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23 febbraio 2010

Gimigliano come Maierato?

Una delle frane che ha colpito il paese di Gimigliano











A Gimigliano le frane non si contano più. Almeno una trentina, durante i giorni di pioggia infernale della settimana scorsa. A Gimigliano non si contano più nemmeno gli smottamenti. La strada provinciale e i muri di contenimento sono segnati dalle crepe. A Gimigliano il rischio maggiore è una nuova Maierato.
Di fronte al centro abitato c’è la montagna “Marra”, dove fino agli anni cinquanta del secolo scorso la Montecatini estraeva la pirite. Proprio come l’altura vibonese è traforata da anfratti che potrebbero dare man forte a un presumibile sgonfiamento fino alla valle del Corace. E come se non bastasse a meno di un chilometro, a monte, stanno costruendo la megadiga del Melito, di 15 milioni di metri cubi e di 108 metri d’altezza. “I tecnici stanno lavorando”, rassicurano dal Comune. “Sembra che il pericolo sia rientrato. Già da domani iniziano i lavori per rimettere in sicurezza la strada di Gimigliano Inferiore”, informa il vicesindaco, Francesco Sirianni. E la miniera chiediamo? Sembra che i geologi, almeno fino a questo momento, non l’abbiano presa nemmeno in considerazione.
Durante i giorni della pioggia battente che ha messo in ginocchio l’intera Calabria il primo cittadino, Massimo Chiarella, ha emesso dodici ordinanze. Sette di chiusura delle strade. E cinque di sgombero di fabbricati, che hanno interessato quindici famiglie e tre esercizi commerciali. Danni ingenti, sul piano della sicurezza degli edifici e delle vie di comunicazione, sono stati registrati nelle frazioni di Patia, Corvino, Canovà, e a Gimigliano Inferiore, la parte bassa del paese. Ferma la ferrovia. Anche il ponte sul Corace è stato chiuso. Delle frane stanno minando la resistenza dei piloni laterali del viadotto.
Solidarietà alla popolazione è stata manifestata da tutti gli organi sovracomunali. Ma il vicesindaco si lamenta: “Non abbiamo visto nemmeno un euro dalla Regione Calabria. Perché i dieci mila operai forestali, oggi mandati in cassa integrazione, - chiede - non vengono impiegati nella manutenzione delle strade? E’ da lì che partono le prime avvisaglie dei pericoli. L’acqua che non viene incanalata nei passaggi previsti poi va a finire da un’altra parte. A generare situazioni di rischio per l’incolumità dei cittadini”. Un appello, il suo, fatto anche per le vie brevi all’Assessorato di riferimento. Ma pare che non sia possibile, gli hanno riferito.
E mentre si cerca di contenere le rovine subite dalla pioggia torrenziale la montagna Marra sembra assistere impaziente. Anche i lavori alla diga vanno a pieno ritmo. “Finalmente! dopo 33 anni di fermo”, è stato detto.

Sopra il ponte sul fiume Corace
Sotto la strada che porta a Gimigliano Inferiore

1 gennaio 2010

Calabria industrializzata ...grazie alle discariche e ai tumori

Un teschio animale e uno pneumatico. Foto scattata presso la discarica di Gimigliano

Calabria industrializzata. Non è uno slogan di partito, che promette un pesante sviluppo economico con la costruzione di nuove fabbriche e aziende. O di una delle tre compagini in lizza per le prossime elezioni regionali. E nemmeno un motto natalizio di questi giorni di festa. Ma è l’allarme lanciato da Silvestro Greco, assessore regionale all’Ambiente. “Nella nostra regione oggi – ha dichiarato qualche giorno fa - esiste un numero spropositato di neoplasie tumorali pari ad un livello industriale quando noi non abbiamo un’industrializzazione che possa giustificare questi dati”. Greco, un tecnico prestato alla politica, alla fine la spara. La urla la sua preoccupazione. Sono mille e cento le discariche illegali”. Bombe ad orologeria che non ti aspetti, sepolte da smottamenti, sfaldamenti, e da una vegetazione selvatica. Bombe che all’occorrenza ti piantonano un tumore allo stomaco, al cervello, e tu dici: “Ma perché? Come è potuto succedere? Ho vissuto una vita sana, non fumo neanche”. Possibile? Possibilissimo. Cancro. Un verdetto inequivocabile. Vagli a spiegare che, magari, abitando vicino a una discarica, per 20 anni, senza accorgersene, ha accompagnato ogni respiro e ogni boccone con la diossina. Oppure potrebbe essere il caso di un salutista, attento anche a fare la raccolta differenziata dei rifiuti, ma che ha avuto la sfortuna di rifornirsi di carne di animali che si sono cibati di erba contaminata. La regione Calabria è quella che vanta, rispetto a molte altre, una vegetazione fiorente e invidiabile, spalmata su tutti e tre i rilievi della geografia: montagna, collina e spiaggia. Un territorio, invece, martoriato da rifiuti solidi urbani e tossici. C’è un’indagine coordinata dal pubblico ministero della Procura di Catanzaro, Giuseppe Borelli, che sta cercando di fare luce su questa empasse. È in piena istruttoria. Stanno ridisegnando la pianta della Calabria marcando tutte le discariche. E su talune stanno guardando con una lente a raggi ultravioletti. I raggi ultravioletti sono i carotaggi sui cumuli di rifiuti vecchi di venti, trent’anni. Discariche illegali, mai autorizzate, ma utilizzate anche da Amministrazioni compiacenti. Pochissime le notizie che sono trapelate fino a questo momento. Quello che è certo è che si lega al filone aperto da Luigi De Magistris alla fine degli anni ’90, “Artemide”, incentrata su un traffico illegale di sostanze tossiche provenienti dall’ex Pertusola Sud, e quello di Pierpaolo Bruni, “Black Mountains”, che ha portato al sequestro di 18 siti, tra cui anche scuole, in cui sono stati sotterrati rifiuti dall’ex fabbrica di zinco.
Un’indagine che ha due comuni denominatori: la natura e il cancro.
La natura defraudata. L’attenzione è rivolta a tutti i siti incriminati. Ma in particolar modo alle discariche di Gimigliano, di rifiuti urbani in località Marra, e mineraria, sempre nella stessa località, e alla cava “Silana mineraria” di Sorbo S. Basile. E non sembra escluso un occhio di riguardo, da parte della magistratura, anche alla diga del Melito, un’opera gigantesca, del valore di 259 milioni di euro, ossia cinquecento miliardi delle vecchie lire.
E le persone consumate dai tumori. Tumori che avrebbero dovuto essere censiti da una Commissione oncologica regionale esistente solo sulla carta. Che non riesce a svolgere la sua funzione. Il Greco, assessore regionale all’Ambiente, sembra uno straniero nell’ente intermedio calabrese. Anziché rivolgersi alla Commissione oncologica presieduta da Francesco Cognetti, parla alla stampa. Questo la dice lunga sul suo isolamento e sul suo potere decisionale per la faccenda delle discariche e sul vantaggio degli apporti scientifici della famigerata Commissione. Un rete oncologica che manca in Calabria, così come denunciato dalla Commissione ministeriale d’inchiesta Silvana Riccio e Achille Serra già qualche anno fa. E la commissione oncologica, allora, che ci sta a fare? Nicchia. Non ha saputo nemmeno mettere su un registro tumori. E il Greco parla alla stampa. Forse la sua è una richiesta di aiuto alla stampa. Ma esiste una stampa in Calabria che sappia raccogliere il suo appello?
Incalza che la “Calabria sembra una regione industrializzata a causa delle discariche”. Già un medico oncologo indipendente aveva rilasciato qualche tempo fa dichiarazioni analoghe, Pasquale Montilla. Anche lui facente parte della Commissione oncologica appena insediatasi nel 2006. Ma non è durato molto. Alla Regione vanno bene quelli dello status quo. E Montilla non è uno di quelli a cui piace lo status quo. Ed è stato fatto fuori. Come hanno fatto fuori l’assessore regionale alla sanità di allora, Doris Lo Moro, cacciato da Agazio Loiero, secondo la sua versione, per aver “fermato alcuni pagamenti illegittimi pari a 200 milioni.”
In Calabria chi tocca la Sanità viene respinto per incompatibilità ambientale. Meglio non toccarla e lasciarla così com’è. E che continuino a morire i poveri cristi per arricchire le lobby affaristiche e mafiose. A loro conviene che ci si ammali e si muoia.

3 luglio 2009

Procura e Protezione civile in allerta per le discariche di Gimigliano


Un'immagine del paese di Gimigliano, ripresa dalla montagna Marra. Di lato il fiume di "acqua bianca" del Fosso Patia

Massima attenzione alle discariche di Gimigliano. Questa l’indiscrezione che trapela dagli uffici della Procura della Repubblica di Catanzaro. Massima attenzione, dunque, verso i cumuli di pirite a cielo aperto della vecchia miniera di proprietà della Montecatini Spa negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale. E poi abbandonata e dimenticata. E verso la discarica di rifiuti solidi urbani, utilizzata dal 1982 al 1997, sempre a ridosso della stessa montagna, in località “Marra”. In questi giorni, infatti, dovrebbero essere già pronti i risultati batteriologici e chimici effettuati lungo il “Fosso Patia”, verosimilmente proveniente dalla montagna metallifera, di color bianco/neve e confluente nel fiume Corace. Analisi sulle quali vige, al momento, il più stretto riserbo. Cionondimeno ampio potrebbe essere il ventaglio delle sostanze tossiche che gli inquirenti vi avrebbero riscontrato: dall’arsenico, cancerogeno di “gruppo 1”, secondo la classificazione dell'agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), a tutte le altre sostanze tipiche dei residui delle montagne metallifere sia solide, come le polveri sottili, che liquide in commistione con l’acqua. Non è escluso, quindi, che tutta l’area, interessata allo scempio ambientale, possa essere messa sotto sequestro. E non solo, sotto i riflettori della magistratura rimangono anche i paesi vicini, da Gimigliano a Sorbo s. Basile. Gli inquirenti stanno indagando sulla qualità dell’acqua del fiume Corace, dalla fonte alla foce. Un’indagine di alto spessore che potrebbe anche rispolverare i fili di un primo troncone di una vecchia inchiesta dell’ex pm Luigi De Magistris, di 12 anni prima, inerente un presunto traffico di rifiuti altamente tossici che interessò una nota cava (di proprietà della Silana Mineraria srl, amministrata da tale Silvano Silvestri) esistente nel Comune di Sorbo San Basile. “Operazione Artemide” era il nome dell’inchiesta che coinvolse in modo più particolareggiato la provincia di Crotone per presunti movimentazioni illegali di ferriti di zinco, una sostanza altamente nociva, residuo del ciclo industriale dello stabilimento chimico del Comune capoluogo, appartenente alla società Pertusola Sud. E che si concluse con l’arresto per corruzione dell’allora assessore regionale all’Ambiente, Sergio Stancato. Luigi De Magistris poi, nel 1998, andò via da Catanzaro e l’inchiesta piano piano morì, tanto che i reati contestati caddero in prescrizione. E tra i primi a beneficiarne fu lo stesso Stancato, rieletto al Consiglio regionale, tra le file del Nuovo Psi nel 2005.
ANCHE la Protezione civile è in allerta. Fonti ufficiali non negano un pronto intervento del centro operativo dipendente dalla Prefettura di Catanzaro mirato alla bonifica delle discariche in questione.
L’indagine partì grazie alla denuncia di un medico oncologo, Pasquale Montilla, che per primo ipotizzò una correlazione tra le nano particelle delle ceneri di pirite della miniera dismessa alle patologie tumorali maggiormente diffuse, in modo apparentemente ingiustificato perché sano e lontano da centri industriali, in un paese alle porte della Sila calabrese, quale è Gimigliano.


L'ingresso della cava della Silana Mineraria Srl

20 giugno 2009

Il cancro ai piedi della montagna "Marra"



In merito alle discariche di rifiuti solidi urbani e di pirite, presenti nel territorio di Gimigliano, apprendiamo lo studio scientifico di Pasquale Montilla, oncologo medico.

Rischio ecogenotossico da esposizione multipla di contaminanti ambientali da siti di abbandono di natura antropogenica.

di Pasquale Montilla *

Sul territorio del comune di Gimigliano sono stati identificati diversi siti di abbandono di natura inquinante con classe di contaminanti e indice di pericolosità documentata che potrebbero avere realizzato un esteso conflitto ambientale con reale ricaduta sullo stato di salute della popolazione promuovendo lo sviluppo di patologie criptogeniche, oncologiche e degenerative sul sistema nervoso centrale .
I siti di abbandono di diversa natura antropogenica, identificati singolarmente dopo una valutazione del rischio di esposizione potenziale dei contaminanti ambientali riconosciuti, potrebbero ridefinire l’area oggetto di studio come una area ad alto impatto di rischio ambientale con sviluppo di criticità sanitarie. I siti contaminanti si trovano in una area del territorio confinante con Catanzaro ad elevata densità abitativa ed in prossimità di una area territoriale della presila dove vi e’ in costruzione il bacino di una diga, possibile bersaglio di futuro trasferimento di inquinanti nell’ambiente idrico.
Nel comune di Gimigliano con una distribuzione territoriale a cintura e con area di impatto sui recettori umani immediata sono state individuate:
Una discarica di rifiuti solidi urbani di 10.000 m3 in località Marra, già classificata come ad alto rischio ambientale dall’Arpacal e censita dal 1998 dal commissario per l’Emergenza rifiuti dismessa e non bonificata. La presente discarica negli anni ha prodotto una probabile alta emissione per combustione di diossina e suoi sottoprodotti, particolato ultrafine e nanoparticelle con contaminazione prolungata del suolo del sottosuolo e di falde idriche sospese con percorsi di migrazione delle sorgenti inquinanti ai recettori umani e ambientali.
• Un’altra discarica di rifiuti solidi urbani che si proietta nel fiume Corace a sud di Gimigliano di 5000 m3 non censita nè bonificata con le stesse caratteristiche contaminanti sopraesposte.
• Una montagna metallifera con miniera di pirite della Montecatini, attiva dal 1938 al 1948, non bonificata, con aree di discariche di ferriti a cielo aperto e a deflusso di acque tossiche.
E’ ipotizzabile che un collasso negli anni delle estese gallerie delle miniere nel tempo abbia determinato, per l’alta concentrazione nel territorio di falde idriche del sottosuolo combinata all’azione di acque freatiche e di percolazione, la contaminazione del territorio mandando in soluzione concentrazioni di metalli pesanti con successiva dispersione, trasferimento e infestazione di vaste aree del territorio. L’acqua potrebbe avere trasferito le sostanze tossiche nella catena alimentare.
La pirite e le sue ceneri ematitiche presentano significative concentrazioni di metalli pesanti, classificate come rifiuti tossico-nocivi pericolosi per l’alta concentrazione di arsenico, tallio, manganese, piombo, cadmio. Rappresentano delle sostanze inquinanti cancerogene e mutagene non biodegradabili penetrando in maniera insidiosa nell’organismo con diverse modalità. Il loro meccanismo d’azione e’ quello di bloccare in sintesi numerosi complessi enzimatici con conseguente danno metabolico ed energetico promuovendo lo sviluppo di patologie tossico-degenerative e neoplastiche.
• Presenza di cave di marmo geotossiche con rocce amiantifere a cielo aperto.
E’ riconosciuto in letteratura che le particelle nanometriche di ceramiche assorbite nell’organismo presentano un comportamento micrometrico determinano danno biologico degenerativo con sviluppo di nanopatologie.
• Presenza in località Sorbo S.Basile di una miniera mineraria estrattiva attiva di feldspato con 175.000 tonnellate annue di estrazione di materiale con emissione di polveri e nano particelle inorganiche e relativa produzione di materiale di scarto tossico nocivo. Il feldspato appartiene ai silicati sostanze inorganiche naturali caratterizzate dalla presenza di un radicale silicico per i quali e’ prevista una tutela speciale .
In sintesi:
Dopo avere osservato un trend di incremento di incidenza di patologie oncologiche per sopperire alla mancanza di precedenti ricerche epidemiologiche e a dati sperimentali di cancerogenesi ambientale integrata, ho applicato un metodo di valutazione della presenza di inquinanti nell’ambiente con ipotesi di studio di modellazione di trasporto e diffusione degli inquinanti dai siti , valutazione dell’esposizione umana di tali descrittori inquinanti e dei rischi sulla salute umana, lo studio dei meccanismi di tossicità degli inquinanti e dei composti tossici riportati in letteratura scientifica.
Si è fatto uso di un database internazionale riportante dati di letteratura clinica e sperimentale che riguardano le relazioni tra esposizione a composti neurotossici ambientali e professionali, cancerogeni, malattie neurodegenerative con estrapolazione di risultati convalidanti e suggestivi di approfondimento clinico. La ricerca e’ stata eseguita utilizzando i seguenti descrittori: Memory Disordes and Dioxins, Cognitive deficit and Dioxin,Heavy metal poisoining, nervous sistem,Dioxins/toxicity ecc. I risultati ottenuti, estrapolati da Medline/PubMed, sono stati controllati e selezionati in funzione della pertinenza con l’oggetto della richiesta. Al fine di evitare errori di distorsione su i dati aggregati analizzati dal disegno epidemiologico osservazionale sulla popolazione in oggetto ho condotto una analisi su campioni rappresentativi della popolazione generale riconosciuto il rischio di esposizione dei contaminanti dei siti identificati.
Conclusioni:
L’ipotesi di una esposizione amplificata umana a composti ambientali ecogenotossici si e’ sviluppata dopo una analisi su dati clinici di pazienti affetti da patologie neoplastiche e degenerative del sistema nervoso centrale che in una area geografica definita si trovavano ad una coesposizione di contaminanti ambientali con possibili effetti additivi e composti sinergici tra diversi neurotossici e cancerogeni presenti nei siti. Partendo dall’area di osservazione clinica-epidemiologica delle patologie riscontrate nelle zone di impatto e processando gruppi di dati clinici aggregati di pazienti con patologia oncologica e neurodegenerativa ho rilevato alto il probabile rischio di tossicità e il danno sui recettori umani da parte di contaminanti identificati nei siti sulla base di modelli teorici predittivi di tossicitàe contaminazione ambientale (modello di Briggs utilizzato dalla Environmental Protection Agenzy, EPA, R.A.). Sulle prime aree di impatto territoriale ho riscontrato un elevato tasso di incidenza di patologie oncologiche in diversi nuclei familiari con la simultanea presenza di disturbi psichiatrici non correlate a dinamiche psicooncologiche e degenerativi del sistema nervoso centrale. Nonché la simultanea presenza su stessi pazienti di neoplasie rare multiple e metacrone difficilmente rilevabili in letteratura. Un caso di Iperplasia Nodulare Focale Epatica con concentrazioni ematiche di rame superiori alla soglia di riferimento associato a disturbo depressivo correlato.
Nelle stesse aree limitrofe ai siti ho avuto modo di osservare terreni di coltivazione ad uso alimentare e fontane ad uso potabile ed irriguo appartenenti e in uso ai nuclei familiari osservati. E ho riscontrato che intere famiglie presentavano patologie criptogeniche e degenerative compatibili a danno neurotossico per possibile intossicazione cronica combinata dall’azione simultanea di più contaminanti ambientali.
Nuclei familiari con sarcoidosi polmonare, neoplasie centrali snc,neoplasie mammarie, linfomi gastrici, disordini emolinfoproliferativi e disturbi psichiatrici maggiori e minori.
Ho rilevato, altresì, e ricadenti sullo stesso territorio limitrofo alle discariche, neoplasie polmonari, linfomi cutanei a cellule B, neoplasie epatiche, del colon-retto,vescicali e mammarie con simultanea presenza di disordini parkinsoniani e deficit cognitivi degenerativi. Casi di sclerosi a placche e un caso di SLA(sclerosi laterale amiatrofica). E’documentato in letteratura che la cronica esposizione ai metalli pesanti e alla diossina e ai suoi sottoprodotti determinano negli esseri umani effetti mutageni e cancerogeni. Riconosciuti potenti agenti con effetti neurotossici determinano alterazioni di unità proteiche neuronali e su recettori di trasporto postsinaptico dei segnali neuronali e alterazioni dei sistemi colinergico/dopaminergico con meccanismi di interferenza molecolare e interazione diretta sul DNA.


(* Studio dedicato a Costantina Lamannis, una giovane madre di quattro figli, morta di cancro, che non ha mai perso il senso della vita.)

11 giugno 2009

"Messa in sicurezza e bonifica delle discariche di Gimigliano". Lo chiedono l'Arpacal e l'assessore all'Ambiente


Discarica di pirite

“Messa in sicurezza, caratterizzazione e bonifica delle discariche di Rsu e minerarie di Gimigliano”. E’ quanto chiedono l’Arpacal e l’assessore regionale all’Ambiente, Silvestro Greco. La notizia, degli occhi puntati dagli organi amministrativi preposti alla difesa dell’Ambiente sulla montagna “Marra”, circolava già da giorni, ma è stata ufficializzata solo ieri mattina, al termine di una riunione voluta dall’assessore regionale alle Politiche dell’Ambiente, Silvestro Greco, con i tecnici dell’Arpacal (agenzia regionale per la protezione dell’ambiente in Calabria). Tutta la montagna “Marra”, dunque, potrebbe essere “ad alto rischio ambientale”, ragion per cui l’Agenzia si sta muovendo per “implementare iniziative di controllo della discarica dismessa di località Marra, nonché di alcuni siti minerari dismessi di pirite presenti nel territorio comunale, giungendo alla messa in sicurezza, caratterizzazione e bonifica di tali siti”. Iniziative di controllo che non risparmieranno “eventuali contaminazioni della falda, delle acque superficiali e delle ricadute sul terreno”.

Discarica di Rsu

Sulla pericolosità della discarica dismessa di rifiuti solidi urbani, dal 1982 al 1987, l’Agenzia si era già espressa nel mese di novembre 2008 con una relazione in cui rilevava “un alto rischio ambientale ed idrogeologico”. Un documento, firmato da Clemente Migliorino, dirigente del Servizio Suolo e Rifiuti, trasmesso al Comune e alla Procura della Repubblica di Catanzaro, per la contestuale apertura di un’indagine della magistratura, che indicava anche i bersagli potenziali dell’inquinamento: presenza nell’area della discarica di pozzi ad uso irriguo o idropotabile; presenza nell’area della discarica di sorgenti ad uso irriguo o idropotabile; presenza nell’area della discarica di corsi d’acqua (fiume Corace); presenza di falde sospese o profonde nell’area della discarica; uso del suolo (campi coltivati, aziende agricole; zootecniche, ecc). Con la recente scoperta di altre discariche, di natura mineraria, che insistono sulla stessa montagna, il rischio ambientale potrebbe ingigantirsi in modo smisurato. Oltre agli immensi cumuli di pirite, abbandonati dalla società Montecatini negli anni che vanno dal 1938 al 1948, per estrarvi il ferro, sgorga, infatti, una sorgente di acqua dalla dubbia qualità. Presenta un color neve e rende bianco tutto ciò che bagna. Sgorga nel “Fosso Patia”, e confluisce nel fiume Corace, principale fonte di approvvigionamento idrico dei comuni limitrofi e dello stesso capoluogo. L’acqua viene comunemente chiamata dagli abitanti come “l’acqua della pirite”, per distinguerla dalle altre più potabili. Un fiume da sempre conosciuto dai gimiglianesi tanto che, anche se non la usano per scopi alimentari, alcuni ricordano che negli anni passati utilizzavano le pietre “bianche” del fiume per pescare i pesci, facendoli prima morire con il semplice lancio delle pietre incriminate.

L'acqua della pirite

L’allarme vero e proprio potrebbe scattare allorquando la presenza dell’arsenico e di altri metalli pesanti venisse confermata dalle analisi chimiche e batteriologiche del liquido. “Le sostanze tossiche, presenti in diverse concentrazioni nelle ceneri di pirite, sono il rame, il cadmio, il tallio, e il piombo, oltre all’arsenico in assoluto la più cancerogena, secondo l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc)”, ricorda Pasquale Montilla, il medico oncologo che nel maggio 2008 sollevò la problematica ambientale della montagna “Marra”, denunciando il caso alle autorità, insospettito di un insolito aumento di tumori nella cittadina, e sollecitando un tempestivo e appropriato controllo del territorio per potenziali combinazioni di altre concause sugli effetti della popolazione, accanto a quelli della diossina dei rifiuti.

Pubblicato anche su il Quotidiano della Calabria

4 giugno 2009

Il sacrificio dei minatori della Montecatini a Gimigliano


Alcuni minatori di Gimigliano


Vi hanno lavorato per circa nove anni. Hanno prima permesso alle proprie famiglie di crescere con una certa agiatezza, in tempi di guerra e di carestia, e poi sono tutti morti negli anni successivi per silicosi, la malattia tipica delle persone che si espongono per tanto tempo all’inalazione del biossido di silicio. Sono i minatori del giacimento di pirite di Gimigliano, gestito dalla società Montecatini dal 1939 al 1948, quando poi chiuse per motivi legati alla produzione. Non perché non ci fosse, la pirite. Anzi, questo materiale, da cui viene estratto il ferro, si nascondeva in modo abbondante nelle viscere della montagna “Marra”, di là dal Corace, ma per alcune non precisate “cause connesse ai finanziamenti statali”, così ricordano i discendenti dei minatori. Di Gimigliano Inferiore erano in tutto una quarantina. Gli altri, quasi tutti gli altri, circa settanta quando la miniera era a pieno regime, provenivano da Tiriolo, il paese limitrofo. Ancora gli abitanti ricordano la famiglia dei cosiddetti “Minni”, il soprannome con cui veniva riconosciuta, cioè i Rotella, Beniamino, Benedetto e Luigi. Tra gli altri anche Antonio Verri, Gennaro Godio, Luigi Cantafio, Luigi Paonessa, Giuseppe Trapasso e Giuseppe Paonessa. Tutti deceduti per insufficienza respiratoria a cavallo degli anni ’50 e ’60, con un’età media che va dai 55 ai 65 anni. Va da sé che evitando la “chiamata alle armi” della seconda guerra mondiale non hanno potuto sfuggire la contaminazione dell’arsenico all’interno delle cunicoli del ferro, se pur con la certezza di un lavoro e di uno stipendio sostanzioso a quei tempi.
La montagna, dirimpetto al quartiere inferiore del paese, era traforata dalle gallerie. Uno spettacolo per tutti i familiari che di giorno rimanevano nelle loro case. Con la pirite che veniva poi trasportata sui binari fino alla punta del crinale per poi essere accumulata in dei grossi bidoni, e infine prendere le vie delle grandi fonderie del nord d’Italia. Il 1948, stando alla testimonianza dei figli dei minatori, la Montecatini inaspettatamente ha alzato le tende, e ha tolto il disturbo in Calabria, salvo poi reinvestire a Crotone con una nuova industria che produceva concimi e fertilizzanti per l’agricoltura. La Società generale per l’industria mineraria e chimica, dunque, ha lasciato le cose come stavano a Gimigliano. Comprese le molte discariche, di grandi dimensioni poste nelle vicinanze delle bocche della miniera senza bonificarle. Oggi sono chiuse. Smottamenti e frane negli anni a seguire le hanno serrate. Tutta la montagna è di nuovo ricoperta da un manto erboso. Solo le macchie giallo e marrone degli scarichi di pirite ancora resistono e rivelano un passato non troppo lontano e quasi dimenticato. E il fiume di acqua quasi bianca del “Fosso Patia” che dal ventre della miniera scende fino alla valle del Corace. Comunemente chiamata dagli abitanti come “l’acqua della pirite” per distinguerla dalle altre, più pure e, soprattutto, potabili.

Pubblicato anche su il Quotidiano della Calabria

31 maggio 2009

La pirite e l'acqua bianca. Viaggio nell'ex miniera di Catanzaro


Forse è stata proprio quella montagna a dare, secondo alcuni storici, il nome greco di “Temesa” a Catanzaro. Perché ricca di rame e di altri metalli pesanti, dall’etimologia greca di “fonderia”. Quella montagna distante dal capoluogo solo 5 chilometri. Si trova a Gimigliano inferiore, in località Marra, o contrada “Patia”. Una montagna così ricca di metalli pesanti che era conosciuta anche dagli antichi orientali e dagli egei per la bellezza delle realizzazioni, sapientemente create dai primi abitanti di Catanzaro.
Un massiccio crinale prospero di rame e di industrie metallifere era il sito catanzarese a quei tempi. Una ricchezza sfruttata fino alla fine degli anni '50 del secolo scorso. Poi abbandonata, e molto probabilmente, non bonificata. Era una fortuna in quel periodo poter disporre di pirite per la lavorazione del ferro, e degli altri metalli pesanti. Tempi difficili, quelli, di armamenti e di ricostruzione. Una fortuna costata cara ai minatori che vi abitavano anche nei pressi, in delle casette all’uopo costruite. Oggi non si scava più. Di tutto questo giacimento metallifero sono rimaste solo le immense discariche. Grandi macchie di color giallo e marrone, lontane da quella “mediterranea”, che dovrebbe essergli, invece, più congeniale. La vegetazione la sfiora solamente, non vi si azzarda a rifiorire. Tonnellate di pirite a un colpo di schioppo da Gimigliano. Ceneri di pirite che svolazzano invisibilmente. Dei minatori di Gimigliano pare siano stati una quarantina quelli che hanno perso la vita per malattie al fegato e all’apparato respiratorio. Gli organi che va subito ad intaccare l’acido solforico, una variante chimica dell’arsenico a contatto con l’acqua.
Una montagna trapassata dall’acqua, questa di “Patia”. Dalle falde. Anche adesso. Il padre di Antonio arrivava a casa sempre con i vestiti bagnati, ricorda ancora il figlio che all'epoca aveva solo 9 anni. Falde acquifere e idriche, la natura non fa differenza. Quei poveri minatori costretti, loro malgrado, a lavorare ed ammalarsi lavorando, senza saperlo. Falde che, giù dalla montagna, vanno a ingrossare il fiume Corace, primo refrigerio dei paesi limitrofi e del capoluogo. Le sorgenti sono capillari e sembrano tutte limpide. Ma ce n’è una che spaventa per il suo colore. È quasi bianca. Antonio una volta ha provato a lavarci la macchina con quest’acqua. “Non serve a niente, nessuna la usa. La gente ha paura anche di toccarla”, racconta. La mattina successiva se l’è ritrovata tutta arrugginita, la macchina. La gente aveva ragione. Non serve nemmeno a lavare la macchina quell’acqua bianca. Perché distrugge tutto. Ecco perché neanche i pesci vi si avvicinano. “È inquinata”, incalza un vecchietto che ha il lotto di terra proprio affianco. Ma ci tiene a informarci che la sua, quella che sgorga dal suo terreno, è, invece, limpida. “Questa acqua bianca proviene dalla miniera di ferro, ecco perché è così”. Confluisce nel “Fosso Patia”. Qui tutti sanno che non fa bene. E la lasciano stare, non la usano. Poi sparisce tra i rivoli che gonfiano il Corace.
Nella stessa montagna, nella parte bassa, giace una discarica di Rsu, rifiuti solidi urbani, balzata agli onori della cronaca nell’agosto dello scorso quando un incendio liberò tutto ad un tratto un fetore troppo a lungo imprigionato. È servita come incontrollato deposito di immondizia dal 1987 al 1997. In quella occasione Pasquale Montilla, medico oncologo, denunciò il caso, insospettito da un aumento insolito di tumori e di suicidi nella cittadina, presumibilmente legati agli effetti della diossina e delle altre sostanze novice dei rifiuti in decomposizione. E, contemporaneamente, sollecitò un controllo del territorio per possibili combinazioni di altre concause, quali fonti di inquinamento. Con la scoperta di quest’altra, di natura mineraria, sembrano trovare conferma, quindi, i suoi sospetti.
Sull’ex giacimento di pirite il medico è cauto, in attesa dei dovuti accertamenti, ma non nasconde la possibilità dell’identificazione di tutta l’area come “ad alto rischio per la salute umana”. “Bisogna essere molto prudenti – ha dichiarato - e responsabili, ed attendere eventuali risposte scientifiche di tossicologia ambientale sul reale impatto sulla salute umana della miniera di pirite dismessa. Certamente si potrà identificare come un’area ad alto rischio ambientale se le analisi tossicologiche confermeranno una probabile infiltrazione delle falde idriche del suolo e del sottosuolo di questi metalli pesanti”. Che, ricorda lo specialista, “sono contenuti in diversa concentrazione nelle ceneri di pirite, come l'arsenico, il rame, il cadmio, il tallio e il piombo, sostanze che un DM del 24 luglio 2004 li classifica a certe concentrazioni ecogenotossiche. In sintesi, cancerogene e mutagene. L'arsenico è la sostanza principale, ed e' cancerogena di “gruppo 1”, secondo la classificazione dell'agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) e si trova in qualità nelle ceneri di pirite. E viene, quindi, riconosciuto come rifiuto tossico pericoloso, e da monitorare. Le eventuali ceneri di pirite ammassate a cielo aperto rappresentano un reale rischio per l'ambiente per la sua estrema capacità contaminante. Ritengo, infine, che sia necessario effettuare un accurato screening tossicologico sulle popolazioni a rischio, eventualmente esposte”.
Pur essendo molto conosciuta l'ex miniera di Catanzaro non fu quasi mai studiata in modo scientifico. Tra i pochi che se ne occuparono Luciano Vighi, che nel 1967, nel suo scritto: "Sulla possibilità di ricerca di nuovi giacimenti di pirite in Italia", indicava proprio Gimigliano come unico sito calabrese di un certo interesse minerario. E, a proposito, riferì: "In questa zona si trovano lenti di pirite di modeste dimensioni entro filladi triassiche simili a quelle della Toscana. La serie triassica in Calabria presenta caratteristiche simili a quelle della serie triassica Toscana. Nella zona di Gimigliano è nota l'esistenza di grandi faglie di formazione posteriore a quella del granito. Non è da escludere quindi che in zone tettonicamente e stratificamente favorevoli possano essersi formati depositi di pirite di pratico interesse. La zona di Gimigliano non è stata mai presa in esame per tale possibilità nè vi sono stati eseguiti rilievi geologici di dettaglio".



Pubblicato anche su il Quotidiano della Calabria

7 aprile 2009

L'Arpacal: "La discarica è pericolosa!"


Riteniamo che il rischio ambientale della discarica sia alto. Esiste anche un rischio idrogeologico… Bersagli potenziali: presenza nell’area della discarica di pozzi ad uso irriguo o idropotabile; presenza nell’area della discarica di sorgenti ad uso irriguo o idropotabile; presenza nell’area della discarica di corsi d’acqua (fiume Corace); presenza di falde sospese o profonde nell’area della discarica; uso del suolo (campi coltivati, aziende agricole; zootecniche, ecc)… La discarica dovrà essere messa in sicurezza al fine di evitare una serie di pericoli dovuti alla stabilità del corpo discarica che al probabile inquinamento della falda idrica”. Uno stralcio della relazione geologica e della valutazione del rischio della discarica di Gimigliano dell’Arpacal, Agenzia di protezione ambientale della Calabria. Il documento porta la firma di Clemente Migliorino, dirigente del Servizio Suolo e Rifiuti, e di Alessandro Barone, tecnico. Ed è stato redatto nei mesi immediatamente successivi all’incendio, del 22 agosto 2008, che ha fatto balzare la discarica agli onori della cronaca, locale e nazionale, proprio per i danni causati dai gas della diossina. La relazione stride non poco con le rassicurazioni del sindaco di Gimigliano, Maria Gigliotti, che, contestualmente agli allarmismi dei cittadini e della Procura, emanava un comunicato stampa in cui, a differenza degli amministratori e dei giornalisti “che improvvisavano notizie”, a suo dire, lei, invece, chiariva: “I risultati relativi ai prelievi e ai monitoraggi eseguiti sono stati consegnati e sono tutti negativi. I valori rilevati, infatti, sono inferiori a quelli limite stabiliti dal decreta legislativo 152/06. La circostanza che siano risultati negativi nei giorni immediatamente successivi all'incendio fa ritenere che, a discarica inattiva, siano sicuramente non rilevabili”. Stride non poco con la voce del primo cittadino. Mentre, d’altro canto, la relazione si sposa benissimo con il fascicolo aperto contro ignoti dal sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro, Elia Taddeo, per l’ipotesi di reato di disastro ambientale. Un’istruttoria, la sua, che si sta avvalendo anche delle persone informate sui fatti. E tra le notizie criminis, in capo agli ignoti, responsabili dello scempio della discarica in località “Marra”, vi sono anche una "sospetta incidenza di tumori”, una “sospetta incidenza di suicidi, anche nello stesso nucleo familiare”, “sospetti fenomeni allergici per danno ossidativo sul sistema immunitario”. Tutte contingenze che sarebbero correlabili all’esposizione alle diossine ed ai sottoprodotti chimici generati dalla combustione dei rifiuti della discarica sita in località “Marra” di Gimigliano.
In considerazione delle analisi geologiche effettuate, infine, l’Arpacal sollecitava di “procedere immediatamente con la costruzione, lungo il perimetro della discarica, di un fosso di guardia per la raccolta delle acque di ruscellamento superficiale; nel contempo di ricoprire la superficie della discarica con geotessile impermeabile in modo da non consentire l’infiltrazione delle acque meteoriche che comprometterebbero alla lunga la stabilità dei rifiuti. Inoltre, vista la presenza di sorgente idrica a monte della discarica, dovrà essere realizzato uno studio geologico-idrogeologico di dettaglio per chiarire le interazioni tra discarica e falda acquifera”.
La discarica, abusiva, accusano in molti, e attiva dal 1982 fino al 1997, ha inghiottito ogni genere di rifiuti. Come un mostro, ormai in decomposizione, che oggi, dopo 12 anni dalla sua chiusura, chiede il conto agli stessi uomini che lo hanno formato. Non solo agli abitanti di Gimigliano, ma anche ai catanzaresi. Il fiume Corace attraversa, infatti, il capoluogo. E non è esclusa l'eventualità che le falde, inquinate dal cadavere, abbiano minacciato, e continuino a minacciare, la condotta idrica che arriva nelle loro case.

17 gennaio 2009

La montagna deturpata. Viaggio nell'ex discarica di Gimigliano














C’è un tempietto dedicato alla Madonna di Porto lungo la provinciale di località Marra di Gimigliano. A fianco, una fontana che scende giù attraverso le falde acquifere fino al fiume Corace, che raggiunge poi anche il capoluogo. Una strada, come tante, che mettono in comunicazione tutta la presila catanzarese inghiottita dai castagneti che, in questo periodo, regalano marroni a più non posso. Un angolo di Sila, un angolo di verde. L’edicola della Madonna, venerata nella ridente cittadina calabrese, da quel tocco di spiritualità in più a tutto l’ambiente come se già non bastasse il panorama a richiamare l’opera dell’Architetto del pianeta. Ti fermi con l’auto, ti ristori con un sorso d’acqua, respiri una boccata di sano ossigeno, rivolgi un pensiero alla Madonnina, e poi riparti. Tutto come nella migliore tradizione calabrese, un connubio di bellezze ambientali e storia religiosa. Ma qui a Gimigliano, da un po’ di tempo non è più così. L’edicola e la fontana sono come in fedele silenzio. Assistono impotenti alla decomposizione di un cadavere. Quello dell’ex discarica abbandonata che sta proprio sotto alla strada. Quel limpido liquido delle sorgenti silane è destinato alla contaminazione con la discarica. Nessuno raccoglie più le castagne lì vicino. L’aria non è più pura. Recentemente non c’è stato nessuno incendio. Eppure i gas che riescono a sprigionare quelle migliaia di tonnellate di rifiuti si sente. Sa di bruciato. Lo avverti subito. E si attacca alla gola per diverse ore. Quell’angolo di Sila e di pace è stato deturpato dall’uomo quando negli anni che vanno dal 1982 al 1997 è servita come discarica comunale senza autorizzazioni e controlli di sorta. È bastato un incendio, quello dell’agosto scorso, per far risvegliare il mostro che negli anni si era ingigantito cibandosi di rifiuti ormai incontrollabili. Immondizia della più varia che si è decomposta producendo diossina su diossina, e altre sostanze nocive alla salute e all’ambiente. Oggetti in ferro, di plastica, lastre di eternit, bombole di gas. Sono anche visibili delle carcasse di lavatrici, di frigoriferi, di batterie delle macchine, dei farmaci e quant’altro serve all’uomo per vivere dignitosamente. Tutto ha contribuito ad alimentare il mostro che, ora, dopo 12 anni dalla chiusura della discarica, si sta rivelando in tutta la sua pericolosità. Dall’altra parte della valle si ammira il paese di Gimigliano. Secondo la denuncia del medico che ha riscontrato un aumento di tumori, e anche di suicidi (presumibilmente legati alle effetti dei gas che ha sprigionato l’ex immondezzaio in quegli anni e anche adesso) le abitazioni di queste sfortunate persone stanno tutte lì. Nella prima e nella seconda fila. Sono dirimpetto alla discarica. Da lontano il sito destinato alla raccolta dei rifiuti si distingue come una macchia grigiastra in mezzo al verde. Ma il mostro, in realtà, è molto più grande perché la macchia è come la punta di un iceberg. La discarica, coperta dagli alberi, raggiunge, infatti, il fiume Corace a fondo della valle. Non solo, ma e’ molto probabile che ve ne siano anche delle altre. Proprio affianco a questa più conosciuta, ve n’è una seconda, ancora non balzata agli onori della cronaca. E non è escluso che possa essere delle stesse dimensioni della prima.
Il mostro, pertanto, non si riesce a vedere ad occhio nudo in tutta la sua mole, ci sono i castagneti che lo nascondono. Ma è come coprire il cadavere con una coperta. Anche questa si imbratta e, prima o poi senza preavviso, si decompone insieme al resto. I marroni sembrano buoni.
già pubblicato su Il Quotidiano della Calabria il 12 novembre 2008