31 ottobre 2009

Il Polifunzionale di Zagarise. De gustibus

L’insieme delle lettere forma la parola: “Promessa”, con tanto di palloncini colorati attorno. Ancora si legge nelle stanze del Polifunzionale di Zagarise. Due prossimi sposini, lo scorso 24 ottobre, hanno dato una festa. La struttura è del Comune e viene consentito ad alcuni privati cittadini di usufruire dei locali. Doveva essere un "Polifunzionale". Accanto al campo di calcio. E, invece, il rettangolo da gioco è ceduto di almeno quaranta centimetri. E il Polifunzionale non è mai stato collaudato per lo sport, mancherebbero alcuni dispositivi elementari ai fini dell’agilità. Come il collettamento alla condotta fognaria. Ma questo è il minimo. Igiene e sicurezza, lì, non hanno mai messo piede.
Il panorama è stupendo. Mozza il fiato per la bellezza. Variopinte colline che scendono fino al mare azzurro-verde come incunaboli, da leggere in tutti gli anfratti. La natura sa fare bene le sue cose. L’uomo, al contrario, fa di tutto per rovinargliele. Gli incendi di due anni fa hanno cancellato il fitto bosco della montagna di località Difesa del Comune presilano. Il rischio è che possa cedere. Non ha più le radici degli alberi che la sorreggono.
Proprio in questa altura, nei decenni passati, le Amministrazioni decisero di implementare le strutture sportive. Oggi vige nell’abbandono più spettrale. Carcasse di animali, escrementi e pneumatici adagiati nel canale di scolo ai bordi del campo danno il benvenuto a chi decide, con il silenzio-assenso del Comune, di festeggiare lì qualcosa, un compleanno o, meglio, una promessa di matrimonio. Accompagnano chi non ha il buon gusto di lasciar perdere, e magari cambiare sede per dare maggiore dignità alla gioiosa ricorrenza. Ma, forse, prevale la convenienza di un posto al fresco, al riparo dall’umidità o dalla pioggia. In giro si dice che per qualche veglione si è addirittura pagato il biglietto per entrare. Cani morti e sterco, esenti il costo di ingresso e di iva, certo. C’è anche una cucina, un frigo, e decine e decine di sedie. Le sedie non mancano. L’impressione è che basti sedersi per dimenticare il degrado. Con la luce soffusa diventa tutto più romantico, anche lo schifo. L’immondizia lì non si raccoglie nei contenitori o nelle buste da portare via, ma si butta agevolmente in alcune stanze adibite a questo scopo. È tutto così ben ordinato. Una cucina, un salotto e alcune camere per la spazzatura. La casa è fornita anche di acqua. Tanto che scorre sempre. I rubinetti sono rotti. Come anche degli infissi per accedere al Polifunzionale.
I consiglieri di opposizione hanno presentato un’interrogazione al sindaco. Chiedono se la struttura è idonea. Se è provvista di autorizzazione. Ancora non ha risposto. Fin ad allora l’ingresso è gratis, almeno di giorno. Per fortuna.


La panchina dei "locali" del campo di calcio abbandonato


Il pianerottolo dove si balla all'interno del Polifunzionale

30 ottobre 2009

La ministra e l'antidoto alle navi dei veleni

Caricatura a cura del blogger, la Prestigiacomo

Avevo scritto in un post precedente che la questione delle navi dei veleni si sarebbe risolta con un nulla di fatto l’anno prossimo. Un po’ prima dell’estate del 2010. In tempo utile per la bella stagione, turistica e ricettiva della Calabria. Auspicavo un qualche intervento in forze dei ministeri, dei governi centrale e regionale per calmare le acque molto movimentate del Tirreno cosentino, non solo per la radioattività dei fusti in fondo al mare ma anche per la capillare protesta dei calabresi per questo dramma, dai pescatori ai ragazzi delle scuole. Pensavo che, considerata la complessità del recupero dei rifiuti, avrebbero azzardato, per non perdere la faccia, uno “State tranquilli, abbiamo bonificato tutto” nel mese di aprile, o al massimo in quello di maggio 2010. E, invece, ecco la mossa a sorpresa da parte del ministro all’Ambiente, Stefania Prestigiacomo. Quella nave non è la Cunsky, ma è la “Catania”, un piroscafo passeggeri affondato durante la Prima guerra mondiale. Ha detto una cosa che merita di aggiornare i libri di storia. D’ora in poi il 16 marzo 1917 dovrà essere ricordato non come quello della notte insonne dello zar Nicola II, costretto ad abdicare il giorno dopo per la Rivoluzione Russa in atto, che influenzò tutto il XX secolo, ma per un sottomarino tedesco che in santa pace (si dice per dire perché la vera guerra dell'Italia contro gli Imperi centrali è stata combattuta in Trentino, ndb) silura una nave di passeggeri palermitani nel bel mezzo del Mediterraneo. Nessuno se n'era accorto prima di lei. Della Prestigiacomo. La mappa tedesca spunta a sorpresa. Un colpo di scena che spazza via come inaffidabili le testimonianze del pentito Francesco Fonti che, inizialmente, aveva indicato il punto preciso di dove aveva affondato, d’accordo con la ‘ndrangheta, la nave carica di rifiuti tossici. Chissà, forse il Fonti avrà conosciuto qualche sopravvissuto ultracentenario alla sciagura al largo di Cetraro e, per diventare credibile, ha messo insieme le due cose. È possibile, in modo proporzionale alla notizia della ministra.
La mossa del dicastero dell’Ambiente sorprende per arguzia, chi ci avrebbe mai pensato? Per tempistica, in tempo utile per sgonfiare durante tutto l’inverno le polemiche che stanno sorgendo. E per efficacia, è l’unica cosa che ha detto dal 13 maggio scorso, da quando venne informato dall’assessorato regionale. E', poi, l'antidoto giusto alla bagarre sulle navi dei veleni. Difficile, in sede di diagnosi, infatti, stabilire che i tumori sono stati provocati per una settimana passata al mar Tirreno, oppure per un pesce mangiato e proveniente da quelle parti.
Forse non è nemmeno farina del suo sacco. Probabilmente dei Servizi segreti, che tanto si stanno prodigando per uscire puliti da questa storia di traffico di rifiuti internazionali e che, secondo le insinuazioni di questi giorni, li ha visti a braccetto con gli “uomini buoni” di casa nostra.
Vuoi vedere che quanto prima diranno che anche la Jolly Rosso, in realtà, è una nave del governo cinese che durante la Grande guerra ha fatto in qualche modo capolino in Occidente per vendere degli orologi pari pari a quelli svizzeri (vista la neutralità di questo paese), e per farlo ha attraversato l’oceano Pacifico, l’oceano Atlantico, prima di entrare nel mar Mediterraneo e arenarsi sulla spiaggia di Amantea? Secondo me è possibile. C’è una mappa in giro. Quelli del ministero la stanno traducendo. I Servizi segreti annuiscono concordi.

28 ottobre 2009

Il lodo Pietramale




“Purtroppo, egregio dottore, in Calabria la mafia non è solo quella che uccide, ma c’è anche quella dei “colletti bianchi” che, oltre a gestire i propri interessi economici insieme a quelli degli espedienti dei vari clan mafiosi, uccide moralmente i cittadini onesti”. A scrivere queste righe è Angela Napoli, vicepresidente della Commissione nazionale Antimafia, e le rivolge a Giacomino Pantano, direttore generale per gli Enti cooperativi del ministero delle Attività produttive. L’interesse della Napoli è “un provvedimento di giustizia”, così si augura in calce al documento indirizzato al dirigente del ministero. Provvedimento che non è mai avvenuto. La storia è complessa. Si trascina da almeno 14 anni. Ha come protagonisti due soggetti. Pietro Aiello, presidente della Cooperativa Elettra di Cosenza, da un lato, e, dall’altro, Livio Pietramale, impiegato di banca e beneficiario di un appartamento legalmente acquistato in quanto socio della Cooperativa, e successivamente sottrattogli in nomine legis. In sede di sfratto gli hanno anche somministrato dei farmaci per assicurarsi la sua accondiscendenza. Il suo grido, la sua voglia di giustizia, era troppo assordante anche per i ventuno carabinieri che il 16 aprile 2002 si presentarono a casa sua. La legge con i farmaci si osserva meglio soprattutto quando ad interpretarla sono persone che del suo spirito sono lontani anni luce.
Tutto ebbe inizio il 16 giugno 1995 quando i soci, che avevano già acquistato, secondo una scrittura privata fra le parti, un appartamento in via Cellini, località S. Agostino di Rende (CS) chiedono ed ottengono un incontro con il presidente. Motivo della discussione: la mancanza dell’acqua, o meglio l’approvvigionamento ridotto a sole due ore durante la notte. I neoproprietari non sapevano niente. Il dibattito è acceso. È presente anche Claudio Schiavone, commercialista del sodalizio, nonché nipote del presidente. Questi ad un tratto perde le staffe. E minaccia di “ammazzarli con la pistola” se non l’avessero finita. In risposta a un socio, Francesco Guerrini, che si era scaldato troppo. Si invitano tutti alla calma. Fra questi anche il Pietramale si da fare per tranquillizzare gli astanti. Dopo alcuni giorni l’impiegato di banca riceve la comunicazione per fare il rogito dell’appartamento. Quasi contestualmente si muove anche Iolanda Giordanelli, legale della Cooperativa, presidente del collegio sindacale, e componente dei collegi arbitrali. Tante cose insieme. Il braccio operativo dell’Aiello. Un avvocato in gamba, tanto che è patrocinante anche presso il Tribunale ecclesiastico. Da questa lettera iniziano i veri guai per Pietramale, una battaglia che vede lui, povero Davide, contro un Golia dalle molte teste. La legge qui la fa da padrona. Peccato che si fa sempre sfuggire da sotto il naso quel senso di “giustizia” che si augurava la Napoli. Colpo su colpo. È sempre stata una battaglia persa in partenza. Ma lui, Pietramale, non si è mai dato per vinto. E neanche la Napoli. Numerose le sue interrogazioni parlamentari. Moltissime le sue lettere ai vari dirigenti ministeriali.
Viene, in sostanza, informato della sua proposta di espulsione dalla cooperativa per i fatti del 16 giugno precedente. La decisione viene presa all’unanimità dal consiglio di amministrazione della Cooperativa. La firmano in otto, sette dei quali non erano presenti alla bagarre. Richiesta l’espulsione anche per altri due. Uno dei quali, proprio Guerrini che poi riesce comunque a rientrare nelle grazie dell’Aiello tanto che dichiara che a fare baldoria durante la discussione sull’acqua era stato proprio il Pietramale. (Testimonianza estorta dalla minaccia, un reato che gli varrà una condanna a dieci mesi e venti giorni di reclusione nel 2003). Inizia la controversia, dunque. Pietramale fa opposizione. Respinta. La decisione diventa definitiva. Non solo, ma il sodalizio intuisce che su questo caso ci può lucrare su. Anziché riprendersi la casa e restituire i soldi a Pietramale viene auspicato un lodo ai sensi dell’articolo 22 della scrittura privata. Ognuno nomina il suo. Pietramale, da un lato, la cooperativa dall’altro, e un altro che faccia da presidente bipartisan. Come presidente viene nominato Giuseppe Donnici, già legale di Aiello in qualità di presidente della Cooperativa. Il Pietramale lo viene a sapere e chiede la ricusazione presso il Tribunale di Cosenza per incompatibilità. Il presidente del Tribunale, Antonio Madeo, si riunisce nel suo gabinetto insieme alle parti in causa, Iolanda Giardinelli, legale della Cooperativa, Giuseppe Donnici, l’arbitro ricusato, senza però, Massimo De Luca, arbitro del Pietramale. Appresa una dichiarazione del Donnici dichiara “non ammissibile il ricorso perché è stato presentato oltre il termine perentorio di dieci giorni dalla comunicazione della nomina”. Peccato che la legge dice anche: “oppure entro i dieci giorni di quando se ne viene a conoscenza”. Una svista per il presidente del Tribunale. Costata cara a Pietarmale. Il lodo si fa, dunque, e dichiara “in nome del popolo italiano” contro il proprietario: “la risoluzione del contratto”; “il rilascio dell’appartamento in favore della Cooperativa Elettra”; “il pagamento della somma di lire 14.750 mila a titolo di indennità di occupazione dell’immobile dal giugno ’98 a tutt’oggi (aprile 2000 ndb)”; il pagamento dei due terzi delle spese della difesa; il pagamento dei due terzi delle spese del consulente tecnico; il pagamento dei due terzi delle spese di onorari e varie. Una vera pagina di ingiustizia sociale è stata scritta quel giorno “in nome del popolo italiano”.
La famiglia Pietramale, ormai, non sa più a cosa aggrapparsi. Continuano incessanti le denunce a tutti gli organi dello Stato, alla Presidenza del Consiglio dei ministri, al presidente della Repubblica, ai Ministeri competenti, agli organi giudiziari, alla Magistratura contabile, alla Commissione Antimafia. A Pietramale risponde, facendosi carico di tutta la storia, la sola Angela Napoli. Tutti gli altri si defilano, chi per incompetenza, presidente della Repubblica, chi per disinteresse. Una famiglia al lastrico. Lui, lei, Giovanna Bruno, e i figli. Alla ricerca della giustizia subentra la disperazione. La moglie, nel mese di novembre, s’incatena per sette gironi e sette notti davanti al cancello di via Cellini. Vengono raccolte centinaia di firme indirizzate al capo della Procura di Cosenza, Serafini. Silenzio anche da lui. Solo il sindaco di Rende si muove, Sandro Principe. Questi promette che la “casa non gliel’avrebbero tolta”. A fine gennaio dell’anno 2001 si convocano le parti. La Giardinelli propone al Pietramale di pagarsi nuovamente la casa. Costo dell’operazione: 100 milioni di lire. Lui rifiuta perché “la casa era sua in quanto già acquistata precedentemente”. Pietramale non ne può più. Stavolta s'incatena lui davanti alla Prefettura di Cosenza. È il 29 gennaio. Il 7 febbraio, dopo 10 giorni, viene ricoverato per assideramento. Il 9 febbraio si ripresenta agli uffici della procura. Ha una tanica di benzina. Minaccia di cospargere i fili della corrente. Arriva il capitano dei carabinieri. Poi il procuratore Claudio Curelli. Questi non sa niente delle sue denunce. Ritornano in Procura parlano con il pm Criscuolo Gaito, che sapeva tutto tanto che il 29 aveva anche chiesto l’archiviazione sul suo caso. Si riapre l’indagine. E Aiello viene rinviato a giudizio per estorsione nei confronti del Guerrini. Diviene esecutivo lo sfratto. Viene prorogato. È difficile stare a bada di uno che si sente perseguitato dalla giustizia. Si rimanda. Il giorno non più indifferibile viene fissato. È il 16 aprile 2002. Ventuno carabinieri e due ufficiali giudiziari. Vogliono fare le cose per bene. Ma anche lui. Presenta un certificato rilasciato dal Cim in cui manifesta la volontà di porre fine alla sua vita. Le forze dell’ordine non si fanno intimidire. Chiamano il medico legale Zuccarello. Questi consiglia il ricovero in una struttura adeguata. Si preparano per la cattura del Pietramale. Questi sguaina un coltello e minaccia i carabinieri di non avvicinarsi. E anziché arrestarlo per violenza, eventualità che probabilmente avrebbe fatto riaprire il caso, lo circondano e gli iniettano dei medicinali. Funzionano meglio delle manette. Ricovero in una struttura ospedaliera, aveva consigliato il medico, lo lasciano, invece, in completo stato di apatia in macchina pur di buttarlo fuori di casa.
Ancora sul caso Pietramale la parola giustizia non è stata detta. L’unica soddisfazione che si è presa è che due degli ispettori che aveva mandato il ministero del Lavoro, Emilio Spataro e Antonio D’Alfonso, in seguito alle incessanti interrogazioni parlamentari di Angela Napoli, vengono arrestati nel luglio 2005 per truffa e falso ideologico su richiesta del pm di Crotone, Federico Somma. Ma non per la sua vicenda personale, per un altro fatto. Gli stessi, infatti, tempo addietro, chiusero l’indagine su Elettra evidenziando una “corretta gestione amministrativa”. Esito ripreso e archiviato dalla Guardia di Finanza a cui si era anche rivolto il Pietramale. Il suo lodo può attendere.

Livio Pietramale

26 ottobre 2009

Il Cip6 per gli inceneritori. Battaglia del Codacons per il rimborso



Il Codacons rende noto di aver avviato un'azione legale per la restituzione delle somme pagate dai cittadini nelle bollette elettriche e relative agli incentivi Cip6. “La richiesta di rimborso trova fondamento nella normativa europea – spiega Francesco Di Lieto, vicepresidente dell’Associazione – laddove è previsto che i rifiuti non organici non possano essere incentivati come avviene per le fonti rinnovabili”. Il Cip6 è una delibera del Comitato Interministeriale Prezzi del 1992, con la quale sono stati disposti degli incentivi per l'energia elettrica prodotta attraverso impianti alimentati da fonti rinnovabili ed assimilate. Tuttavia il termine "assimilate" è una stranezza tutta italiana non essendo previsto dalla normativa europea. E così, grazie a quell’aggiunta, incenerire rifiuti viene considerato come utilizzare una fonte rinnovabile. "Ma bruciare spazzatura – afferma Di Lieto – è differente dal produrre energia utilizzando il sole o il vento. Eppure ciò che accade nel nostro paese costituisce una violazione delle norme europee che consentono di ritenere assimilata solo l'energia ricavata dalla parte organica dei rifiuti (gli scarti vegetali)". Il Codacons intende battersi affinché quelle somme (circa il 7 per cento) addebitate nelle bollette di tutti i cittadini siano restituite. "Anche perché quel contributo – prosegue Di Lieto – finisce per rendere conveniente bruciare plastica, legno carta … mentre sarebbe più redditizio ed utile riciclarli. Riteniamo che i cittadini – concludono dal Codacons – abbiano diritto ad ottenere il rimborso di quelle somme servite per incentivare, illegalmente, gli inceneritori".

25 ottobre 2009

In nome del popolo inquinato



C’erano i ragazzi delle scuole.
C’erano i familiari di quelli che sono morti per i rifiuti tossici.
C’erano i pescatori del Tirreno.
C’erano gli operatori turistici del mare.
C’erano le associazioni ambientaliste e le associazioni antimafia.
C’erano i sindacati.
C’erano i politici.
C’erano i sepolcri imbiancati.
C’erano i giornalisti di tutte le testate.
C’erano i Comuni.
C’erano i poliziotti.

C’erano gli striscioni delle scuole.
C’erano gli striscioni dei familiari di quelli che sono morti per i rifiuti tossici.
C’erano gli striscioni dei pescatori.
C’erano gli striscioni degli operatori turistici.
C’erano gli striscioni delle associazioni ambientaliste e antimafia.
C’erano gli striscioni dei sindacati.
Non c’erano, buon per loro, gli striscioni dei politici. Salvo le bandiere del partito dei Valori.
C’erano le passeggiate dei sepolcri imbiancati.
C’erano le macchine fotografiche e le penne dei giornalisti.
C’erano i gonfaloni dei Comuni.
C’erano gli scudi antisommossa dei poliziotti.

C’erano i ritornelli dei ragazzi delle scuole medie e superiori. “Le scorie in Parlamento!”
C’era il dolore dei familiari che sono morti per i rifiuti tossici.
C’erano le parole piene di rabbia dei pescatori.
C’erano le parole piene di sconforto degli operatori turistici.
C’erano le urla delle associazioni ambientaliste e antimafia.
C’era lo sgomento dei sindacati.
C’erano i silenzi dei politici.
C’erano le facce dei sepolcri imbiancati.
C’era la curiosità dei giornalisti.
C’erano i vigili con il cappello in testa che portavano i gonfaloni dei Comuni.
C’era l’elicottero dei poliziotti.

C’erano le domande della gente inconsapevole.
C’erano le domande dei politici consapevoli che dovevano, invece, rispondere.

Ad Amantea c’erano tutti quanti per manifestare contro le case e le scuole costruite con i rifiuti tossici.
Ad Amantea c'erano tutti quanti per manifestare contro le navi di rifiuti radioattivi affondate nel mar di Calabria.
Ventimila. Forse. O anche di più.
Qualcuno dice che erano di meno.
Ad Amantea non c’erano i mafiosi.



22 ottobre 2009

Sepolcri imbiancati alla manifestazione di Amantea



Ad Amantea il prossimo 24 ottobre, alla manifestazione di protesta per conoscere la verità sulle navi a perdere, organizzata da associazioni di cittadini, come il comitato “Natale De Grazia” e Legambiente Calabria, parteciperanno dei sepolcri imbiancati. Affianco ai calabresi, stanchi della corruzione che ha permesso questa pugnalata mortale alla Calabria, si stanno mobilitando pure quelli che direttamente o indirettamente si sono resi protagonisti di questo dramma. Hanno dato la loro adesione quelli del Pd. Una delegazione di amministratori e parlamentari sarà guidata Marco Minniti, longa manus dei vertici nazionali del partito democratico nella regione di tutti i mali. Lo stesso che guida la nostra regione con Agazio Loiero a cui bisogna dare atto di aver finanziato, quest’estate, la spedizione per l’esplorazione delle navi. Ma solo questo. Hanno già dato la loro adesione quelli del Prc a cui non si può rimproverare nulla che noi sappiamo fino a prova contraria. Parteciperà Michelangelo Tripodi, assessore regionale all’Urbanistica e al governo del Territorio. “Bisogna protestare con forza - ha detto - per chiedere un serio intervento del Governo, quello targato Silvio Berlusconi e Lega Nord, che nonostante le ripetute sollecitazioni a distanza di oltre un mese dal ritrovamento a Cetraro della motonave Cunsky, con a bordo un carico di rifiuti probabilmente radioattivi, ha dimostrato di essere totalmente insensibile e distante rispetto a questo drammatico problema”. Al momento sembrano essere solo questi i sepolcri imbiancati che andranno su e giù per il lungomare di Amatea per confondersi con i cittadini. E da questi isolarsi come solo i regnanti di un tempo sapevano fare. Ma non è escluso che da qui a qualche ora se ne accoderanno degli altri, bisognosi di fare la loro passarella mangia voti e applausi “per il bene del popolo”. Vuoi vedere che quelli di sinistra se la prenderanno in massa con Berlusconi? È lui la panacea di tutti i mali, anche di quelli calabresi. Un modo per dirigere la sinfonia dei suoni di protesta. Meglio puntare il dito contro Berlusconi che contro noi stessi. Ad ogni modo ci proveranno. Ci saranno. Magari, faranno un’eccezione al portamento istituzionale, e si uniranno anche loro agli slogan. Oppure pagheranno altri perché lo facciano al loro posto. Il popolo deve essere comandato. Il popolo ha bisogno di un despota. Loro sono i primi a saperlo. Queste occasioni, poi, sono imperdibili per trovare, procacciarsi consensi senza rifarsi ai rimborsi elettorali. Sono gratis. E fanno più effetto. Perché sono lungimiranti.

Ma questi personaggi dove erano quando il 18 aprile del 2007 la Capitaneria di Porto di Cetraro vietò la pesca perché nel mare c’erano già allora arsenico e cobalto? Dove erano quando il 7 agosto dell’anno successivo in una riunione in cui parteciparono la stessa Capitaneria, l’Asl di Paola, la Provincia di Cosenza, l’Arpacal e la Procura venne ritirata? Perché non si chiesero il motivo? Perché non alzarono un dito per saperne di più? Non erano loro i nostri amministratori profumatamente pagati?

Ma questi personaggi dove erano quando il medico di base Cosimo De Matteis lanciò l’allarme dell’aumento di tumori nel Comune di Paola pari a quattro volte la media nazionale?

Ma questi personaggi dove erano quando a Praia a Mare nella fabbrica di Marlene vennero accertati 40 decessi per tumori e altri 40 colpiti da diverse forme tumorali?

Di casi. Di esempi. Cari sepolcri imbiancati, ve ne sarebbero a migliaia. L’ultimo è quello di quest’anno, quando l’assessore Silvio Greco il 6 luglio, durante una conferenza stampa sul malfunzionamento dei depuratori, alle porte dell’estate, si preoccupò con una certa virulenza di bocciare come “calunniose” le notizie sulla presenza di rifiuti radioattivi nella nostra terra, che già circolavano per qualche bocca. Salvo poi ricredersi, insieme a tutta la giunta, il 12 settembre successivo, a stagione quasi finita. Ma il 6 luglio si lasciò sfuggire una frase che, pronunciata per salvaguardare il trend delle presenze delle strutture ricettive, dei danni che avrebbero subito a seguito della divulgazione di informazioni di tale natura, si rilevò invece corretta. Malauguratamente corretta. Il sito ufficiale della Regione Calabria, poi, quel famoso 12 settembre lanciò un comunicato che, forse ingenuamente, sconfessò l’assessore. E suona così: “Si precisa che la Regione Calabria il 13 maggio 2009 è stata informata del problema dal procuratore Giordano, (quello che ha smosso le acque sull’inchiesta delle navi a perdere”, ndb) a cui va espressa gratitudine a nome dei calabresi e due giorni dopo, pur non avendo competenze né sul mare né sui rifiuti tossico-radioattivi, ha inviato una lettera, a firma dell'assessore all'Ambiente Silvio Greco al Ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, e ai sottosegretari Bertolaso e Letta, nella quale, su incarico del Presidente Loiero, si portava a conoscenza la situazione esposta dalla Procura. L'11 giugno, non avendo ricevuto notizie, la Regione sollecitava informazioni sulle iniziative fino ad allora assunte da parte del Governo. L'unica risposta ufficiale è arrivata dal sottosegretario Bertolaso il quale dava assicurazione che avrebbe informato il Ministro dell'Ambiente. A parere della Giunta regionale della Calabria la situazione che si è determinata con la scoperta della cosiddetta "nave dei veleni", impone risposte emergenziali adeguati di cui il governo centrale deve farsi carico”. Dunque lo sapevano tutti, e da tempo, (tralasciando il fatto che il pentito Foti aveva già nel 2004 raccontato tutto agli uomini della Procura). Solo che non vollero dare la notizia, forse per scongiurare un picco del turismo calabrese per l’estate in corso. I politici calabresi sono così buoni che tengono di più al Pil che alla salute dei propri concittadini. Vuoi vedere che gli stessi che adesso arrivano anche a perdere la voce per protestare contro il governo Berlusconi, nel mese di giugno del prossimo anno, con l’arrivo della bella stagione, diranno che sarà tutto a posto? L’economia deve andare avanti, a costo di farne morire altri mille, altri diecimila di calabresi e di turisti. Si accettano scommesse.

Intanto, mentre i cittadini si stanno preparando per protestare contro di loro. Loro si stanno facendo belli, a dispetto dei vermi. Sepolcri imbiancati.

21 ottobre 2009

Il Marchese del Grillo è diventato un clown

Caricatura a cura del blogger

E così il Marchese del Grillo, come fu bonariamente chiamato il sindaco di Sellia Marina, Giuseppe Amelio, da Francesco Di Lieto, vicepresidente del Codacons, in occasione del suo silenzio sull’opportunità di multare i commercianti, rei di aver affisso delle insegne informative sulle loro attività, è diventato un clown. La trasformazione è avvenuta a causa di una faccenda delicata, all’indomani della vittoria elettorale della lista “Uniti per il bene comune”, quella dell’opportunità sull’opportunità di confermare quei verbali di 500 euro a botta.
Il fatto suscitò già dalle prime il malcontento dell’associazione dei consumatori che aveva ravvisato come i provvedimenti facessero “acqua da tutte le parti” e che le insuperabili decisioni del governo locale erano state prese senza “contraddittorio alcuno”. Cioè su due piedi, nonostante l’Amelio bis avesse dedicato un assessorato apposito alla “Partecipazione” dei cittadini per meglio amministrare “il bene comune”. E così il Codacons, dinnanzi al silenzio del sindaco, si permise un appellativo, quello del Marchese del Grillo, per poter interpretare il comportamento del primo cittadino di Sellia Marina. Oggi, dopo tante promesse e tante strette di mano con i “vertici del Comune”, che lasciavano presagire un provvedimento di annullamento in autotutela dinnanzi alla minaccia della Corte dei Conti, il cambiamento. Il Marchese del Grillo è diventato un clown.

Di seguito le parole piene di sconforto di Francesco Di Lieto che si aspettava un miglioramento del Marchese, e non una defezione di se stesso.

Prendo atto, con estrema amarezza, come non c’è da fidarsi delle parole e delle strette di mano di alcuni soggetti. Durante questi giorni ho avuto una serie di incontri con i vertici dell’Amministrazione comunale di Sellia Marina, per tentare di trovare una soluzione alla vicenda dei verbali relativi alle insegne pubblicitarie. Ultimo atto lo scorso venerdì 16 ottobre, presso la casa comunale. “Ultimo” perché quel giorno l’incontro si è concluso con piena soddisfazione di tutti i presenti. Prendo atto che c'è la volontà politica di annullare le multe ai commercianti e che entro lunedì si procederà ad emanare l’atto di annullamento. Calorose strette di mano, quindi, auspicando che i Cittadini sappiano apprezzare la disponibilità dimostrata dall’Amministrazione. Cosa chiedere di più. Altro che Marchese del Grillo ! Eppure ieri mi giunge notizia di un improvviso cambiamento di rotta. Si è deciso di non annullare più le multe. Che dire … delle due l’una. O il Sindaco è stato un burlone quando ha dato la sua parola garantendo l’annullamento di tutte le multe oppure le decisioni vengono prese altrove. E così, nel dubbio se ho stretto la mano ad un clown ovvero ad un fantoccio, non rimane che proporre ricorso.

20 ottobre 2009

Il depuratore "fertile" di Zagarise

È un appezzamento di terra molto fertile. Ci trovi i fichi, verdi e fieri, i finocchi selvatici, profumati ed eleganti, le ginestre, gialle e lussureggianti, i rovi di more, capillari e pungenti, e anche qualche zucca pronta per essere servita sulle tavole. Se non fosse per l’odore nauseabondo lo scambieresti veramente per un campo ben curato da qualche esperto contadino. E, invece, è l’impianto di depurazione del Comune di Zagarise. Un lucchetto serra l'ingresso. “Vietato l’accesso a chi non è autorizzato”, dice il cartello. Tuttavia, pochi sembrano essere i dubbi sul fatto che neanche le persone "autorizzate" vi sono entrate ultimamente.

A Zagarise qualcuno, l’ex sindaco, Pagliaro, in campagna elettorale, siamo nei primi anni del 2000, aveva promesso che non avrebbe fatto pagare il canone della depurazione. In tempi non sospetti, aveva anticipato la sentenza della Corte Costituzionale, la numero 335 dell’11 ottobre 2008, che ha stabilito il principio che nei Comuni di residenza, dove non sono attivi i depuratori per le acque reflue, la quota della bolletta destinata alla depurazione non deve essere pagata dai cittadini. Ne nacquero polemiche con l’opposizione di allora. Ma lui ebbe come un sussulto. Un’ispirazione. Tanto che alcuni cittadini interpretarono come un invito le parole del sindaco protempore. Ne seguirono ricorsi e appelli ai tribunali. Finché questi diedero ragione ai cittadini, in virtù della contestuale sentenza della Consulta. A Zagarise il tema della depurazione è molto caro. Soprattutto sulle carte. Da pagare, il Comune continua a richiedere le spese della decantazione delle acque. E negli uffici degli avvocati, per le cause di rito. Ma non vola neanche una mosca quando ci si deve rimboccare le maniche per farlo funzionare per davvero, il depuratore. La canalizzazione trasuda nei campi, questa volta realmente coltivati dagli agricoltori per le loro tavole, fino a raggiungere l’alveo del fiume Simeri. E poi al mare.

I componenti di opposizione al Consiglio comunale a spese loro si sono presi la briga quest’estate di far analizzare le acque reflue del canale di scolo presso un laboratorio accreditato dal ministero dell’Ambiente e dalla Regione Calabria. Pochi giorni fa i risultati. Il campionamento è stato effettuato l’8 luglio scorso, quando il paese era quasi disabitato per l’emigrazione in massa nelle località marine. Eppure non sono per niente incoraggianti. Il Cod, che misura il consumo di ossigeno delle sostanze e il livello di inquinamento delle stesse, ha un valore altissimo, ben al di sopra della media. Il limite di legge è di 160, secondo il decreto legislativo 152 del 2006, ma a Zagarise misura 385. In altre parole, all’impianto non è stata effettuata nemmeno la manutenzione ordinaria che prevede la ricorrente fornitura di ossigeno. E, in assenza di ossigeno, spiega il laboratorio di analisi, “si innescano fenomeni putrefattivi anaerobici con trasformazione degli inquinanti in ammoniaca, acido fosforico, idrogeno solforato: sostanze dannose e nocive che pregiudicano possibili utilizzi dell’acqua”. E, infatti, anche la presenza dell’ammoniaca è altissima. Ben 52,65 quando il limite consentito è di 15. Rilevante anche la presenza di grassi e di oli. Ben 82, quando la legge indica come valore massimo 20.

A Zagarise l’impianto di depurazione non funziona da un bel po’, ma per gli ortaggi va bene.

19 ottobre 2009

Un "Presidente" per De Magistris, Bruni e Pittelli cercasi

Vignetta a cura del blogger Da l'Url di emilio grimaldi


È Francesco Rutelli, presidente del Copasir, il “Presidente” che avrebbe favorito Enrico Maria Grazioli, il maggiore dell’Arma dei carabinieri, già alla giuda del nucleo investigativo dell’ex pm Luigi De Magistris, accusato dal pm di Crotone, Pierpaolo Bruni, per rivelazioni e utilizzazione di segreti d’ufficio e favoreggiamento personale, si affretta a dire Giancarlo Pittelli, difensore di Aldo Bonaldi, uno dei principali indagati nell’inchiesta sulla centrale a turbogas di Scandale. Non dice espressamente il nome il senatore, ma il presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, è lui, Francesco Rutelli, l’uomo che si è guadagnato applausi bipartisan, dal Pd al Pdl, sulla questione dell’Archivio Genchi. L’avvocato non dice niente neanche su un certo “Macrì”, anche lui coinvolto nell’inchiesta e che sarebbe stato avvantaggiato sempre dallo stesso maggiore dei carabinieri. Probabilmente, qualcuno in futuro, fino alla conclusione delle indagini del pm crotonese, prenderà carta e penna e sosterrà che si tratta di un parente stretto dello stesso Rutelli, o della moglie. Fino ad allora, l’uscita di Pittelli appare un depistaggio, oppure un modo per coprire presunti indagati, e per risparmiali dalla gogna mediatica. Forse una gentilezza, una galanteria fra amici, per propiziarsi la nomina di difesa legale del più potente avvocato del foro di Catanzaro. La storia si ripete, quando indagava Luigi De Magistris a Catanzaro tutti i destinatari di avvisi di garanzia si rivolgevano a lui, con Poseidone, con Why Not, solo per fare due esempi. E ora anche a Crotone è così, con Basilide. Pittelli è una garanzia per tutti. E’ il migliore. Sa come muoversi, come difendere i suoi assistiti, anche dalla gogna mediatica. Luigi De Magistris non ha dubbi: “Ricordo che il maggiore Grazioli è tra coloro che maggiormente hanno provocato una delle strumentali imputazioni disciplinari rispetto a cui si stanno difendendo i valorosi magistrati di Salerno”.
E allora proviamo a capire chi può essere il vero “presidente”. Forse anche De Magistris lo sa, e non lo vuole dire. Noi ci prendiamo la liceità solo di mettere insieme alcune notizie che collimano con le inchieste passate di mano fra i due pm.
Perché non Francesco Muraca? Presidente dell’ordine dei commercialisti di Catanzaro? Francesco Muraca è stato consulente del pm napoletano in Why Not, per una perizia sul Campanile dell’ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, e sulla Need, una delle tante società coinvolte nell’inchiesta. De Magistris si è sempre fidato di lui, nonostante il suo nome fosse già comparso in una “registrazione contabile” di Adepta, pari a 396.875,89 euro. Una fattura a nome di un tale fornitore “Muraca” per “consulenze tecniche, legali e fiscali” di cui gli esperti, Antonella Mamberti, Raffaella Carbone, Elda Actis Martin, Paolo Lupi, Luigi Maria Perotti e Fabrizio Fracchia, nominati dai pm Alfredo Garbati e Pierpaolo Bruni, non riuscirono mai a risalire alla sua vera identità. Interrogarono tutti, il commercialista, Ferdinando Ferrari, l’amministratore unico di Adepta, Pietro Macrì (ma và, sarà lui l’altro indagato che avrebbe favorito il maggiore Grazioli?) e la moglie Maria Angela De Grano. Nessuno seppe dare indicazioni su questa fattura. Tanto che verrà archiviata con la voce “anonimo”, anche se passata tra le carte della Procura con il nome di “Il fornitore Francesco Muraca in Adepta”. Francesco Muraca, presidente dei commercialisti, è stato anche liquidatore semplice e giudiziario di FINCALABRA. Una società finita sotto i riflettori in Poseidone e che ha avuto un riverbero nazionale per il coinvolgimento anche di Romano Prodi, allora presidente del Consiglio italiano. Una carica assegnatagli il 27 giugno 2007, quella di liquidatore giudiziario, e il 27 luglio 2006 quella di liquidatore. Non curante di questo De Magistris gli commissionò alcuni delicati lavori in materia commerciale. Facile immaginare i conflitti di interesse che animavano la mente e il cuore del presidente dei commercialisti di Catanzaro in quegli anni. A Muraca De Magistris assegnò anche una consulenza in merito all’inchiesta denominata “Campus one” sull’Università Magna Graecia di Catanzaro, su una presunta truffa legata a dei corsi di formazione che vedevano coinvolti docenti e personale amministrativo di diverse facoltà in partecipazioni “fittizie” solo per arrotondare gli stipendi. Il lavoro del presidente commercialista ancora è atteso dalla Procura, dal lontano anno 2000. Contemporaneamente la carriera di Francesco Muraca all’Ateneo si fa strada. Diventa docente a contratto nel corso di laurea in “Management e consulenza aziendale, nonché farà parte, dal 25 giugno 2008, della Commissione aggiudicatrice per l’abilitazione all’esercizio della professione di commercialista, insieme ai professori dell’Università Magna Graecia, Annarita Trotta, Valerio Donato, Romano Geremia e al direttore regionale dell’Agenzia delle Entrate della Calabria, Eduardo Ursilli. Anche oggi, 19 ottobre, sta tenendo una conferenza, organizzata dalla Camera di Commercio di Catanzaro, su: “La conciliazione: una professione da conoscere, un’arte da praticare”. Tra i relatori figura Giorgio Sganga, segretario del consiglio dell’ordine dei commercialisti. Il professore Giorgio Sganga è quello già finito nelle indagini Poseidone e Why not “in quanto compariva nell'ambito della compagine della società TESI”. Sganga padre. Ma c’è anche Sganga figlio, Pierpaolo, consigliere nella società Fincalabra, con liquidatore il “presidente”, e dal giugno 2006 nuovo segretario amministrativo nazionale dell'Udeur di Mastella, in sostituzione di Cimmino Tancredi amministratore unico del Campanile. Nonché sindaco effettivo della società Crati scrl, un consorzio universitario per la ricerca e le applicazioni di tecnologie innovative costituito dalle tre Università calabresi di Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria, dall'Università di Roma Tor Vergata, dall'Università di Perugia, dal CNR e da Fincalabra (oggetto di inchiesta nell'ambito dei procedimenti penali Poseidone e Why Not). La sensazione che ne deriva, da questo quadro a tinte fosche, è che il pm Bruni abbia voluto fare piazza pulita sui finti, o solo presunti, collaboratori di De Magistris. È proverbiale la diffidenza del pubblico ministero crotonese. Non solo verso il maggiore Grazioli, ma anche degli altri. Compreso il presidente Muraca.
Perché non può essere Vittorio Iiritano, il “presidente” di cui parla il maggiore dei carabinieri? Vittorio Iritano è anche lui presidente, ma solo dell’Ordine dei giovani commercialisti di Catanzaro. Stretto collaboratore di Muraca ha sempre lavorato al suo fianco. Nella consulenza sul Campanile, commissionata da De Magistris, compare pure lui. Come anche nella lista elettorale “Catanzaro per Sergio Abramo” per le consultazioni comunali di Catanzaro nell’anno 2006 che appoggiava Sergio Abramo, già coinvolto nell’inchiesta Why Not. Interrogato dalla Procura su questa circostanza pare abbia risposto che “mancava un nome per completare la lista”. E lui accettò. Solo per riempire il buco dell’elenco dei 40 candidati necessari per presentarla. Non per la simpatia che avrebbe potuto provare verso Abramo, o per l’ideologia politica che rappresentava in quel momento storico per la città di Catanzaro.
Un “Presidente” per De Magistris, Bruni e Pittelli cercasi. La storia del Copasir già la conosciamo.

Di seguito le dichiarazioni rese da Luigi De Magistris alla Procura di Salerno il 24 settembre 2008:

DOMANDA: In prosieguo alle dichiarazioni da Lei già rese a questo Ufficio e con specifico riguardo al provvedimento del 14 ottobre 2007, a sua firma, di iscrizione del nominativo di Clemente MASTELLA nell'ambito del procedimento penale n. 2057/06/21 c.d WHYNOT può specificare all'Ufficio quali fossero gli elementi emersi dall'inchiesta da cui evincersi il collegamento delle vicende relative alla FINCALABRA e aDa erogazione di finanziamenti pubblici al gruppo TESI/CONSORZIO CLIC/CM SISTEMI, coinvolgenti Antonio SALADINO, Vincenza BRUNO BOSSIO, Nicola ADAMO ed altri, con l'allora Senatore e Ministro della Giustizia Clemente MASTELLA?

RISPOSTA: Con riguardo al MASTELLA intendo aggiungere, facendo seguito a quanto già dichiarato al Suo Ufficio in precedenti audizioni, quanto segue. Personaggio che ritenevo centrale, mentre svolgevo le indagini nel procedimento WHY NOT. Prima che anche il Ministro me lo impedisse, quale anello di collegamento tra il MASTELLA ed ambienti politici ed istituzionali, oltre che professionali, in Calabria ed anche a Roma, era, ed è tuttora ritengo, l'Avv. Fabrizio CRISCUOLO, il cui nominativo emergeva anche nelle agende e rubriche rinvenute durante le perquisizioni precedentemente effettuate nei confronti del SALADINO e delle società a lui riconducibili. Nello studio associato dell'A vv. Fabrizio CRISCUOLO presta servizio quale avvocato anche Pellegrino MASTELlA, flglio dell'ex Ministro della Giustizia. Il predetto CRISCUOLD, tra l'altro, risulta aver coperto la carica di Consigliere di Amministrazione della Aeroporto S. Anna SPA, con sede in Isola Capo Rizzuto (area nella quale, al momento della sottrazione illegale del procedimento Why Not, stavo espletando delicata attività, anche di natura intercettiva, con riferimento al settore ambientale, ed in particolare quello eolico), il cui Presidente era il prof Giorgio SGANGA, coinvolto nelle indagini Poseidone e Why Not, in quanto compariva nell'ambito della compagine della società TESI (con riferimento alla quale ho già reso ampie dichiarazioni al Suo Ufflcio). Il Comune di Isola Capo Rizzuto, tra l'altro, compare anche tra i soci della predetta società aeroportuale. Le società TESI e CM SISTEMI rappresentavano il fulcro dell'inchiesta Why Not e degli intrecci tra politica (in modo assolutamente trasversale) ed affari, nonché per le commistioni con vari ambienti istituzionali. Nell'ambito dei rapporti tra la TESI SPA e la società flnanziaria della Regione Calabria, la FINCALABRA, evidenzio che il consigliere di amministrazione anziano di tale società e, quindi, il presidente di fatto, è risultato essere Antonino GA TTD ed i due consiglieri Pier Paolo SGANGA ed Antonio CARBONE Con riguardo a Pier Paolo SGANGA ero in procinto di verificare, prima dell'illegale avocazione delprocedimento WhyNot da parte della Procura Generale di Catanzaro, se si trattasse, innanzi tutto, di un parente del commercialista Giorgio SGANGA (il quale mipare che fu già coinvolto nel passato in vicende giudiziarie di rilievo penale), nonché dell'omonimo Pier Paolo SGANGA commercialista segretario amministrativo dell'UDEUR. A tal proposito evidenzio che il segretario amministrativo (quindi anche il tesoriere) dell'UDEUR, prima delle elezioni politiche del 2006, era tale TANCREDI CIMMINO, il quale era anche l'amministratore de IL CAMPANILE Il MASTELLA decise, pare per forti contrasti intervenuti tra i due, di non candidarlo alle elezioni politiche e nel suo ruolo gli fa subentrare l'A vv. Davide PERROTTA dello studio associato CRISCUOLO (in cui è inserito anche Pellegrino MASTELIA). Successivamente subentrava, se non ricordo male, quale segretario amministrativo, prima uno degli uomini di strettissima fiducia di MASTELLA, Mauro FABRIS, ed a giugno, quando MASTELIA mi pare fosse già Ministro della Giustizia, il commercialista Pier Paolo SGANGA.

DOMANDA: In sostanza, dagli accertamenti da Lei svolti in qualità di Pubblico Ministero titolare del procedimento c.d. l-VHY NOT, emergevano nominativi di esponenti politici dell’UDEUR ovvero soggetti riconducibili alpredetto partito politico neUe compagini costitutive e/o amministrative delle società interessate alla gestione e/o captazione di finanziamenti pubblici regionali, nazionali ed europei?

RISPOSTA: Assolutamente sì. Come già riferito al Suo Ufficio, in particolare, la TESI s.p.a. era il tipico esempio di gestione, anche illegale, del denaro pure di provenienza pubblica in modo trasversale da parte di quasi tutti gli schieramenti politici. Ricordo perfettamente che in quella società vi era anche un rappresentante del partito dell’UDEUR. Così come esponenti riconducibili a quel partito s irinvenivano in altre società. A tal proposito voglio anche aggiungere quanto segue. La CRA TI s.c.r.l è un consorzio per la ricerca e le applicazioni di tecnologie innovative ed è un consorzio universitario, senza fini di lucro, costituito dalle tre Università calabresi di Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria, dall'Università di Roma Tor Vergata, dall'Università di Perugia, dal CNR, da FINCALABRA (oggetto di inchiesta nell'ambito dei procedimenti penali Poseidone e Why Not) e da altri Tale società risultava anche quale socio fondatore del BIC Calabria (anch 'esso da me monitorato in diversi procedimenti, tra cui quelli appena citati), nonché socio del Parco Scientifico e Tecnologico della Calabria, cd. CALPARK (oggetto delle indagini Why Not prima della sottrazione illecita da parte del dr. FA VI). Se non erro nel consiglio di amministrazione della predetta società vi erano, tra gli altri, Antonino Gatto e Franco PRODI (in Why Not era indagato, come noto, il Presidente del Consiglio dei Ministri Prof Romano PRODI); tra i Sindaci della predetta società vi era Pierpaolo SGANGA - omonimo del Pier Paolo SGANGA commercialista segretario amministrativo dell'UDEUR. Tale società mi risulta fosse destinataria di finanziamenti da parte dell'Unione Europea e mi risulta anche che avesse un laboratorio in Lamezia Terme. Il Consorzio CIES (centro di ingegneria economica e sociale) mi risulta essere stato presieduto dall'avv. Fabrizio CR/SCUOLO, tra i consiglieri vi è anche Don Biagio AMATO, già da me indagato per gravi fatti di reato negli anni 1997/1998 nell'ambito di un 'inchiesta che aveva ad oggetto soprattutto truffe della Fondazione Betania, della quale AMATO era il fondatore e/o il Presidente. Presidente del Collegio Sindacale della CIES è il dr. Giorgio SGANGA. Socio fondatore è la UNICAL, Università della Calabria con sede località Arcavata di Rende in provincia di Cosenza. Tra i soci sostenitori vi è la Fondazione Betania, il Ministero della Comunicazioni (di cui è stato titolare l'allora Ministro Maurizio GASPARRI, coinvolto nell'inchiesta Poseidone, seppur formalmente ancora non indagato prima che il dr. LOMBARDI me la revocasse in modo illegale) e l'ARSSA (già oggetto di investigazioni da parte del mio Ufficio). Con riguardo ad illeciti commessi nell'ambito dei Consorzi Universitari e delle Università (tra cui l'Università Tor Vergata di Roma) mi stavo accingendo, lo avrei fatto di certo entro il mese di ottobre 2008, a depositare l'avviso chiusura indagine ai sensi dell'art. 415 bis c.p.p., unitamente ad un provvedimento di sequestro di somme molto ingenti di denaro e forse anche, se avessi fatto in tempo, di atto cautelare, nell'ambito della più imponente inchiesta sulla gestione illecita dei corsi di formazione professionale. Dell'imminente chiusura di tale inchiesta ne ho parlato spesso per telefono e nel mio ufficio con il personale di PG delegato, dico questo perchè ritengo anche di essere, in qualche modo, illegalmente controllato, tenuto anche conto dell'immediato ed ingiustificato decreto emesso dal Ministero della Giustizia per allontanarmi repentinamente da Catanzaro (per evitare che non formulassi la richiesta di rinvio a giudizio nel procedimento Toghe Lucane e non definissi altri delicatissimi procedimenti di cui era imminente la chiusura, entrambi aventi, appunto, ad oggetto le Università).

17 ottobre 2009

La tangente della depurazione. Il Codacons diffida i Comuni che non hanno rimborsato i cittadini. Firma anche tu

La vasca di un depuratore

I Comuni che non hanno depuratori per le proprie fognature devono restituire la quota parte della tariffa destinata alla depurazione. "Questo in sintesi quanto affermato dalla Corte Costituzionale – si legge in una nota diffusa dal Codacons – che ha dichiarato illegittima la quota della tariffa-depurazione nei Comuni in cui i liquami e detersivi finiscono dalle abitazioni direttamente nei fossi, nei mari o nei fiumi".

Stando alla sentenza della Consulta tanti Comuni calabresi dovrebbero rimborsare ai cittadini la quota della depurazione pagata senza l’apposito servizio. Per l’associazione a tutela dei cittadini si tratta di una cifra davvero considerevole, spesso ben oltre 1.000 euro a famiglia. Ma non basta, sempre secondo il Codacons sono a rischio anche i Comuni dove la depurazione funziona solo a «metà». “Riceviamo tante segnalazioni da parte di cittadini – spiegano dall’Associazione – che ci chiedono cosa fare se il depuratore è presente nel territorio comunale, ma non funziona!” Ovviamente anche in questo caso gli utenti hanno pieno diritto a vedersi riconoscere le somme indebitamente percepite dal loro Comune a titolo di canone versato oltre, ovviamente, l’iva pari al 10 per cento nonché agli interessi maturati. Solo per fare un esempio, il canone di depurazione nel nostro paese può variare da 0,3 ad 1 euro a metro cubo. E così, anche partendo da un costo minimo di 0.3 euro a metro cubo, per un consumo medio di acqua per una famiglia di quattro persone di circa 200 metri cubi, ecco che questa famiglia sarà chiamata a pagare ogni anno solo per la depurazione la somma di 66,00 euro, e così in 10 anni avrà speso circa oltre 660 euro, oltre addizionali erariali e interessi vari … e questo prevedendo il canone minimo di 0,30 euro a metro cubo! E’ passato sotto silenzio il fatto che lo scorso 1 ottobre sia scaduto il termine (previsto dall’art. 8 sexies della legge nr. 13/2009) per l'avvio dei rimborsi da parte dei Comuni della quota della tariffa di depurazione pagata dai Cittadini in assenza del servizio. La restituzione delle somme poteva avvenire anche in forma rateizzata ed in periodo massimo di cinque anni.

Preso atto del silenzio serbato da molte Amministrazioni pubbliche, il Codacons invita i cittadini a far sentire la propria voce, facendo valere i propri diritti, leggendo con attenzione le richieste di pagamento e ribellandosi alle “tangenti” pubbliche.


PS

Per chi volesse partecipare a questa campagna può liberamente rilasciare un commento in cui accetta di farne parte. E sarà premura del blogger via via aggiornare l'elenco con nome, cognome e paese di residenza.


Firma anche tu:

1) Emilio Grimaldi, Cropani

2) Francesca Angelucci, Decollatura

3) Nadia Carminati, Milano

4) Domenico Dragone, Milano

5) Massimo Scalzo, Sellia Marina

6) Piero Granata, Sellia Marina

7) Anna Rita Sarro, Torano Castello

8) Elisabetta Marchio, Cropani

9) Rosanna Coroniti, Sellia Marina

10) Domenico Procopio, Sersale

11) Antonio Pugliese, Cropani

12) Claudio Ortolini, Catanzaro

13) Francesco Rubino, Lamezia Terme

14) Rosario Cricelli, Catanzaro

15) Pasquale Viscomi, Catanzaro

16) Gianluca Bruno, Lamezia Terme

17) Mario Dragone, Sellia Marina

18) Maria Andreani, Sellia Marina

19) Damiano Zito, Rizziconi

20) Luigi Pingitore, Sersale

21) Santino Dragone, Cropani

22) Raffaella Talarico, Bergamo

23) Rino Lo Prete, Sellia Marina

24) Paolo Talarico, Soveria Simeri

25) Luisa Pedrelli, Sellia Marina

26) Salvatore Federico Lo Prete, Simeri Crichi

27) Giannina Marzorati, Milano

28) Gabriella Lo Prete, Simeri Crichi

29) Maria Miliè, Sellia Marina

30) Rosalba Lacopo, Botricello

31) Romina Lamanna, Melbourne Australia (nel cuore il mio paese Soveria Simeri!)

32) Irene Vaccaro, Sellia Marina

Alla scuola di Botricello 60 sedie cercasi

La scuola elementare di Botricello

Il Comune di Botricello non ha i soldi per comprare sessanta sedie per gli alunni della scuola elementare. E i ragazzi sono costretti a pranzare nelle stesse aule dove si fa lezione senza poter usufruire degli spazi della mensa. Possibile che l’ente non disponga di una cifra così irrisoria? Sembrerebbe di sì. I 60 circa new entry nel plesso scolastico della cittadina ionica quest’anno, rispetto a quello passato, hanno messo in crisi le finanze locali. È da circa quasi due mesi, infatti, da quando è iniziato l’anno scolastico, che il Comune non è risuscito a trovare l’importo necessario per soddisfare questa impellenza.
L’aumento degli studenti è stato favorito non solo dal trend demografico in crescita ma anche dal tempo prolungato che ha convinto molti genitori a scegliere questa opzione rispetto a quella antimeridiana. Questo delle sedie, comunque, è un vero handicap per la scuola primaria di Botricello. Qualche anno fa i ragazzi venivano invitati a portarsi loro stessi le sedie nella mensa dalle classi, sempre per mancanza di un posto dove sedersi. Una soluzione, per coprire l’atavica indisponibilità di un numero sufficiente di seggiole, poi, per fortuna, soppressa. Non era solo per le difficoltà inerenti allo spostamento in massa degli alunni, ma anche per un discorso, come è facile presumere, di sicurezza. E quest’anno per non ripetere le gesta degli anni passati la dirigenza si è vista costretta a lasciarli nelle aule, nonostante le promesse bipartisan durante l'ultima campagna elettorale. Rimangono notevoli, tuttavia, i disagi per gli alunni e per il personale docente e non. A Botricello sessanta sedie cercasi.

16 ottobre 2009

Genchi - Procura di Roma: 2 a 0

Fotomontaggio a cura del blogger

La quinta sezione penale della Corte di Cassazione rende note le motivazioni dell’inammissibilità del ricorso avverso il dissequestro disposto dal tribunale del Riesame di Roma dell’archivio di Gioacchino Genchi da parte della Procura capitolina. Più semplicemente: la Procura di Roma sequestra i dati di Genchi, raccolti durante la sua attività di consulente presso alcune procure italiane, palesando gravi indizi di reato, il Tribunale del Riesame lo riabilita, ordinando il dissequestro. La Procura di Roma non ci sta e presenta ricorso alla Cassazione e questa dice che è inammissibile.

Nella specie gli ermellini evidenziano che “essendo Genchi abilitato a consultare i dati presenti nel sistema informatico dell'agenzia delle entrate, non è ipotizzabile una volontà contraria del titolare dello “ius excludendi””. Questo scrivono quelli del Palazzaccio di Roma, ma il pubblico ministero della Procura, sempre al di qua del Tevere, nel presentare ricorso aveva cercato in tutti i modi il pelo nell’archivio. Aveva ravvisato che “il giudice del Riesame, esorbitando dal compito demandatogli dal codice di rito, ha ritenuto di poter compiere un accertamento di merito e non di verifica della qualificazione giuridica data dal pm al fatto ipotizzato e si è arrogato il potere di escludere ogni responsabilità di Genchi, prima ed a prescindere da un’effettiva e compiuta analisi dei dati informatici sequestrati proprio al fine di verificare la fondatezza o meno dell’ipotesi accusatoria”. Sembra ostrogoto ma il seguito ci aiuta a capire meglio la bontà del ricorso della Procura di Roma contra Genchi. “Secondo l’indirizzo interpretativo richiamato dal ricorrente - continua la Cassazione ripercorrendo le fasi della quaestio – questo modo di procedere non si addice alla fase iniziale e fluida delle indagini, nella quale vengono attivati i mezzi di ricerca della prova e rischia di condurre a un circolo vizioso, in forza del quale la fisiologica incompletezza iniziale delle indagini si traduce in ostacolo all’acquisizione di atti, documenti o altri elementi di prova e tale ostacolo a sua volta perpetua l’incompletezza delle indagini”. In altre parole la Procura non mette in dubbio il fatto che Genchi avesse l’autorizzazione ad accedere nel sistema informatico dell’Agenzia delle Entrate, cosa pacifica oltre che procedimento iniziale dell’attività del consulente, ma guarda con sospetto a quell’ “ostacolo” che andava “rimosso” per andare a fondo nelle indagini. È questo il luogo e il momento in cui il consulente avrebbe, secondo la Procura, agito “abusivamente”, violando il domicilio informatico. Di cui il Riesame avrebbe negato “la sussistenza del fumus commissi delicti in prdine al reato”. A conferma di ciò la Procura capitolina avanza anche un altro fine. Quello del profitto. E cioè “il maggiore compenso conseguente all’acquisizione e al trattamento dei dati che non dovrebbero essere acquisiti e analizzati”.

La V sezione scioglie così, come neve al sole, il busillis proposto dal pm: “La qualificazione di abusività va intesa in senso oggettivo, con riferimento al momento di accesso e alle modalità utilizzate dall’autore per neutralizzare e superare le misure di sicurezza, apprezzate dal titolare dello ius excludendi, al fine di impedire eccessi indiscriminati”. L’asserzione della Procura secondo la quale Genchi “abusivamente si introduce” diventa per la Cassazione “ambigua e foriera di pericolose dilatazioni della fattispecie penale, se non intesa in senso restrittivo di “accesso non autorizzato”. Genchi – Procura di Roma: 2 a 0.

Scarica qui la sentenza della V Sezione penale della Corte di Cassazione, Dal sito di Antimafiaduemila.com

15 ottobre 2009

La Fondazione Campanella fa 90. Di danno erariale e di indagati


Pare che ai finanzieri del nucleo di Polizia tributaria di Catanzaro sia scappata una battuta nell’atto di notificare ai vertici della Fondazione Campanella, Polo oncologico di eccellenza, avvisi di garanzia per un danno erariale pari a 90 milioni di euro. “L’unica cosa di eccellenza qui sono i muri”. L’equivalente, grosso modo, di tutti i finanziamenti ricevuti dalla Regione Calabria nei suoi 5 anni di attività.
La storia della Fondazione è tutta in salita, fino a scivolare miseramente nel precipizio di oggi da cui è difficile che possa rialzarsi. E’ stata costituita nel 2004, regnante Giuseppe Chiaravalloti, grazie a un protocollo d’intesa con l’Università Magna Graecia con l'obiettivo di diventare un Irccs (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico). Appuntamento con la storia sempre saltato. Al ministero della Salute non è mai passato nell’anticamera del cervello di dargli questo riconoscimento, fondamentale per l’acquisizione dei finanziamenti pubblici. Mentre, in realtà, bando a tutte le regole, li riceveva comunque. La Calabria non è una regione a statuto speciale, eppure si comporta come se lo fosse, anche in materie riservate allo Stato. Interrogazione parlamentare, mozioni regionali. Tutti in rispettoso silenzio in questi anni gli inquirenti che osservavano attenti, ma taciturni, l’andamento della Fondazione che si è addirittura vantata con Anselmo Torchia, suo presidente, di curare malati che venivano dall’estero. Fino a oggi. C’è anche da dire che nemmeno la commissione Riccio-Serra nel corso del 2008 era stata tenera nei confronti dell’eccellenza oncologica calabrese. Anzi. La Polizia tributaria ancora non ha reso noti i nomi delle persone indagate. Ma sembra che non se ne sia fatto scappare nemmeno uno. Una novantina circa tra quadri, dirigenti, direttori e presidenti. Un pozzo di San Patrizio appare, quindi, la Campanella, ingemmato di prebende, consulenze e posti di lavoro. Tutti pilotati politicamente. E non è escluso il fatto che dietro la sua costituzione e i suoi profitti ci siano delle logge massoniche segrete a cui avrebbero aderito delle lobby bipartisan orizzontali, da destra a sinistra, e verticali, in ossequio ai ruoli dirigenziali degli appartenenti. Della straordinaria storia della Fondazione oncologica si è occupata anche Rai Report che, in una puntata dello scorso 26 aprile, ha intervistato i primi attori di questa sceneggiata tutta calabrese, a parte Anselmo Torchia, Antonio Belcastro, direttore generale, e Agazio Loiero, governatore, il quale aveva messo subito in chiaro, nel corso dell’intervista, che la volontà della sua istituzione non è stata sua, ma del suo predecessore. Ma poi, di fatto, è stato quello che l’ha riempita di soldi. Ed è stato anche quello che per sanare il profondo rosso del deficit sanitario ha dispensato la dottrina del ticket. Della serie: “mangiamo solo noi quattro, ma a pagare saranno tutti gli altri”.

Il Polo oncologico di eccellenza "Fondazione Campanella" si trova all'interno del Campus universitario di Germaneto

Mi sembra doveroso e opportuno, a questo punto, ripubblicare quanto questo piccolo blog ha rilevato in tempi non sospetti, il 10 marzo scorso:

Fondazione Campanella, pane chemio e politica

La nuova politica passa dalla medicina. E anche l’arrovellata architettura dello Stato italiano sembra fare il suo gioco facendo rimbalzare quello che appare come il nuovo muro di gomma del clientelismo elettorale. Se ne accorgerà? L’interrogazione di Franco Amendola sta ancora lì, sul tavolo del ministro della Salute, dal lontano 21 dicembre 2006. Quando si faceva portavoce delle “lamentele e delle voci preoccupate che si levano intorno al centro e, in special modo, dei rappresentanti delle varie organizzazioni sindacali che parlano apertamente di grave stallo nella gestione del centro ed individuano proprio nel Consiglio di Amministrazione della Fondazione «T. Campanella» la responsabilità di tale situazione”. L’atto di controllo parlamentare segue di pochi giorni la mozione firmata da bene 11 consiglieri regionali, il 14 dicembre. Talarico, Nucera, Occhiuto, Sarra, Trematerra, Aiello, Gentile, Dima, Senatore, Nicolò, Morelli, lamentavono “con stupore ed indignazione che i servizi richiesti ogni giorno dal paziente oncologico, i presidi fondamentali per la cura dei tumori, la disponibilità di tecnologie d’avanguardia presenti solo nel Centro oncologico e l’impiego di un numero adeguato di medici e professionisti sanitari, sono quotidianamente pregiudicati dalla cattiva amministrazione della Fondazione Campanella; i vertici della Fondazione Campanella non si sono dimostrati in grado di garantire l’efficiente funzionamento della macchina gestionale”. Ma nemmeno la recente relazione della commissione Serra-Riccio è riuscita a scalfire il muro di gomma della Fondazione che gestisce il Polo oncologico di eccellenza dell’azienda Mater Domini di Catanzaro. “Si tratta – si legge nel documento di controllo - di una Fondazione di diritto privato costituita dalla Regione e dall’Università che riceve finanziamenti pubblici regionali non correlati alle prestazioni rese al servizio sanitario regionale (a termini di Statuto, la cifra ammonta a Euro 50 milioni annui) ed i cui bilanci, peraltro, mostrano limiti sul piano della chiarezza e della correttezza amministrativa”. Anche questo treno in corsa contro la Fondazione sembra rimbalzare. L’avvocato Anselmo Torchia, suo presidente, così si difende: “Prima di tutto va considerata una cosa: con chi ha interloquito la commissione? Esistono verbali della commissione che si possano consultare? Con me non ha interloquito nessuno, e io sono il presidente e legale rappresentante del Centro. Con il direttore scientifico so che non ha interloquito nessuno. E allora da chi e da dove sono stati tratti gli elementi di valutazione? E con quale metodo? È chiarissimo che la commissione non si è resa conto di non trovarsi di fronte ad una comune azienda sanitaria, ma a tutt'altra struttura e regolamentazione. Le indicazioni della commissione non solo sono infondate perché smentibili punto per punto e smontate dall'evidenza: esse sono del tutto irrilevanti. Tanto è emerso anche dai dati fornitimi dalla Direzione gestionale del Centro. Avevo invitato il prefetto Serra, che ho conosciuto a Roma, a visitare la struttura e a rendersi conto di persona. Le rispettive segretarie stavano fissando la data, ma poi la sua candidatura ha fatto saltare tutto. Cosa sia successo dopo non lo so. Nessuno mi ha contattato né chiesto materiale documentale, nessuno ha chiesto al collegio dei revisori notizie sui bilanci dagli stessi previamente visionati e controllati”. Lo aveva invitato dunque, l’avvocato Anselmo, proprio come fra amici. La commissione doveva far luce sulla malasanità in Calabria, sui buchi neri e sulle morti di cattiva sanità, e l’avvocato lo aveva invitato. Ma poi si è dato alla politica il prefetto di ferro. E non se ne fece niente. Già, passiamo alla politica. Cominciamo da quella che ha portato il direttivo dell’associazione “Verità, giustizia e libertà”, di cui è presidente lo stesso Torchia, a giudicare la decisione di Agazio Loiero, governatore della Calabria, quando ha sbattuto la porta della Margherita per dar vita al movimento autonomo meridionale, il Pdm, “come una nuova iniziativa politica che gode della certificazione costituita dalla inversione di tendenza che la giunta regionale in carica ha realizzato in un anno di lavoro interrompendo un trend negativo ultratrentennale di cui è stata vittima la Calabria”. E tra la mole di lavoro messa in atto dal governatore c’era anche la sua nomina fresca fresca di presidente della Fondazione Campanella, il 10 marzo 2006. Loiero e Torchia sono legati, poi, anche sul piano giudiziario. L'avvocato è il legale di Eugenio Ripepe, perquisito nell'ambito dell'indagine Why not perché stretto collaboratore del presidente della Regione Calabria. L’anno scorso, il 28 marzo, in vista delle elezioni politiche e provinciali, il direttivo di “Verità Giustizia e Libertà” si è riunito di nuovo e ha sciorinato ancora le ricette per uscire dalla crisi: impegno, solidarietà e sviluppo. Non furono espresse sfacciatamente delle preferenze, ma in prima fila c’era Paolo Abramo, in lizza con il Partito Democratico, con il quale, nel frattempo, il governatore aveva fatto pace. Tuttavia, il vero sofisma della Fondazione sta nel suo essere non essere Irccs (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico). La legge di riordino degli Irccs, la numero 288/03, è chiara. All’articolo 14 dice che il riconoscimento viene effettuata dal ministero della Salute previa nomina di una o più sottocommissioni di valutazione su richiesta della regione competente per territorio. All’articolo 2, invece, modula la possibilità che gli Ircss possono essere trasformati in Fondazioni: “Sono enti fondatori il ministero della Salute, la Regione ed il Comune in cui l'Istituto da trasformare ha la sede effettiva di attività e, quando siano presenti, i soggetti rappresentativi degli interessi originari. Altri enti pubblici e soggetti privati, che condividano gli scopi della fondazione ed intendano contribuire al loro raggiungimento, possono aderire in qualità di partecipanti, purché in assenza di conflitto di interessi: gli statuti, in conformità al presente decreto legislativo, disciplinano le modalità e le condizioni della loro partecipazione, ivi compreso l'apporto patrimoniale loro richiesto all'atto della adesione e le modalità di rappresentanza nel consiglio di amministrazione”. In Calabria, invece, la “Fondazione Campanella” che gestisce il Polo oncologico dell’azienda Mater Domini ha saltato tutti i passaggi. E’ nata già con la camicia. Nel novembre 2004 la Regione di Chiaravalloti e l’Università di Salvatore Venuta hanno dato vita alla “Fondazione Campanella” per gestire il Polo oncologico di eccellenza a Germaneto, appena costituito. Nello statuto vi era la clausola che entro tre anni sarebbe dovuta essere riconosciuta come Irccs. A tutt’oggi ciò non è avvenuto. Come mai? È sempre Anselmo Torchia che ci viene in soccorso. “Tale riconoscimento - spiega - che sicuramente avrà una valenza di maggiore prestigiosità dell'ente, dipende dal ministero della Salute che deve previamente valutare la sussistenza di determinati requisiti e della durata dei medesimi requisiti per un certo periodo di tempo che è di alcuni anni: non va dimenticato che il Coe (Centro oncologico di eccellenza) è di istituzione recente; che il CdA da me presieduto si è insediato solo nel marzo 2006 e che ci siamo resi conto quasi subito che addirittura il precedente consiglio di amministrazione presieduto dall'avv. Raffaele Mirigliani non aveva nemmeno ancora proceduto alla richiesta di riconoscimento della personalità giuridica che, prontamente richiesta alla Prefettura dal sottoscritto, veniva ottenuta nell'aprile del 2006”. In altre parole a provvedere a riconoscerla come Irccs è lo stesso ministero che l’anno scorso ha inviato una commissione che l’ha sonoramente bocciata! Il muro di gomma rimbalza ancora. Ma c’è dell’altro. La collaborazione fra Fondazione e Azienda Mater Domini, dopo la morte di Salvatore Venuta, rettore dell’Università e direttore scientifico della Fondazione, si stava sgretolando sempre di più. E Rosalba Buttiglieri, direttore generale dell’azienda, è stata messa da parte recentemente dalla Regione Calabria che le ha preferito Antonio Belcastro. E lei se l’è presa. E qualche sassolino se l’è pure tolto. “La Fondazione Campanella l’abbiamo sempre supportata. Ed è debitrice nei nostri confronti di alcuni milioni di euro”. Debitrice di alcuni milioni di euro? Si, ha detto proprio così. “Meglio allora”, avrà pensato Loiero, “metterci in azienda uno che già fa parte della “famiglia Campanella”. Ed ecco spuntare la nomina di Belcastro, già direttore amministrativo della Fondazione. Per onor di cronaca, in realtà, l’ordine è inverso. Prima c’è la nomina di Belcastro e poi il sassolino della Buttiglieri, almeno pubblicamente. Il quesito più grande sulla struttura, che ricorda uno degli uomini più illustri della Calabria, è , però, quello che ruota intorno alle chemio. Alle chemioterapie. E dei pazienti che si moltiplicano come i pani e pesci del Vangelo. Data la mancanza di dati ufficiali e trasparenti. Dato il pressocché assente monitoraggio sulla sua attività (come rilevato dalla Commissione Serra- Riccio: “sono sorti taluni dubbi circa le modalità di effettuazione dei controlli sulla spesa di denaro pubblico, l’effettivo livello quantitativo e qualitativo delle prestazioni oncologiche offerte, la sussistenza di una rete oncologica, ovvero di un collegamento istituzionalizzato con altre strutture pubbliche che erogano le medesime prestazioni… Peraltro, tutte le informazioni provenienti dalla Direzione della Tommaso Campanella sono apparse alla Commissione insufficienti ed elusive"), ci si deve accontentare dei comunicati stampa che la Fondazione ci fa grazia ogni tanto di pubblicizzare. L’ultimo è quello che dice che “per la degenza ordinaria, a oncologia medica, dove sono disponibili 16 posti letto, sono stati utilizzati da 1.000 pazienti in soli 4 mesi; per il day ospital i posti sono 12. Sono stati ben 964 pazienti per 9.000 accessi. Nell’area integrata oltre 1.000 i ricoveri in un anno con 4.200 chemioterapie totali”. Quindi, dal momento che la matematica non è un’opinione, la Fondazione vanta una degenza ogni due giorni per ogni letto in media, negli ultimi quattro mesi. Mentre gli accessi sono stati nove volte tanto i pazienti nell’ultimo anno. Come è possibile? E poi le chemio. In media quattro per ogni paziente. Ma come? Un Istituto di ricerca si avvale solo di queste costosissime fiale per guarire i malati di tumore? Al riguardo, la letteratura scientifica è molto discorde sulla sua effettiva efficienza, mentre, per gli interessi delle case farmaceutiche, pare, non vi siano dubbi, visti i costi per il sistema sanitario italiano e i loro ingenti guadagni. Perché ancora, non ponderare i trattamenti in funzione del rapporto fra costi e benefici e della storia naturale della malattia? La spesa complessiva è stata di 3 milioni di euro circa durante l’anno scorso. Pochi spiccioli, comunque, rispetto ai 50 milioni di euro che riceve ogni anno dalla Regione Calabria. Ciononostante, secondo la Buttiglieri, è anche indebitata con l’azienda Mater Domini. Il muro di gomma è impenetrabile. Ma alle tasche dei cittadini calabresi ci arriva facile facile.