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8 gennaio 2012

Rasa al suolo la cappella de Nobili

Il cumulo di macerie della cappella De Nobili

Completamente rasa al suolo. Così la cappella appartenuta alla blasonata famiglia de Nobili di Catanzaro e Sellia Marina. Non c’è più. Non esiste più. E’ successo ieri. Si è adagiata su se stessa. Giancarlo Russo, proprietario del sito, esclude altre cause all’infuori dell’“incidente”. Casuale. Drammaticamente casuale.

2 gennaio 2012

E' crollata la cappella de Nobili

La parete della cappella crollata, appartenuta alla famiglia de Nobili

È crollata una parete della cappella appartenuta all'antica famiglia de Nobili. È venuta giù di sera, al buio. Nell’indifferenza di tutti. Nessuno se n’è accorto. Nessuno ha segnalato l’episodio o detto niente. Prima è toccato al tetto contare le crepe, ora ad un’intera parete.

30 settembre 2010

L'Annunziata di Belcastro


Belcastro, 1610. Belcastro, 2010. Belcastro, 400 anni dopo. Esattamente quattrocento anni dopo. La Chiesa della “Divinae Mariae Annunciationis”, volgarmente detta dell’Annunziata, riflette il suo antico splendore. Il terremoto del 1783 la distrusse quasi completamente. Ridusse in ruderi le tre navate centrali. Da quell’ecatombe si salvarono solo l’abside e il campanile. Il restauro conservativo ha conservato ciò che è rimasto. Non ha potuto fare di più. Ma dopo l’abbandono dei secoli a venire allo scoccare del IV è tornata un po’ di luce nella Chiesa. Luminoso, come solo le opere di un certo pregio sanno essere, l’altare scolpito dal maestro scalpellino Antonio da Rogliano agli inizi del ‘600. Maestoso il campanile in stile romanico. Confortante la reggenza del Mastio dei Conti d’Aquino su a monte, dominante gran parte del Marchesato di Crotone.
“E’ un bene non solo per Belcastro, ma per tutto il Sud d’Italia.” Dice il sindaco, Ivan Ciacci, durante la cerimonia di inaugurazione. Potrebbe essere provincialismo, ma non lo è. Per Bruno Mussari, originario di Marcedusa, paese limitrofo, e progettista dell’opera insieme ad Annunziata Maria Oteri e Fabio Todesco dell’Università degli studi Mediterranea di Reggio Calabria, si tratta di un “Unicum”. Qualcosa di unico. “Uno dei più belli della Calabria per la perfezione dei dettagli, l’equilibrio delle forme e degli spazi”. Sotto l’aspetto storico ed architettonico. E poi è “unico” anche sotto il profilo sociale e più strettamente religioso. “Mi sa dire come sia potuto succedere che un paese, importante, certo, ma pur sempre piccolo rispetto alle grande città, sia riuscito, grazie solo alle maestranze locali, a dotarsi di un’opera così perfetta?” chiede. “Davvero, qualcosa di incomparabile”, aggiunge.
Il 1610 è la data dell’ultimazione della Chiesa. Secondo l’arrangiamento più grande e più adatto alle esigenze della viva comunità di Belcastro di allora. Un ospizio nella parte bassa della città e diversi censi. Una chiesa ricca, dunque. Che non badava a spese quando c’era da ornare ed onorare un luogo sacro. Dove gli stessi artisti trovavano rifugio solo nelle trascendentali sfere della religione rivelata. Ma non vi sono dubbi circa la sua esistenza anche due secoli prima.
La prima notizia sull’Annunziata si ha da una lettera del 1426 che papa Martino V inviò al vescovo di Belcastro, Giovanni Opizzo, nella quale dava facoltà a Simonetta Colonna, sua nipote e contessa di Belcastro dopo la morte di Pietro Paolo de Andreis, di concedere la Chiesa ai frati francescani dell’ordine dei minimi del paese, che vivevano in un convento poco distante. Se non bastano i documenti c’è il campanile, il Campanaro, come viene oggi chiamato, che riesce a convincere anche i più diffidenti. Lo stile romanico rimanda inconfondibilmente al Medioevo.
Con il terremoto del 1783 la Chiesa, già provata dal disfacimento, si avvia al declino. Al costante abbandono dei conti, dei vescovi, dei baroni, dei podestà, dei sindaci e dei suoi stessi abitanti che si sono succeduti. Per quasi tre secoli. All’alba del IV il risveglio.
La storia dell’uomo con le sue ceneri non può mai essere seppellita per sempre. Prima o poi risorge a nuova vita. È storia.
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3 ottobre 2009

Ex nobilitate nomen

Il Castello De Nobili

Il Castello De Nobili di Sellia Marina, dopo le incessanti piogge che hanno colpito tutto il Medio Ionio, presenta ulteriori segni di cedimento. Si sono aggiunte delle altre crepe lungo le scale. E altri soffitti sono venuti giù. Appartenente all’omonima famiglia nobiliare di Catanzaro venne offerto a Benito Ciocci di Sellia Marina negli anni ’80, un geometra che è stato sempre vicino alle vicissitudini familiari dei De Nobili. Anni difficili questi. Che hanno registrato incendi, saccheggi e devastazioni all’indirizzo degli ultimi occupanti del Palazzo. Tanto che alla morte della baronessa Pimpa, Giuseppe De Nobili insieme alla consorte dovettero darsi alla fuga. Da quel dì il castello è solo l’ombra di se stesso. Un’ombra sempre più sbiadita, per i pezzi che perde giorno dopo giorno. Ritornato agli onori della cronaca nei mesi di febbraio e di maggio di quest’anno, quando venne raccontata la sua storia su alcuni giornali e in una trasmissione televisiva locale nessuno ha risposto all’appello. Né le Amministrazioni locali e né gli organi preposti alla salvaguardia dei Beni culturali. Domenico Ciocci, figlio di Benito, legittimo proprietario dell’immobile, ha dichiarato: “Ogni volta che passo da lì per me è una sofferenza. Sento come una ferita che si apre. La mia intenzione è quella di coinvolgere i Comuni per ristrutturarlo e per valorizzarlo”. Disponibilità che fino ad adesso non ha trovato consensi lungo la statale 106, che collega il capoluogo di regione con Crotone. La Calabria, ricca di cultura e di memoria storica, è più a monte, nell’entroterra, dove sono stati fondati la maggior parte dei Comuni calabresi per proteggersi dalle minacce che arrivavano dal mare. Del Castello, invece, l’unica opera di un certo pregio dal punto di vista storico e architettonico, che si trova lungo la costa, nessuno, sembra, ne voglia sapere.

Nell’androne di ingresso campeggia la scritta: “Ex nobilitate nomen”. Il nome della famiglia deriva etimologicamente dalla stessa parola “nobiliare”. Sembra una ripetizione superflua e ridondante dell’appartenenza. Oggi più che mai. Il castello De Nobili. Dei nobili che furono.

Leggi la storia del Castello

21 settembre 2009

La Chiesa di Botricello superiore. La scommessa di Salvatore Aiello



Botricello superiore, dieci famiglie, una Chiesa. Il Comune di Botricello, costituito solo nel 1956, trae origine da quel paesello sulla collinetta sovrastante. Oggi è a forte rischio idrogeologico. I tecnici indicano la sigla R4, zona franosa profonda. Al momento stanno facendo dei lavori di “mitigazione rischio frane strada provinciale”. Forse non bastano. Il pericolo maggiore è il crollo dell'intero agglomerato urbano. Ma c’è un progetto. Un’idea. Un segno di speranza per tutti i botricellesi che sono molto legati alla loro origine. Pur essendo una comunità, che si è formata dall’insieme dei cittadini provenienti dai paesi vicini che vi si sono recati per trovare lavoro e più fortuna nella zona marina, ci tiene alla prima pietra della sua storia. Questo progetto parte dalla Chiesa di S. Francesco di Paola. È qui che ha iniziato a prendere vita e forma la cittadina di Botricello. Sorge su un terreno donato dall’antica famiglia Iannone nel XIX secolo. Costruita dai marchesi De Riso divenne il caposaldo della costituenda Botricello per i braccianti che lavoravano le terre dei signorotti di allora. Nei primi decenni del secolo scorso lo sviluppo urbanistico prese la direzione della statale 106 ma il quartiere non fu mai dimenticato. Nel 1982 la Chiesa fu ristrutturata grazie all’opera del parroco don Titta Scalise. Ma nel 2001 un’ordinanza del sindaco la dichiarò inagibile. Ristrutturare la Chiesa per riavere tutto l’antico centro storico. Una scommessa. È il sogno dei botricellesi. È il pallino fisso dell’architetto Salvatore Aiello, capogruppo di opposizione al consiglio comunale. Ha presentato un progetto alla Curia dell’arcidiocesi di Crotone –S.Severina, insieme a Gennarino Ruffo, anche lui architetto, e al geometra Francesco Antonio Sisca. Gli interventi di rifacimento riguardano: “la realizzazione di un corridoio/intercapedine sul lato nord ed ovest” per contrastare l’umidità sulla muratura dell’edificio; “il consolidamento della fondazione del muro di facciata e perimetrale”; e “il recupero della copertura in legno e del manto di tegole, della soffitta plafone, realizzazione della pavimentazione, il recupero degli stucchi e delle nicchie all’interno della Chiesa”. L’obiettivo a lungo termine è “un incentivo trainante non indifferente per porre mano e risolvere le problematiche che interessano lo stesso centro abitato”. I cittadini si augurano che questo progetto possa avere più fortuna di quello presentato nel 2004, quando l’ufficio tecnico comunale presentò la richiesta di finanziamento alla Regione Calabria in ritardo rispetto ai tempi stabiliti. E quindi non fu sovvenzionato. Una dimenticanza di cui si scusarono pubblicamente il sindaco di allora, Giovanni Puccio, e il responsabile dell’ufficio, Vincenzo Sgrò. Oggi i tempi sono giusti. Fusse che fusse la vorta bbona, direbbe Nino Manfredi. Una Chiesa per riavere tutto il paese. Una scommessa. Una speranza. Si può fare. Manca solo il visto della Regione Calabria.


L'interno della Chiesa quando era ancora "agibile". Al centro mons. Domenico Graziani

9 settembre 2009

Lo scippo di "La Petrizia"


Francesco Costantini

Lo scippo di "La Petrizia". Quando con la legge numero 1439 del 13 dicembre 1956 venne costituito il Comune autonomo di Sellia Marina c’era una località, appartenente a Soveria Simeri, che dava più problemi delle altre nell’atto di aggregazione al nuovo Comune, rispetto a Uria di Magisano, a Calabricata, a Feudo De Seta, a Frasso e a Basilicata del Comune di Albi. E cioè “La Petrizia". L’attento relatore della legge, Umberto Sanpietro, rilevava alla Commissione degli Affari Interni, il 27 gennaio 1956, che “gli abitanti di Soveria Simeri sono apparsi remissivi”. Eppure la località fu annessa al neocomune. E non solo con i suoi striminziti 13 ettari, di cui era composta. Bensì di altri 1187. Come sia stato possibile un simile “furto” è un fatto che è dipeso dall’approssimazione degli strumenti di misurazione di allora, avallati da alcuni protagonisti della vita civile e politica del tempo. Primo, Alberto De Nobili, abitante del “Castello”, di sua proprietà. E poi un geometra di Sellia Marina, Benito Ciocci, fratello del futuro sindaco, di cui si fidava. Un gioco sporco ai danni degli abitanti di Soveria Simeri, che volevano continuare ad avere il loro mare, dunque, a cui non giovò, per restituire il maltolto, una causa avanzata “in modo sbagliato” dal Comune. A parlare è Francesco Costantini. Un signore che ha studiato poco, ma che per gran parte della sua vita ha avuto un cruccio particolare, conoscere la storia del suo paese. Ci ha messo molto tempo per mettere insieme tutti i fili della vicenda. Vi ha dedicato 15 anni della sua vita. In viaggio tra le scartoffie e i documenti dell’Archivio napoleonico di Napoli e l’Archivio di Stato, passando per il catasto di Catanzaro. Ha redatto anche un libro, ancora manoscritto, che lui offre al miglior offerente. Racconta la storia de “La Petrizia” dal 1541 al 1976. Da quando il duca Ignazio Baretta, di Simeri, gli dette per la prima volta il nome. “Prima la statale 106 era solo una mulattiera”, racconta. E La Petrizia era intesa “solo l’area intorno alla casa baronale con quella casetta” (la indica, non è lontana da dove abita, ndr), a due passi dalla statale. Il passo, fino alla formazione della Repubblica italiana, è lungo. E ha come protagonista il barone Alberto De Nobili e la principessa Farina Antonietta, originaria di Valentia, di Genova. “Cominciarono ad abitarvi nei primi decenni del secolo scorso, dal giorno del loro matrimonio”, continua. Sellia Marina era ancora lontana anni luce. C’era solo Soveria Simeri, promossa a sede circondariale dei paesi vicini. Lì, il barone aveva messo su un magazzino pieno grano. Che gli abitanti, durante gli anni di carestia e a cavallo della seconda guerra mondiale, prendevano a prestito nei mesi invernali. E che d’estate lavoravano, nelle sue terre, per restituire con l’incremento di un quarto. Con la formazione della Repubblica Alberto, divenuto padre di Giuseppe, fece candidare il suo figliolo alle elezioni provinciali. Ma sbagliò il momento. E cioè, nell’immediato della sospensione del “servizio” che offriva ai suoi concittadini. Questi, quindi, non lo votarono Giuseppe De Nobili. E il padre cominciò a “scagliarsi contro i suoi concittadini di cui era diventato sindaco, dopo che era stato podestà. In altre parole non mandò giù il rospo di questo comportamento degli abitanti del suo paese”, spiega. E quando pochi anni più tardi gli si palesò la possibilità di cambiare appartenenza, non ci pensò due volte. Nel 1956, infatti, la sua proprietà rientrò in quella del neo costituito Comune di Sellia Marina. Pochi anni più tardi quando la località "La Petrizia", quasi per incanto, cominciò a moltiplicarsi, fino a mille e 200 ettari, rispetto ai 13 iniziali, fu contattato dall’Amministrazione comunale per mettere giù una planimetria esatta di Sellia Marina “dichiarando – dice – che La Petrizia era tutto quello che si intende oggi”. Quelli di Soveria Simeri non si dettero per vinti. E chiesero la “restituzione della stessa”. “Fu uno sbaglio – cerca di spiegare Costantini – perché non si doveva chiedere quello che per legge era stato appena costituito, ma verificare la bontà delle intenzioni iniziali, quando venne istituito il Comune, e cioè l’esatta grandezza di La Petrizia”. “Fu una battaglia persa in partenza, - continua - sia per Garcea, sindaco, successore di De Nobili, che degli altri cittadini. Ma anche, soprattutto, “per quegli onorevoli “comunisti”, Larussa e Poerio, che si erano presi la briga di “rendere il giusto” con una nuova legge, ricorda ancora Costantini. Che non arrivò mai. Negli anni ’80 del secolo scorso incendi e i saccheggi costrinsero i De Nobili rimasti, Giuseppe e Mirella, la moglie, ad andare via ed abbandonare le vestigia del loro passato. Per sempre. E con loro si dileguarono anche gli ultimi testimoni dello scippo di "La Petrizia". A futura memoria.

Ps
Già pubblicato su il Quotidiano della Calabria il 18 febbraio 2009

23 giugno 2009

L'abusivismo al Castello dei Conti d'Aquino di Belcastro. Una storia vecchia



Gravi infrazioni sono state compiute nella zona storica del Castello, sia con costruzioni nuove abusive, sia con altri inconvenienti come alcuni muri a secco elevati presso la via di acceso alla zona medesima ed alcune chiusure con canne e pali dalla parte della via Vescovato”. A scrivere queste note è stato il soprintendente per le Antichità e l’Arte del Bruzio e della Lucania il 6 maggio 1935. Note di sollecito all’Amministrazione comunale di Belcastro di allora, retta dal commissario prefettizio Salvatore Pirozzi, per il rispetto del regio decreto di Tutela degli immobili di interesse storico, archeologico, paletnologico o artistico, n° 364 del 1909. Il Castello dei Conti d’Aquino, imponente dimora dei Conti d’Aquino del '200 e del '300, negli anni a cavallo fra le due guerre mondiali del secolo scorso, sarebbe stato oggetto di costruzioni abusive da parte di privati. Un vero e proprio oltraggio verso una “zona che può dirsi monumentale nei riguardi storici e specialmente dovrebbe essere tutelata con amore da codesto Comune”, incalzava ancora il soprintendente di Reggio Calabria al Podestà di Belcastro. Ne nacque un carteggio in cui alle risposte, forse troppo accondiscendenti dell’autorità locale verso la situazione, di fatto creatasi, replicava con durezza il responsabile del sud’Italia del ministero dell’Educazione nazionale. Il tutto ha avuto inizio il 12 maggio 1934 quando la Soprintendenza diffidò il Municipio di Belcastro “per qualsiasi lavoro da eseguirsi negli edifici e nelle zone adiacenti al Castello”. Una comunicazione inviata, per “appoggio”, così si legge nelle carte, anche alla prefettura di Catanzaro. Passa un mese e il soprintendente nel comunicare al Podestà di Belcastro “le accluse diffide” circa l’importante interesse che rivestiva il palazzo Poerio lo invitava a “rispondere alla precedente nota di questo Ufficio circa le abusive costruzioni sorte nella zona del Castello, la quale è stata notificata a codesto Comune come d’importante interesse storico artistico, a norma della legge 23 giugno 1912. Tali fabbriche – continuava – sarebbero sorte ad opera di tal Cesare Leone addossate a un rudero dell’ex Vescovato. Su tale inconveniente prego darmi notizie precise, dovendo far rispettare le leggi predette. Comunque avverto – lo ammoniva – che nessuna costruzione, né alcuna modificazione possono essere autorizzate da codesto Comune senza il nulla osta della Soprintendenza, e quanto è stato fatto arbitrariamente deve essere demolito al più presto”. Il podestà risponde, ma il soprintendente non sembra molto soddisfatto delle dichiarazioni del Cavalier Pirozzi, tanto che il 25 giugno successivo prende carta e penna e indirizza un’altra missiva di sollecito al rispetto della legge di Tutela dei Beni di interesse storico. “Pur prendendo atto – scrive - della risposta di V.S. confermo che tutta la zona del Castello medievale e dell’ex Vescovato ha interesse storico-artistico e deve essere integralmente rispettata. Mi rendo conto – aggiunge – che sul posto possono formarsi delle questioni ingarbugliate (Sic! ndr) da interessi particolari, e manderei costà un funzionario per esaminare da vicino la situazione, ma per fare ciò codesta Spett. Amministrazione dovrebbe assumersi la spesa della missione, come prescrivono le norme regolamentari vigenti.” Il sopralluogo la Soprintendenza alla fine lo fa. E nel denunciare per l’ennesima volta il fatto grave, del non rispetto dei luoghi, l’Ufficio di Educazione nazionale indicava in modo particolareggiato all'Amministrazione comunale tutta la fascia storica da preservare. Il 6 maggio 1935 comunicava al podestà Pirozzi: “La zona dei ruderi monumentali del Castello è facilmente determinabile tra le vie Castello e Vescovato che la circondano, e comprende il maschio, o torre principale, una cisterna con la vera di pietra scolpita, la cappella di S. Tommaso, cui è legata la tradizione della nascita del Santo, i ruderi del Vescovato (Sede esistita tra il sec. XIII ed il 1818) e la Chiesa ex Cattedrale. Alle due estremità opposte della zona si trovano, da una parte gli avanzi di una torre di fortificazione (Torre Mastra) e dall’altra una torre quasi intera, in basso poligonale ed in alto circolare, che apparteneva alla cinta medievale del castello, verso il rione s. Nicola. Tale complesso di ricordi non poteva essere lasciato senza tutela. (…) Dal recente sopralluogo fatto risulta che gl’inconvenienti accennati proseguono a deturpare il luogo. Intorno alla casa costruita vicino ai ruderi del Vescovato e presso la torre dei d’Aquino, è stato formato un recinto con orto, chiuso con canne e pali, e sostenuto dal citato muraglione che quasi ostruisce la via che della Chiesa porta alla Cappella di S. Tommaso. Dal lato di S. Nicola, innanzi alla torre quattrocentesca, non solo sono state ultimate due costruende casupole semirurali, ma ne è stata iniziata un’altra con la quale, a lavoro ultimato, resterebbe occultata totalmente la torre predetta. Tale situazione significa, purtroppo, la più aperta violazione di disposizioni precise delle leggi, e su ciò questa Soprintendenza deve richiamare l’attenzione della S. V. (…)”. La lettera proseguiva con le indicazioni delle case da demolire e con gli orti da “eliminare”. E concludeva: “Confido che codesto Comune, giusta quanto è stato assicurato verbalmente all’Ispettorato incaricato del sopralluogo, vorrà dimostrare in modo concreto ed energico la sua volontà di far rispettare i monumenti di Belcastro, e quella zona che riassume davvero tutta la storia migliore della piccola città dei d’Aquino e della Sede vescovile anche illustre; e attendo assicurazioni, che mi auguro sollecite ed esaurienti”.

4 giugno 2009

Il sacrificio dei minatori della Montecatini a Gimigliano


Alcuni minatori di Gimigliano


Vi hanno lavorato per circa nove anni. Hanno prima permesso alle proprie famiglie di crescere con una certa agiatezza, in tempi di guerra e di carestia, e poi sono tutti morti negli anni successivi per silicosi, la malattia tipica delle persone che si espongono per tanto tempo all’inalazione del biossido di silicio. Sono i minatori del giacimento di pirite di Gimigliano, gestito dalla società Montecatini dal 1939 al 1948, quando poi chiuse per motivi legati alla produzione. Non perché non ci fosse, la pirite. Anzi, questo materiale, da cui viene estratto il ferro, si nascondeva in modo abbondante nelle viscere della montagna “Marra”, di là dal Corace, ma per alcune non precisate “cause connesse ai finanziamenti statali”, così ricordano i discendenti dei minatori. Di Gimigliano Inferiore erano in tutto una quarantina. Gli altri, quasi tutti gli altri, circa settanta quando la miniera era a pieno regime, provenivano da Tiriolo, il paese limitrofo. Ancora gli abitanti ricordano la famiglia dei cosiddetti “Minni”, il soprannome con cui veniva riconosciuta, cioè i Rotella, Beniamino, Benedetto e Luigi. Tra gli altri anche Antonio Verri, Gennaro Godio, Luigi Cantafio, Luigi Paonessa, Giuseppe Trapasso e Giuseppe Paonessa. Tutti deceduti per insufficienza respiratoria a cavallo degli anni ’50 e ’60, con un’età media che va dai 55 ai 65 anni. Va da sé che evitando la “chiamata alle armi” della seconda guerra mondiale non hanno potuto sfuggire la contaminazione dell’arsenico all’interno delle cunicoli del ferro, se pur con la certezza di un lavoro e di uno stipendio sostanzioso a quei tempi.
La montagna, dirimpetto al quartiere inferiore del paese, era traforata dalle gallerie. Uno spettacolo per tutti i familiari che di giorno rimanevano nelle loro case. Con la pirite che veniva poi trasportata sui binari fino alla punta del crinale per poi essere accumulata in dei grossi bidoni, e infine prendere le vie delle grandi fonderie del nord d’Italia. Il 1948, stando alla testimonianza dei figli dei minatori, la Montecatini inaspettatamente ha alzato le tende, e ha tolto il disturbo in Calabria, salvo poi reinvestire a Crotone con una nuova industria che produceva concimi e fertilizzanti per l’agricoltura. La Società generale per l’industria mineraria e chimica, dunque, ha lasciato le cose come stavano a Gimigliano. Comprese le molte discariche, di grandi dimensioni poste nelle vicinanze delle bocche della miniera senza bonificarle. Oggi sono chiuse. Smottamenti e frane negli anni a seguire le hanno serrate. Tutta la montagna è di nuovo ricoperta da un manto erboso. Solo le macchie giallo e marrone degli scarichi di pirite ancora resistono e rivelano un passato non troppo lontano e quasi dimenticato. E il fiume di acqua quasi bianca del “Fosso Patia” che dal ventre della miniera scende fino alla valle del Corace. Comunemente chiamata dagli abitanti come “l’acqua della pirite” per distinguerla dalle altre, più pure e, soprattutto, potabili.

Pubblicato anche su il Quotidiano della Calabria

30 aprile 2009

"Loran C Station" di Sellia Marina. Sicurezza di Stato



Con il decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 21 dicembre del 1995, in materia di identificazione delle aree demaniali marittime escluse dalla delega alle regioni, veniva individuata, tra le migliaia in Italia, la zona, all’altezza della cosiddetta “Antenna degli americani” nel Comune di Sellia Marina, per “usi militari (sicurezza di Stato)”. La stessa circolare dello Stato maggiore della difesa n. 114/2/051/4520.1 del 28 marzo 2008, sulla falsa riga di tutte le precedenti, a scadenza annuale, inseriva la Stazione Loran “C” di Sellia Marina, come facente parte del Corpo delle Capitanerie di Porto, nella specie di quella di Crotone. E quindi, a tutti gli effetti, “quale unità da mantenere ad un costante livello operativo/addestrativo ai fini della maggiorazione dell’indennità di campagna ai sensi della legge 85/97”. Secondo le informazioni, tratte dal sito: loran-histori.info, la base militare americana ha cessato la sua attività il 31 dicembre 1995. Dopo circa 35 anni dalla sua fondazione, nell’agosto del 1959. L’antenna, che misurava circa 100 metri, è stata smantellata durante l’estate scorsa. Al suo posto sono state installate altre due, di più piccole dimensioni, per rilievi meteorologici.
L’antenna Loran C di Sellia Marina, a buon diritto, rientra nella storia italiana della seconda metà del secolo scorso, e non solo,. Era la stazione madre che, in collegamento con quella di Lampedusa, permetteva la radionavigazione militare e civile basata sulla propagazione di onde elettromagnetiche. Erano gli anni della guerra fredda, e dei difficili rapporti con il mondo islamico. Il suo primo comandante è stato Alfred P. Manning. L’ultimo, un certo Tom Crabbs.
Quando fu costruita la stazione venne chiamata “Simeri Crichi”, perché confinante con il territorio di quest’altro paese, più conosciuto. Poi, nel 1977, il nome fu sostituito con “Sellia Marina” per la presenza della vicina stazione ferroviaria. O anche perché, come ricorda Perry Campbell, che vi ha prestato servizio, per gentile richiesta dell’allora sindaco pro tempore del comune ospitante. Su alcuni forum statunitensi c’è ancora chi si ricorda del bel tempo trascorso presso la Lorsta di Sellia Marina.
Le pertinenze della Stazione sembrano intatte. C’è anche una giostra per bambini. La recinzione pure. Staccionata con ferro spinato in alto. Difficile scavalcare senza farsi male. Eppure ci sono degli animali che vi pascolano liberamente. A parte un armento, vi si scorgono degli splendidi esemplari di cavalli. Il più bello è quello bianco.
Confinante alla zona off-limits degli americani c’è una stazione Radar, anche questa di competenza della Capitaneria di Porto di Crotone. E, diversamente dall’Antenna, è pienamente operativa, tanto che i militari vi prendono servizio anche di notte.
A loro chiediamo notizie in merito. Si oppongono risolutamente senza precisare, o smentire, e la legittima proprietà della Stazione e la presenza di animali al suo interno. Ai lati della stazione radar, che a differenza dell’antenna, trasmette informazioni anziché riceverle, vi erano dei cartelli che segnalavano la presenza di onde elettromagnetiche, e quindi ne intimavano il passaggio. Ora, a seguito degli scorsi temporali, il mare si è inghiottito tutto, cartelli e recinzione.
Prima o poi li rimetteranno. Ma è la distanza dal radar quella che fa discutere.
Giancarlo Spadanuda, ingegnere catanzarese, studioso di elettromagnetismo, e tecnico-scientifico della Magistratura, è del parere che non bastano cento metri per evitare i rischi da queste onde. “I radar – ha accusato un po’ di tempo fa - sono i più nocivi fra tutte le sorgenti artificiali. Gli innumerevoli studi scientifici indipendenti, hanno definitivamente accertato l’estrema dannosità dei campi elettromagnetici, CEM, sulla salute delle persone, degli animali e persino sulle piante; i danni interessano tutto il corpo umano, nessun organo escluso (cataratta da microonde, ansia, depressione, impotenza, ischemia, leucemia,ecc...). I radar militari hanno una potenza anche di 5 milioni di watt (una lampadina domestica ne ha appena 40-100), e frequenze elevatissime, anche di 40 miliardi di hertz, cioè cicli al secondo (la frequenza della corrente, nelle nostre case è di appena 50 hertz); i suddetti numeri sono di gran lunga superiori a quelli riscontrati in stazioni radio base ed elettrodotti, pur essi pericolosi; quindi i radar sono, in assoluto, i più nocivi fra tutte le sorgenti artificiali”. A causa di questi potenziali pericoli il professore ne consigliava la segnalazione almeno in un raggio di 5 chilometri. Presa di posizione, la sua, rimasta inascoltata dagli organi predisposti alla salute pubblica.
Gli ha fatto eco, sulla scorta della sua competenza in materia, solo Legambiente di Catanzaro. Attraverso il suo responsabile, Andrea Dominijanni, il sodalizio ambientalista sollecitava l’Arpacal, Agenzia di protezione ambientale, a monitore il sito per la salvaguardia della sanità pubblica, appunto. E, nel contempo, chiedeva: “Che fine ha fatto il censimento e il monitoraggio dell’Arpacal dei siti di emissione di onde elettromagnetiche? Il progetto di censimento di tutte le fonti di emissione di bassa e alta frequenza delle onde elettromagnetiche in tutta la Calabria – spiegava Andrea Dominijanni - era stato inserito nelle linee di intervento di prima azione dell’Agenzia regionale per l’anno 2006. Un progetto dettagliato che, al termine dei cinque trimestri, questa la tempistica prevista, “avrebbe dovuto” colmare la lacuna di tanta disattenzione delle istituzioni sui nuovi pericoli della salute pubblica derivanti dalla telefonia mobile e dei campi elettromagnetici fino al 2005”. Evidentemente, pare che di questo progetto non vi sia più traccia. Oppure non è stato reso noto. Forse per la Sicurezza dello Stato? Possibile.
Ma veniamo alla spiaggia. Qui è presente una struttura balneare, costruita proprio sull’arenile, ormai in preda alle furia delle onde. Non solo le pareti, ridotte a un mucchio di calcestruzzi, ma anche le lastre di eternit di cui era quasi interamente ricoperta. Cioè di quel pericoloso materiale che è bandito dal 1992 perché provoca danni irreparabili al sistema respiratorio, se manomesso, o se è in contatto con l’acqua. E qui di acqua ce n’è davvero tanta.
Prima della costituzione del Comune di Sellia Marina, nel 1956, questo pezzo di costa ionica faceva parte del territorio di Soveria Simeri. Tanto che anche oggi viene comunemente chiamato “il mare di Soveria”. Un’accogliente e rinfrescante pineta. Uno splendido arenile. E delle onde con dei riflessi particolari che, sembra, solo da queste parti si possono ammirare.
Un angolo di paradiso rubato alla natura e agli uomini.
Per la Sicurezza dello Stato.

22 aprile 2009

Zio Matteo fa cent'anni


A vederlo ballare la tarantella come un giovincello, non ci credi. A vederlo mentre se le bacia, le ballerine, gli dai 70, massimo 80. Ma Matteo Torchia ne ha appena compiuti 100, di anni. Un evento per tutto il paese. E lui non si è risparmiato. Ha ringraziato e risposto a tutte le domande che gli hanno rivolto, giornalisti, curiosi, e amici di vecchia data, si fa per dire. Dalla americana Boston alla calabresissima città di Sersale. Dalla prima alla seconda guerra mondiale. “Zio Matteo” è un pezzo di storia di Sersale. Dalla “spagnola”, l’epidemia che decimò la popolazione italiana, al sottomarino che ridusse a mille pezzi la loro barchetta nel mare di Creta nel 1943.  I sui ricordi sono nitidi. Come nitida è la memoria della più grande invenzione di cui si beneficiò il secolo scorso. Quella della luce. Delle lampadine in casa. Della vita ha un ricordo felice e sofferente nello stesso tempo. Ma la sua più grande fortuna è stata la salute. O meglio le sue gambe. Erano queste, infatti, l’unico mezzo che garantivano la sopravvivenza ai suoi tempi. Quando le macchine erano ancora lontane. E anche adesso, a 100 anni suonati.

9 febbraio 2009

Shakespeare e la baronessa Pimpa. Il fantasma del Castello De Nobili a Ruggero di Sellia Marina


Le due palme si alzano solenni davanti al “Castello”. Anche lo stemma araldico sovrasta il portone d’ingresso, che non c’è più, come un testimone imperituro. Sono gli indizi più tangibili che resistono al tempo che passa. Al tempo che si trascina ancora un pezzo di storia della decadenza della famiglia De Nobili fino all’oblio.
Ma ci sono ricordi che non si cancellano, che rimangono scolpiti nella memoria degli uomini. Che soffiano ancora sull’altare della storia pretendendo di più. Quel di più che il governo delle Amministrazioni locali non gli ha mai riconosciuto. Che gli ha negato, mentre gli incendi degli anni ‘80 e ’90 e le depredazioni di persone senza scrupoli hanno agito indisturbati.
Riaffiora ancora nel ricordo dei pochi, oramai, che l’hanno conosciuta, la baronessa “Pimpa”, che si affacciava dalla finestra. L’ultimo essere vivente che ha abitato il “Castello”, così lo chiamavano gli abitanti del posto. Il Castello, per via della sua mole e maestosità. Un punto di riferimento importante, dominante e incrollabile, rispetto alle baracche circostanti. A due passi della ferrovia, vero crocevia di comunicazione di allora con il capoluogo e con il resto della Calabria. La baronessa Pimpa insieme a suo figlio Giuseppe De Nobili. Che poi si è sposato con un’insegnante di francese abbandonando quella madre con cui non riusciva proprio a stare. Forse per via del suo carattere. Tanto che aveva riposto la sua fiducia, nella gestione delle sue terre, a un certo Benito Ciocci, un geometra del posto. Che ha provveduto a cedere qualche loro proprietà ad alcuni signorotti di Sellia Marina. Ma il Castello no. E’ lì, testimone inconsapevole della storia di una famiglia decaduta, sotto gli occhi di tutti. E che nessuno vuole ereditare. Nemmeno lo Stato democratico e le sue diramazioni locali che, almeno nei principi costituzionali, sembra avere fame di storia e cultura, di monumenti storici e di tradizioni, perché le sue fondamenta poggiano sulla memoria del passato.
Un incendio durante gli anni ’80 del secolo scorso, doloso ricordano i più informati, ha fatto crollare le aree esterne del palazzo. Poi sono iniziati i saccheggi. Dell’archivio. Della biblioteca. Degli arredi. Di tutto. Pare siano stati trovati anche mucchi di banconote. Predatori senza scrupoli e amministrazioni indifferenti, sembra un paragrafo della famiglia dei Gattopardo raccontata da Tommasi di Lampedusa. Come quella siciliana, anche la famiglia De Nobili, da sempre fedele al governo borbonico, ha vissuto sulla propria pelle gli anni del Risorgimento italiano. Furono proprio alcuni De Nobili che fecero uccidere Attilio ed Emilio Bandiera nel 1844. Quando sbarcarono in Calabria per fomentare una sollevazione popolare. La delazione dei fratelli De Nobili fu provvidenziale per la salvaguardia dello status quo fino alla spedizione dei Mille. I Bandiera furono fucilati il 25 luglio del 1844. E i De Nobili si salvarono dalla condanna di omicidio, ordito ai danni di Saverio Marincola, qualche anno prima.
Saverio Mirancola faceva parte dell’omonima casata nobiliare di Catanzaro che aveva idee politiche avverse a quella dei De Nobili. Appoggiava la politica indipendentistica carbonara. Ma non lo uccisero per questo. Ma perché amava la loro sorella, Adele, o Rachele ricordano altri. Anche questo episodio sembra una pagina uscita dalla letteratura universale di Romeo e Giulietta di William Shakespeare. Anche Adele, come Giulietta, si affacciava dalla finestra del Palazzo di famiglia (l’ultima a destra della facciata anteriore), ora sede comunale, per incontrare l’amato. Anche Saverio, come Romeo, vi arrivava di sotto con il suo cavallo dagli zoccoli d’argento per avvisare del suo arrivo l’amata. I fratelli osteggiarono fin da subito la passione fra i due. E la recisero con il sangue di lui. Una sera venne appostato nei pressi della salita del rione Samà e con alcuni colpi di carabina segnarono la fine dell’amore della sorella e l’inizio del declino della propria famiglia. Ci fu un processo, furono condannati in contumacia. E si rifugiarono proprio al Castello de “La Petrizia”, rientrante nell’orbita dei feudi della Bagliva, per sfuggire all’arresto e alla condanna a morte. Così è scritto nei verbali del processo. E da lì, dalla spiaggia poco lontana, salparono per l’isola di Corfù. Furono poi prosciolti dalla condanna per la delazione sortita ai danni dei fratelli Bandiera. Poterono così far ritorno così in Calabria. Ma ormai la famiglia si avviava al crepuscolo. Adele si chiuse in un dolore ancora più amaro della morte stessa. Divenne suora nel Convento delle “Murate vive” a Napoli, non per vocazione ma per sentire fino all’ultimo respiro tutte le fibre della sofferenza per la perdita dell’amato. Non perdonò mai i suoi fratelli. E tuttora, a più di 150 anni dai fatti, c’è chi sostiene che il suo fantasma ancora si aggiri nelle stanze del Palazzo comunale, dato che la finestra da cui si affacciava per incontrare Saverio è stata murata.
Sulla statale 106, a ridosso del Castello, sono appena iniziati i lavori per la costruzione di una rotatoria. Il Palazzo verrà solo sfiorato dalle opere in essere. Come se non ci fosse. Come un fantasma inavvicinabile. Lasciato alla mercé del tempo che passa e che tutto distrugge.
Eppure pare ancora di sentire la baronessa Pimpa.
Eppure pare ancora di sentire i cavalli al galoppo dei fratelli De Nobili che arrivano senza fiato da Catanzaro per sfuggire all’arresto e alla morte.