sono queste varie associazioni: “Opus Dei”, di cosa si occupano, se si devono occupare di affari civili, se questi affari devono riguardare le banche, le organizzazioni internazionali perché altrimenti ci vengono in mente tante cose. E ci viene in mente – ha continuato l’ex consulente del pubblico ministero Luigi De Magistris, revocato dall’incarico dal Procuratore generale di Catanzaro, Dolcino Favi - un episodio avvenuto in Calabria. Perché tutti parlano di De Magistris, del caso Catanzaro e del caso Salerno, e nessuno ricorda che l’inizio di quelle vicende partì da una denuncia del vescovo di Locri, Giancarlo Maria Bregantini”. Il pastore della diocesi Locri-Gerace , nel corso dei suoi 13 anni vissuti soprattutto tra la gente e i disoccupati della più difficile terra di Calabria, era diventato l’emblema di un nuovo volto della regione, che auspicava un definitivo voltare le spalle alla cultura ‘ndranghetista attraverso un’opera di evangelizzazione che faceva breccia anche presso i familiari dei vari capibastone. Il suo trasferimento, messo in atto dagli alti vertici del Vaticano nei primi giorni di novembre del 2007, suscitò una vera rivolta popolare, ma non ammorbidì la determinata volontà del successore di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI. Il vescovo, secondo le parole del consulente della magistratura, aveva denunciato un sistema corrotto, quello dell’Opus Dei. Un sistema, ha chiosato, “dell’asservimento, della mercificazione umana nel quale venivano tenuti i giovani con due lire in questi corsi di formazione con i quali interropevano gli studi, con i quali gli si dava false aspettative di vita. E si distruggeva, si comprava il loro voto, il loro avvenire, in nome di pseudoprospettive che altro non erano se non disperazione umana, nel nome di qualcosa che persino veniva ammannito sotto la parvenza di qualcosa che rappresentava l’Opus Dei”. Tra Bregantini e Luigi De Magistris c’è stato come un filo, che li ha legati indissolubilmente, fino al trasferimento di entrambi. Il vescovo parlava lo stesso linguaggio del pubblico ministero. La grammatica rispettava la medesima regola: sconfiggere il male cresciuto all’interno delle istituzioni dove operavano, l’uno nella Chiesa, e l’altro nel Palazzo di giustizia. Un filo che li ha guidati verso il medesimo destino, quando furono costretti tutti e due ad abbandonare la Calabria, richiamati dai loro superiori. “Ebbene – ha concluso il questore di Palermo - visto che ormai c’è poco da sperare dal Consiglio superiore della magistratura, e forse anche dalla corrente dell’Associazione nazionale magistrati, mi aspetto che la Chiesa, che il Papa, comincino a fare chiarezza su quel trasferimento, e su quelle che sono state le denuncie che Mons. Bragantini ha lanciato poco prima di essere costretto a lasciare Locri e la Calabria perché era diventato troppo scomodo a chi nella Calabria voleva affermare nel nome di un controllo del voto, di un controllo elettorale, un’egemonia di potere”. Al dibattito, moderato dal giornalista e blogger, Antonio Monteleone, sono intervenuti inoltre Antonio Ingroia, sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, Sonia Alfano, figlia del giornalista ucciso, Biagio Parmaliana, fratello di Adolfo, suicidatosi lo scorso 2 ottobre perché rinviato a giudizio per diffamazione dopo aver speso la sua vita a sostegno della legalità, la mamma di Attilio Manca, l’urologo trovato morto in circostanze ancora misteriose il 12 febbraio 2004, e Carlo Vulpio, giornalista del Corriere della Sera e scrittore, defenestrato dal suo giornale il 2 dicembre 2008 quando riesplose il “caso De Magistris” con il decreto di sequestro da parte della Procura di Salerno delle inchieste avocate al pm napoletano dalla Procura di Catanzaro.

Le verità nascoste. A tu per tu con il Gran Maestro della massoneria calabrese, Vincenzo Cassadonte

Vincenzo Cassadonte

Appena arriviamo ci fa vedere lo stupendo, e lunghissimo (fino al mare), panorama della città di Catanzaro che si gode dalla finestra di casa sua. “Quando ci sono le feste è bellissimo da qui, con tutti quei fuochi d’artificio”, dice guardando ammirato. Si trova all’ottavo piano di un quartiere alto del capoluogo. Un modo gentile per accogliere l’ospite, ma anche un modo per prepararlo a meglio interpretare quell’alone di “potere” che lo circonda. Anche la sua abitazione sta al posto giusto. Un potere che aveva “una volta”, ma ora non più. “Si figuri che mio nipote Alessandro è dovuto andare nel deserto, in Arabia Saudita per un tozzo di pane. Non sono riuscito nemmeno ad aiutarlo per farlo rimanere in Calabria”. Poi ci accompagna nella stanza del “tesoro”, dove sono conservati i suoi ricordi più cari legati alla massoneria (in realtà, il vero e proprio tesoro sta al piano di sopra, ma si fa tardi e non ci andiamo più).
Vincenzo Cassadonte, Gran Sovrano Commendatore della loggia del Rito scozzese Antico ed Accettato, è un pozzo di storia, della sua, dei suoi 50 anni nella massoneria, e di quella più generale politica italiana e calabrese. Un’intera vita spesa tra politica e massoneria. Consigliere e assessore regionale negli anni ’70 tra le file, che non abbandonerà mai, del PSDI, partito socialdemocratico italiano. All’ex presidente della Repubblica italiana, Giuseppe Saragat, “portavo la borsa”, ricorda. “C’è sempre stata una stima reciproca fra noi due. Sua moglie mi voleva un sacco di bene”, ricorda ancora. Poi la sua vita spesa nella massoneria della libertà, della fratellanza, dell’uguaglianza, della tolleranza. E dell’ “obbedienza”. “Come quella dei preti verso il proprio vescovo”, suggeriamo noi. “Si certamente, d’altronde l’organizzazione della Chiesa non è molto lontana dalla massoneria”, replica. Già l’obbedienza verso il gran maestro. Verso la saggezza del grande vecchio. Quello che sa scegliere al momento giusto. E qui il limite della tolleranza massonica. Si tollera qualsiasi opinione altrui. Tranne quella del gran maestro. Questa è indiscutibile. Una regola che segue il principio di non contraddizione. Per valere non si può mettere in dubbio lo stesso fondamento della “non contraddizione”. E’ una conditio sine qua non. Così è nella massoneria. Così è stato. Ora il suo potere va sciamando. “Non è più come una volta”, rievoca. “Quando c’era Gelli si doveva passare da lui per ogni promozione, e per qualsiasi cosa. Oggi il mondo è cambiato, cioè quelli che siamo rimasti massoni lo facciamo solo per una fede”, precisa. Ora anche suo nipote è dovuto emigrare in Arabia Saudita “per un tozzo di pane”. Dopo la scoperta della loggia di Propaganda due, P2, è stata costituita una commissione d’inchiesta che ha bandito, con la legge Anselmi del 25 gennaio 1982, tutte le associazioni che avevano le sue stesse finalità. Il giornalista e politico Massimo Teodori, membro della commissione, ebbe modo di asserire: «la Loggia P2 non è stata un'organizzazione per delinquere esterna ai partiti ma interna alla classe dirigente. La posta in gioco per la P2 è stata il potere e il suo esercizio illegittimo e occulto con l'uso di ricatti, di rapine su larga scala, di attività eversive e di giganteschi imbrogli finanziari fino al ricorso alla eliminazione fisica». Lo chiama Licio, di nome, come si usa fra amici. Lo stesso che ogni tanto gli telefona per sapere se è ancora vivo. “Ma dovrebbe essere lui a preoccuparsi di più perché è più vecchio di me di due anni”, sorride. Sui piani che poi concretamente ha realizzato Gelli ha detto “di non averne fatto parte”. Come il cosiddetto “Golpe Borghese”, quando nel 1970 la P2 progettò di rapire il suo amico, e presidente della Repubblica italiana, Saragat. Mentre sui legami della Loggia con i servizi segreti americani, sui finanziamenti che gli Usa avrebbero corrisposto all’associazione per contrastare il comunismo molto vivo politicamente in Italia, nega. “Il Psdi si, veniva finanziato dai servizi segreti, ma la massoneria no”, sottolinea. Lui, Vincenzo Cassadonte faceva parte della lista. Uno dei mille e più che non furono mai scoperti dalla bozza dei soli 932 iscritti rinvenuta durante la perquisizione nella villa del maestro Gelli a Casa Fibocchi il 17 marzo 1981. “Io ebbi l’abilità di sapere che le cose stavano venendo a galla e il mio nome fu cancellato”, spiega. La massoneria, stando a contatto con il Gran maestro, finito sottoinchiesta per un’indagine del pm Luigi De Magistris poi risolta con un “non luogo a procedere perché il fatto non sussiste”, non è qualcosa di “occulto”. Lui, che addirittura si è preso la briga di andare dal notaio e registrare la costituzione della loggia nel 1988. E di ritornarci per un aggiornamento qualche anno dopo. Per lui la massoneria è qualcosa di “umano”, di “ecobioumanesimo”, con il compito “di costruire il futuro del nostro pianeta, disfatto dall’uomo stesso”. “La massoneria – scriveva il gran maestro al Vaticano il 22 giugno del 2002 per comunicare la conclusione del conflitto tra la Chiesa di Roma e il sodalizio del Rito scozzese antico e accettato – è quel pasticciere che possiede gli strumenti che non permette alla torta di venire mangiata da pochi, basta solo essere massoni”. La torta è il sale degli uomini, fatto di arte, scienza e tecnica, che consente la resurrezione dell’uomo, e la vittoria bene sul male. Ma bisogna essere massoni per sapere discernere, spiegava al Vaticano. Poi la Chiesa cattolica gli rispose accogliendo la sua richiesta.



LA MASSONERIA È NATA PRIMA DELLA DEMOCRAZIA”, declama. Trattasi di un concetto che dà la misura della sua filosofia della vita: prima vengono gli uomini, e poi le teorie. La democrazia è una teoria che non può nascere prima che gli uomini crescano e si rendano conto del primato dello Spirito sulla Materia. E della perfezione del grande Architetto dell’Universo sull’idolatria. In poche parole, massoni si diventa se si è uomini. E quando si diventa uomini nascono tutte le filosofie che si basano sullo spirito dell’uomo riconosciuto. Massoni sono stati i grandi presidenti degli Stati Uniti d’America. E tanti altri, come i padri dell’Unità d’Italia, ricorda il gran maestro. E la democrazia che deriva da questi paesi non è altro che un riflesso della grande spiritualità di questi uomini. Il ragionamento fila. A parte un dubbio legittimo. Chi dice che per forza solo il pensiero della massoneria difende la “spiritualità dell’uomo” di fronte all’idolatria e al male? Quale il prezzo che deve pagare l’uomo per far parte di un gruppo di uomini che difende la propria specie? Entrare nella massoneria è “una scelta libera”, dice. E’ un segno di libertà decidere di farne parte. Tanto che durante il rito di iniziazione il novizio viene portato in un “gabinetto”. E qui viene lasciato solo. Un gabinetto al buio “con dei simboli, delle candele accese, dei teschi, e delle frasi, come degli ammonimenti del tipo: se se vuoi entrare per curiosità vattene; se sei venuto solo per soddisfare i tuoi interessi…”, rammenta il Gran maestro. È un segno di libertà, dunque, decidere di accettare le regole scritte e non scritte del disegno che la Loggia ha in mente. La libertà della comunità è più grande della propria. La quantità dell’insieme degli individui è superiore a quella della qualità del singolo. Siamo già entrati nella sfera alta della filosofia pura e delle varie filosofie che hanno fatto la storia dell’umanità. E la massoneria pretende di farvi parte in tempi in cui “in nome della democrazia” ci si dimentica la “spiritualità degli uomini”.
E’ nata prima la massoneria o la democrazia?
La massoneria. Perché la democrazia è un pensiero. La democrazia è figlia della massoneria. Prima nascono gli uomini e poi le teorie. Vedi la democrazia americana nata dai suoi presidenti, che erano massoni.
Che cosa manca alla Costituzione italiana per essere una democrazia perfetta?
E’ una domanda da un milione di dollari. Non lo sanno nemmeno i costituzionalisti!
Come ha visto l’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti d’America rispetto al panorama politico italiano?
In America si verifica continuamente il riscatto delle ideologie. L’elezione di Barack Obama ne è la dimostrazione. In Italia, invece, non c’è niente. Non ci sono i principi. Non c’è un punto di riferimento. Se non si verifica un fatto traumatico, violento, che possa scuotere le coscienze noi saremo sempre così. Oggi ci sono gli speculatori che maneggiano tutto. Ci sono i russi e i cinesi che stanno comprando tutto il mondo. Noi siamo invasi dai miliardi russi e cinesi che provengono da fatti leciti e non sappiamo uscirne.
In Calabria gli speculatori chi sono stati?
C’erano tutti, e non c’era nessuno.
Quindi nessuno ha perso e nessuno ci ha guadagnato?
Esattamente.
Cosa pensa della politica della regione Calabria con i suoi continui rimpasti di giunta? Non pensa che possano far venire il mal di pancia ai cittadini?
Il mal di pancia ce l’hanno da parecchi anni. I mal di pancia sono congeniti nella struttura della Regione Calabria. Sono congeniti da quando abbiamo fatto la divisione del potere tra Catanzaro, sede della giunta regionale, e Reggio Calabria, sede del Consiglio regionale. Da lì è partito il disastro. E oggi rimango allibito di come siamo cadiamo sempre più in basso.
Chi sarà il prossimo governatore della Calabria?
Io commissererei la Calabria almeno per dieci anni. Dividerei la gestione dalla politica. Lascerei il consiglio. Però la gestione non la darei ai politici perché non lo sanno fare.
Cosa pensa di Luigi De Magistris?
E’ una persona intelligente. Per me è una persona per bene, ma ha mancato innanzitutto nell’essere stato impulsivo nelle decisioni. Secondo, non ho avuto mai il piacere di conoscerlo. Non mi ha mai interrogato. Posso dire, senza sbagliare, che sono stato assolt0 dalle sue accuse senza essere mai essere stato interrogato da nessuno.
È esistita una loggia di S. Marino. Oppure anche questa è stata un’invenzione da parte del pm?
Penso che esiste. Però non è con noi.
Se è realmente esistita una lobby massonica in Calabria quanto ha influenzato la politica calabrese?
Mai. Sicuramente mai. Perché è da cinquant’anni che faccio il massone. E tutti gli uomini che sono passati non avevano nessuna possibilità di potenza sia economica che sociale. Però avevano una grande umanità e un grande attaccamento agli ideali massonici, il rispetto delle istituzioni e la Costituzione italiana. Avendo lavorato nella Provincia ho giurato fedeltà alla Carta costituzionale. E in massoneria, poi, si giura pure sul Vangelo che la costituzione in generale.
Si è mai incazzato con qualche politico calabrese per aver fatto una cosa che andava contro gli interessi della comunità?
Mai perché sono tollerante per natura, ma anche perché appartengo alla massoneria. Perché da noi la tolleranza è uno dei principi base insieme alla libertà, alla fratellanza, all’uguaglianza e all’obbedienza.
Se dovesse riscrivere la storia della sua vita e del suo impegno sociale che cosa cambierebbe?
Ritengo niente perché io ho sempre dato. E quando si da non i sbaglia mai. Ho seminato del bene. Mi conoscono tutti per quello che sono stato e sono. E per questo ricevo molto rispetto. Per me è la felicità più bella: quando esci di casa essere salutato dalla gente. Io sono un uomo da marciapiede. Ogni mattina vado fuori proprio per vedere la gente. Io sono uno dei pochi politici che viaggia in autobus. (sorride, ndb)
E della storia della Calabria?
La Calabria è ricca di uomini di cultura e di dignità. Cambierei un po’ la mentalità dei calabresi. E riproporrei alcuni principi che esistevano nelle famiglie calabresi. Amore per la Patria, per la famiglia, e amore per la propria terra. E l’amore, soprattutto, per il lavoro che non c’è.
La disoccupazione sembra una piaga inguaribile per il nostro paese, e per la Calabria in particolare. I giovani non riescono nemmeno più a crearsi una famiglia. Che cosa si sente di dire loro?
Di persistere e resistere. e di credere nell’umanità. E qua può inserire il concetto di mio nipote, di Alessandro, che è laureato ed è dovuto andare nel deserto per un tozzo di pane.
Durante la sua esperienza amministrativa c’è stato un progetto che ha voluto fortemente e non si è realizzato?
Sì. Sono stato il primo autore della metropolitana catanzarese. Era stato approvato nel 1973. Appaltato all’Intermetro di Roma. Ed è venuto anche l’ingegnere, mio amico, Agadi che le aveva già costruite nella capitale. Ma poi fu insabbiato e non so per quale motivo. A quest’ora il volto del capoluogo sarebbe diverso.
Il gioco della torre. Chi butterebbe giù, Hitler o Stalin?
Nessuno dei due perché entrambi si sono autodistrutti.
Giovanni Paolo II o Papa Ratzinger?
Io sono per Paolo II, uno che a trent’anni lavorava. Poi è divenuto prete, e dall’oggi al domani vescovo a Cracovia e poi Papa. Con lui si è realizzata veramente una decisione soprannaturale. Altrimenti non si spiega. Il Papa tedesco, invece, era già nell’entourage che contava. Il prossimo sarà di colore.
Berlusconi o Veltroni?
Io sono berlusconiano.
Berlusconi o Prodi?
Come sopra.
Gelli o Andreotti?
Nessuno dei due.
Maroni o Bertinotti?
Bertinotti mi è simpatico. Però Maroni appartiene alla nova generazione che non viene dalla politica. E poi è intelligente.
Fini o Rutelli?
Nessuno di due.
Chiaravalloti o Loiero?
Sono fuori tutti e due. Chiaravalloti già da un pezzo. Loiero quasi.
Scopelliti o Minniti?
Salviamo Scopelliti. Largo ai giovani.
Beppe Grillo o Emilio Fede?
Salviamo Emilio Fede. Almeno lui è un uomo di cultura. E un giornalista che ha fatto gavetta.
Quale il suo primo pensiero della giornata?
Ringrazio il grande Architetto dell’Universo che mi ha regalato un altro giorno da vivere.
L’ultimo, prima di andare a letto?
Di poter passare una notte in serenità di coscienza e di fede.
Cosa è stata, ed è, la sua vita in una parola?
Una vita spesa per la massoneria. Un traguardo per uomini liberi.

PS
già pubblicata sul numero di novembre de L'OPINIONE

La montagna deturpata. Viaggio nell'ex discarica di Gimigliano














C’è un tempietto dedicato alla Madonna di Porto lungo la provinciale di località Marra di Gimigliano. A fianco, una fontana che scende giù attraverso le falde acquifere fino al fiume Corace, che raggiunge poi anche il capoluogo. Una strada, come tante, che mettono in comunicazione tutta la presila catanzarese inghiottita dai castagneti che, in questo periodo, regalano marroni a più non posso. Un angolo di Sila, un angolo di verde. L’edicola della Madonna, venerata nella ridente cittadina calabrese, da quel tocco di spiritualità in più a tutto l’ambiente come se già non bastasse il panorama a richiamare l’opera dell’Architetto del pianeta. Ti fermi con l’auto, ti ristori con un sorso d’acqua, respiri una boccata di sano ossigeno, rivolgi un pensiero alla Madonnina, e poi riparti. Tutto come nella migliore tradizione calabrese, un connubio di bellezze ambientali e storia religiosa. Ma qui a Gimigliano, da un po’ di tempo non è più così. L’edicola e la fontana sono come in fedele silenzio. Assistono impotenti alla decomposizione di un cadavere. Quello dell’ex discarica abbandonata che sta proprio sotto alla strada. Quel limpido liquido delle sorgenti silane è destinato alla contaminazione con la discarica. Nessuno raccoglie più le castagne lì vicino. L’aria non è più pura. Recentemente non c’è stato nessuno incendio. Eppure i gas che riescono a sprigionare quelle migliaia di tonnellate di rifiuti si sente. Sa di bruciato. Lo avverti subito. E si attacca alla gola per diverse ore. Quell’angolo di Sila e di pace è stato deturpato dall’uomo quando negli anni che vanno dal 1982 al 1997 è servita come discarica comunale senza autorizzazioni e controlli di sorta. È bastato un incendio, quello dell’agosto scorso, per far risvegliare il mostro che negli anni si era ingigantito cibandosi di rifiuti ormai incontrollabili. Immondizia della più varia che si è decomposta producendo diossina su diossina, e altre sostanze nocive alla salute e all’ambiente. Oggetti in ferro, di plastica, lastre di eternit, bombole di gas. Sono anche visibili delle carcasse di lavatrici, di frigoriferi, di batterie delle macchine, dei farmaci e quant’altro serve all’uomo per vivere dignitosamente. Tutto ha contribuito ad alimentare il mostro che, ora, dopo 12 anni dalla chiusura della discarica, si sta rivelando in tutta la sua pericolosità. Dall’altra parte della valle si ammira il paese di Gimigliano. Secondo la denuncia del medico che ha riscontrato un aumento di tumori, e anche di suicidi (presumibilmente legati alle effetti dei gas che ha sprigionato l’ex immondezzaio in quegli anni e anche adesso) le abitazioni di queste sfortunate persone stanno tutte lì. Nella prima e nella seconda fila. Sono dirimpetto alla discarica. Da lontano il sito destinato alla raccolta dei rifiuti si distingue come una macchia grigiastra in mezzo al verde. Ma il mostro, in realtà, è molto più grande perché la macchia è come la punta di un iceberg. La discarica, coperta dagli alberi, raggiunge, infatti, il fiume Corace a fondo della valle. Non solo, ma e’ molto probabile che ve ne siano anche delle altre. Proprio affianco a questa più conosciuta, ve n’è una seconda, ancora non balzata agli onori della cronaca. E non è escluso che possa essere delle stesse dimensioni della prima.
Il mostro, pertanto, non si riesce a vedere ad occhio nudo in tutta la sua mole, ci sono i castagneti che lo nascondono. Ma è come coprire il cadavere con una coperta. Anche questa si imbratta e, prima o poi senza preavviso, si decompone insieme al resto. I marroni sembrano buoni.
già pubblicato su Il Quotidiano della Calabria il 12 novembre 2008

Oroscopando 2009



Ariete, 21 marzo – 20 aprile
Il nuovo anno ti darà tutto quello che il 2008 ti ha solo promesso. La tua brillantezza, voracità di idee non conosce limiti. Le stelle, però, ti chiedono solo di assecondarle. Non essere testardo quando una cosa non si può fare. Non essere troppo romantico e passionale, quando lei non ci sta. Se il tuo fisico non te le permette, dacci un taglio. In questo modo potrai coronare i tuoi sogni, come fanno i pompieri.

Toro, 21 aprile – 21 maggio
Il 2009 sarà il tuo anno. Perché sarà bello, grazioso, onesto e soprattutto artistico. Proprio come tu vorresti che fosse. Il guaio, però, è che la depressione economica sarà il rovescio della medaglia. Devi fare un po’ di conti con la tua busta paga. Usa una calcolatrice per essere più preciso. La tua fantasia può farti perdere di vista la realtà.

Gemelli, 22 maggio – 21 giugno
La tua simpatia sarà molto apprezzata nel nuovo anno. Il tuo humour scioglierà in sane risate i tuoi interlocutori. La tua ricercatezza nel vestire completerà la tua personalità di dandy inglese. Solo un consiglio, nel lavoro lascia perdere tutto questo idealismo. Ti potrebbero licenziare su due piedi per “aver minacciato” le fondamenta del sistema. Conservalo, invece, per la sera e le ore piccole, quelle a lume di candela con le tue donne, oppure delle birre al pub con i tuoi amici.

Cancro, 22 giugno – 22 luglio
Datti una regolata. Sei intelligente, originale, ed interessante,le stelle così mi suggeriscono. Ma lascia perdere il tuo egocentrismo e sposati. Si, sposati! Deciditi, una buona volta. Il 2009 è l’anno giusto. Quello del mare, che a te piace tanto, e dei bambini che verranno. Sarà la tua salvezza. Il porto dove sistemerai le tue caravelle di pensieri e sentimenti profondi. Altrimenti l’appellativo di ebreo errante ti rimarrà ancora per molto.

Leone, 23 luglio – 22 agosto
Il tuo segno dice tutto. Coraggioso e impavido. Ma forse eccessivo negli svaghi e nelle avventure. Nel corso del nuovo anno ti capiterà una cosa veramente bella. Non confonderla con le altre. È una fortuna. Apprezzala. Perché ti concederà quell’equilibrio di cui hai fortemente bisogno. È una donna. Non ti dico altro. Anche il re ha bisogno della sua regina.

Vergine, 23 agosto – 22 settembre
Sei una forza della natura. Il tuo ottimismo e la tua indipendenza di pensiero sovrastano gli altri. Ma sei troppo pignolo. Non ti sta bene niente. Ti irriti facilmente. Cerchi sempre il pelo nell’uovo. Se vuoi che il nuovo anno ti dia soddisfazioni lascia fare agli altri una volta ogni tanto. Gioca pure al lotto. È il tuo anno fortunato. Massimo tre volte, però. Se no diventa vizio.

Bilancia, 23 settembre – 22 ottobre
Sei un fuoco sottocenere. Sei bello(a) e interessante. Ma sei anche un fustigatore. Giudichi troppo gli altri. Un po’ di autocritica non ti fa male. E nel prossimo anno le stelle ti mettono duramente alla prova. Affrontala con più calma, non con impulsività come sai fare tu. Altrimenti ti dovrai vendere la casa. È il lavoro il tuo banco di prova nel nuovo anno. Mentre in amore viaggerai bene. Con due veline, o calciatori, per volta.

Scorpione, 23 ottobre – 21 novembre
Sei un libero pensatore. Hai una personalità magnetica. Il 2009 sarà l’anno della tua scelta esistenziale. Qualcuno si accorgerà delle tue doti e competenze professionali e ti offrirà un bel lavoro. Allora dovrai prendere al volo questa opportunità. Non te la fare sfuggire. Altrimenti l’eremo sarà la tua alternativa. Un eremo nelle valli del Crocchio, o nella foresta della Sila. Dai retta a me. Lascia perdere.

Sagittario, 22 novembre – 21 dicembre
Sei un’autorità. Ha un carisma che pochi possono mostrare. Nel 2009 avrai modo di metterti alla prova sia in amore che nel lavoro. Affronterai un difficilissimo concorso pubblico. E ti innamorerai di una donna (o un uomo) che è già impegnato (a). Nel campo professionale fatti raccomandare, per fare prima. Sai, non vengono mai premiati i migliori. E poi in Calabria, figurati! In amore, invece, puoi far spazio alla tua passione. Scrivile lettere, o mail romantiche, improvvisale delle serenate sottocasa. Non ti fermare fino al sospirato si. Un consiglio. Se non vuoi avere figli, usa il condom.

Capricorno, 22 dicembre – 21 gennaio
Senza tanti giri di parole, ti dico di mettiti subito in dieta fin da adesso. Così, per essere in forma per la prossima estate. Sarà allora che ti capiterà l’occasione della vita. Mentre ti recherai al mare verso il tramonto, in uno dei giorni di luglio, sarai colpito da una bellezza celestiale. E la pancetta e le maniglie dell’amore non vanno bene. Seguiranno giorni intensi e passionali come due cuori e una capanna. Ma anche per questo ti devi preparare. Incomincia a mettere da parte almeno dieci euro al giorno. Se non riesci rinuncia. Ci proverai l’anno successivo.

Acquario 22 gennaio – 21 febbraio
Il tuo acume è degno di Leonardo. Hai un’intelligenza superiore. Ma la vita è diversa, non è sempre ragionevole. Quindi impara a essere più realista. Nel lavoro, non impegnarti troppo, altrimenti ti licenzieranno perché i tuoi superiori potranno scambieranno le tue capacità per presunzione e arroganza. In amore, invece, troverai la tua metà. Il guaio è che siete simili, molto simili. Uno dei due deve cedere. Meglio se lo fa l’altro, dai retta a me. Altrimenti prenderà il sopravvento per sempre.

Pesci, 20 febbraio – 20 marzo
Hai una memoria di ferro. Sfruttala nel nuovo anno che ci sarà bisogno. Molti ti rimproveranno alcuni tuoi comportamenti, ma tu non ti fare intimidire. Hai dalla tua il nitido ricordo di come si sono svolti i fatti. Nel lavoro troverai finalmente un’occupazione che ti darà soddisfazione. In amore, ti prego, sii sfrontato, concedi un po di libertà ai tuoi sentimenti. Baciala (o)! senza pensarci su più di tanto. E poi da cosa nasce cosa. ah, una raccomandazione. Se non vuoi avere figli non dimenticarti il condom.


già pubblicato sul numero di dicembre de L'OPINIONE

L’erba e Dio nella filosofia di Swami Atmananda


Probabilmente è la canapa che lo divide dal resto del mondo. Quella “canapa” che lui considera “benevola”, “perché non fa male”, e "celebrativa” perché “dà quella spintarella verso la conoscenza di sé, e di sé insieme al mondo e a Dio”, così dice. Probabilmente, perché oltre ai carabinieri che lo accusano di detenzione e spaccio di stupefacenti, avendolo trovato in possesso di 41 grammi di hascisc, di 1 di marijuana e 870 semi di canapa indiana lo scorso 24 agosto, vi sarebbe anche padre Raphael, quello che gli ha dato una mano nella sua personale ricerca spirituale, a metà fra Rivelazione cristiana e Upanisad indiani (scritti esoterici della filosofia Veda), a prendergli le distanze dopo aver capito la sua predilezione per i paradisi artificiali. Ma vi sarebbero anche quelli che “lo hanno tradito”. Cioè quelli che, sentendosi protetti dal suo carisma tutto “erba e meditazione” agli occhi dei più, avrebbero approfittato di lui piantando nei pressi della sua abitazione marijuana a iosa e, che una volta sbocciata, sono andati con i sacchi per portarsela a casa. Lasciandolo di nuovo solo. Ma lui solo c’era già. Avrebbe, invece, preferito continuare la “meditazione giornaliera” insieme a loro. Ma loro, chiaramente, avevano altri progetti. “Quando c’era don Mimmo Leonetti (ex parroco di Cerva ndr) – raccontano i più informati – lui era in una botte di ferro perché lo proteggeva, cercando di stargli vicino nella sua meditazione, allontanandolo dalle persone senza scrupoli che tentavano di circuirlo. Ora che se n’è andato, è in balia di se stesso, e soprattutto di quelli che vogliono abusare della sua particolare condizione, o di quelli, addirittura, che vogliono liberarsi di lui per prendergli via la casa”. Il suo casolare, infatti, dove ha iniziato a vivere fin dal 1983, prima era senza il tetto. Il proprietario della zona gli concesse di abitarvi. E con l’aiuto di un certo Fratel Carlo Carletto, figura storica indiscussa del cattolicesimo del secondo dopoguerra italiano, l’ha resa più ospitale, anche se, tutt’ora, è senza acqua e luce. Ma è un “castello” sul piano dell’estetica pura, si gode un panorama impareggiabile, che scende dai crinali di Andali e Cropani fino al golfo di Squillace dove sorge il sole. Nei pressi vi è anche una sorgente del fiume Crocchio. Una leccornia per palati raffinati, ora che va di moda il turismo no global, prezioso e raro, e lontano dai pacchetti vacanza tutto compreso. E anche per chi, questi palati, vuole assecondare. Ma lui Piero Bucciotti, riconosciuto “maestro” dal monaco inglese Bede Griffiths, uno dei fondatori del asrham hindu-cristiano in India, e come tale non più Piero, ma Svami Atmananda, non si cura di queste cose, se non della sua “libertà”. Per questa sua ovvia considerazione di ogni uomo sufficientemente attento alla sua vita, lui ha due episodi da raccontare. Il primo si è verificato in una caverna sulle montagne dell’Himalaya dove si era rifugiato negli anni settanta per vivere da solo, come richiedeva la tradizione eremitica che stava seguendo. Allora lo presero quelli della polizia del governo centrale di New Dheli, (“con delle catene grosse così - ricorda indicandone la grandezza con le mani - Altro che quelle dei carabinieri della compagnia di Sellia Marina!”) e lo portarono in prigione perché pensavano fosse un malvivente o una spia. “Lì io dissi che se mi toglievano la libertà mi toglievano la vita. Non mi diedero subito credito, allora restai quattro giorni senza mangiare e né bere. All’ultimo mi liberarono perché avevano compreso la mia natura, realmente pacifica. E mi festeggiarono pure”. Il secondo è stato l’anno scorso nelle aule del tribunale di Catanzaro. Accusato, sempre dai carabinieri, di detenzione e spaccio di stupefacenti, al suo avvocato d’ufficio scrisse (perché in quel periodo praticava la muna, cioè non parlava per “attuare il potere senza forma”, spiega in un linguaggio ieratico che ha la pretesa di trascendere quello quotidiano) la stessa cosa. Il suo legale scosse la testa e si avvicinò al giudice per rinunciare all’incarico. “La mia deontologia non me lo permette”, così si è giustificato il difensore dei diritti dello Stato italiano, rammenta l’allora silente maestro.
Piero Bucciotti è un libro vivente.
Originario di Orvieto, a vent’anni esatti è andato a Parigi per combattere con gli studenti durante il ’68. “Ci andai in autostop – racconta – come gli scrittori della beat generation della letteratura americana”. Ha praticato la boxe durante la gioventù, per poi abbandonarla in nome della non violenza. Ha esercitato il romitaggio in Abruzzo, in Sicilia, in Israele, nell’Himalaya, e in Calabria. Lo spartiacque ai capitoli più importanti della sua vita, però, glielo ha dato don Lorenzo Milani. Che lui ha conosciuto quando stava per andare a Parigi per unirsi alla battaglia dei 68ini.
La sua vita, dopo don Milani
Il prete di Barbiana lo smaschera subito del suo falso pacifismo. Ma non gli da molto peso. Finché un giorno, verso la fine del 1969, leggendo un articolo sulla sua morte ha un malore. Sviene. E quando si riprende decide che era l’ “Essere”, la sua guida, la voce che doveva cercare. Si rifugia al monastero della Tappa delle Fontane a Roma. Entra nell’ordine dei Camaldoli e conosce padre Raphael e padre Bede Griffits. Viene in contatto con il neo panteismo religioso contemporaneo: il Vedanta non-Duale. Che è anche un principio filosofico occidentale, quello parmenideo, arricchito dalla lunga meditazione esistenziale per scacciare il contingente del mondo in divenire. Nei giorni nostri si propone il dialogo e la comunicazione con le altre religioni liberando l’uomo dall’intolleranza. Si rifugia in una caverna dell’Himalaya. E dopo i fatti delle catene e della libertà fa ritorno in Italia. Qui conosce l’eremo di Padre Giovanni Vennucci, e poi quello di fratel Carlo Carretto. Ritorna nuovamente in India. Prima però ha un incontro personale con padre Raphael. Propedeutico al conferimento della Samnyasa da parte di padre Bede. Dalle cui mani riceve il battesimo per la ricerca hindu-cristiana della Verità, completamente nudo nelle acque del fiume Tamil Nadu dell’India del Sud. Nel 1983 accetta l’invito di don Mimmo Leonetti di venire in Calabria. Inizia, per lui, un romitaggio silenzioso nell’ “Armonia Primigenia” della sua casa in località Colle di Andali nel territorio di Cerva. Padre Raphael lo aiuta a fare diventare la sua abitazione un centro spirituale di accoglienza. Poi qualcosa va storto. Litiga con il suo guru, e don Mimmo si trasferisce. Per lui inizia la vera sfida per la sua scelta, senza più protettori. Da solo con la sua libertà, e con la libertà di “ascoltare la voce dell’Essere” con l’aiuto dell’erba “benevola e celebrativa”.

Già pubblicato sul numero di settembre de L'OPINIONE


Ps
Nello scorso mese di dicembre il giudice lo ha scagionato da ogni accusa perchè il fatto "non sussiste"

16 gennaio 2009

Mario Martino e il destino degli spiriti calabresi sconosciuti




















“SUNNU miegghiu dui pacci ‘nta nu mundu ‘i sapienti ca dui sapienti ‘nta nu mund’i pacci!” Così rispose Achille Curcio a Mico Ammendolia quando gli presentò Mario Martino, come autore dialettale, osservando mordacemente, ma benevolmente, che anche lui, Martino, aveva bisogno, come il già famoso Curcio, di un posto a Villa Nuccia, un ospedale psichiatrico del capoluogo. Una battuta di spirito, detta senza pensarci più di tanto, che racchiude tutta l’ironia e la brillantezza della poesia calabrese volgare si, ma che, come dice bene Angelo Di Lieto, nella sua presentazione, riverbera “sempre quel soffio di vita dei poeti greci che inconsciamente sopravvive e che stranamente ritorna ed emerge”. La “Storia della culturale dialettale e dei poeti calabresi dalle origini ad oggi” di Mario Martino arriva fino al XXI secolo, il suo secolo. È un viaggio storico dai primordi, quando la Calabria era solo stirpe “messapica”, poi divenuta “vitalica”, continuando attraverso il medioevo, il risorgimento, il brigantaggio, l’Unità d’Italia, il fascismo, fino ai giorni nostri. È un viaggio che risponde anche alle categorie scientifiche di testo di studio, laddove suggeriscono il distacco dallo stesso. Certo, quando questo è possibile, grazie alla lontananza spazio-temporale, ma quando, invece, la storia la si tocca con mano, come è capitato all’autore, raccontando dello stesso Achille Curcio, “uno dei più rappresentativi “vernacolari viventi”, o di Nino Gemelli, tra i maggiori artisti di teatro dialettale, scomparso lo scorso 1 gennaio 2008, ha fatto in modo che anche i ricordi personali divenissero storia. Ha forzato il procedimento scientifico del distacco, ha preteso che anche le sue memorie meritasse ugualmente gli onori della storia. D’altro canto, non parlarne, sarebbe stata una lacuna grande. Una mancanza imperdonabile. E poi, non tutti gli autori hanno avuto la fortuna che ha avuto lui, di “essere stato amico fraterno” di tali grandi letterati. Una fortuna che poi si è tramutata in “nostalgia” per la loro scomparsa. Come il caso di Ciccio Viapiana che lo ha conosciuto quando questi un giorno all’uscita del teatro Masciari, da fumatore incallito, gli chiese “Mi faciti appiccicàra”. Mario Martino si considera un “fortunato” per essere stato, recitato, al loro fianco. Tuttavia, nonostante la pregevolezza della sua “Storia della culturale dialettale e dei poeti calabresi dalle origini ad oggi”, Angelo Di Lieto, a proposito, è più preciso: “Mario Martino, da fine e originale poeta vernacolare, da attento e acuto realizzatore in dialetto di commedie e di storie-leggende sulla Calabria, sincero amante del teatro popolare, con competenza e selettiva valorizzazione, ha saputo connettere un’inusitata ricca Storia della letteratura e della cultura calabrese”. Eppure, Mario Martino per far pubblicare il suo lavoro ha avuto bisogno di un editore “straniero”, non calabrese, un romano, Herald Editore. Il suo lavoro lo avrebbero pubblicato tutti i suoi conterranei. Ma nessuno ha avuto il coraggio di scommettere su di lui anticipando le spese di stampa. Il romano, il forestiero, invece, non ci ha pensato due volte, ha fiutato l’affare, e anche, visto giusto su un lavoro “sublime”, per dirla ancora con Di Lieto. Tuttavia questa circostanza pare essere connessa con il “vissuto” degli stessi poeti che racconta, quelli calabresi, fin dai primordi. Storie di poeti analfabeti, come Michele Rizzuto, cosentino, vissuto nell’800, che però “aveva una formidabile e sconcertante memoria che realizzava a braccio le sue mordaci satire e di improvvisare lunghissime e romantiche rime”. Storie di poeti poveri che mangiavano poco pur di pagare le spese per la stampa dei propri lavori. Storie di briganti durante il risorgimento. Dei loro messaggi di richieste di denaro destinati ai grandi proprietari, i loro “pizzini”, diremmo oggi. Storie di emigrati che non dimenticarono mai la loro terra, continuando a poetare in vernacolo. Come Michele Pane, nato nel 1876, passato alla storia come “l’Usignolo del reventino”, che dalla lontana America così scriveva: “…Ca’ si sugnu luntanu ntra la ‘Merica Sempre vicin’a tie ‘st’arma mi sta!” Anche Mario Martino paga il suofio, per il suo amore per la Calabria, alla stregua dei poeti che ha narrato. Nessuno della sua terra ha scommesso su di lui, sulla sua storia, sulla nostra storia. Ma non si duole, perché dalla sua ha la ricchezza del ricordo dei “grandi poeti calabresi” che ha conosciuto. Una ricchezza senza prezzo.

già pubblicato su Il Quotidiano della Calabria il 31 dicembre 2008

15 gennaio 2009

Ai ma voti ppe mia no ppo partitu. Come vivono la campagna elettorale i calabresi





Durante la campagna elettorale il linguaggio comune si colora di detti che nascondono più di quello che dicono. Domande sul vivere comune, sulla salute. Raramente si usa la parola fatidica: “voto”. Fra il candidato e il potenziale elettore si stabilisce una sorta di complicità per l’impegno comune, il candidato nel difendere i suoi interessi, l’elettore nel permetterglielo. Un legame che fa perno sulla vecchia amicizia.

Abbiamo raccolto alcuni detti catanzaresi che alcuni gestori di un bar, molto noto del capoluogo calabrese, hanno avuto la briga di raccogliere. Detti seguiti dalla traduzione italiana e da un piccolo commento che vuole dare un’indicazione di interpretazione. Solo un’indicazione perché realmente nascondono più di quello che dicono.

Tuttu a postu?
Va tutto bene?
Il candidato tasta l’umore dell’elettore. Cerca di capire se è il caso, o il momento, di chiedergli un favore personale, troppo personale: il voto.


Ti raccomandu nomma sbagli chidra matina!
Ti raccomando di non sbagliare quella mattina!
Il candidato si raccomanda che l’elettore, avendo la buona intenzione di votarlo, non sbagli. Le regole del voto valido, infatti, sono molto rigide. Basta un segno in più per annullarlo. Una raccomandazione doverosa.


Aiu a venira ma te trovu ù sa.
Devo venirti a trovare a casa, sappilo.
Il candidato si prepara a lavorare il terreno intorno alla vittima. La prende dal largo, gli dice di andare a trovarlo a casa. Una visita di cortesia per un momento delicato, la scelta di chi votare.


Se’, ma duva abiti urtimamenta?
Senti, ma dove abiti ultimamente?
Il candidato chiede cortesemente dove abita. Vuole rendersi conto, innanzitutto, in quale quartiere abita, così facendo fa mente locale del raggio di azione dell’elettore nel suo vicinato. Poi chiedere dove abita è una domanda di cortesia, di amicizia. E l’amicizia è un affetto che lega. Durante le elezioni acquisisce un rapporto tutto particolare.


Se’, ma dimmi na cosa aru spitala chi facivi l’atru iornu? Te serva ‘ncuna cosa?
Senti, che cosa facevi in ospedale l’altra volta? Ti serve aiuto?
Il candidato mostra interesse per la sua salute, tanto che, ricordandosi di avere visto un potenziale elettore in ospedale, chiede spiegazioni. In caso mostra tutta la sua disponibilità. Si farebbe in quattro pur di aiutarlo. A questo punto il voto di scambio sarebbe d’obbligo.


U sacciu nommi dira nenta, ma ti cercu nu favora personala.
Lo so, non ti chiedo niente, ma ti chiedo un favore personale.
Il candidato riconosce lo stato particolare che sta vivendo il suo elettore. Ma quello che gli chiede non è un impegno secondario, o gravoso. E’, invece, un favore esclusivamente personale, e poi è leggerissimo, basta mettere una croce, nulla di più.


Ma viu eiu statti carmu tu.
Me la vedo io, tu statti calmo.
Il candidato si prende cura di tutti i problemi del suo elettore. Gli chiede solo di stare tranquillo, di non affannarsi inutilmente. Perché c’è un rimedio a tutto questo, un voto per lui lo renderebbe come il suo angelo custode.


Ma dicu eiu, picchì nummi dicisti prima?
Ma ti dico, perché non me lo hai detto prima?
Questa volta è l’elettore che replica al candidato che gli chiede di votarlo. Essendosi già impegnato, non può tradire il suo amico. Tradirlo significherebbe non dare peso all’amicizia. Considerata come qualcosa di sacro anche il candidato rispetta le intenzioni del suo interlocutore. Ma potrebbe significare anche tutto una farsa. In nome dell’amicizia l’elettore, per non dirgli apertamente che non lo voterebbe, gli sbatte il piatto dell’amicizia. Così il candidato non avrà mai da ridire sull’altro.


Se’, ma nunnita campa ancora?
Senti, ma tua nonna è ancora viva?
Il candidato, certo di avere guadagnato il voto del suo interlocutore, gli chiede un altro aiuto. Un altro voto della sua famiglia. Quello di sua nonna. È sempre un altro voto, e poi facilmente raggiungibile. Le nonne fanno sempre quello che chiedono i loro nipoti. Da qui, l’interesse del candidato per l’esistenza in vita, condizione imprescindibile per votare, della mamma della mamma del suo amico.


Vida ca stannu me dara na manu.
Tieni presente che quest’anno mi devi dare una mano.
Il candidato chiede il voto a un suo amico. E lo fa chiedendoglielo come un grosso favore. Talmente grande che giustificherebbe tutti gli altri. O, ancora meglio, se prima il suo amico non si è comportato bene con lui, ora può rifarsi e guadagnare tutta la sua fiducia. Come? Con il voto. Una croce che può valere molto nell’amicizia, è un obbligo.


Nomma ti impegni stannu.
Non ti impegnare quest’anno.
Il candidato avverte l’amico. E lo fa in tempo, in modo da anticipare gli altri. Da lui vuole un impegno serio. Un impegno che potrebbe a chiunque, ma lui si prenota per primo. In tempo utile, così che un domani l’elettore non potrà negare di non averglielo già promesso.


Se’, vi ca mi presentu.
Sappi che mi candido pure io.
Il candidato avvisa l’amico che è arrivata l’ora della svolta. E’ finito il tempo delle chiacchiere al bar. È arrivato il tempo di rimboccarsi le maniche finalmente. In politica appunto. Ma non è facile. E’ necessario l’appoggio innanzitutto degli amici, gli stessi con cui prima aveva condiviso sogni, progetti e illusioni. Un segno di fiducia chiede. Per una scelta sofferta, maturata a suon di birre.


Ai ma voti ppe mia no ppo partitu.
Devi votare per me, non per il partito.
La crisi della politica è una crisi soprattutto per i partiti. Il candidato è il primo a saperlo, e non vuole farsi illusioni. Proprio per questo chiede il voto per lui personalmente, non per l’ideologia del partito e per gli altri che ci stanno dietro. Lui è una persona in carne e ossa, non come i volti della televisione. È una garanzia.


Se’, ma si impegnatu?
Senti, ma sei già impegnato?
Il candidato sa che chiede il voto tardi, quando forse l’amico forse ha già avuto altri contatti, da altri suoi amici . È tardi, ma tentare non nuoce. Non costa niente. Una prova di orgoglio. Chi si candida non ha vergogna.


Se’, ma duva voti? Hai ncunu amicu chi me po aiutara?
Senti, ma dove voti? Hai qualcuno che mi può aiutare?
Il candidato va subito al sodo, chiedendo all’interlocutore a chi darà il voto. E se la risposta è negativa, ha già pronta la domanda di riserva


U sai ca tau sempre stimatu? No?
Lo sai che ti ho sempre stimato? No?
Il candidato riconosce al voto un significato di alto spessore valoriale. Tanto che dare il voto è un atto di stima, non dell’elettore verso l’eletto, ma dell’eletto verso il suo elettore. Una precisazione da non sottovalutare.


Si hai bisognu e mia a disposiziona.
Se hai bisogno di me, sono a tua disposizione.
Il candidato si mette a disposizione del suo potenziale elettore. Basta dargli il voto e te lo leghi per sempre. Diventa tuo amico per l’eternità. Il candidato adesso promette di dargli un saggio, quasi chiedendo di metterlo alla prova.


Mi raccomandu chi sta volta esta mportanta.
Mi raccomando, che questa volta è importante.
Il candidato mette in guardia il suo elettore: non è come le altre volte, questa è più importante. L’ultima è sempre più importante di quella precedente.


Se’, ma figgiutta sta faticandu?
Senti, ma tuo figlio sta lavorando?
Il candidato si preoccupa dello stato occupazionale del figlio del suo potenziale elettore. Una domanda di cortesia, ma che è una grossa dimostrazione di disponibilità. Basta un voto e a tutto c’è rimedio, anche alla ricerca di lavoro.


Passa da casa chi te preparavi nu pocu e materiala.
Passa da casa mia che ti ho preparato un poco di materiale.
Il candidato è anche l’ufficio stampa di sè stesso nella maggior parte dei casi. Informa un suo amico che, considerata la certezza della sua fiducia, ha anche preparato un po’ di facsimili per i suoi e quelli che conosce. La campagna elettorale si fa principalmente così, con gli esempi pratici.


Mi raccomandu monna fai parola ccu nudru…
Mi raccomando di non parlare con nessuno.
Il candidato si preoccupa della sua privacy, e di quella del suo elettore. In caso di vittoria, sa già a chi favorire. La riservatezza è doverosa.


Se’, daccellu ca u staiu portandu eu.
Senti, daglielo, il voto, perché lo sto appoggiando io.
Uno informa il suo amico che il vero mandante della candidatura dell’altro è lui. Un’informazione opportuna, per non fare confusione. Non si può sbagliare su chi, in realtà, è il candidato, e sulla rete di famiglie e interessi che ci sono dietro.


Puru ca nun sagghimu avimu e ‘fare bella figura.
Anche se non saliamo, dobbiamo fare bella figura.
Il candidato coinvolge il suo elettore. La sua vittoria è anche quella di chi lo ha votato. Anche la sconfitta deve essere vista con ottimismo, come un bicchiere mezzo pieno. Da qui l’invito al massimo impegno: per fare comunque una bella figura.


Ti salutavi l’atra sira ma tu nommi vidisti.
Ti salutai l’altra sera, ma non mi vedesti.
Il candidato tasta il grado di considerazione del suo potenziale elettore. Ha dei dubbi se una sera il conoscente non si sia realmente accorto di lui. O si sia trattato solo di una svista. Passa anche da qui la richiesta del voto.


Se’, ma tu misaru chiddu palu e lucia a chiddu morzu e strata?
Senti, quel palo di luce te lo hanno messo sotto casa tua?
Il candidato è un uomo per tutte le stagioni. A lui si può chiedere di tutto. Anzi, è lui stesso che si prodiga, si interessa per i problemi degli altri. Il palo della luce che non funziona sotto casa propria è un classico dell'inefficienza amministrativa. Il candidato fa al caso suo.


già pubblicato sul numero di aprile de L'OPINIONE

14 gennaio 2009

La sottile linea della vita



















Don Masino scavava una fossa. La sua fossa. I suoi compari gli avevano detto che doveva scavarla fino a un metro e mezzo. Gli tramavano le gambe a don Masino. Nessuno avrebbe potuto aiutarlo. Avevano detto che volevano fare una passeggiata nella sua terra. Don Masino sapeva che loro sapevano. Ma sperava in un atto di clemenza. La stessa speranza che tanti prima di lui avevano cercato invano. Pochissimi i fortunati toccati dalla clemenza degli “uomini buoni”. La ‘ndrangheta è crudele ma sa essere anche “buona”. Una forma di giustizia che non ti aspetteresti nemmeno dallo Stato, ma vissuta su un binario comportamentale diametralmente opposto a quello della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità. Perché basato sulla legge del più forte. E dove la fraternità è solo una sua appendice. Che non brilla di luce propria.
Gli tremavano le gambe a don Masino. Diceva: “Perdonatemi!”. “Perché mi volete ammazzare?” implorava. “Tu lo sai. Sai anche che non dovevi parlare. Sei stato proprio tu ad occuparti dei cantanti per molto tempo!” rispondevano. “Non ti preoccupare, non ti ammazzeremo ma ti daremo una lezione, che non dimenticherai. E sai perché non lo facciamo? Perché i tuoi figli sono uomini di onore!”, lo rassicuravano. Era pieno inverno. La brezza era tagliente. Eppure lui riusciva a sudare. Un sudore freddo. Innaturale. Sembrava di morte. Quando ebbe finito li avvisò. “Ora mettiti dentro!”, intimarono. Don Masino divenne pallido. Aveva il badile ancora in mano e gli cadde per terra. Il suo cervello si chiuse. Non pensò più a niente. La morte è meno malvagia del suo presentimento. Da allora i suoi gesti divennero meccanici. Come un automa si buttò giù. Ma lasciò inavvertitamente le mani fuori dalla fossa. Un gesto istintivo, in difesa della sua vita. Di cui non era nemmeno consapevole. Non lo aveva programmato. E subito lo ripresero: “Anche le mani!”. Immediatamente insaccò anche le braccia quasi chiedendo scusa di tanta spavalderia. Ricoprirono la tomba fino alle sue spalle. Era ormai in balia dei suoi aguzzini. Trovarono un secchio nascosto tra gli ulivi. Ci urinarono dentro, e qualcuno ci evacuò anche. Poi ritornarono da lui. Non parlava più. Era immobile. Non solo nel corpo, ma anche nello spirito. Guardava fisso un punto lontano. Quasi a voler scorgere i suoi genitori e i suoi amici morti. Non si accorse nemmeno che uno ad uno gli avevano imbrattato le guance, gli occhi, la testa e le labbra. Non sentiva nemmeno il cattivo odore. La lezione ebbe fine. I compari lo aiutarono ad uscire dalla fossa e si allontanarono. Lui, invece, fece ritorno a casa. Non provava felicità per essere stato “perdonato”. Non provava niente, nessun sentimento. Camminava, continuando a pensare ai suoi genitori e ai suoi amici andati. Arrivato a casa, bussò. Lo aprì la figlia. Al vederlo, urlò: “Chi ti ha conciato così?”. Lui ebbe un sussulto. Di colpo si accorse di essere ancora vivo. Una gioia lancinante. Che durò un attimo. Poi cadde a terra. La morte gli strappò anche il corpo.
Già pubblicato sul Quotidiano della Calabria il 17 luglio 2008

12 gennaio 2009

L'eterna incompiuta dell'Ipsaa di Belcastro


Il convitto ricoperto di amianto e incompiuto

C’è un episodio, nella storia del convitto della sede coordinata dell’Ipsaa (Istituto professionale per l’agricoltura e l’ambiente) di Belcastro, quasi ultimato nel 1973, mai consegnato alla scuola e abbandonato fin da allora, che dà la misura di come gli interessi malavitosi abbiano sempre messo mano all’edificio e forse contribuito a farlo inserire nella lista nera delle incompiute. Negli anni ’80, l’allora direttore Antonio Iannone, dopo che ignoti si portarono via i frigoriferi industriali appena installati - e probabilmente usarono anche dei camion per l’operazione considerata la loro mole - trovò per caso un documento, da quale era presumibile risalire agli autori del furto. Non una vera prova, ma un indizio prezioso. Si recò dai carabinieri e fece regolare denuncia. Da allora la sua vita subì un brusco cambiamento, soffrì delle ripercussioni personali per il suo gesto e patì anche delle minacce. I colleghi gli stettero vicino, solidali in questa battaglia di civiltà. L’ex direttore continuò, poi, ad insegnare finché la morte non lo colse qualche mese fa, senza che dalla sua segnalazione fosse mai emerso niente di nuovo.
In effetti l’edificio, imponente, misura circa 3 mila metri quadrati, come una cattedrale nel deserto, considerato l’isolamento dai centri abitati, non è molto lontano da alcuni ambienti ‘ndranghetisti, a cavallo fra le Province di Catanzaro e di Crotone.
“Succedeva – ricorda Fortunato Costantino, dirigente dell’Ipsaa di Catanzaro, fin dal 1978 – che quando ci si cercava di effettuare dei lavori per completarlo definitivamente, ecco che non passava molto tempo che veniva visitato dai ladri. Che rubavano tutto. E probabilmente – prosegue – quando mi opposi alla fornitura di arredi, appalto già assegnato a una ditta di Reggio Calabria, proprio perché non era custodito e non era ancora stato consegnato, evitai un altro scempio della spesa pubblica. Siamo intorno ai primi anni ’80. Che non era una zona facile, questa della sede di Belcastro, da amministrare – rievoca - me ne accorsi subito quando all’indomani della mia nomina a dirigente, nel 1978 in seguito alla morte improvvisa dell’ex preside Giordano, ignoti, sempre ignoti (non si seppero mai gli autori del gesto) incendiarono due scuolabus. Per noi fu un grosso shock e anche un problema organizzativo. Così, dall’oggi al domani, senza i mezzi pubblici per i ragazzi. Allora si diceva, ma non si scoprì mai nulla, che qualcuno ce l’avesse con l’ex preside perché non aveva ammesso agli esami alcuni studenti”.
Il nuovo dirigente non si lasciò intimidire, e si spese in quattro per far vedere la luce alla megastruttura, al cui confronto il vero plesso scolastico a ridosso dell’incompiuta, sembra una pertinenza. Si recò personalmente un sacco di volte presso la Cassa del Mezzogiorno. Intorno al 1984, per soddisfare le sue pressanti richieste, venne un ingegnere della Casmez da Roma che favorì ulteriori lavori suppletivi. Ma non durarono tanto. I soliti vandali smantellarono fin da subito le nuove opere. Poi fu la volta di un funzionario della Commissione parlamentare Antimafia, Pierpaolo Romani, che essendo stato invitato per un seminario sulla legalità dalla scuola, si prese a cuore il problema e promise che se ne sarebbe interessato. E così il dirigente gli scrisse il 23 maggio 1998 abbozzandogli anche un progetto di recupero come “Polo agricolo integrato”, incentrato su tre aspetti cardine: scuola, ricerca, promozione e divulgazione. La proposta prevedeva il potenziamento dell’offerta didattica e il miglioramento delle strutture scolastiche, la ricostruzione dei manufatti esistenti, la costruzione di una palestra, la realizzazione di un laboratorio di analisi terreno, di micropropagazione, di industrie agrarie, scienze e fitopatologia, di un laboratorio informatico e linguistico, di una biblioteca, e la realizzazione di una sala audiovisivi e di una sala conferenze. E, infine, di strutture di supporto alle attività scolastiche, come la realizzazione di una serra climatizzata, di impianti dimostrativi di trasformazione dei prodotti agricoli.
Un progetto molto dettagliato, ma anche versatile, purché si “facesse qualcosa”, spiega. Tuttavia il funzionario Antimafia non si fece più vivo.


La Scheda


Finanziato dalla Cassa per il Mezzogiorno, a cavallo tra la fine degli anni sessanta e settanta, fu realizzato dall’Ente regionale di Sviluppo agricolo della Calabria tramite l’ufficio Lavori di Crotone. La ditta che si aggiudicò l’appalto fu la “Griffone” di Roma. Si spesero diversi miliardi delle vecchie lire di allora. Quasi completato nell’anno solare 1973, non fu mai consegnato alla scuola, anzi, venne prontamente abbandonato tanto che il dirigente Fortunato Costantino constatava, già nel 1978, anno della sua nomina - e quindi, dopo soli 5 anni dalla sua costruzione - che vigeva in una fase di “degrado”. Attualmente è in uno stato pietoso, ma la struttura ossea, nonostante l’incuria, regge. Non c’è una sola finestra che sia rimasta intatta. Una porta che si trovi al suo posto. Un solo gradino con il marmo. Un solo accessorio per il bagno ancora in piedi. Tutto ciò che si poteva rompere si è rotto. E tutto ciò che si poteva sottrarre si è sottratto. Mai custodito. E' alla mercè delle intemperie naturali e degli alberi che spingono per prosperare anche al suo interno. Recentemente, sono stati trovati finanche dei resti che testimoniano che l’immobile probabilmente è servito anche da ricovero per alcune persone. Di cui, della loro presenza e della loro identità, non si è mai saputo niente e nessuno della scuola a fianco si è mai accorto di nulla.
La ciliegina sulla torta del mostro è data dall’eternit. È completamente ricoperto da questo materiale pericoloso, e i cocci di amianto sono disseminati un po’ dovunque sul perimetro circostante. La legge che ne vieta l’utilizzo, infatti, è posteriore alla sua costruzione. Fu varata dal Parlamento nel 1992.
La scheda tecnica. Si sviluppa su una superficie di mille e cento metri quadrati, su un’ara di pertinenza della sede coordinata dell’Istituto agrario di Belcastro. È costituito da un pian terreno più due piani ed ha un’altezza in gronda di 11 metri. Al pian terreno si sviluppano numerosi ambienti e, nella parte centrale del fabbricato, ai lati dell’ingresso principale, sono alloggiate due ampie scale. I vani dei piani superiori misurano una superficie complessiva di circa 850 metri, per ogni piano. Inoltre, sul lato destro della seconda scala, è presente un vano ascensore montacarichi. L’edificio è munito di impianti igienico-sanitari, di impianto idrico ed elettrico, tutti da ristrutturare. Sul lato est, all’esterno del fabbricato, in apposito locale in calcestruzzo armato è ubicato il locale destinato a centrale termica. Il vano seminterrato, invece, ha una superficie di metri 55 ed ha un’altezza di quasi tre metri, vi si accede dall’esterno con una rampa della larghezza di metri 5. In prospicienza del muro a valle sono ubicati i serbatoi interrati per il carburante di riscaldamento.


L’appello del preside a Michele Traversa

L’ultima chance, e speranza, alla scuola e alle comunità limitrofe, per la ristrutturazione e l’utilizzo dell’immobile la diede Michele Traversa. Il 20 aprile del 2000 il dirigente Costantino prese carta e penna e scrisse al suo ex alunno, diventato nel frattempo presidente della Provincia di Catanzaro. La missiva era corredata da una copiosa documentazione fotografica. Nel presentare la struttura il dirigente evidenziava “a commento delle immagini che precedono, e che per molti versi parlano abbondantemente da sole, si ritiene importante sottolineare che nonostante l’abbandono ormai trentennale della struttura, interessata da atti vandalici ripetuti e spoliazioni di tutta l’impiantistica e di buona parte degli infissi e dei rivestimenti, l’edificio conserva intatte le condizioni strutturali di fondo, i rivestimenti esterni sono in ottime condizioni d’uso, intonaci interni e pavimentazioni appaiono spesso recuperabili. Su tutto si sottolineano, infine, la funzionalità ed i criteri progettuali modernissimi con cui è stato realizzato l’edificio che, appare, senza ombra di dubbio, sicuramente recuperabile”. Nell’anno 2000, infatti, l’immobile, prima di proprietà della Regione Calabria, passò alla Provincia di Catanzaro.
La speranza di una sua ristrutturazione sfumò, allora, quando l’ormai ex presidente della Provincia di Catanzaro, Michele Traversa, si dette da fare, sollecitato anche dal suo ex insegnante di agraria, per coinvolgere l’Università della Magna Grecia al fine di indirizzarvi la sede della Facoltà veterinaria. L’idea, anche geniale perché avrebbe coinvolto nel progetto anche l’azienda Condoleo, poco distante dalla scuola e sempre di proprietà dell’ente intermedio, non andò in porto perché l’Università non si convinse mai della bontà della proposta.
“Ho sempre ammirato Michele Traversa come amministratore, pur se propendo per altra fazione politica – ha confidato Fortunato Costantino - perché è riuscito a sbrogliare delle situazioni ingarbugliate trasformandole in opere bellissime. Basti pensare al Parco della Biodiversità. Un gioiello ha creato dal degrado in cui versava quella zona. E tanti altre opere come, ultimo, il Marca da un edificio abbandonato. Speravo che potesse compiere il miracolo anche per il nostro immobile, ma, evidentemente, non è stato possibile neanche a lui”.

PS
Già pubblicato su "il Quotidiano della Calabria il 21 luglio 2008