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23 luglio 2013

Gorassini, il "valutatore" privilegiato di Scopelliti


Attilio Gorassini, dopo "aver valutato" brillantemente il Comune di Reggio Calabria, ai tempi di Orsola Fallara (dirigente dell’Ufficio Finanze, morta suicida) e di Giuseppe Scopelliti (sindaco promotore del cosiddetto Modello Reggio), adesso valuta le perfomance della Regione Calabria, guidata sempre dal governatore Scopelliti.

17 maggio 2011

Il Dna di Alberto Cisterna

Il memoriale di Antonino Lo Giudice, detto il "Nano"

Il (la, ndb) Dna, il procuratore aggiunto Alberto Cisterna, ce l’ha nel sangue. Direzione nazionale Antimafia. Una direzione orchestrale. Cantare e non cantare. La tempistica è importante. È tutto. Dove l’attendibilità o meno di un pentito diventa una questione d’orecchio. Per la musica, s’intende. E allora, Nino Lo Giudice, detto “il Nano”, che lo accusa di “connivenze” con la cosca “Lo Giudice”, prima “non è attendibile”, salvo poi rivedersi. Su di lui e sul fratello, Luciano. Ascoltate bene perché se “qualcuno” avesse detto al direttore come stavano le cose “forse ci saremmo risparmiati la bomba contro l’abitazione di Salvatore Di Landro e il bazooka contro Giuseppe Pignatone”. Attentati avvenuti in Reggio Calabria il 26 agosto e il 6 ottobre 2010.
La notizia trapela per mano dello stesso “avvocato di Roma”, nome in codice con cui veniva indicato tra le mura carcerarie da Luciano, procacciatore del Bordello, ossia la strategia della tensione verificatasi in quella dello Stretto, per il presunto “tradimento” di Cisterna e altri tre magistrati, Francesco Mollace e Francesco Neri, secondo la Dda di Reggio Calabria e il gip di Catanzaro. Replicando a un pezzo di cronaca sul memoriale del Nano, apparso sulla testata giornalistica on line: Strill.it, mette in campo tutta la sua capacità di condurre il ballo. E’ il suo mestiere.
Il 13 maggio dichiara alle agenzie: “Il pentito Lo Giudice è inattendibile su questa vicenda”. E poi continua: “Si accontenti, per il momento, la pubblica opinione, di ciò che è stato disvelato sul punto sia pure in termini erronei (…)Ho più volte detto che si tratta di una questione delicata che non può essere trattata in modo spregiudicato e avventuristico poiché coinvolge la vita di colleghi e di altre persone e vede in discussione interessi superiori della Repubblica”. Dunque, il pentito che lo accusa è inattendibile. Detto da lui, apertamente coinvolto, è come ascoltare il no di un bambino sorpreso con le mani nella marmellata. Non è credibile, la ragione è semplice. Si dà il caso, però, che lui non è un bambino almeno quanto è, invece, il numero due della più alta Istituzione che si batte contro le mafie. Vale la seconda per la direzione.
Due giorni dopo su Strill cambia registro. Allegro. Dopo aver invocato i suoi “venticinque anni di carriera, decine di ergastoli, la cattura di alcuni tra i più pericolosi latitanti della ‘ndrangheta”, chiarisce la questione dell’attendibilità di Lo Giudice. E lo fa così: “Chiarisco per l’ennesima volta che nessuno discute dell’attendibilità del pentito Lo Giudice Antonino, attendibilità però che non costituisce un atto di fede, ma la risultante tra ciò che il Lo Giudice dice e ciò che i magistrati hanno riscontrato sulle sue dichiarazioni, sia a Reggio che a Catanzaro. Lo Giudice, quindi, è sicuramente attendibile quando le cose che dice vengono riscontrate e verificate dai magistrati ed è altrettanto sicuramente un calunniatore quando riferisce cose smentite dai fatti e, nel mio caso, anche dalle sue stesse parole”. L’allegro è allegro, bisogna accettarlo per quello che è. Poi il lento. Tono pacato e rassicurante. “Circolano spezzoni di verbali, tracce di intercettazioni in cui si registrano i colloqui di soggetti e, per ora, mi fermo solo su alcune anomalie. Anomalie ben evidenti negli atti, ma curiosamente ignorate a vantaggio di incomprensibili obiettivi”.
E andiamo e leggerli, questi atti. Un esempio edificante ce lo fornisce lui stesso. “Un esempio decisivo che da solo modifica in modo radicale tutte le insinuazioni e le calunnie fin qui accumulate in questa storia. C’è una intercettazione ambientale, quella del 20 maggio 2010, tra Lo Giudice Luciano e la moglie Florinda, registrati a loro insaputa in un carcere del Nord, che viene sistematicamente manipolata prima di essere data in pasto alla pubblica opinione, nonostante che una nota ANSA del 16 aprile 2011, di esemplare chiarezza, abbia informato tutti i giornalisti italiani su come stavano esattamente le cose”. Aprite bene le orecchie. “Leggiamola tutta intera questa intercettazione, senza maliziose cancellature «Luciano riferisce a Florinda (la moglie, ndr) di mettersi in contatto con l'avvocato di Roma (il sottoscritto, ndr) per un incontro con lui che va al modello 13 comunica che come arriva a Reggio di chiamare l'avvocato di Roma e di dirgli "... ha detto Luciano che APPENA METTE PIEDE A REGGIO VA IN MATRICOLA E SI SEGNA CHE VUOLE PARLARE CON VOI, PERCHÉ VUOLE COLLABORARE CON VOI”. Lei dice che lo farà, si lamenta (Luciano, ndr) che sono sette mesi che è dentro, dice che se vogliono, di dirglielo che gli avvocati se li toglie e poi li raggiunge (aggiunge, ndr) a modo suo, COSÌ ESCE LUI (LUCIANO, NDR) E NE ENTRANO CENTO, NOVANTANOVE DELLA QUESTURA E QUALCHE MAGISTRATO PURE»” (Virgolette e note di Cisterna).
Come si deve interpretare? È l’avvocato di Roma a dare il là: “Luciano intende creare un vero e proprio sconquasso. Per crearlo vuole rivolgersi a me evidentemente considerandomi distante dai presunti «cento», a suo parere, corrotti. Rileggo: «APPENA METTE PIEDE A REGGIO VA (Lo Giudice Luicano ndr) IN MATRICOLA E SI SEGNA CHE VUOLE PARLARE CON VOI, PERCHÉ VUOLE COLLABORARE CON VOI (cioè con me ndr)». Per chi avesse dei dubbi sull’operato di Alberto Cisterna ora se li è belli sciolti. Lui non è - non è - tra i “cento”. Chi lo dice? Il pentito, finalmente attendibile sia per la Dna che per la Dda, direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, che dà credito al Nano. E lui, ovviamente, il destinatario del messaggio. Ritorna l’allegro.
Prove generali di un’infatuazione a seguire: allegro con brio.
Ascoltiamo: “Ho letto questa intercettazione il 16 febbraio 2011 e mi sono chiesto cosa sarebbe accaduto se la moglie o altri mi avessero informato. Forse ci saremmo risparmiati la bomba contro l’abitazione di Salvatore Di Landro e il bazooka contro Pignatone”. Ma come? Nessuno riferì al numero Due della lotta alle mafie quello che aveva detto Luciano, che voleva pentirsi tra le sue braccia? No, nessuno. Lo viene a sapere quasi un anno dopo, il 16 febbraio scorso. Sembra che siano andate così le cose, ma non è vero. È sempre il direttore a ritornare sui suoi passi. Il 3 marzo successivo, del 2010, Luciano gli manda un telegramma - proprio a lui, che se lo avesse saputo prima del 26 agosto e del 6 ottobre, giorni degli attentati a di Landro e Pignatone, avrebbe fatto evitare la bomba e il bazooka. E che succede? Niente di niente. Bomba e bazooka lo stesso. E allora, che lo ha detto a fare?
Allegro con brio, musica per orecchie ben educate. Attendibilità o inattendibilità, musica maestro!

19 dicembre 2010

"Il tempo mi darà ragione", il testamento di Orsola Fallara

Orsola Fallara Da story

Orsola Fallara, di professione dirigente al Comune di Reggio Calabria, se n’è andata. L’acido muriatico che ha ingerito, le è stato fatale. Di anni 44, lascia una figlia di venti e una madre di ottanta. “Non voglio che mia figlia paghi per me”, ha detto.
Abituata a districarsi tra bilanci, euro e numeri, non conosceva la gogna mediatica. Non faceva politica. Laureata a pieni voti all’Università di Messina, compagna di studi di Giuseppe Scopelliti alla facoltà di Economia e Commercio, non sapeva della gogna. Certo, 750 mila euro sono un bel gruzzoletto. Questa l’accusa mossale dal dirigente del Pd, Demetrio Naccari, di essersi intascata indebitamente. Essere additata come una ladrona non lo aveva mai messo in conto. Nel suo, di conto. Mentre quelli per i quali veniva chiamata per farli ragionare, li sapeva fare, eccome. Aveva confezionato una serie infinita di master, titoli e riconoscimenti. Eppure un neo macchiava la sua credibilità. Fedele fino alla fine al suo amico d’infanzia, non l’ha mai tirato in ballo in questa vicenda. “L’unico politico con la “P” maiuscola che io conosca”, ha chiosato nella conferenza stampa il 16 dicembre scorso indetta in tutta fretta in un bar del centro storico di Reggio. Ultima da dirigente. Ultima da cittadina. E ultima da donna. La sera stessa l’avrebbe fatta finita.
I pareri che il sindaco facente funzioni, Peppe Raffa, aveva annunciato della commissione interna che aveva sollecitato, secondo la Fallara, sono “un nulla”. Quello di Vincenzo Irelli, già deputato del Pd, non sarebbe mai arrivato. Quello di uno studio associato avrebbe dei vizi di forma e in più sarebbe carente del regolare mandato di pagamento del primo cittadino. E, infine, la dirigente, interprete del terzo parere, sarebbe uno dei legali del Naccari, mentre il compagno sarebbe un impiegato dell’ente. Eticamente scorretto. Orsola ha sbandierato queste sue verità. Lei non era abituata alla politica. Sapeva solo di numeri e di “camminare a testa alta”. Avrebbe potuto farcela. Uno a uno, si sarebbe detto usando un risultato comune nel linguaggio sportivo. Invece è stata la prima a capire che queste equazioni valgono solo per i rendiconti degli organi amministrativi, non per la gogna. Con la gogna l’1 a 0 è già cappotto. Tornata a casa, le hanno danneggiato l’auto e rubato il cellulare. La gogna stava diventando opprimente. Troppo. Ha colto in un lampo che anche la città le era contro. Quando hai tutti contro: o continui in solitudine la tua battaglia o ti affidi “alla giustizia divina”, ha dichiarato. Ha scelto la seconda nel più tragico dei modi. Lei non era abituata a essere messa in croce. Non era vaccinata a fare politica. Ma solo ad aiutare i politici a far quadrare i bilanci. I numeri erano la sua passione. Non i giochi della politica.
Sarà vero l’“inciucio” tra Raffa e il Pd reggino? “Il tempo mi darà ragione”, il suo testamento. La figlia, la testa, non l’ha mai abbassata.

24 marzo 2010

I Padrini del Ponte

La copertina del libro, edito da Alegre

di Antonio Mazzeo*

Speculatori locali o d’oltreoceano; faccendieri di tutte le latitudini; piccoli, medi e grandi trafficanti; sovrani o aspiranti tali; amanti incalliti del gioco d’azzardo; accumulatori e dilapidatori di insperate fortune; frammassoni e cavalieri d’ogni ordine e grado; conservatori, liberali e finanche ex comunisti; banchieri, ingegneri ed editori; traghettatori di anime e costruttori di nefandezze. I portavoce del progresso, i signori dell’acciaio e del cemento, mantengono intatta la loro furia devastatrice di territori e ambiente. Manifestazioni di protesta, indagini e processi non sono serviti a vanificarne sogni e aspirazioni di grandezza. I padrini del Ponte, i mille affari di cosche e ’ndrine, animeranno ancora gli incubi di coloro che credono sia possibile comunicare senza cementificare, vivere senza distruggere, condividere senza dividere. Agli artefici più o meno occulti del pluridecennale piano di trasformazione territoriale, urbana, ambientale e paesaggistica dello Stretto di Messina, abbiamo dedicato questo volume che, ne siamo consapevoli, esce con eccessivo ritardo. Ricostruire le trame e gli interessi, le alleanze e le complicità dei più chiacchierati fautori della megaopera, ci è sembrato tuttavia doveroso anche perché l’oblio genera mostri e di ecomostri nello Stretto ce ne sono già abbastanza. E perché non è possibile dimenticare che in vista dei flussi finanziari promessi ad una delle aree più fragili del pianeta, si sono potuti riorganizzare segmenti strategici della borghesia mafiosa in Calabria, Sicilia e nord America. Forse perché speriamo ancora, ingenuamente, che alla fine qualcuno avvii una vera inchiesta sull’intero iter del Ponte, ricostruendo innanzitutto le trame criminali che l’opera ha alimentato. Chiarendo, inoltre, l’entità degli sprechi perpetrati dalla società Stretto di Messina. Esaminando, infine, i gravi conflitti d’interesse nelle gare d’appalto ed i condizionamenti ideologici, leciti ed illeciti, esercitati dalle due-tre famiglie che governano le opere pubbliche in Italia. Forse il recuperare alla memoria vicende complesse, più o meno lontane, potrà contribuire a fornire ulteriori spunti di riflessione a chi è chiamato a difendere il territorio dai saccheggi ricorrenti. Forse permetterà di comprendere meglio l’identità e la forza degli avversari e scoprire, magari, che dietro certi sponsor di dissennate cattedrali nel deserto troppo spesso si nascondono mercanti d’armi e condottieri delle guerre che insanguinano il mondo. È il volto moderno del capitale. Ribellarsi non è solo giusto. È una chance di sopravvivenza.

* Militante ecopacifista ed antimilitarista, ha pubblicato alcuni saggi sui temi della pace e della militarizzazione del territorio, sulla presenza mafiosa in Sicilia e sulle lotte internazionali a difesa dell’ambiente e dei diritti umani. Ha inoltre scritto numerose inchieste sull’interesse suscitato dal Ponte in Cosa Nostra, ricostruendo pure i gravi conflitti d’interesse che hanno caratterizzato l’intero iter progettuale. Con Antonello Mangano, ha pubblicato nel 2006, Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte (Edizioni Punto L, Ragusa). Il suo ultimo lavoro: I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina” (Edizioni Alegre, Roma, costo 14 euro). Il libro, sulla base di una documentazione che privilegia le fonti giudiziarie, fornisce una sistematizzazione di innumerevoli denunce e indagini sugli interessi criminali che ruotano attorno alla costruzione del Ponte sullo Stretto. La prefazione è stata curata da Umberto Santino del Centro Siciliano di Documentazione Antimafia “Giuseppe Impastato”.