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10 febbraio 2012

Il "muro del pianto" di Cropani


Lo hanno già ribattezzato “il muro del pianto”. Fa parte della riqualificazione del Lungomare di Cropani. Un’opera che si eleva all’improvviso, al termine del lungo viale che accompagna i turisti fin dalla statale 106. Proprio all’ingresso della passeggiata a rimirar lo spettacolo del mar Jonio catanzarese. Sembra che l’Amministrazione abbia in programma anche una scritta da affiggere a caratteri cubitali: “Benvenuti a Cropani”, oppure, più semplicemente: “Comune di Cropani”. Probabilmente un biglietto da visita. Oppure, sostengono i maligni, un muro dove appoggiarsi e abbandonarsi in un pianto liberatorio, qualora se ne sentisse il bisogno.

5 luglio 2011

I hate facebook



Il web ha cambiato la vita alle persone del terzo millennio. Ha aperto nuovi orizzonti. La gente si collega al pc per parlare con i propri amici, parenti, anche lontani, dall’altra parte dell’Oceano, oppure per conoscerne dei nuovi. Capita di chiedere alla vicina di casa una ricetta senza la fatica di affacciarsi, oppure cosa ne pensa della politica del Governo. Capita di imbattersi in personaggi strani, account si chiamano, che non si sa chi siano. Ci tengono all’anonimato. Capita di corteggiare ed essere corteggiati. In Inghilterra il solo facebook pare abbia fatto aumentare i divorzi del 30 per cento. Con la tastiera in mano siamo tutti più bravi. Poi magari s’incontrano e si rimane delusi. Oppure ti affascinano nonostante la magrezza dei link condivisi. La comunicazione, vuoi per piccione viaggiatore, vuoi via lettera tradizionale, vuoi via telefono e vuoi via chat, conserva sempre una certa dialettica, sta all’intelligenza di quelli che comunicano intuire o saper interpretare la corrispondenza delle cose dette. Ma capita, anche, di litigare. Anche se non si è amici e non si ha nessuna voglia di diventarlo. L’occasione la dà la nuova chat dei gruppi. Il recente strumento operativo dei guru della comunicazione via facebook.
Eccone un assaggio, rigorosamente Made in Calabria. Precisamente: provincia di Catanzaro. Protagoniste due ragazze. Che non sembrano avere molti peli sulla lingua. Il tenore della conversazione lascia perplessi per la profondità degli argomenti trattati. E nel merito. Difficile azzardarne un’imitazione. Insuperabile sul piano sociologico ed educativo. Nell’arte della comunicazione potrebbe a pieno titolo essere inserita nell’estetica del brutto. Per imparare ad evitarla, certo.
“Ciao a tutti”, esordisce una. “???”, l’interrogativo dell’altra. “Nn era rivolto a te il mio salutooo”, spiega la prima. “Ki ti ha interpellato, scusa, se risp vuol dire ke ti sei sentita interpellata, nn ci sei solo tu in linea, cm puoi vedere, quindi statti queta, ca parrasti gia' abbastanza per i cunti mei”, per i non locali la seconda parte della chat significa: “Statti zitta, che parlasti già abbastanza per me”. Inizia lo sputtanamento. La ragazza, risentita per qualcosa detto in pubblico dall’altra, giustifica il proprio malessere, e cioè che si sarebbe inventata degli “aborti” sul suo conto. La replica è: “Trovati l psicologo che meglio”. “Trovati un avvocato”, i due professionisti che si consigliano reciprocamente. “Che io ho ancora la tel registrata e lasciami stare, addio”. La conversazione sembra destinata alla chiusura, e invece: “Avisti puru u coraggiu ma mi saluti, ohi stupida”. “Non salutavi ati ignorante”, per la precisione. Evidentemente, non si erano chiarite abbastanza, infatti: “Ma si mi parrasti puru, cretina, l'ignorante sei tu nn io, ca tu nn teni nente intra i mani, eu si ca tegnu a registrazione, da chiamata ki facisti, duve parravi ca eu fici nn sacciu quanti aborti, per tua informazione nn sacciu mancu chi su i ginecologhi”, si capisce, si capisce, anche per i non locali. Sullo sputtanamento il discorso è ancora lungo. “A (omissis) parranu di porcati toi”, cioè: parlano delle tue porcate. “La gente conosce me e conosce te”, eguaglia una e poi incalza: “A tia miseru l'amante nn fazzu u nome pe rispettu soi ma nn pe tia tanto lo sanno ki è”, significa: “Di te dicono che hai un amante, e non faccio il nome per rispetto suo, non tuo”. “Dillo!” le risponde. “Nn sono una pentita come te o na lorduna”, a stretto giro di posta. La discussione va avanti senza soluzione continuità fino alle minacce. Le offese, infine, dai familiari passano sul personale. “E vota bona che ti sgonfio”. “Guardati u culu toi ka e sgonfiare cinde abbastanza”. “Alla faccia tua”. “Aru tua stupida, ca nn ti capanu mancu i pantaloni”.
No comment!

6 ottobre 2009

La scaletta di Zagari

"Scala Zagari" di lato

Inauguriamo con questo post una nuova etichetta: “L’estetica del brutto”. Tale iniziativa non ha la pretesa di accodarsi ai critici d'arte, non ne avremmo le competenze e nemmeno la fantasia, ma solo di coltivare il giudizio estetico con il beneficio della ricezione. Non di tutta la vasta gamma dell’arte, sarebbe troppo laborioso, bensì di una peculiarità del bello: il brutto. O, se volete, del bello al rovescio. Quando abbiamo deciso di intraprendere questo percorso tortuoso, a metà strada fra satira e impressinismo, illuminante si è rivelata la “scaletta” di Piazza Matteotti, tanto che qualche dubbio su quale delle due idee fosse venuta prima, ancora ci assilla. Ad ogni modo, la possibile deduzione, nel caso della primogenitura riconosciuta alla teoria del brutto, o la probabile intuizione, nel caso inverso, dichiarata alla scaletta, combaciano. 
Non ce ne vorrà Franco Zagari, autore del progetto, che tanto ha faticato per difendersi dagli sgarbati giudizi di Vittorio. Sulla vicenda, Laura Caporto, Gup (giudice per le udienze preliminari) del Tribunale di Roma, ha chiuso la diatriba così: quella di Sgarbi era solo “critica”. Ora però, arriviamo al sodo, questo triangolo, ben riconoscibile all’interno del grande orologio solare voluto dallo Zagari, è brutto. Di una bruttezza tale che a buon diritto può vantare per conto suo un'estetica peculiare, per così dire. Tutto si sarebbe potuto costruire in quel posto, trade d’union fra le discese e le salite che si incrociano nella piazza, tranne che una scala a forma di triangolo. E' un pugno nell'occhio, pur se fantasticamente attento alle geometrie urbane. Di più, certo, sarebbe stata una scaletta rettangolare... tuttavia ci accontentiamo di questo risultato. L'artista dice è "che è un segno di identità della città di Catanzaro". Gli artisti sono sempre artisti. Difficile capirli. E, allora, il pensiero vola verso il mistero recondito della finalità e del messaggio che ha voluto trasmettere. Un significato sordo a tutti, salvo che a lui. L'universale non viene nemmeno sfiorato. Quello dell'arte bella, s'intende. E’ talmente brutta che balza agli occhi ancora prima del Cavatore e del monumento dedicato ai Caduti. Un segno di distinzione per rilevanza estetica.
Un capolavoro al rovescio.



"Scala Zagari" davanti


E' uno dei progetti a me più cari, molto discusso a Catanzaro, con passione pro e contro, accolto con buona curiosità dalla critica, fino alla Treccani. Era da quaranta anni, dopo il Viadotto della Fiumarella di Riccardo Morandi, che la città non scommetteva sull'architettura. Dopo questo silenzio la piazza ha liberato un linguaggio che non poteva essere che di rottura, ed è stato un urlo. L'inaugurazione è stata un avvenimento, più di un terzo dei cittadini erano lì, la piazza non si vedeva più. Nessuno ne ha poi parlato, ma la rivalutazione del valore dei palazzi attorno è stata molto rilevante. Solo per questo valeva la pena, anche per un giorno solo. Ma sono passati dieci anni, la piazza è sempre piena di gente, soprattutto di giovani. La piazza è la prima e più forte immagine "interna" di spazio pubblico che Catanzaro dà di sé a chi arrivi da fuori. E' una nuova visione che rilegge come una unità uno spazio che si è formato in più di cento anni, che prima dell'intervento non aveva un suolo, ma un confuso coacervo di asfalto, viabilità e parcheggi, con la folla schiacciata sui marciapiedi, perduta l'austera sobrietà di quando all'inizio del Novecento era Piazza Indipendenza. Di questo spazio mi ha colpito un effetto sinfonico che nel tempo si è spontaneamente prodotto fra le voci delle diverse epoche. Certamente è stato importante ristabilire un orientamento dei principali percorsi e decidere una strategia di comportamenti, di come e dove stare. Ma la suggestione più forte è stata il ritmo dello spazio, la successione dodecafonica di elementi e stili, materiali, luci e ombre. I temi: una passeggiata commenta l'intenso flusso della folla con un disegno cinetico bicromo, in granito nero assoluto d'africa -a righe lucide e fiammate- e travertino. Il giardino primo novecento di fronte al Tribunale viene restaurato e ampliato. Un'altra parte più di risulta è attraversata da linee di energia, le isocrone di un grande orologio solare che è solo una macchina retorica, le linee sono vive più di notte che di giorno e la misura del tempo è gnomonica, ma anche digitale. Vi è infine un punto dove salire, sedersi e vedere le cose dall'alto, è una "scaletta" che finisce nel vuoto, un segno di identità della città con un forte carattere fisiognomico. Un miracolo si fece con il cantiere, riaprendo attività artigianali interrotte, come nel taglio e nella posa della pietra.