30 settembre 2010

L'Annunziata di Belcastro


Belcastro, 1610. Belcastro, 2010. Belcastro, 400 anni dopo. Esattamente quattrocento anni dopo. La Chiesa della “Divinae Mariae Annunciationis”, volgarmente detta dell’Annunziata, riflette il suo antico splendore. Il terremoto del 1783 la distrusse quasi completamente. Ridusse in ruderi le tre navate centrali. Da quell’ecatombe si salvarono solo l’abside e il campanile. Il restauro conservativo ha conservato ciò che è rimasto. Non ha potuto fare di più. Ma dopo l’abbandono dei secoli a venire allo scoccare del IV è tornata un po’ di luce nella Chiesa. Luminoso, come solo le opere di un certo pregio sanno essere, l’altare scolpito dal maestro scalpellino Antonio da Rogliano agli inizi del ‘600. Maestoso il campanile in stile romanico. Confortante la reggenza del Mastio dei Conti d’Aquino su a monte, dominante gran parte del Marchesato di Crotone.
“E’ un bene non solo per Belcastro, ma per tutto il Sud d’Italia.” Dice il sindaco, Ivan Ciacci, durante la cerimonia di inaugurazione. Potrebbe essere provincialismo, ma non lo è. Per Bruno Mussari, originario di Marcedusa, paese limitrofo, e progettista dell’opera insieme ad Annunziata Maria Oteri e Fabio Todesco dell’Università degli studi Mediterranea di Reggio Calabria, si tratta di un “Unicum”. Qualcosa di unico. “Uno dei più belli della Calabria per la perfezione dei dettagli, l’equilibrio delle forme e degli spazi”. Sotto l’aspetto storico ed architettonico. E poi è “unico” anche sotto il profilo sociale e più strettamente religioso. “Mi sa dire come sia potuto succedere che un paese, importante, certo, ma pur sempre piccolo rispetto alle grande città, sia riuscito, grazie solo alle maestranze locali, a dotarsi di un’opera così perfetta?” chiede. “Davvero, qualcosa di incomparabile”, aggiunge.
Il 1610 è la data dell’ultimazione della Chiesa. Secondo l’arrangiamento più grande e più adatto alle esigenze della viva comunità di Belcastro di allora. Un ospizio nella parte bassa della città e diversi censi. Una chiesa ricca, dunque. Che non badava a spese quando c’era da ornare ed onorare un luogo sacro. Dove gli stessi artisti trovavano rifugio solo nelle trascendentali sfere della religione rivelata. Ma non vi sono dubbi circa la sua esistenza anche due secoli prima.
La prima notizia sull’Annunziata si ha da una lettera del 1426 che papa Martino V inviò al vescovo di Belcastro, Giovanni Opizzo, nella quale dava facoltà a Simonetta Colonna, sua nipote e contessa di Belcastro dopo la morte di Pietro Paolo de Andreis, di concedere la Chiesa ai frati francescani dell’ordine dei minimi del paese, che vivevano in un convento poco distante. Se non bastano i documenti c’è il campanile, il Campanaro, come viene oggi chiamato, che riesce a convincere anche i più diffidenti. Lo stile romanico rimanda inconfondibilmente al Medioevo.
Con il terremoto del 1783 la Chiesa, già provata dal disfacimento, si avvia al declino. Al costante abbandono dei conti, dei vescovi, dei baroni, dei podestà, dei sindaci e dei suoi stessi abitanti che si sono succeduti. Per quasi tre secoli. All’alba del IV il risveglio.
La storia dell’uomo con le sue ceneri non può mai essere seppellita per sempre. Prima o poi risorge a nuova vita. È storia.
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27 settembre 2010

La Fiumarella dei desideri

Alcune bombole del gas lungo la pista ciclabile della Fiumarella
Fiumarella, piccolo fiume. Ma solo di nome. Di fatto, i suoi 20 chilometri sono strettamente legati al tracciato urbano di Catanzaro, capoluogo di Regione. Dal ponte Bisantis accompagna i catanzaresi lungo tutto il declivio fino al mar Jonio attraverso i quartieri più a valle: Pistoia, Corvo, Santa Maria, Aranceto e Catanzaro Lido. E’ parte integrante della città. Impossibile pensarla sempre. Se ne sono accorti anche i catanzaresi democraticamente eletti per sedere a Palazzo De Nobili. Tanto che i progetti per renderla maggiormente fruibile fioccano. Dal Parco alla pista ciclabile. Fioccano. Nel senso che poi, quando arrivano a destinazione, si sciolgono. Come neve al sole. A una discarica è ridotta la Fiumarella. E ogni giorno che passa si gonfia sempre di più. In modo proporzionale alla disattenzione dell’Amministrazione.
Doveva diventare un Parco pubblico, un tratto della Fiumarella. Consegna dei lavori il 19 dicembre 2005. Aggiudicati ad una Ati (associazione temporanea d’impresa, Ro.Gu, Co.e.s e Co.fa.in), la previsione della loro ultimazione è datata. Al 540° giorno dall’avvio. Ne sono passati 960. Di quel progetto c’è un invito del direttore dei lavori all’Ati, il 14 febbraio 2007, ad “iniziare”. Poi il nulla. Solo le continue lamentele dei cittadini, ed in particolare di Francesco Pristerà, presidente dell’ “associazione culturale Sala365”. Il sito del Comune informa che il Parco della Fiumarella è “in realizzazione”, complemento di stato in luogo figurato. Figuratissimo.
La Pista ciclabile. Si tratta di “un’importante struttura sportiva”, parola dell’ex assessore al Traffico, Emilio Verrengia. “Eviterà che quanti amano praticare lo sport delle due ruote siano costretti a percorrere strade urbane ed extraurbane ad alta intensità di traffico con conseguenze gravi, in alcune circostanze, per l'incolumità degli stessi ciclisti”, disse il 25 maggio 2004. Sempre amministrazione Sergio Abramo. Di quest’opera non si sa niente in termini monetari e di assegnazione della gara. Si sa solo che nel primo tratto, fino a Pistoia, hanno accorciato viale Isonzo per farla. Verrengia, infatti, annunciava già “un circuito protetto”. Volevano completare due rilevanti infrastrutture, strada e pista, e se ne sono usciti con due metà. Uno più uno non fa sempre due nella vita reale. Mentre, il secondo tratto, da Pistoia in poi, è diventata meta privilegiata per la raccolta degli ingombranti, delle bombole del gas usate (che, come ricordano gli esperti, sono più pericolose di quelle piene) e di ogni inventario per la casa. La lista è lunga. Basta l’immaginazione.
Oggi l’Amministrazione è quella di Rosario Olivo, che è succeduto ad Abramo. Il primo cittadino di tutta la città. Tranne che della Fiumarella. Qui, invece, l’autorità per eccellenza è sempre la stessa. Va degrado di nome. E spreco di denaro pubblico di cognome.

24 settembre 2010

Gli avvoltoi di Enerambiente

L'Avviso di Enerambiente che è stato pubblicato sui giornali locali nei giorni scorsi Da story

Non gli è bastata la realizzazione della discarica nel 2001. Non gli è bastato il recente ampliamento. Non gli è bastato aver defraudato la Valle dell’Alli della sua nobiltà. Oggi vuole impadronirsi – ci riprova dopo gli stop autorizzativi incalzati dai Comuni interessati negli anni scorsi - anche della località Terrate – Terratelle di Roccabernarda, a due passi dalla Zona a Protezione Speciale: “Marchesato – fiume Neto” e dal Sito di Interesse Comunitario: “Stagni sotto timpone San Francesco”. All’Enerambiente Spa, società che campa di business e rifiuti, è tornato come Amministratore delegato Stefano Gavioli. Alle dimissioni forzate diGiovanni Faggiano, per la tangentopoli brindisina, ha risposto lo sfoggio del suo alter ego.
Faggiano & Gavioli, una ditta che è una garanzia lobbista e affarista. Quella dei rifiuti che, insieme al filone dell’acqua, rappresenta l’anello debole della democrazia italiana. Ancora più potente della mafia. Mentre quest’ultima la combatti, la puoi combattere perché la vedi fuori lo Stato. Alcuni la chiamano Antistato proprio perché persegue obiettivi che sono antitetici a quelli dello Stato. Come la consumazione dei reati. La prima, invece, siede insieme ai sindaci, ai governatori, insieme ai commissari. Insieme allo Stato. Al massimo sgomitano.
Enerambiente spa, socio privato di Teramo Ambiente (detiene il 49 per cento della raccolta dei rifiuti dell’omonima città abruzzese), ha il potere di prendere per la gola, grazie alla monnezza, i Comuni di Sassari, Grosseto, Castel di Sangro, Rosignano Marittimo, Brindisi, Firenze, Napoli (la Napoli dell’esercito per i fatti dello scorso anno. E’ di questi giorni la minaccia di Gavioli che se gli Enti locali non pagheranno lascerà a piedi i suoi camion) e Catanzaro. La geografia la indica come il nuovo Bubbone, ops: Borbone, del Regno italiano.
In Calabria Gavioli e Faggiano si sono trovati bene. A loro piacciono i rifiuti. Soprattutto quelli “di servizio”. Cioè quelli indifferenziati. La cultura dell’ambiente glielo permette. La raccolta differenziata che frutta di meno non parte. Non parte! Si sono appropriati del titolo dinobili lungo la valle di Alli. La località, infatti, si chiama Cucullera nobile, ed apparteneva aiBaroni Marincola di Catanzaro. Trasformata dalla baronessa BiancaMaria Costanza in un giardino rigoglioso di piante preziose sul finire del ‘700, durante il Risorgimento il discendente Tommaso la rese, informa un neonato agriturismo, “clandestino punto di ritrovo per i suoi fratelli carbonari con cui condivideva l’odio per gli spagnoli e gli ideali di libertà e unificazione nazionale che animavano allora il Risorgimento italiano. Tommaso infatti la rese La cantina segreta e le carte che vi sono state rinvenute durante i lavori di ristrutturazione compiuti di recente, testimoniano questa vivace attività cospirativa che alla “Cucullera” ebbe luogo tra il 1848 e il 1861”. Oggi è rimasta la fortezza. Giù in basso, invece, si ammira la discarica di Faggiano e Gavioli.
Ebbene. Il 19 gennaio scorso il suo ampliamento. Per altri dodici milioni di euro rispetto ai ventotto miliardi di lire della sua prima pietra. E pochi giorni fa, il 22 settembre, sui giornali locali, che campano di pubblicità, il grande annuncio:
La Enerambiente Spa, ai sensi anche del regolamento regionale numero 3 del 4 agosto 2008, informa che ha presentato alla regione Calabria – Dipartimento politiche dell’Ambiente, - sportello IPPC, domanda per l’ottenimento dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (IPPC) per l’ampliamento denominato – “Discarica per rifiuti urbani assimilati non pericolosi” sito nel Comune di Roccabernarda (Kr) località Terrate – Terratelle.
Firmato: l’amministratore delegato, dottore Stefano Gavioli”.
Si dà il caso, però, che il sito si trova in una zona a Zps, cioè una zona di migrazione di uccelli abituali. Si dà il caso che sia vicino un Sic, sito di interesse comunitario, località di rilevante interesse comunitario nell’ambito della CEE. Si dà il caso che sulla questione pende ancora l’interrogazione senza risposta della parlamentare Angela Napoli al ministro dell’Ambiente del 14 novembre 2008, che non solo riprende tutte le rimostranze naturali e civili, dei cittadini e degli enti interessati, comuni di Cutro e di Roccabernarda, ma anche il copia incolla che aveva fatto, a suo tempo, Enerambiente del primario progetto presentato dalla ditta dei fratelli Danieco.
Ma loro, gli avvoltoi delle carcasse dei rifiuti, se ne sbattono della società civile. Sono avvoltoi. Viaggiano più in alto rispetto ai comuni cittadini.

21 settembre 2010

La prigione della Seteco. L'appello della famiglia Marchio


Quindici famiglie e il fumo e la puzza. Settanta persone e la Seteco. Come convivere con il mostro. Vivono in località Serramunda di Marcellinara, sulla collinetta che dà sulla piana dove sorge la fabbrica di fertilizzanti che sprigiona esalazioni nauseabonde “almeno dal 2004”, ricordano. Sono tutti parenti fra di loro. Vanno Marchio di cognome. Bambini, giovani e anziani. Sono originari di Sorbo S. Basile. Hanno cominciato a stabilirsi nella Valle verso la fine degli anni ‘50 del secolo scorso. Tranquillità, aria salubre e facilità di spostamento tra i due maggiori centri urbani della provincia, Lamezia Terme e Catanzaro. Fino alla Seteco. Quattro tumori si sono registrati negli ultimi anni. Tre hanno colpito delle donne al seno. E uno allo stomaco e ai bronchi. Quest’ultimo fatale per Vincenzo Lubello nel 2006. Diagnosticato a dicembre 2005 i medici sono stati precisi nell’anticiparne il decesso. Impossibile stabilire un rapporto di causa effetto, anche per gli specialisti. Ma la paura c'è. Come anche i riscontri.
Li incontriamo di sera. Il lezzo della società di Servizi e tecnologie ecologiche si sente già. Loro lo sanno. Ci hanno fatto l’abitudine. “Questo è niente”, osservano. Non è rassegnazione ma la constatazione dell’incidenza. Dato che lo sentono giorno e notte da parecchi anni a questa parte sanno che c’è di peggio. Arriviamo a casa. Ci aspettano. Il nostro palato già comincia ad impasticciarsi della polvere che rilascia. Ribadiamo l’inconveniente. “Questo è niente”, ribadiscono. Inizia il racconto. Sembra quello della decadenza di una comunità. Che si forma, si moltiplica e poi decade. “Anche il barone è preoccupato di questa situazione. Ma se non ci riesce neanche lui…”. Il barone Sanseverino è il proprietario di quasi tutta la valle. Ha venduto e concesso in affitto. Discendente dell’antica famiglia feudataria della zona dal lontano 1445. Gli insediamenti produttivi della località appartengono a lui, cioè ai figli oramai. Di lui gli abitanti conservano un’idea paternalistica. Che collocano accanto a quella dello Stato. Complementare allo Stato, in caso. Un omaggio alla cultura meridionalista prima dell’Unità d’Italia. “E’ preoccupato il barone – dicono – che tutti si stanno lamentando di questo fumo. E vogliono abbandonare Marcellinara. E neanche lui sa come fare”.
Fino al 2004, cioè alla scadenza dei primi due anni di attività dell’azienda di Pasquale Leone, “il fumo non arrivava fino a quassù (in linea d’aria la distanza della piccola comunità è meno di trecento metri dalla bocca della Seteco, ndb). Si avvertiva solo nelle immediate vicinanze. Da questa data è cominciato l’inferno”. Come la Seteco è riuscita a condizionare la qualità della vita di tutti i residenti. Il fumo è mosso dal vento. Se non c’è, la puzza ristagna. Forma una coltre che copre l’intera valle e si alza, incessantemente approvvigionata dalle aperture della fabbrica. I residenti lo sanno. E quando arriva chiudono tutto, porte e finestre. Tuttavia, l’aria appestata che già si è rintanata all’interno rimane. E respirano. Respirano. Non possono farne a meno.
Andrea Marchio di anni 26 ricorda che quando lavorava come magazziniere per la ditta Bartolini, sempre nella zona Pip di Serramonda, “avvertivano tutti fastidi allo stomaco” perché “la polvere del fumo ti attacca la gola e poi va a finire nell’organismo”.
“In tutti questi anni è successo qualcosa di particolare, a parte le esalazioni?”, chiediamo. “Sì – rispondono – la storia dei bruchi. Era circa il mese di giugno dell’anno 2005. Dal capannone un bel giorno sono fuoriusciti dei bruchi neri come non si erano mai visti. A milioni. E hanno infestato e consumato tutta la vegetazione nel raggio di cento metri. Un enorme tappeto nero pauroso”.
“Chi è intervenuto per disinfestare la zona?” domandiamo.”L’Asl e il barone”. “E che c'entra il barone?” “Perché le larve si erano mangiate le foglie dei pioppi di proprietà del barone. Sembrava un deserto. Dopo più o meno una settimana sono ricomparse. E di nuovo l’Asl e il barone. Poi non le abbiamo più viste”. Negli anni a seguire i sequestri della magistratura e la proroga di attività concessa dalla procura per smaltire tutto il materiale che era rimasto. E, invece, è proprio dalla fine del 2007 che le esalazioni sono aumentate.
“Io mi domando, se accendo il fuoco questo si consuma. Come mai è passato così tanto tempo e ancora fuma? Forse che ancora ci scaricano roba?” Si chiede il più anziano della famiglia. “Vorrei proporre al prefetto di Catanzaro di venire qui. Una casa gliela troviamo. Di abitare insieme a noi per circa una settimana. Non di più. Per rendersi conto di persona di ciò che respiriamo. Poi vorrei proprio vedere la sua reazione e le sue decisioni”. “No, lasci stare. Non scriva questa forma di protesta a mio nome. La mia religione non me lo consente”. È un testimone di Geova. “Però è giusto quello che ho detto. Ed è anche logico.” Si corregge subito dopo.
È da circa un’ora che stiamo lì. Sono le 21 e 50. Improvvisamente arriva una ventata di Seteco. Insopportabile. Ora si capisce perché prima dicevano questo è niente. Non si respira. Chiudono la finestra. Va un po’ meglio ma il fumo che era riuscito ad entrare rimane tenacemente tra le quattro mura. Continuiamo a discutere. La gola è tutta impasticciata. Non sappiamo cosa fare. Ci viene in soccorso il caffè. Il profumo del caffè stempera l’olezzo nauseabondo. Lo stempera. È solo una sensazione.
“Siamo preoccupati – dichiara, infine, Giuseppe Marchio – che questo fumo sia dannoso per la nostra salute e quella dei nostri figli. Chiediamo interventi immediati”.
“I risultati effettuati dall’Arpacal, l’Agenzia di protezione ambientale, sono negativi. Rassicurano sulla pericolosità delle esalazioni”, informiamo noi.
“Com’è possibile che quando sono successi i fatti di Napoli con la gente che per protesta incendiava i cassonetti dei rifiuti tutti si sono mostrati allarmati per la diossina che veniva sprigionata, Stato, Regione e organi competenti, mentre qui, che c’è un incendio che dura almeno da tre anni, nessuno fa niente? E dicono addirittura che non faccia male?
“Non lo sappiamo”, rispondiamo. Sono le 22 e 30. Tutta la valle è infestata. “Fino alle otto del mattino quando arriva il venticello che lo spazza via”, ricordavano i Marchio. Diamo gas alla macchina. Aspettiamo di allontanarci per far cambiare finalmente l’aria dell’abitacolo e fare un respiro a pieno polmoni. Cinquecento metri di distanza non bastano. Lo facciamo a due chilometri. Avvertiamo l’odore dell’erba fresca. E' una liberazione. Ma il nostro pensiero è rivolto a chi è ancora imprigionato.

20 settembre 2010

Il volo delle cicogne

Un momento della manifestazione Da story

C’è una legge che obbliga i Comuni a porre a dimora un albero per ogni neonato. È la numero 113 del 1992. Le leggi sono fatte per essere rispettate, si sa, e dai cittadini e dagli stessi organi statali. Di solito a fare notizia sono quelle situazioni in cui una tale normativa non viene attesa. Di solito. In questo caso, invece, è proprio l’opposto. Il Comune di Petronà è uno dei pochissimi della Calabria, l’unico della provincia di Catanzaro, che la sta osservando appieno. È dal 2002, dall’anno dell’insediamento della giunta Santino Bubbo, che li sta piantando. Ogni albero ha un nome, nomi che richiamano le gesta dei miti antichi o recuperati dai moderni personaggi dei cartoon, e due “cicogne” che l’adottano. Due bambini. Ogni due nuovi nati un nuovo albero. Sono arrivati a 100. E hanno pensato bene di farci un vero parco, tutt’attorno. Un lago, che fa da pendant a un altro più grande nella parte bassa di località Manulata. Un’oasi naturalistica, Donaglie Manulata. Alcuni esemplari di fauna selvaggia. E loro, ovviamente, gli alberi. Ascanio, Paride, Saturno... Affiancati dai nomi dei più piccoli. Un modo eminente per vedere una comunità che si alza. Che cresce. Che matura, dando i suoi frutti. Lo sposalizio tra l’ente locale, sensibile alle tematiche ambientali, e il Parco della Sila, orientato alla conservazione di uno dei tesori naturali più invidiati del mondo, è stato felice.
È stato inaugurato questa mattina alla presenza, tra gli altri, del sindaco, Santino Bubbo, del presidente e del direttore del Parco della Sila, rispettivamente, Sonia Ferrari e Michele Laudati.
Il momento più emozionante si è registrato per il volo di due bellissimi esemplari di falco. Presi in mano dagli esperti hanno assaporato la tanto sospirata libertà, per sempre. Come dire, tutti gli uomini sono un po’ alberi e po’ uccelli. Sarà la loro vita da adulti, poi, a far pendere la bilancia di più verso il basso o verso l'alto. Tuttavia, nemmeno la regina del cielo, l’aquila, dimenticherà mai le sue radici.


19 settembre 2010

Antonio Aloi, di Catanzaro, ucciso e carbonizzato a Simeri Crichi

Il casolare abbandonato dove è stato rinvenuto il cadavere carbonizzato di Antonio Aloi Da story

(20 sett. ore 1:52) E' di Antonio Aloi, 39 anni, residente nel quartiere Janò di Catanzaro, il cadavere rinvenuto carbonizzato in località Silipetto di Simeri Crichi nel tardo pomeriggio di ieri. Questo il riscontro dei carabinieri della Scientifica dopo un lungo lavoro di identificazione. Accanto al corpo è stato scoperto anche il suo cellulare. Che gli inquirenti auspicano utile nel tentativo di ricostruire gli ultimi movimenti della vittima e dell'autore del delitto.

(20 sett. ore 00:50) Quattro bossoli e un’esecuzione in piena regola. È lo spettro del cadavere carbonizzato rinvenuto in località Silipetto di Simeri Crichi nel tardo pomeriggio di ieri. Uno vicino il piede sinistro e gli altri sotto la schiena. L’incendio, quindi, era solo una messa inscena. Quasi certamente si tratta di un uomo residente nella provincia di Catanzaro. Ancora, tuttavia, i carabinieri della Scientifica non sono riusciti ad identificarlo. Eppure, appare certo il suo paese natale, Pentone, a 15 chilometri di distanza, a soli venti minuti di macchina. Come anche la sua età, intorno ai trent’anni.
Sarebbe stato scaraventato all’interno del casolare abbandonato – un brandello della porta d’ingresso era ancora sotto il suo corpo – e, fatto esplodere il primo colpo, sarebbe stato finito con altri tre. Poi, presumibilmente, il suo killer (ma non si esclude il concorso di più persone) lo avrebbe cosparso di benzina e gli avrebbe dato fuoco. Questa la prima ricognizione dei carabinieri della Compagnia di Sellia Marina coadiuvati dai colleghi della Scientifica.

(19 sett. ore 22:20) Rinvenuto il cadavere carbonizzato di un uomo in località Silipetto di Simeri Crichi. Ancora non si conoscono le generalità.
L’allarme è scattato intorno alle 18 di oggi quando, a causa di un incendio, è stato richiesto l’intervento dei vigili del fuoco. Giunti sul posto, un casolare abbandonato alla periferia del centro abitato, la macabra scoperta. Immediato l’arrivo in forze degli operatori della sicurezza pubblica. I carabinieri della Compagnia di Sellia Marina e il Nucleo investigazioni. Fin a questo momento non sono ancora riusciti a identificarlo. I vestiti, e anche i documenti che aveva addosso, non c’erano più, ormai consumati dalle fiamme. Da una prima ricognizione pare si tratti di un uomo sulla trentina. Gli inquirenti attualmente sono al lavoro anche per ricostruire la dinamica dell’accaduto. E non escludono niente. Né il suicidio e né l’omicidio. Anche se sembra che tutti gli indizi, come un incendio divampato all’esterno del casolare contemporaneamente al ritrovamento, lasciano pensare a un tentativo di depistaggio da parte dei presunti autori dell’assassinio.

NB
Il post potrebbe subire degli aggiornamenti nelle prossime ore

La stalla Loran C



Una stalla. Niente di più. E niente di meno. Con tanto di capre e cavalli allegramente al pascolo nel suo interno. Questa la fine della Loran C Station di Sellia Marina. Eppure, la recinzione è serrata e ha il filo spinato. Eppure, ce l’ha.
Vi sono anche dei resti di vita quotidiana di qualcuno che vi ha soggiornato almeno fino all’anno 2000. Ben sei anni dopo l'abbandono da parte degli americani che l’avevano costruita. Nel 1994, come informa il sito loran-history.info di tutte le stazioni americane Loran del mondo. Due calendari, uno in formato tascabile, e l’altro da parete. Vi si legge una scritta pubblicitaria di una palestra di Taranto. Come mai? Una schiuma da barba. Una scarpetta per giocare a calcio. Un bottiglione di vino. E poi sterco. Solo sterco. Di cavalli e di capre. Per tutti gli appartamenti abitati un tempo dagli americani. Nelle stanze. Nei corridoi. Nei “locali igienici”. Nella cucina. Nella mensa. E in tutte le pertinenze della Stazione militare.
Un’isola abitativa con tutti i confort. Giardino e scivoli per bambini all’ingresso. Plessi riservati agli appartamenti. La maggior parte in buone condizioni. Alcuni in moquette. Tazze di cessi e cabine per la doccia. Porte nominate. Ci sono ancora i nomi di chi le ha abitate nei tempi che furono. Quadri elettrici e tabelle informative per gli occupanti. Nei bagni anche l’avviso: “Si prega di lasciare il locale come vorreste trovarlo: pulito e ordinato”. Uno scaldabagno. E un disco della famosa cantante statunitense: Jennifer Paige. Sembra sia stata abbandonata da poco. Ma poi gli escrementi... Gli escrementi ti aiutano a fare mente locale. Chiaro che mancherà qualcosa. Alcuni angoli sono monchi. Probabilmente le cose più preziose e di valore saranno state portate via dai soliti sciacalli. Quando lo Stato è assente gli sciacalli sono sempre in agguato. E lo Stato vi manca dagli anni ‘90, da quando gli americani andarono via e consegnarono chiavi in mano alla Repubblica italiana questo gioellino urbanistico e militare. Ora, sembra, di proprietà della Capitaneria di Porto di Crotone, secondo le ultime informative del Consiglio dei ministri. Da allora vige l’incuria più indifferente e l’anarchia più arrogante.
Dalla parte di dietro un campo di basket e di squash. Gli americani vanno pazzi per il basket e lo squash. A seguire un’officina e una collinetta per le pompe di sollevamento con il livello che si può osservare anche da lontano. Nel ricovero degli automezzi fa la sua bella vista una trebbiatrice. Difficile pensare sia appartenuta agli americani. Proprio difficile. Delle diapositive, queste sì, invece: dei militari oltreoceano. E, infine, un vuoto. Quello del magazzino più alto rispetto agli edifici circostanti. Ma anche il vuoto lasciato dall’assenza dello Stato. Il vuoto della rinuncia, affidato alla mercé dei barbari.

*A cura dell’Anarchist mind di Giovanni Parrotta e dell’Url di Emilio Grimaldi

18 settembre 2010

Arriva il metano! Ma anche i disagi...

La strada del rione Pinelli-Fittante Da story

Mentano, quanto ti voglio! Ormai del gas non se ne può più fare a meno. Anche a Sellia Marina, finalmente, è arrivato. Tubazioni sotto il manto stradale e collegamenti per le singole abitazioni. Un lavoraccio, insomma. Tanto che la ditta, l’Italgas, è così interessata a terminare l’opera, per approvvigionare i cittadini del servizio e gonfiare i guadagni, che fa orecchio da mercante quando deve poi ripristinare lo sfacelo della viabilità che causa.
Sono almeno quindici giorni che nel rione Pinelli-Fittante la strada versa nel pantano. Quando il tempo è bello i residenti devono convivere con la polvere, quando piove con il fango. Non hanno una via d’uscita. Va ricordato anche che il quartiere in questione è uno dei primi insediamenti della giovane cittadina ionica. Arroccata su una montagnetta, è difficile da raggiungere. Il disagio, quindi, è enorme. Soprattutto per i più piccoli e i più anziani. Avvisato il sindaco, Giuseppe Amelio, ha rispedito la patata bollente alla ditta. E la ditta che ha detto? Domani facciamo. Domani... E' dal 1 settembre che lo ripete. Un domani irraggiungibile.

17 settembre 2010

La Green Economy

Pubblico questo prezioso documento sulla Green Economy, presentato dal professor Francesco Santopolo a Simeri Crichi durante il convegno: Ambiente & Turismo lo scorso 14 settembre, nella convinzione che possa interessare anche i lettori di questo umile blog, anzi Url...

NB
“Fin dagli albori della civiltà, ogni generazione ha lasciato alla successiva un pianeta simile a quello che aveva ereditato, ma noi potremmo essere i primi a interrompere questa tradizione”. (Brown, L. R., 2010)

15 settembre 2010

La Salinella di Sellia

L'etichetta dell'Acqua della Sila, made in Selly

La Calabria che non ti aspetti. Quella che per certi versi rimane ancora nascosta. Che ti sorprende quando all’improvviso tira fuori una delle sue gemme. È il caso della Salinella di Sellia. L’Acqua della Sila. Così veniva chiamata. Conosciuta fin dai tempi dei Romani e imbottigliata l’ultima volta nel 1938 per volere dell'Autorità Sanitaria Militare, che ne aveva fatto esplicita richiesta dopo il fallimento della società che ne curava anche la commercializzazione. Fino in Germania. Fino in America. Poi una frana nel 1949 fece calare il sipario su quest'acqua che “fa onore alla nostra Italia”, scriveva il dottor Antonio Lazzaroni il 9 marzo 1925. Oggi quest’acqua medica potrebbe risorgere. La giunta guidata da Davide Zicchinella ha rispolverato le carte e la storia. E ha presentato un progetto alla Regione Calabria. Già finanziato dal dipartimento alle Attività produttive attende uno studio di fattibilità. “Già, che cosa ci possiamo fare? Quali le proprietà che ancora conserva? E come, soprattutto, potrà essere utilizzata? Questo il nostro interesse.” Si chiede e motiva Salvatore Rotella, il vicesindaco.
Il primo studioso a parlarne fu Donato Antonio De Marinis, del Regno di Napoli. Incaricato di relazionare sui danni provocati dal terremoto del 5 novembre 1659 nella Provincia di Calabria, così si espresse: “Da Soveria salendo più suso nel monte degli Appennini e declinando sempre verso grecolevante, lì sorge Sellia, tre miglia distante. E' celebre questa terra per una famosa sorgente di acqua salsa, donde si trae copia grandissima di un sale che ha i caratteri del mirabile,ed è quasi l’istesso del vero della fontana di Epsom in Inghilterra e se fa grand'uso in medicina”. E del sale inglese tutti sanno. Tutti ne parlano. Il cosiddetto sale di Epsom. Usato come lassativo fin dall’antichità. Elimina i calcoli al fegato e migliora la digestione. Ha un commercio mondiale, adesso. Loro sì, gli inglesi, che ci tengono a preservare le loro ricchezze.
Nel 1915 il boom della salinella di Sellia. Il professor Gouthier, ordinario di Idrologia presso la R. Università di Napoli, vi riscontrò delle notevoli qualità salutari con effetti purgativi e decongestionanti, e la indicò come naturale rimedio contro l'obesità, nonché efficace per il buon funzionamento del metabolismo. Studi confermati successivamente anche da Pier Carlo Federici dell'Università di Parma. Nel 1925 il ministero dell’Interno, considerate le sue pregevoli proprietà benefiche, ne autorizzò la vendita, in Italia e all'estero, con il nome di "Acqua Sila", come acqua minerale, naturale, purgativa, nazionale.
Sulle bottiglie era riportata una dettagliatissima etichetta su cui campeggiava il nome: Sila, sorgente scenìa. A sinistra i risultati delle analisi chimico-fisiche eseguite dal professor Gouthier. Nella parte centrale i consigli su come usarla:
- da prendere a digiuno nella dose di 80-1 50 gr. per adulti, da ridurre a 1/2 o a 1/3 nei bambini, come ottimo purgante;
- sciacquarsi la bocca sia prima che dopo l'uso dell'acqua Sila per evitare la secchezza delle mucose;
- utilizzare il contenuto della bottiglia per tre purganti, al massimo due, solo eccezionalmente in quantità superiori.
Nella parte destra alcuni giudizi rilasciati da insigni medici italiani dell’epoca. Tra cui:
“L'acqua purgativa Sila è tra le congeneri una delle più efficaci e delle più tollerate. Non provoca irritazione del tenue, ne tenesmo. Agisce blandamente, prontamente, sicuramente. E’ perciò raccomandatissima anche nella pratica pediatrica. 18 marzo 1923, Prot. Dott. Leone Maestro.
"Ho usato in pratica la vostra acqua Sila e ho riscontrato un eccellente purgante che fa onore alla nostra Italia”. 9 marzo 1925, Dott. Lazzeroni Antonio.
"Faccio personalmente uso dell'acqua purgativa Sila e ne sono più che soddisfatto”. 19 marzo 1925, Comm. Dott. Luigi Mauri.
"Ho adoperato con eccellente risultato l'Acqua purgativa Sila. Ha il grande merito di essere ben tollerata e non da dolori e la raccomando vivamente ai miei clienti tanto più essendo italiana."
4 marzo 1925, Dott. Francesco Leoni.
"Da anni prescrivo largamente alla mia clientela privata l'acqua naturale purgativa Italiana Sila che mi ha dato i migliori risultati sia come decongestionante del circolo enterico, sia per la sua azione specifica sulle vie biliari”. 20 marzo 1925 Cav. Dott. Augusto Watting.
Dopo la frana del 1949 ci mise mani il consorzio di Bonifica nel 1994. Fu come affidare il restauro di un negozio di porcellana ad un elefante. Non riuscirono a captare le falde acquifere a regola d’arte, si dice così. E, cosa ancora più mostruosa, imbottirono di cemento armato la sorgente deturpando il valore paesaggistico della vallone che neanche gli antichi Romani si sognarono di toccare.
Oggi l’interesse e la sensibilità sono quelli giusti. Manca lo studio di fattibilità. E poi, forse, potremmo dire, come Lazzaroni, che la Salinella di Sellia di Catanzaro fa onore non solo alla Calabria, ma all’Italia intera.

L'interno della sorgente, con drenaggio sullo sfondo 

12 settembre 2010

Seteco, la Valle "Serralorda"

Da story

Valle Serramunda, per la “pulizia” delle serre.
In mezzo il fiume Amato.
Gli ultimi lamenti prima di raggiungere il mar Tirreno dalle fatiche silane.
Gli ulivi secolari.
Gli abeti rigogliosi.
I crinali delle colline rosse e a strapiombo.
Le umili casette dell’inizio del secolo scorso.
Tutto lasciava presagire un paesaggio incontaminato.
Un lavoro certosino ha fatto madre natura.
Poi è arrivata la promozione a zona industriale.
Il cemento.
La polvere della Calme.
La distribuzione della carne all’ingrosso.
La birra.
Le aziende di trasporti.
La casa editrice.
Infine, la Seteco, la fabbrica dei compost con le carcasse degli animali.
Infine, ma vi era già dall’inizio.
Un tumore che lacera il cielo e la terra.
Inferno e Paradiso convivono in località Serramunda di Marcellinara.
Ora non più “munda”, s'è lordata.
Serralorda, già Serramunda.




11 settembre 2010

La Calabria senza il Nord? Prima nel mondo. Un giovane economista replica a Brunetta

Da story

di VINCENZO NIUTTI

Onorevole ministro Brunetta,

a seguito delle affermazioni sconvolgenti da Lei sottoscritte sul “Giornale” ci terrei a ricordarLe che un economista, che è nulla più che un economista, diventa un pericolo per il suo prossimo quando i dati economici vengono letti a proprio piacimento diffondendo nella società una mistificazione assurda e senza fondamento. Mi consenta di smentire, prescindendo da studi, quanto da Lei affermato. La Calabria rappresenta un grande e grosso malato che tal fa comodo alle tasche di imprenditori e professionisti certamente non del Sud. Se per un attimo Lei accede ai dati della Camera di Commercio noterà sicuramente che le Società che usufruiscono di fondi Comunitari e Nazionali hanno una compagine societaria quasi sempre riconducibile al Nord (Lombardia in gran parte). Gli assassini storici della nostra economia risiedono proprio al Nord.

Nel 1861 in Italia non vi era alcun divario, da qualche anno ciò può affermarsi anche statisticamente. Secondo una recente ricostruzione, basata su un lavoro certosino di integrazione di fonti statistiche diverse (fino agli anni ‘40 non esisteva la moderna contabilità nazionale), non è affatto vero che al momento dell’unità il Sud fosse economicamente più arretrato del Nord. Il divario, invece, sarebbe interamente un portato della storia unitaria, qualcosa che non esisteva nel 1861 e si sarebbe prodotto dopo. Secondo la ricostruzione, il periodo nero della storia del Sud è quello che va dal 1880 al 1951, mentre il periodo che va dall’inizio degli anni ‘50 ai primi anni ‘70 sarebbe il periodo migliore della storia post-unitaria del Mezzogiorno. Tracciamo una traiettoria completa? Dal 1861 ad oggi? Ebbene, il risultato non è dei più allegri. La tendenza di lungo periodo parrebbe, inequivocabilmente, al declino relativo del Mezzogiorno, con due soli periodi di respiro: il ventennio dal 1951 al 1971 e il decennio 1995-2005. Su 150 anni di storia unitaria, quasi 120 sarebbero di arretramento. Un bello shock no?

Povertà al Sud e ricchezza al Nord? Disuguaglianza?

I Paesi dell’America Latina con maggior attenzione al Brasile, assieme all’Italia negli anni sessanta godevano di livelli di reddito simili. Dal 1960 ad oggi, nonostante l’identico punto di partenza, il Brasile è finito nella più completa povertà mentre l’Italia è cresciuta economicamente. L’unica variabile economica che è riuscita a spiegare l’accaduto è la “disuguaglianza” che, mentre in Brasile è cresciuta negli anni alla velocità della luce (+13%), in Italia si è ridotta nel tempo (- 9%) liberando la crescita economica.

La disuguaglianza in Brasile è figlia della variabile “qualità istituzionale” che viaggia su livelli bassissimi per l’elevata incidenza della corruzione. Le differenze nel tempo tra Brasile ed Italia rappresentano le medesime differenze generatosi internamente all’Italia tra Nord e Sud. Questa “disuguaglianza”, figlia di una bassa qualità istituzionale più accentuata al Sud, ha generato nel tempo questo vile assassinio dell’economia calabrese che Le ricordo esser stata ricca quanto quella del Nord al tempo dell’Unità d’Italia.

Onorevole ministro, analizzi in quali società ed imprenditori sono finiti i 4 miliardi di euro di fondi europei spesi negli ultimi anni nella sola Calabria. Analizzi bene passando per le società fiduciarie, poi mi dica in quali tasche siano finiti se nel Nord o in Calabria, e lo riferisca in Parlamento. Io ho tratto le mie conclusioni: essendo finiti al Nord è chiaro che, continuare a mantenere la Calabria malata sia una situazione di comodo per molti imprenditori e professionisti del Nord. Un malato di comodo insomma, uno dei pochi casi in cui chi assiste il malato è felice di vederlo tale.


P.S. (J. Hicks, 1941, p.6)

Un uomo che è matematico e nulla più che matematico potrà condurre una vita di stenti, ma non reca danno ad alcuno. Un economista che è nulla più che un economista è un pericolo per il suo prossimo. L'economia non è una cosa in sé; è lo studio di un aspetto della vita dell'uomo in società... L'economista di domani (e talvolta dei giorni nostri) sarà certamente a conoscenza di ciò su cui fondare i suoi consigli economici; ma se, a causa di una crescente specializzazione, il suo sapere economico resta divorziato da ogni retroterra di filosofia sociale, egli rischia veramente di diventare un venditore di fumo, dotato di ingegnosi stratagemmi per uscire dalle varie difficoltà ma incapace di tenere il contatto con quelle virtù fondamentali su cui si fonda una società sana. La moderna scienza economica va soggetta ad un rischio reale di Machiavellismo: la trattazione dei problemi sociali come mere questioni tecniche e non come un aspetto della generale ricerca della Buona Vita".

10 settembre 2010

Seteco, la Regione sapeva

Uno degli striscioni esposti a Catanzaro durante il Sit-in organizzato dal Comitato per la bonifica e la verità sulla Seteco lo scorso 30 luglio Da story

Seteco, la Regione sapeva. Quanto? Cosa? Scrubber e biofiltri per purificare l’aria. Deodoranti per l’abbattimento degli odori. Deodoranti? Sì, deodoranti. Richieste ai settori Chimico e Fisico-Ambientale dell’Arpacal - già l’Arpacal, l’Agenzia di Protezione ambientale della Regione Calabria - di effettuare almeno due controlli nel periodo provvisorio dell’autorizzazione, 180 giorni. La Regione sapeva. Era al corrente di qualcosa. Di quello che veniva bruciato là dentro. E, dopo una prima sospensione - a meno di un anno dall’inizio dell’attività - dell’ordinanza, che valeva quale autorizzazione ad emettere “derivanti dall’impianto per il trattamento dei rifiuti e produzione di compost”, qualcosa è cambiato. Negli uffici regionali c’è stato un cambiamento di rotta. L’ente locale non si è più opposto. A cosa? A quale ragione superiore? Non si sa. La Regione ha dapprima revocato la sospensione e poi ha erogato finanziamenti al legale rappresentante della ditta, Pasquale Leone. Infine, ha concesso il “numero di riconoscimento comunitario” per l’impianto di compostaggio “avente struttura e capacità industriale, che provvede alla degradazione biologica di prodotti di origine animale, trasformati in condizioni aerobiche in concime organico, appartenenti alla categoria 3” nel 2004. Cioè: “ossa, residui di pulitura delle ossa, corna e unghie, penne e piume, residui carnei, sangue, residui di pesce, crisalidi”, e “scarti, peluria e pilucchi di lana e altre fibre di origine animale, rifiliture e scarti di pelo”. Non allarmatevi! Ossa, in questo caso, fa riferimento a quelli animali, non a quelli umani: ossi, secondo il linguaggio comune. Un lapsus, dunque. Può capitare anche ai dirigenti locati alto. Gli odori della Seteco - la fabbrica che produceva fertilizzanti attiva dal 2002 - “sgradevoli” (per i tecnici dell’Ufficio del Commissario per l’Emergenza ambientale della Regione Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, cioè quando erano ancora recitantati all’interno del capannone nel 2003) e “nauseabondi” (“inconfutabilmente attribuibili alla conduzione dell’attività”, riferiva un sopralluogo della Provincia di Catanzaro, sempre nel 2003), sono, finalmente, liberi dalle maglie della burocrazia del tira e molla. All’aria aperta. Dal 2006. Al cospetto dell’uomo e dell’ambiente. Come un mostro che ha dormito per tanto tempo. Grazie agli organi competenti che, volenti o nolenti, hanno contribuito a farlo crescere. A rifornirlo delle primarie e secondarie necessità. Ecco lo spettro di quello che si sa. In attesa della prossima bonifica richiesta dalla giunta Scopelliti. E della chiusura delle indagini da parte della Procura di Catanzaro.
Il 27 giugno 2002 con l’Ordinanza numero 1913 la Regione, attraverso Giovambattista Papello, responsabile unico del procedimento, e Giuseppe Chiaravalloti, commissario per l’emergenza ambientale della Regione Calabria, disponeva di “prendere atto delle approvazioni del progetto dell’impianto di recupero di rifiuti non pericolosi con produzione di fertilizzanti ubicato nel Comune di Marcellinara (CZ) – zona industriale località Serramunda – e delle relative autorizzazioni alla realizzazione dello stesso”.
Il 14 marzo 2003 l’Ufficio del Commissario effettuava “con propri tecnici sopralluogo presso l’impianto verificando che, pur in presenza dei dispositivi necessari per prevenire forme di inquinamento ambientale, permanevano sgradevoli odori e, pertanto, veniva prescritto l’ottimizzazione dell’impianto costituito da scrubber e da biofiltri e l’utilizzazione di deodoranti nebulizzati per l’abbattimento degli odori”.
Il 28 marzo 2003 la Provincia di Catanzaro informava che “nel corso di un sopralluogo disposto in proprio presso la ditta Seteco s.r.l. ed effettuato in data 19 febbraio 2003, veniva rilevato che la Società suddetta era sprovvista di autorizzazione ai sensi del D.P.R. 203/88 nonché la presenza di odori nauseabondi inconfutabilmente attribuibili alla conduzione dell’attività. Si rilevava, inoltre, che all’atto dell’accertamento l’apertura di alcuni varchi non consentiva di ottenere il corretto controllo delle emissioni”.
Il 4 aprile 2003 l’Ufficio del Commissario Delegato, “facendo seguito al precedente sopralluogo e alle comunicazioni intercorse con la società, visionata la proposta della società relativamente agli interventi da porre in essere per la mitigazione delle emissioni odorose e ritenuti gli interventi proposti compatibili, invitava la Ditta a metterli in atto con immediatezza e a voler eseguire il procedimento di ulteriore deodorazione nel termine di 30 giorni dal ricevimento della nota stessa”.
Il 12 maggio 2003 gli ispettori di Polizia giudiziaria del NISA (Nucleo investigativo Sanità e ambiente) e carabinieri del NAS (Nuclei Antisofisticazioni e Sanità dell'Arma) provvedevano al sequestro dello stabilimento della Società “in ordine al reato di cui all’art. 674 del C.P., avendo, tra l’altro, rilevato l’assenza di autorizzazione allo scarico da parte della Provincia di Catanzaro ai sensi del D.Lgs. 152/99 e della L.R. 10/97 e dell’autorizzazione all’emissione in atmosfera ai sensi del D.P.R. 203/88. Venivano tuttavia concessi alla ditta 60 giorni per il completamento delle operazioni di lavorazione del materiale in giacenza diffidando il legale rappresentante della società dall’introdurre ulteriori merci per la lavorazione, con esclusione di segatura e cippato di legno nella quantità sufficiente a lavorare il materiale in giacenza”.
Il 13 maggio 2003 il responsabile della Sezione NISA di Catanzaro e il Comandante del NAS comunicavano di aver constatato la non conformità delle opere realizzate rispetto al progetto esecutivo depositato presso l’Ufficio Tecnico del Comune di Marcellinara riguardo la mancata realizzazione della palazzina da adibirsi ad uffici e ad abitazione del custode nonché la diversa destinazione dei locali previsti quali officina ed autorimessa modificati in uffici amministrativi e la diversa collocazione dei servizi igienici”.
Il 2 settembre 2003 il dirigente del Settore Rifiuti della Regione Calabria, Massimo Pucci, decretava “di liquidare all’Azienda SETECO di Catanzaro la somma di euro 13.014,71 quale 50 per cento del costo del progetto codice 57 a valere sulla Misura 1.C della Legge 236/93 della Circolare del M.L.P.S. n. 92/00, gravando l’importo sull’impegno n. 3046 del 22/8/2003, capitolo n. 3221130, consolidato con D.D. n. 11931 del 25/8/2003”. E che prendeva atto che “l’Azienda sta realizzando le condizioni stabilite dalla convenzione n. 424/03 ai sensi del 2° comma lett. b) dell’art. 45 della Legge 8/2002”.
Il 17 settembre 2003 il dirigente generale della Regione Calabria, Giuseppe Mizzitello, sanciva “di autorizzare in via provvisoria per un periodo di 180 (centottanta) giorni la ditta Seteco S.r.l. alle emissioni derivanti dall’impianto per il trattamento di rifiuti e produzione di compost, ubicato in Loc. Serramonda, Zona Industriale del comune di Marcellinara”. E che “l’autorizzazione definitiva sarà rilasciata entro quarantacinque giorni dalla scadenza dell’autorizzazione provvisoria a condizione che la ditta abbia osservato tutte le prescrizioni stabilite nel presente Decreto e che i risultati dei controlli sulle emissioni effettuati dall’Arpacal e dalla ditta stessa risultino conformi a quelli previsti nel D.M. del 12/7/1990”. (Autorizzazione definitiva che non c’è mai stata. Un particolare ininfluente perché la Seteco, giocando sulle autorizzazioni provvisorie, non ha mai smesso di fumare, ndb)
Il 13 ottobre 2003 il dirigente del Settore Rifiuti, Giuseppe Mizzitello, e il Commissario Giuseppe Chiaravalloti, revocavano l’ordinanza di sospensione del 19 maggio 2003 con un capolavoro amministrativo. La Regione aveva ordinato “misure di mitigazione ambientale per l’eliminazione dell’emissione di odori sgradevoli”. E Leone che ha fatto? Si è dotato di Scrubber, o ha selezionato a dovere i rifiuti? No! Ha comunicato di “aver implementato i portoni a tenuta nella zona di stoccaggio e di aver completato il montaggio e il relativo ripristino della linea di trattamento aria”. Cioè? Il legale rappresentante della società ha informato l’ente di aver acquistato delle porte per bloccare i fumi. Incredibile, ma vero. E di aver ripristinato la linea di trattamento aria. E come? Il decreto non lo spiega. Riguardo, invece, ai chiarimenti in merito alla “legittimità dell’esistente in relazione agli atti autorizzativi rilasciati” la Regione ha dato per buona la fantomatica “concessione in sanatoria n. 3 del 30/9/2003 rilasciata dal Comune di Marcellinara per l’esecuzione delle opere eseguite in parziale difformità dalla C.E. n. 31 del 22/11/2000”. E l’autorizzazione della Provincia che si è sempre rifiutata di rilasciare, per le emissioni in atmosfera? È stata bella bypassata con la concessione in sanatoria del Comune. E quella di scarico? In soccorso, alla Seteco, è arrivato ancora il Comune di Marcellinara. “In merito alla terza condizione dell’ordinanza sopracitata – delucidano il dirigente e il commissario - la ditta SETECO s.r.l. con nota del 24/6/2003 ha trasmesso copia dell’Autorizzazione allo scarico n. 2065 del 14/5/2003 rilasciata dal Comune di Marcellinara a specifiche condizioni”.
Il 19 maggio 2004 la Seteco beneficiava dell’erogazione del saldo. Di quanto? E perché? Il Bollettino Ufficiale della Regione Calabria ha un buco. Il decreto numero 6701 non c’è.
Il 21 aprile 2004 il dirigente del Settore, Giorgio Piraino, decretava “di assegnare alla ditta «SETECO Srl», amministratore unico Sig. Leone Pasquale, con sede in localita` Serramonda, Zona Industriale, nel Comune di Marcellinara (CZ), il numero provvisorio di riconoscimento CEE 324/AC, per l’impianto di compostaggio, avente struttura e capacità industriale, che provvede alla degradazione biologica di prodotti di origine animale, trasformati in condizioni aerobiche in concime organico, appartenenti alla categoria 3, relative alle tipologie: ossa, residui di pulitura delle ossa, corna e unghie, penne e piume, residui carnei, sangue, residui di pesce, crisalidi”. E a “scarti, peluria e pilucchi di lana e altre fibre di origine animale, rifiliture e scarti di pelo”.
Ossi od ossa?