28 febbraio 2010

La città "storta" di Catanzaro


Catanzaro è conosciuta per essere la città dei ponti e degli avvocati. Sparsa su tre colli, e a metà fra due mari, è piena zeppa di studi legali. E molti, provenienti anche dalle regioni del Nord Italia, decidono di recarsi nel capoluogo calabrese per superare l’esame di avvocato, forse perché più facile di altri. Si è contesa con Benevento la sede della Scuola di Magistratura per il Sud Italia in una competizione che solo l’ex ministro della Giustizia, il Mastellone (come viene amichevolmente chiamato in alcune intercettazioni insieme al suo compare Rutellone, ndb) di Ceppaloni poteva allestire. Protagonista dello scontro tra Procure con quella competente di Salerno nel dicembre 2008 per il sequestro e il contro sequestro degli atti delle inchieste di Luigi de Magistris, Poseidone e Why Not, e i successivi trasferimenti dei magistrati (secondo la politica degli “anticorpi” del Consiglio superiore della Magistratura, condivisa anche dal capo dello Stato). Capitale della “nuova massoneria”, a detta dell’ex pm ora parlamentare di Idv. A Catanzaro il diritto e i poteri, con tutte le ramificazioni, aperte e occulte, sono di casa. Difficile, avranno pensato gli organizzatori del convegno, individuare una città alternativa al capoluogo calabrese per parlare di “Magistratura & poteri”.
Alla Casa delle Culture del Palazzo della Provincia c’erano: Luigi de Magistris, presidente della Commissione Controllo bilanci della Comunità europea, Felice Lima, giudice del Tribunale di Catania, Doris Lo Moro, deputato Pd e componente della Commissione Affari Costituzionali, Nunzio Raimondi, avvocato, Giuseppe Spadaro, presidente di sezione del Tribunale di Lamezia Terme e Mario Tassone, deputato Udc e componente della Commissione Antimafia. Assente, per motivi personali, Wanda Ferro, presidente della Provincia di Catanzaro. Due avvocati, Raimondi e Tassone (deputato dal 1969) e ben quattro giudici o ex giudici, de Magistris e Lo Moro. Anche la distribuzione dei relatori è stata appropriata nella scelta di campo: la magistratura contra i poteri. Ad amministrare la giustizia sono i magistrati non i legali. Questi stanno in mezzo. A volte di qua. A volte di là. Enzo Fragalà, l’avvocato di Palermo morto nei giorni scorsi a seguito di un’aggressione, per esempio, ha ricordato Raimondi, suo collega in terra di Sicilia, era uno di quelli che quando vedeva “una cosa storta” l’andava a dire al magistrato. “Dottore, questa cosa è storta, gli diceva", ha ricordato con commozione “perché vedeva nel magistrato l’organo attraverso cui la giustizia doveva concretizzarsi”. La magistratura in senso formale. Così come è concepita nella Costituzione italiana. Non i magistrati singoli. Questi sono un’altra cosa. Anche questi, come gli azzeccagarbugli, possono stare di qua o di là. Dipende dalla morale. Che hanno. Spadaro ha rammentato una lezione universitaria che lo colpì molto. Quando il docente spiegò agli studenti la differenza fra Costituzione formale e sostanziale. La prima è quella che si legge. La seconda è quella che si applica. Lo steccato della giustizia e dello spirito delle leggi di Montesquieu, fondamento delle costituzioni moderne, trova sempre il modo di superarsi e di aggiornarsi con i tempi. Fatta la legge, trovato l’inganno, si dice. Raimondi è stato più chiaro: “Siamo di fronte a una legislazione antistorica, che non accetta il parere del popolo; egoistica, perché i parlamentari si fanno le leggi per sé; schizofrenica e discordante, con un’infinità di articoli spesso contradditori; placebo, sembra che voglia fare chissà che cosa ma in sostanza non dice niente; anoressica, fa le riforme senza gli alimenti,; presbite, quando le regole riguardano il futuro non il presente; dislessica, che lingua parla il Parlamento?”
Ecco, allora, la “Costituzione di carta” rispetto a quella reale, ha denunciato Spadaro. E quella reale? “Quando c’è un magistrato che vuole fare applicare la legge diventa oggetto di intimidazioni. Gli bruciano la macchina, il portone di casa. Lo trasferiscono. Questi fatti hanno un'enorme influenza pedagogica”, ha sostenuto Raimondi. I poteri della logica del più forte da un lato, quindi, e della “carta”, della burocrazia, dall’altra. Con il trasferimento dei magistrati scomodi da parte della stessa Magistratura che dovrebbe, invece, preservarli.
“La forza ha molte facce”, ha spiegato Lima. “La logica del più forte è sempre quella precedente a Montesquieu che, nonostante il bando dalle Costituzioni moderne, trova il modo di farsi valere. “L’Italia non appare più una Repubblica fondata sul lavoro ma sulle relazioni di potere”, ha concluso amaramente.

27 febbraio 2010

Mario Maiolo: "Mio fratello è figlio di mamma"

Mario Maiolo, caricatura a cura del blogger







Mio fratello è figlio unico”, cantava Rino Gaetano. “Perché non ha mai trovato il coraggio di operarsi al fegato, non ha mai pagato per fare l'amore e non ha mai vinto un premio aziendale”, continuava a cantare il grande artista crotonese. La presenza nell’Arssa (Agenzia regionale per lo sviluppo agricolo della Regione Calabria, ndb) e il ruolo di mio fratello al suo interno è datata, non ha avuto alcuna interazione con la mia attività politica e, in assoluto, non ha avuto alcuna attenzione da chicchessia. Anzi quando le ha avute sono state tutte attenzioni penalizzanti, provenienti strumentalmente sia dal centrodestra che dal centrosinistra, dice adesso Mario Maiolo, assessore alla Programmazione nazionale e comunitaria, alle Politiche del lavoro ed alle Politiche sociali della Calabria. Sembrano due facce di una stessa medaglia. La medaglia dell’eccesso. Dell’idealismo. E del materialismo. Della sfiga di non vincere nessun premio aziendale, da un lato. E di vincerlo sempre con tanto di protocollo istituzionale, timbrato dal fratello, dall’altro. La Calabria è questa medaglia. Dai due volti. Non puoi scegliere l’uno senza dover accettare anche l’altro. È un pacchetto tutto compreso. La morale amara e nostalgica di uno Stato idealista, bramato da un artista andato via troppo presto. E una morale, fatta di incarichi e di soldi di due fratelli che, invece, non se ne vogliono proprio andare.

Bruno era stato anche bocciato al concorso regionale “pur avendo titoli e meriti”, spiega il fratello assessore. Quando lui era solo consigliere, però. Poi è stato nominato assessore. E ne ha beneficiato anche lui, il fratello scartato, diventando dirigente, promosso da un commissario liquidatore, Valerio Donato, che doveva solo liquidare. Ma, evidentemente, avrà pensato di anticipare i tempi in Calabria, facendosi antesignano delle analisi di Zygumt Bauman in politica, costituzionalmente orientata, invece, al bene della comunità, non della famiglia. Il piede dello Stivale italiano si deve sempre distinguere. Eccellere. Lo ha sempre fatto. Nel bene e nel male.

Secondo il fratello di quello scartato, diventato assessore regionale, Angela Napoli, con la sua interrogazione parlamentare, ha cagionato “un inutile esborso finanziario per l’erario dello Stato” perché le ispezioni ministeriali si concluderanno con un nulla di fatto. Su questo sono d’accordo con lui. È probabile. Con i ministeri che ci ritroviamo, che amano la Calabria per il sole e le soppressate, è possibile. Ma Angela Napoli non si scompone. Replica che anche lui ha provveduto a far spendere altri soldi all’Erario dello Stato avendo richiesto “l’intervento degli organismi superiori di controllo amministrativo”.

Poi quella cosa criptica della farina del suo sacco. “Mi auguro, come credo, che sia tutta farina del suo sacco”, intercala nel suo comunicato, doverosamente ripreso anche dal sito ufficiale della Regione Calabria, l’assessore, rivolgendosi al componente della Commissione Antimafia. Sembra una minaccia. Però se lo augura. Ci crede.

"Mio fratello è figlio unico". Caro Rino, ci manchi!

23 febbraio 2010

Gimigliano come Maierato?

Una delle frane che ha colpito il paese di Gimigliano











A Gimigliano le frane non si contano più. Almeno una trentina, durante i giorni di pioggia infernale della settimana scorsa. A Gimigliano non si contano più nemmeno gli smottamenti. La strada provinciale e i muri di contenimento sono segnati dalle crepe. A Gimigliano il rischio maggiore è una nuova Maierato.
Di fronte al centro abitato c’è la montagna “Marra”, dove fino agli anni cinquanta del secolo scorso la Montecatini estraeva la pirite. Proprio come l’altura vibonese è traforata da anfratti che potrebbero dare man forte a un presumibile sgonfiamento fino alla valle del Corace. E come se non bastasse a meno di un chilometro, a monte, stanno costruendo la megadiga del Melito, di 15 milioni di metri cubi e di 108 metri d’altezza. “I tecnici stanno lavorando”, rassicurano dal Comune. “Sembra che il pericolo sia rientrato. Già da domani iniziano i lavori per rimettere in sicurezza la strada di Gimigliano Inferiore”, informa il vicesindaco, Francesco Sirianni. E la miniera chiediamo? Sembra che i geologi, almeno fino a questo momento, non l’abbiano presa nemmeno in considerazione.
Durante i giorni della pioggia battente che ha messo in ginocchio l’intera Calabria il primo cittadino, Massimo Chiarella, ha emesso dodici ordinanze. Sette di chiusura delle strade. E cinque di sgombero di fabbricati, che hanno interessato quindici famiglie e tre esercizi commerciali. Danni ingenti, sul piano della sicurezza degli edifici e delle vie di comunicazione, sono stati registrati nelle frazioni di Patia, Corvino, Canovà, e a Gimigliano Inferiore, la parte bassa del paese. Ferma la ferrovia. Anche il ponte sul Corace è stato chiuso. Delle frane stanno minando la resistenza dei piloni laterali del viadotto.
Solidarietà alla popolazione è stata manifestata da tutti gli organi sovracomunali. Ma il vicesindaco si lamenta: “Non abbiamo visto nemmeno un euro dalla Regione Calabria. Perché i dieci mila operai forestali, oggi mandati in cassa integrazione, - chiede - non vengono impiegati nella manutenzione delle strade? E’ da lì che partono le prime avvisaglie dei pericoli. L’acqua che non viene incanalata nei passaggi previsti poi va a finire da un’altra parte. A generare situazioni di rischio per l’incolumità dei cittadini”. Un appello, il suo, fatto anche per le vie brevi all’Assessorato di riferimento. Ma pare che non sia possibile, gli hanno riferito.
E mentre si cerca di contenere le rovine subite dalla pioggia torrenziale la montagna Marra sembra assistere impaziente. Anche i lavori alla diga vanno a pieno ritmo. “Finalmente! dopo 33 anni di fermo”, è stato detto.

Sopra il ponte sul fiume Corace
Sotto la strada che porta a Gimigliano Inferiore

20 febbraio 2010

La discarica di Alli, la pattumiera dell'intera Calabria

Al taglio del nastro, da sinistra: Maurizio Vento, assessore provinciale all'Ambiente, Silvio Greco, assessore regionale all'Ambiente, Goffredo Sottile, commissario straordinario per l'Emergenza ambientale, Rosario Olivo, sindaco di Catanzaro e Giovanni Faggiano, amministratore delegato di Enerambiente

Il 2010 sarà “l’anno della svolta”. Disse Goffredo Sottile, commissario per l’Emergenza ambientale in Calabria il 19 gennaio scorso, il giorno della posa della prima pietra alla nuova discarica di Alli. Della svolta nella raccolta dei rifiuti. E così è stato. La discarica è diventata la pattumiera dell’intera Calabria. Da una settimana vi arrivano camion, carichi di Rsu (rifiuti solidi urbani), anche dalle provincie di Cosenza e di Reggio Calabria, e non solo di Catanzaro. Quattro, cinque ore di fila. Questo il tempo medio per aspettare il proprio turno, per il passaggio del semaforo e andare, finalmente, a scaricare. Da San Ferdinando (RC). Da Polistena (RC). Dai paesi della Piana di Gioia Tauro. Da Mirto Crosia (CS). Dalla stessa città di Cosenza, da Serra d’Aiello (CS). E da molti altri. La preselezione? Ma quando mai. I camion arrivano. Si recano alla "Pesa", per misurare il peso lordo. E poi vanno diritti a sbarazzarsi dell'immondizia. Di tutto. Dai rifiuti umidi alla plastica, al vetro, e a quelli pericolosi. Nessuno controlla. Così gli viene detto di fare. Ci sono una pala e un compattatore su, nella discarica “sopraelevata”, per "ottimizzare la spesa" - sostennero convinti Giovanni Faggiano, amministratore delegato di Enerambiente, la ditta che gestisce l’impianto e l’allora prefetto di Catanzaro. La pala spalma e il compattatore compatta. Neanche le maschere bastano per sedare l’olezzo micidiale della diossina. Poi rientrano per il calcolo del peso netto. Quello da addebitare ai Comuni.
Nessuno ha visto questa “famosa prima pietra”. Stanno sopraelevando quella già esistente. E basta. Per sette milioni di euro. Questa la cifra proveniente dall’Accordo di Programma Quadro tra Regione Calabria e ministero dello Sviluppo economico, dell’Ambiente e della Tutela del territorio. Un Accordo seguito da un protocollo d’Intesa tra Regione, Provincia e città di Catanzaro. E che va diritto nelle tasche di Enerambiente spa, la stessa società che, grazie al Commissariamento emergenziale – in deroga alla legge sugli appalti pubblici - si è assicurata l’ampliamento di quella esistente, costata nel 2001 28 miliardi di vecchie lire. E che, secondo le previsioni di allora, avrebbe dovuto sostenere il carico di rifiuti fino al 2018. E che, invece, nel 2009, già satura, si è guadagnata un altro surplus di 7 milioni di euro. Una sopraelevazione che garantirà il servizio per “altri 15 anni”, asserirono quella mattina di gennaio. Sembra un tormentone, questo della durata. A chi la spara più grossa. C’è sempre tempo per correggere il tiro: differenziata che non va, ed “emergenza”, che ultimamente va sempre di moda. C’è emergenza rifiuti, bisogna intervenire! E si interviene affidando opere direttamente, bypassando la normativa sulla concorrenza e sulla trasparenza.
Quella mattina, al taglio del nastro c’era pure l’assessore regionale all’Ambiente, Silvio Greco, anche lui soddisfatto dell’opera. L’unico a ricordare l’importanza della raccolta differenziata. Il vero leit motiv per debellare i cancri alla diossina affossati in tutto il territorio calabrese. Ma nessuno ha suffragato la sua tesi. Come nessuno gli ha ricordato che con la differenziata a pieno ritmo anche i sette milioni di euro, regalati all’Enerambiente, sarebbero potuti essere destinati alla vera tutela dell’Ambiente e del Territorio.
Saverio Pistoia, sindacalista della Cgil, per conto della società Schillacium (che gestisce il servizio in 22 comuni del soveratese) si lamenta: “Non riusciamo più a sostenere questa situazione! Cinque ore di fila rispetto ai dieci minuti di una settimana fa. I politici dovrebbero darci una mano”.
Franco Ippolito, direttore tecnico della “Nicola Bianco”, che gestisce il trasporto dei rifiuti a Sellia Marina, Soveria Simeri, Chiaravalle e Belcastro, si interroga a chiare lettere: “Ma perché noi dobbiamo essere la pattumiera delle altre provincie calabresi?”.
Secondo fonti informali i Comuni che attualmente stanno scaricando nella discarica di Alli sono all’incirca 130, rispetto agli 80 di qualche giorno addietro. Quando, in realtà, se ne dovrebbero servire solo in venti, del catanzarese, in quanto a Lamezia Terme ce n'è un'altra.
Ecco che i quindici anni previsti per l’ “ampliamento” sono già diminuiti. Per raggiungere l’emergenza si fa questo e altro.


Leggi il Post del 16 aprile 2009

18 febbraio 2010

Toro Seduto




Achille Toro,
caricatura a cura del blogger












Achille Toro. Il potente procuratore aggiunto di Roma. Il piè famoso Achille d’Italia, dalla Procura dell’Urbe al gabinetto dell’ex ministro dei Trasporti Bianchi, dalla vicenda sul tentativo di scalata dell’Unipol alla Bnl al sequestro dell’ “Archivio” Genchi e ai Voli di Stato di Berlusconi, si siede. Si dice per dire. È indagato dalla Procura di Firenze nell’inchiesta sui lavori del G8 e sui presunti illeciti commessi in ottemperanza ai Grandi eventi del Governo insieme al capo della Protezione civile, Guido Bertolaso. E se ne va. Lascia la toga per essere libero di “difendere l’onorabilità mia e di mio figlio in ogni sede”, osserva. Una settimana fa, sempre per difendere suo figlio, Camillo, anche lui finito nell’inchiesta, aveva detto che non si sarebbe dimesso “per provare che non ho fatto nulla, e così anche mio figlio sarà assolto”. Ieri ci ha ripensato.
Una corruzione gelatinosa”, a cui avrebbero attinto ditte e vertici della Protezione civile, secondo le parole del gip fiorentino. Fatta di sesso, ville, e automobili di lusso in cambio degli appalti “in emergenza e urgenza” e in deroga alla trasparenza sulla normativa dei Lavori pubblici. L’Achille ci finisce spedito perché avrebbe spifferato informazioni riservate ad alcuni imprenditori, interessati all’indagine. Comunque, questa delle soffiate deve essere una sua specialità. Già con la scalata bancaria l’accusa della Procura di Perugia, poi archiviata, muoveva da alcune rivelazioni che avrebbe fatto al collega, giudice Francesco Castellano, presidente del Tribunale di Sorveglianza Milano, in merito all’esposto che il Banco di Bilbao aveva presentato nei confronti dell’Unipol.
I telefoni, le intercettazioni e i brogliacci, ancora, sono la sua passione. Tanto che quando decide di sequestrare il fantomatico archivio di Gioacchino Genchi, consulente dell’ex pm Luigi De Magistris, non si accontenta solo di Why Not e Poseidone, le inchieste per le quali si erano toccati “i fili dell’alta tensione”, secondo il commento del perito informatico, ma tutto il suo lavoro, dai primordi, dagli anni ’90, al 2009. L’Achille, probabilmente, voleva rendersi conto se era vero, quanto si diceva, che Gioacchino era stato più veloce di lui nell’annotare i suoi continui e accorati contatti con la più potente lobby di potere mai sgominata degli ultimi vent’anni. E c’era, come se c’è. “Con Latorre, Minniti, Cossiga, Ricucci, Geronzi, Benetton, Caltagirone, Gavio, Rovati, con i generali Cretella, Adinolfi e Jannelli delle Fiamme gialle, ma anche con i centralini del Viminale, di Bankitalia e del Vaticano nei giorni cruciali dei processi e delle indagini su umts, Parmalat, Cirio e Unipol dovrebbero imporre l’immediato intervento del Csm”, racconta Marco Travaglio nella prefazione del libro scritto da Edoardo Montolli in: “Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato”. Ma più di tutti è con Giancarlo Elia Valori che il Toro è “in contatto”. L’uomo delle strade italiane, in qualità di presidente dell’Anas, ma, presumibilmente, l’uomo ombra della vera rinascita “democratica” della Repubblica italiana, come era nelle intenzioni di Licio Gelli, capo della P2, che lo espulse per indegnità.

17 febbraio 2010

"O tutti o nessuno!" Il grido di giustizia di La Porta

Una finestra sul mare. Il sogno "proibito" per La Porta

Durante l’Amministrazione di Giuseppe Puccio, negli anni ’90, il sindaco fece costruire un muro sotto la sabbia. Un frangiflutti. Dal Carioca al depuratore. L’arenile di Botricello era troppo prezioso. Bisognava preservarlo, disse. 800 milioni di lire di allora. Oggi è solo un mostro nascosto sotto la sabbia con degli speroni di ferro ringalluzziti, pronti a mietere vittime. Negli anni a venire i tubi destinati all’impianto di depurazione si sono moltiplicati. Ma non tutti rivolti alle vasche di decantazione. Alcuni, anche verso il mare. E poi il depuratore non è stato sempre funzionante. Anzi, si è distinto tra quelli più inefficienti della regione. I liquami sulla spiaggia, per le strade, è stato uno spettacolo difficile da evitare durante le belle stagioni della ridente cittadina ionica. Pulizia della spiaggia, ancora, fatta come quelle casalinghe avventate che nascondono la polvere sotto il tappeto. Sotto l’arenile, infatti, c’è di tutto, scaldabagni, ingombranti, muri in cemento armato. Una macchina amministrativa a singhiozzo, questa di Botricello, che nell’ultimo ventennio ha sempre provato a superare se stessa. A volte riuscendoci anche.
Seicentocinquanta metri di lungomare. Cinque lidi. Più altri tre poco lontani. Tutti senza concessione annuale. Cioè possono esercitare la loro attività solo dal 1 giugno al 30 settembre. Mai rimossi da ottobre a maggio in tutti questi anni. Autorizzazioni rilasciate sempre negli anni ’90, con “tanta allegria”, riferiscono i ben informati.
Erano i tempi in cui il commercio nel turismo cominciava a farsi largo nell’anima imprenditoriale dei botricellesi. E così tra ordinanze dei sindaci, di apertura e di chiusura dei negozi, ordinanze di non potabilità dell’acqua, opportune quanto provvidenziali, spicca quella di demolizione di un lido. Solo per uno, in verità. Non per tutti. L’interesse per la comunità, a volte, prende d’occhio solo qualcuno. Franco La Porta, dunque, è reo di non “avere la certificazione di agibilità” del suo Copacabana. L’atto amministrativo è del 21 luglio 2008, ed è firmato da Giovanni Puccio, fratello di Pino, diventato a sua volta primo cittadino nelle elezioni del 2004. Nel mese di ottobre successivo il titolare del lido, riceve dall’ente locale l’obbligo di un pagamento. Un indennizzo-canone per i rimanenti mesi del 2008. Ma non doveva demolirlo?
Andiamo con ordine.
Nel 1993 fa richiesta alla Capitaneria di Porto di Crotone di una concessione demaniale stagionale. Gli viene accordata l’anno successivo. Nel 1995 la Capitaneria lo denuncia alla Procura della Repubblica di Catanzaro per occupazione abusiva. Il Laporta fa ricorso. E il Tribunale di Catanzaro lo accoglie ordinando il dissequestro dell’opera, annullando, di fatto, la decisone del gip che l’aveva, nel frattempo, posta sotto sequestro. Nel 2007 chiede al Comune il nulla osta per una ristrutturazione. Concessa. Ma non gli riconosce l’autorizzazione sanitaria. Mancava il certificato di agibilità. Da quel dì che mancava, ma l’Amministrazione se ne accorge solo nel 2007. E solo per lui. Mutatis mutandis, paghi gli oneri in più, ma non ti facciamo aprire.
L’anno successivo arrivano, infatti, puntuali le ordinanze, prima di chiusura e poi di demolizione, sulle quali pende ancora la sentenza al Tar della Regione Calabria. Nel frattempo la Capitaneria fa un blitz e lo denuncia alla Procura della Repubblica. Il 14 ottobre 2008 successivo l’ingegnere del Comune, Luigi Ottavio Mancuso, gli fa pervenire un raccomandata a mano. Anzi sono due con lo stesso numero di protocollo. Una è l’indennizzo per i dieci giorni di maggio, in cui avrebbe occupato abusivamente il demanio marittimo, al di fuori del periodo tollerato. L’altra per i rimanenti mesi dell’anno, ottobre, novembre e dicembre. Mille e 800 euro in tutto. La Porta paga, convinto di avere corrisposto il canone, mentre, in realtà, è l’indennizzo per il verbale redattogli dalla Capitaneria di Porto di Crotone. E dal Comune gli fanno credere che si tratta della concessione annuale che aveva, anche, richiesto. Forte della prima pronuncia del Tribunale pensa di essere nel giusto. E poi perché ce l’hanno solo con me? Si domanda. Non riesce a darsi una risposta e va avanti.
Pochi giorni fa si sono concluse le indagini a suo carico. È accusato di aver svolto “lavori edili su di una spiaggia attraverso opere non removibili”. Di “avere realizzato un battuto di cemento armato di 40 centimetri”. E di “aver eseguito i lavori anzidetti in zona sismica”. In zona sismica? Sì, la spiaggia di Botricello è sismica. Non lo sapevate?
E gli altri lidi? Il Solarium, il Maracanà, il Poseidon, il Gabbiano, il Carioca e i due della Costa del Turchese?
“O tutti o nessuno”. Questo il grido di giustizia di Franco La Porta. La parola, ora, passa al sindaco, Giovanni Camastra. E al Consiglio comunale che venerdi prossimo deve deliberare il Piano Spiaggia per regolamentare, si spera una volta per sempre, tutto l’ambaradan.


Uno scaldabagno sotto l'arenile

16 febbraio 2010

Servizio socio sanitario di Catanzaro, valgono bene i pesci

"Lamonica, prodotti ittici". Il distretto sociosanitario è un capannone che si trova alle spalle di questo, nella foto, ancora in uso dalla ditta




Quando ci devi andare fai subito mente locale sul fatto che il concetto di “barriere architettoniche” è troppo astratto. Non basta un’utilitaria per arrivarci dall’incrocio della strada comunale. Ci vuole un fuoristrada a causa delle buche. Quando sei dentro, invece, la puzza di pesce ti entra nelle narici e ti accompagna per tutto il tempo. Ieri una ditta di pulizie ha abusato con il deodorante per smorzarla. In programma c’era per oggi la visita di Maurizio Rocca, direttore sanitario dell’Azienda provinciale di Catanzaro. Volevano fare bella figura. A volte salta anche la fogna. Ma questo è un optional. Esalazioni di pesce misto al profumo di cannella. Al distretto socio sanitario di Catanzaro Lido non si fanno mancare niente.

Settecentonovantaquattromila euro per sei anni. Questo il contratto di affitto che l’Azienda ha stipulato con la ditta Lamonica Ferdinando. “Dopo opportune indagini, mirate alla verifica di immobili pronti all’uso, richieste dal direttore sanitario, - così scriveva il direttore generale, Pietro Morabito nella delibera numero 1088 dell’8 luglio 2009 - si è pervenuto alla determinazione di opzionare due immobili nel quartiere Lido ove allocare rispettivamente i servizi Distrettuali e l’Unità operativa di Neuropsichiatria infantile che ha la necessità di una struttura distaccata allo scopo di garantire una maggiore privacy per le tipologie di pazienti trattati”. Hanno fatto un’indagine, dicono. E hanno individuato un capannone dove fino all’altro giorno la ditta Lamonica ci lavorava il pesce. Tutta la struttura è organizzata per tale scopo. Pareti altissime. Pavimento ondulato per far confluire l’acqua. Finestre inaccessibili. E riscaldamenti inesistenti. Però il responsabile della direzione gestione attività tecniche, Carlo Nisticò, anche consigliere al Comune di Catanzaro, ha espresso la “regolarità tecnica”, dichiarando la disponibilità di destinazione d’uso dell’immobile. Quindi se l’ha assunta lui perché, in realtà, non c’è. È un capannone. Non un edificio abitabile. Ma per i minori, affetti da disabilità, e gli anziani va bene.

Settecentonovantaquattromila euro per sei anni. Una montagna di soldi fluente dai metri quadrati. Ben 1466. Sei euro per il primo biennio. Sette per il secondo. E otto per il terzo. All’azienda sanitaria provinciale hanno un disavanzo di 70 milioni di euro. Uno in più per offrire un servizio “migliore” agli anziani e ai bambini con difficoltà neuromotorie non fa una piega. E nemmeno una voragine in più. Il buco sulla Sanità in Calabria passa anche da questi contratti fatti “dopo opportune indagini”. E senza uno stralcio di bando pubblico.

In programma l’Azienda aveva previsto anche la dislocazione del deposito dei medicinali per tutte le farmacie del distretto. Ma i vertici della distribuzione delle case farmaceutiche al momento non se la sono sentita. Non sono convinti della conveniente

conservazione dei farmaci nel capannone dei pesci. 1466 metri quadrati, quando, allora, ne sarebbero bastati mille, uno in più o uno in meno. All’Azienda avevano bisogno di cambiare sede dal Palazzo di via Doria “perché precaria e inadeguata all’espletamento delle prestazioni”. Almeno quattro gli infortuni capitati ad altrettanti medici per via di una scala, quasi certamente non “a norma”. E l'hanno individuata nell’impero di “Lamonica, prodotti ittici”.

Servizio socio sanitario di Catanzaro, valgono bene i pesci.