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15 febbraio 2015

La storia dell'Alaco secondo il pescatore Sergio de Marco

Sergio de Marco, direttore generale della So.Ri.Cal

Sergio de Marco è un ingegnere con la passione della pesca. A Gaeta qualche anno fa ha catturato un tonno. “Un combattimento pazzesco”, così racconta su Facebook. “Con salti, fughe laterali… Insomma la più incredibile avventura di pesca mi sia mai capitata.” Un uomo che ama l’ebbrezza del pericolo. Che la va a cercare. E l’affronta. Il suo sorriso non deve ingannare. È un combattente nato. Se non sei d’accordo con lui ti guarda diritto negli occhi per capire quanto sei in grado di resistere. Poi inizia a scaldarsi e, infine, quando meno te l’aspetti, ti affonda il colpo mortale. La più grande battaglia della sua vita la vive quotidianamente. Non nel Mediterraneo, ma alla sua scrivania a bordo della So.Ri.Cal (società di risorse idriche calabresi).

10 aprile 2013

Alla ‘ndrangheta non piace la dialettica

I carabinieri davanti alla sede de "Il Brigante" subito dopo la denuncia degli attivisti 
(foto del Vizzarro.it)

Una testa di pecora mozzata davanti alla porta dell’associazione “Il Brigante” di Serra San Bruno. Appena decapitata. Probabilmente per l’occorrenza. Tra le 22 e le 23 di ieri sera. Nella sede gli attivisti No Alaco e No ‘Ndrangheta erano raccolti come sempre. A discutere di legalità. Dai decisi No per il raggiungimento di altrettanti e fermi Sì, per l’acqua buona e pubblica, per il bene comune.

28 settembre 2012

Le leggende della Certosa di Serra San Bruno

Paolo Fonseca, ex giocatore dello Sporting Lisbona. Una leggenda vivente

La leggenda nasce per caso. Nasce da un big bang senza controllo e si evolve. Vive di vita propria, impossibile smentirla con i fatti. È tale il desiderio che le cose siano andate così che la verità le cede il posto volentieri. E le sbatte la porta. Nel suo nido cova e si moltiplica. 

16 agosto 2012

L'acqua di Bruno Rosi


Per Talete è l’archè, il principio di tutte le cose. Per San Francesco è molto utile et umile et pretiosa et casta. Per il sindaco di Serra San Bruno, Bruno Rosi, l’acqua non solo non è più potabile, ma si può usare in casa solo previa bollitura.

4 agosto 2012

Sequestrate le mucche dell'Alaco. Ma loro ringraziano

Mucche che si abbeverano nell'invaso 

Sequestrate le mucche dell’Alaco. Gli uomini del Corpo forestale dello Stato hanno accertato finalmente la loro presenza nell’invaso, posto sotto i sigilli dalla Magistratura lo scorso 17 maggio. Niente più piscia o cacca nell’acqua, d’ora in poi.

18 giugno 2012

Alaco Connection

Marco Merante e Bianca Brando. Vignetta a cura del blogger

Quando si ama è come se si vivesse su un altro pianeta. Tutto sembra bello, placido, luminoso. I difetti e le storture ricevono un alone positivo, anche se non c’è. Riverbero di quello che l’innamorato vede nell’altra. E viceversa. Quando non si ama più, invece, tutto diventa il contrario di tutto. Ma adesso, si amano o non si amano? E’ l’interrogativo esistenziale dei vibonesi da un mese a questa parte. Dal giorno del sequestro dell’impianto dell’Alaco e di altri 57, tra sorgenti e serbatoi. Per sospetto avvelenamento dell’acqua da parte della So.Ri.Cal. (società di risorse idriche calabresi) e di amministratori di tutta la provincia. La domanda è: l’ingegnere Marco Merante, dirigente della Programmazione, Tutela, Gestione e Uso delle Risorse idriche della Regione Calabria, nominato custode degli impianti dalla Procura della Repubblica di Vibo Valentia, litigherà o meno con la moglie, Bianca Brando, avvocatessa dell’Ufficio legale della So.Ri.Cal.? Il marito cercherà di non mettere in cattiva luce il datore di lavoro della sua dolce metà? La moglie lo sosterrà per una seria gestione dell’acqua perché continui a portare il pane a casa? Prevarranno le tesi dell’ingegnere o dell'avvocato? 

17 marzo 2012

L'acqua dell'Alaco? E' solo colorata

Caricatura a cura del blogger

L’acqua dell’Alaco? È solo colorata e torbida. Lo dice la So.Ri.Cal., la società delle risorse idriche calabresi. Mentre i risultati della società Nautilus si limitano ad evidenziare “< 1” per tutto. Dai batteri all’escherichia coli. Un annuncio importante, questo del Comune di Serra San Bruno. Contestuale. 

16 aprile 2011

Sharo Gambino, il piacere della scoperta

Sharo Gambino, foto di Antonio Renda

“Scavando ha trovato l’acqua”. L’acqua rievoca quella dell’Ancinale, la fiumara che attraversa Serra San Bruno, ma è il tesoro della cultura locale, degli uomini, delle donne, dei bambini, della fatica rupestre, dei canti popolari, dei boschi, dei campi, dei colori, dell’aria. L’acqua della mafia che si rifletteva in tutta la regione, della ‘ndrangheta. L’acqua dei racconti che hanno segnato la storia della letteratura calabrese e italiana del secondo scorso. La citazione è di Marinella Gambino, figlia di Sharo, morto tre anni fa, pronunciata durante l’Omaggio che gli ha riservato il Comune di Catanzaro nell'ambito della XIII Settimana della Cultura presso la Biblioteca comunale “De Nobili” il 14 aprile scorso.
Uno scrittore “puro”, ha ricordato Achille Curcio. “Che credeva nella bontà di tutti”. “Una volta – ha raccontato – venne chiamato da un assessore comunale alla Cultura, un certo Ranieri, per presiedere una commissione di un concorso di poesie. Volle che ci fossi pure io con lui. Organizzammo le sedute a Pizzo. L’assessore, inizialmente, ci promise 300 mila lire. Quando poi ci fu la premiazione dei vincitori ci consegnò una busta ciascuno. Sharo, che era un puro, non l’aprì subito ma era contento perché proprio quel giorno aveva ricevuto una bolletta troppo onerosa dell’enel e così sperava che con quei soldi avrebbe potuto pagarla. Quando tornò a casa, invece, l’amara scoperta, solo 50 mila, neanche le spese della benzina. Era così Sharo, si fidava di tutti. L’assessore poi fece carriera, divenne assessore della Regione Calabria, sempre nella Cultura. E proprio perché in Italia premiamo sempre i migliori fu promosso addirittura come componente della Commissione parlamentare dei Beni culturali”, ha chiosato. “E così fu con il suo primo editore e con tanti altri. Racconto questo perché per capirlo fino in fondo dobbiamo sapere anche delle sofferenze e delle strumentalizzazioni che ha patito”, ha motivato.
Emozionante la proiezione del documentario dedicato alla sua figura, girato da Antonio Panzarella e Antonio Renda: “Sharo Gambino, dal ponte dell'Ancinale”. Dal ponte dell’Ancinale con lo sguardo rivolto alle maggiori problematiche della Calabria. La ‘ndrangheta su tutte. Fu il primo ad approfondire attraverso i suoi scritti il problema mafioso. Un cuore impavido e schietto. “Dolce e severo nello stesso tempo”, ha commemorato la moglie, Melina. “Di un inesauribile talento e di uno smisurato amore”, ha continuato. Un ricordo commosso, il suo, per Sharo, “suo marito, maestro e compagno per 60 anni". “Oggi mi capita sovente di incontrare persone che lo hanno conosciuto e tutti ne conservano un bel ricordo”, ha concluso. 60 anni che sembra non vogliano finire mai. Anzi. “E’ uno di quegli spiriti che sono fatti per essere ricordati per l’eternità”, ha augurato Antonio Panzarella. Di Antonio Renda sono state esposte nella biblioteca le foto che ne ripercorrono tutta la vita. Con il suo largo sorriso e i suoi occhi penetranti che fin da ragazzo, quando si dilettava a fare l’attore teatrale, non lo hanno più abbandonato, con impresso il riflesso sorpreso del piacere della scoperta. Delle cose. Dei boschi. Dei campi. Dei colori. Del profumo dell’aria e dell’acqua. Dei canti popolari. Dell’animo semplice e dell’animo mafioso.
Ha scavato fino a trovare la sorgente. Dal ponte dell’Ancinale.

La lunga notte della Calabria. Il manifesto di Sharo Gambino. Foto di Antonio Renda

13 aprile 2011

Il Sistema Alaco



C’è una leggenda nelle Serre calabresi che narra di una certa baronessa Scoppa, vissuta intorno alla seconda metà del XIX, che dopo aver consumato folli notti amorose con aitanti giovani del posto il giorno successivo li abbandonasse nella palude circostante. I boschi erano minacciati da imprevedibili sabbie mobili e quindi capitava che questi ragazzi scomparissero e non se ne sapesse più niente. Oggi è ancora in piedi il suo castello. E la leggenda continua a riecheggiare nell’immaginario collettivo dei paesi circostanti per dissuadere imprudenti perlustrazioni. La zona è rimasta un acquitrino, come allora. È talmente ricca di acqua che nella valle è sorta una diga. La diga dell’Alaco. Che serve di acqua circa 400 mila cittadini, a cavallo tra le province di Vibo Valentia e Catanzaro. Ma il bacino dell’Alaco, nel territorio di Brognaturo (VV) non è solo questo, è molto di più. È un sistema. Il Sistema Alaco. Crocevia tra Stato pubblico e socio privato. Ambiente incontaminato e ambiente depredato. Cittadini scrittori e cittadini senza scrupoli. Tra politica del dire e politica della pagnotta. Merda di vacche - miracolosa per chi ha problemi di respirazione e “sacra” perché appartenente alla ‘ndrangheta - e cemento. Tanto cemento. Nel corso della storia si è guadagnato anche un altro trittico, per come ricordato dal giornalista Sergio Pelaia: zona di briganti, latitanti e predatori. In ogni caso, per la So.Ri.Cal, la società di risorse idriche calabresi, è un Sistema. E noi diamo credito ai francesi di Veolia, i soci privati che la gestiscono. Che dal 2004 si sono appropriati dell’acqua della baronessa non per cancellare le prove della lussuria, ma per assuefare gli utenti al Sistema. Un sistema dei tempi moderni. Fatto di ammoniaca, che serve per decantare l’acqua. Di faraonici finanziamenti, che servono per alimentare il consenso. E di merda di vacche che pascolano liberamente. Tanta. 
Sono ormai 100 i giorni di non potabilità dell’acqua. Giorno in più giorno in meno. Tra ordinanze di sindaci e comunicati della So.Ri.Cal è un Sistema i cui anticorpi stanno scoppiando. Gli anticorpi del regime democratico, garantista del politichese senza contenuto e del tappeto che nasconde la polvere.
Il 27 marzo scorso quelli del Coordinamento Serrese per il diritto all’acqua si sono mobilitati. Volevano chiarezza. L’acqua che arriva nelle case è gialla, a volte marrone, a volte inguardabile e soprattutto puzza di ammoniaca. Si sono recati presso l’impianto. Si aspettavano i cancelli chiusi. Invece, il sorprendente benvenuto. E’ stato fatto rispettare loro un protocollo. Tutto programmato. Mancava solo il caffè. E tante mani sulle spalle. Il consenso deve essere corteggiato. Troppo fumo, invece. E il coordinamento non si è fatto abbindolare. Gli ingegneri facevano un figurino con la cravatta dei soldi. Spesi per l’Alaco. Di quello che hanno fatto e che stanno facendo. Era da poco passata la giornata mondiale dell’acqua, il 22 precedente, e loro erano usciti con un telegramma mandato ai giornali: Sorical, un serio impegno per la purezza dell’acqua. Tutto ad un tratto, l’arrosto. Su una lavagna: due direttive. Nella fretta si erano dimenticati di cancellarle. Erano i preparativi in vista dell’accoglienza dei contestatori. La prima: Far lavare nastro pressa sino alle 18:00. La nota aveva un addendum, sottolineato per evidenziarne l’importanza: Smaltire i fanghi il più possibile. Firmato, quasi certamente dal direttore generale in persona, Sergio di Marco. La seconda: Installare valvola farfalla su vasca in esercizio. Tutto pulito, l’acqua sembra buona. Ma come mai nelle case arriva in quel modo? Mistero della fede. O meglio, dei fanghi smaltiti il più possibile il giorno prima. Il fumo continuava a essere solo fumo. All’esterno invece, il secondo piatto dell’arrosto. Meno artificiale dell’evidenziatore e dal significato più limpido. Chiazze schiumose di color marrone. Nella diga non scarica nessun depuratore. La schiuma è generata da qualcos’altro, quindi. Che poi dovrebbe venire decantato. Dovrebbe. Nulla di fatto. Per la cronaca il matrimonio non è stato celebrato. Quelli del Coordinamento non ci sono stati. E chiedono ancora chiarezza. “L’acqua è avvelenata!”, lamentano. E nessuna ammoniaca riuscirà a renderla pura.
155 miliardi di lire è costata la diga. Sono partiti da 15 e sono arrivati a tanto. Soldi e affari. Fino a dieci anni fa a Serra San Bruno venivano anche dai paesi limitrofi per approvvigionarsi dalla fontane pubbliche. Ora non viene più nessuno. L’acqua non è più pura. Checché ne dicano i francesi. C’è Sergio Gambino, figlio del grande scrittore italiano, Sharo, parla di De Bello Gallico. A differenza dei Galli, durante la conquista di Cesare, oggi dobbiamo essere noi a liberarci di loro, sembra dire. Non c’è molta distanza tra chi le ingiustizie le scrive e chi le combatte. Buon sangue non mente.
Il bacino dell’Alaco, crocevia di acqua, cemento e ‘ndrangheta.
Ai lati sorgono tre grandi immobili. Nel pieno delle Serre. Un Residence: Hotel Lacina. Una piscina olimpionica. E un centro per anziani. Altri soldi buttati. In funzione solo il residence per qualche mese. Poi l’abbandono. Fino all’allarme terroristico dell’11 settembre 2001. Occupato dai militari per sorvegliare la diga. Era considerato un “obiettivo sensibile” per qualche presumibile attacco da parte di Al Qaeda. La costruzione non ha la fogna. Scarica in mezzo ai boschi. Ma questa è una sottigliezza di poco conto. Il dio denaro non ha mai conosciuto dissidenti.
Poi c’è la piscina olimpionica. Mai completata. Una mega struttura sportiva che fa da pendant all’Hotel. In mezzo ai faggi, agli abeti e ai castagni. Un pugno nell’occhio. Più a monte un Centro per anziani. Idem.
Cemento vuol dire soldi e consenso. Quello che non ha mai perso il sindaco di Brognaturo, Cosmo Tassone, negli ultimi vent’anni. Sotto il suo governo si è realizzato in modo compiuto il sistema Alaco. Un capolavoro di sprechi e di saccheggio delle Serre. Ne ha fatto di strada il portaborse di Saverio Zavettieri, il socialista di lungo corso della politica italiana, e più pedissequamente calabrese. L'ultima  notizia li dà entrambi aderenti al movimento politico-culturale, fondato dall’onorevole: “Mezzogiorno tradito, risorgi!”
Già. Risorgi! caro Mezzogiorno.
Liberati dai francesi e dai suoi fiancheggiatori, illustri e meno lustri.
Liberati dal sistema!

PS
Ringrazio i ragazzi del Coordinamento serrese per il diritto all'acqua per la fattiva collaborazione in vista della pubblicazione del presente reportage. In particolare: Sergio Gambino, Salvatore Albanese, Sergio Pelaia e Davide Schiavello.


Nella foto la schiuma rinvenuta nella diga dell'Alaco

di seguito:
L'inchiesta di Sergio Pelaia, già pubblicata su il Quotidiano della Calabria nel mese di luglio 2008

BROGNATURO – Del residence “Lacina” ormai si sente parlare solo nelle cronache locali, di tanto in tanto, perché qualcuno viene beccato dalle forze dell’ordine mentre tenta di portar via qualcosa che può tornargli utile. Eppure in questo megacomplesso alberghiero si era investito molto, in termini di risorse economiche ma anche di speranze di risollevare l’economia locale attraverso il turismo. Ma qualcuno, evidentemente, ha fatto male i conti.
Ci troviamo nel bel mezzo del monte Lacina, territorio di Brognaturo, nel cuore verde delle serre vibonesi. Il primo centro abitato è a circa sei chilometri da una parte, verso Serra San Bruno, e a dieci dall’altra, verso Elce della Vecchia, piccola frazione del Comune di Guardavalle. Il paesaggio è maestoso, toglie il fiato. Di fronte al super attrezzato hotel – costruito dal Comune di Brognaturo con i fondi della legge 64/1986 – c’è una suggestiva pianura che ospita il lago Lacina, che insieme all’oasi dell’Angitola rappresenta la più importante “zona umida” della provincia vibonese. A pochi metri dal residence è stata costruita una imponente piscina olimpionica. Manco a dirlo, mai entrata in funzione. A fianco anche un’altra costruzione, un centro per anziani, anche questo mai completato. Se non fosse per la vegetazione rigogliosa, verrebbe da usare la solita banale formula della “cattedrale nel deserto”. Il paradosso, invece, è che quest’opera è il frutto di una sorta di corsia politica “preferenziale” che Brognaturo aveva con Roma quando fu finanziata. Comunque i fatti parlano chiaro: il residence è stato completato nel 1998, però quando il Comune consegna l’opera – finita ma evidentemente ancora inadeguata – alla prima società che la gestisce, autorizza la stessa ad eseguire dei lavori di ampliamento. Questa società, meno di un anno dopo, cede il complesso alberghiero alla “Lacina s.r.l.”, che nel 1999 fallisce, pare in seguito alla condanna del titolare per associazione mafiosa. Entrambe le società a quanto sembra non hanno mai pagato alcun canone di affitto al Comune di Brognaturo, che in seguito gestisce direttamente la struttura perché c’è la certezza di ospitare un numero di militari presenti sul luogo. Sono lì per sorvegliare la vicina diga “Alaco”, che dopo l’11 settembre viene considerata “obiettivo sensibile”. Per la verità di terroristi islamici sul monte Lacina non ce ne sono molti, più probabile che in passato ci sia stato qualche latitante. Ma tant’è. In totale il finanziamento per la struttura residenziale ammonta a circa tre miliardi di vecchie lire. E mentre l’hotel per un periodo ha funzionato, la piscina olimpionica – come del resto la Casa albergo per anziani – non è mai stata completata. L’imponente complesso alberghiero, chiuso dal 2006, oggi giace in uno stato di abbandono totale, immerso nella suggestiva pianura al centro del massiccio montuoso che dalle alture delle serre scende verso la fascia costiera catanzarese.
Il monte Lacina è infatti situato a cavallo tra le province di Vibo e Catanzaro. Se si sale dalla costa ionica, partendo da Badolato, nonostante non ci sia il cartello, si capisce subito quando dal territorio catanzarese si passa in quello vibonese. Le condizioni del manto stradale non lasciano spazio a dubbi. E comunque: il problema del collegamento è centrale per questa struttura, perché a distanza di anni si può certamente concludere che la scelta del luogo, bellissimo ma totalmente isolato, non ha pagato in termini di attrazione turistica. E una grande quantità di denaro pubblico è stato sprecato senza che lo sviluppo locale si risollevasse da quella depressione che lo paralizza da anni. Anzi.
Ancora, paradossalmente, l’hotel Lacina è presente in alcuni siti web che elencano strutture ricettive per turisti che si avventurano alla scoperta delle serre vibonesi. Risulta essere un residence “per uomini d’affari”. Particolare non trascurabile: si trova all’interno del Parco Naturale Regionale delle Serre, e quindi è una zona “vincolata” perché situata in un’area protetta. Lo testimoniano, per la verità, solo gli innumerevoli cartelli piazzati nel territorio circostante. Per il resto tutta l’area è sprofondata nell’incuria più totale.
Dopo che il Comune, il 7 agosto 1998, consegna l’opera alla società “Pulesco”, la autorizza ad eseguire dei lavori di adeguamento della struttura. Successivamente, con scrittura privata del 7 maggio 1999, la Pulesco cede la struttura alla società Lacina s.r.l., che in data 8 giugno 1999 fallisce. Sia la Pulesco sia la Lacina s.r.l. non hanno mai pagato nessun canone al Comune di Brognaturo.
La procedura legale per il rilascio della struttura ha inizio quattro anni dopo, il 28 ottobre 2003: a conclusione della vertenza l’amministrazione comunale risulta creditrice della somma di 58.891,85 euro. Però, ad oggi, non sembra che il credito sia stato recuperato. Ottenuto il rilascio della struttura, il Comune si impegna direttamente nella gestione dell’attività alberghiera, resa necessaria dalla presenza a Brognaturo di vario personale del Ministero della Difesa che garantisce un’entrata mensile sicura. Quindi viene assunto il personale che viene collocato all’interno della struttura, e il Comune bandisce una gara d’appalto vinta dalla società Imis s.r.l., per l’importo annuo di 42.000 euro, con canone mensile anticipato. Ancora, il Comune stipula un mutuo per l’adeguamento della struttura per 133.524 euro. I lavori sono ritenuti necessari dall’amministrazione comunale e dalla società perché la stessa possa iniziare la gestione. Anche in questo caso, il Comune non riceve il pagamento del canone.
E’ interessante scoprire come ancora alcuni siti web specializzati annoverino l’hotel residence Lacina tra le strutture alberghiere presenti nella zona. Il turista in cerca di informazioni, prima di arrivare alla piccola scritta a fine pagina che chiarisce come al momento non sia possibile prenotare in questo albergo, si trova di fronte ad un lungo e dettagliato elenco di notizie riguardanti il residence. Innanzitutto l’indirizzo: via Castagnarella, Brognaturo. Da nessuna parte però è specificato che la struttura si trova in piena montagna, a sei chilometri di strada tortuosa e malconcia dal primo centro abitato. Ma d’altronde è un hotel “per uomini d’affari”, qui c’è tutto quello che vi serve, è il messaggio implicito. Un albergo a tre stelle, con ristorante e bar, che dispone di 32 camere. Alcune hanno accesso diretto al giardino e anche, addirittura, il giardino privato. Ma non dimentichiamo che è anche un residence. Si affittano quindi mini appartamenti con angolo cucina. Non manca proprio nulla: tv satellitari, sale convegni, strutture sportive, parcheggio riservato, spazi ad hoc per prendere il sole. Peccato che la struttura sia chiusa dal 2006.

La Casa albergo per anziani e la piscina, in alta montagna. Le due opere incompiute fanno da cornice al residence
BROGNATURO – Se dal canto suo il residence avrebbe dovuto generare occupazione e risollevare l’economia locale, una menzione ulteriore la merita anche la struttura socio-sanitaria che dovrebbe essere una “Casa albergo per anziani e particolari categorie sociali”. Il centro per anziani non è mai stato completato, sebbene i finanziamenti stanziati dalla Regione ammontino complessivamente a tre miliardi di vecchie lire, tanto quanto è costato il residence adiacente. Di tale somma sono stati spesi all’incirca un miliardo e mezzo di lire. E il Comune ritiene che occorra ancora una cifra ulteriore, oltre a quella residua, per poter completare la Casa albergo. Viene spontaneo porsi qualche dubbio sull’utilità sociale del progetto, visto che questa casa d’accoglienza è stata costruita in alta montagna, a diversi chilometri dal centro abitato. Ma il problema della distanza non si è mai posto, perché la “Casa albergo” non è mai entrata in funzione.
La realizzazione è stata appaltata all’azienda “Linguardo”, che arrivata al settimo Sal (Stato avanzamento lavori) abbandona l’opera. Nel 2003 il Comune rescinde il contratto con la Linguardo. In un verbale di consiglio comunale del 2004 si legge che “per la Casa albergo per anziani si provvederà a mandare in appalto la parte non realizzata a seguito della risoluzione del contratto con l’impresa inadempiente”. L’opera è ancora incompiuta.
Su questo centro, preso ormai atto della parabola discendente del residence, si erano concentrate, già dal 2002, sia le attese della popolazione in termini di sollievo occupazionale, sia le promesse elettorali dei politici locali. Alcuni Lsu e Lpu, per i quali il Comune ha portato di recente a termine il piano di stabilizzazione, dovevano essere destinati a quella struttura, che però oggi è ancora incompleta. Assolutamente inservibile. In preda al degrado. Così come lo è la piscina comunale, che doveva essere consegnata nel 1999: è stata realizzata la struttura, imponente, in cemento armato, con la relativa copertura. Poi è stata abbandonata. Al di là delle concrete opportunità di utilizzo di una struttura – già di per sé di difficile gestione – collocata in un luogo così isolato, anche per la piscina, così come per l’albergo, si parla di una spesa di circa 1,5 milioni di euro. Se lo sviluppo che la politica avrebbe dovuto favorire è questo, forse sarebbe stato meglio che questi finanziamenti fossero andati altrove. Alle infrastrutture, per esempio. Vedi la Trasversale delle Serre per la quale ancora mancano fondi.