Stamattina piazza S. Caterina di Catanzaro era deserta. Né uno striscione, né un manifesto di solidarietà a Gioacchino Genchi. Niente. Stamattina davanti alla Questura c’erano solo i passanti sul Corso. Al massimo, c’era qualcuno che andava al teatro Masciari per il congresso dell’Udc. Nessun sodalizio per la legalità e la verità. Nessun cittadino. E neanche gli Amici di Beppe Grillo di Catanzaro e l’associazione “E adesso Ammazzateci tutti” di Catanzaro. Nessuno. Eppure questa città deve molto al poliziotto Genchi. Deve molto alle sue certosine e inoppugnabili consulenze e perizie. Gli deve molto perché grazie al suo lavoro la magistratura del capoluogo ha potuto dimostrare la responsabilità dei colpevoli in molti processi. Di quei fatti di fuoco e sangue che quando succedono vanno sempre in prima pagina sui quotidiani, e qualche volta vengono annunciati anche nei tg nazionali. Perché fanno scalpore. Ma poi se ne perde la memoria. Si perde il percorso della giustizia. Il percorso difficile e tortuoso che segue la Giustizia per stanare i veri criminali. Gli assassini. I mafiosi. I loro complici. Senza i suoi pc, e senza il suo acume nel mettere insieme i brogliacci e le tracce dei cellulari, ombre inseparabili dei loro proprietari, non è sbagliato ritenere che molti di loro sarebbero liberi. Liberi di delinquere ancora. Lo scorso 23 marzo è stato sospeso dalla Polizia. La notizia segue di pochi giorni quella dell’indagine della Procura di Roma nei suoi confronti per “abuso d’ufficio” e per “violazione della privacy”. La sensazione che alcune Istituzioni dello Stato lo vogliono togliere dai piedi è palpabile. Forse avrebbe fatto meglio a occuparsi solo di assassini e di mafiosi comuni. Doveva lasciare perdere le indagini del pm Luigi De Magistris quando anche i politici calabresi si sono aggiunti al suo carnet, già ricco, di autori di reato da scovare. Se l’avesse fatto sarebbe rimasto il consulente più bravo d’Italia. Adesso, invece, è solo quello che fa più paura. Evidentemente, chi ha pura di lui ha le sue ragioni.
Una volta ha detto: “Io amo le cose semplici, non la "plastica" del potere, delle carriere costruite sull'ipocrisia e sul nulla. Ho la coscienza pulita e la sera vado a letto stanco, ma senza rancori. Mai di cattivo umore, nemmeno quando si deve reagire alle cattiverie altrui. I nemici si consumano da soli”. La città di Catanzaro deve molto a Gioacchino Genchi. Se adesso questo territorio è un po’ più sicuro, lo si deve anche a lui. Ma la città di Catanzaro non sa, o piuttosto non vuole, mostrargli riconoscenza.






