Il cemento fa le strade. Innalza i ponti. Fonda le
città. Il cemento è “speziale” a Lamezia Terme. Il gip del Tribunale di
Catanzaro, Antonio Rizzuti, ha assolto Rocco Anello, Francesco
Iannazzo e Antonio Giuseppe Salvatore Speziali per
non aver usato violenza aggravata nei confronti di Salvatore Mazzei,
messo fuori dai giochi nell’affare della cava di Curinga. Perché il fatto non
sussiste.
Il fratello di Antonio è presidente di Confindustria
di Catanzaro, Giuseppe. Il padre è senatore della Repubblica
italiana, Vincenzo. Il cemento da questi parti gronda di spezialità.
Salvaguardata dalla locale Antimafia e tenuta a battesimo dalla Chiesa. La
narrazione che fa Rizzuti della quaestio è una pagina di
storia che vede coinvolti mafiosi, esecutori materiali, politici, imprenditori,
avvocati e preti. Una pagina scritta con la penna rossa, color sangue. Di Torquato
Ciriaco, per esempio, la “colonna” dell’impresa di Mazzei.
I rifiuti della Seteco di Marcellinara saranno trasportati a Taranto. Una volta abbattuti “i valori fuori norma” presso l’Econet dell’area industriale di Lamezia Terme prenderanno la strada verso la Puglia. Un mese di tempo, o forse poco più. E poi andranno fuori regione. In Calabria non ci sono discariche adibite allo smaltimento della monnezza di origine tipica della fabbrica che fu di Pasquale Leone, ora in regime fallimentare. Mentre, la bonifica dell’area in località Serramonda è quasi terminata. Il costone centrale è stato già ripulito, manca solo quello laterale. Probabilmente, slitterà di una sola settimana - entro il 20 agosto e non il 13, come da cartello dei lavori affisso sul cancello d’ingresso - il risanamento ambientale dello stabilimento. Le ultimissime dalla Piana della strada dei Due mari. Mentre le ultime vedono le analisi rimbalzare come una patata bollente. L’Arpacal, da un lato, e ben quattro discariche, dall’altro. Risultati “ok”. Risultati “non ok”. Alla fine OK per forza. Di necessità virtù.
La guerra dei Codici
I Cer individuati dall’Agenzia di protezione ambientale della Calabria nel sito della Seteco sono tre.IlCer 19.05.03–compost fuori specifica, che non hanno una radice comune; ilCer 19.05.02–parte di rifiuti animali e vegetali non compostata; e il C.E.R.:19.07.03 –percolato di discarica. Tutti “non pericolosi”, anche il percolato, per come erroneamente da noi scritto nella precedente edizione del 23 luglio. Un lapsus. Forse freudiano, ma non troppo. Di cui si è macchiato non solo l’autore dell’articolo. Non solo. Purtroppo.
Cer sì, Cer no
Bruno Gualtieri, dirigente del Dipartimento Politiche dell’Ambiente della regione Calabria, nel trascrivere il decreto autorizzativo della bonifica elenca l’excursus della vicenda. E parte da lontano. Dalla presa d’atto dell’ente intermedio “dell’inerzia del soggetto responsabile della contaminazione e del Comune territorialmente competente stabilendo che la stessa adotterà i poteri sostitutivi per la messa in sicurezza dello stabilimento”. È il 30 agosto 2010. Il 6 ottobre successivo approva il Capitolato d’oneri e il quadro economico di spesa “per la rimozione, trasporto a smaltimento dei rifiuti stoccati” ed indice una gara. Con lo stesso decreto dava atto, “sulla scorta dei risultati della caratterizzazione analitica condotta dall’Arpacal sui rifiuti presenti nello stabilimento, che il sito di smaltimento finale dei rifiuti sarebbe stato la discarica di Pianopoli di proprietà della società Ecoinerti Srl”. La gara se l’aggiudica l’Ecosistem di Lamezia Terme. L’affare era fatto, salvo l’omologa dei risultati. L’Ecoinerti dice che sono difformi dalle risultanze dell’Arpacal e invita l’Agenzia a rifare “le analisi al fine di stabilire definitivamente le caratteristiche dei rifiuti da smaltire”. L’organo ambientale risponde picche rilevando “l’impossibilità di ripetere l’accertamento analitico sui rifiuti stante l’evidenza dell’unicità dell’aliquota prelevata e della perdita nel tempo delle caratteristiche dei campioni prelevati”. L’Ecoinerti ribadisce il suo no e il suo assenso relativo solo ai rifiuti al di là del recinto. Codice 19.05.03 –compost fuori specifica. Si fanno avanti altre ditte, individuate dal curatore fallimentare. La Italcave di Taranto, la Ecolevante di Grottaglie, entrambe del capoluogo pugliese, la Mida Srl di Crotone e la Econet Srl di Lamezia Terme. Il 9 maggio un tavolo tecnico tra gli attori competenti determina di consegnare tutto al braccio destro dell’Ecosistem, già aggiudicataria della gara per lo smaltimento, e cioè l’Econet, considerato il dietrofront delle altre e la residuale offerta dell’Ecolevante. Quindi: “il si ritiene necessario” del decreto. La decisione. L’Ecosistem “dovrà conferire l’aliquota del rifiuto Cer 19.05.03, contrassegnato Arpacal numero 1661” alla discarica di Pianopoli. E le altre due aliquote, i “Cer 19.05.02, contrassegnato Arpacal numero 1659, e codice Cer 19.05.03, contrassegnato Arpacal numero 1660, presso l’impianto Econet Srl di Lamezia Terme”.
Nota bene: il Cer 19.05.03 è diviso in due tronconi. Uno, quello che sta dentro lo stabilimento, si decide di scaricarlo presso l’Econet; l’altro, fuori il recinto, a Pianopoli. Il codice è lo stesso, ma la differenza c’è. Forse non si vede, ma c’è.
Nota bene ancora, il percolato scompare dall’interesse regionale. Tuttavia, non si tratta di una dimenticanza. Perché l’Ecosistem aveva già comunicato di smaltirlo presso la sua società satellite.
Di pochi giorni fa le ultimissime. L’Econet avrebbe bisogno di abbassare e di inertizzare “i valori fuori norma” dei rifiuti per trasferirli a Taranto.
La vendita
Intanto, prosegue a pieno ritmo la stima della Seteco per la prossima vendita. Il suo valore monetario, secondo indiscrezioni, si è abbassato di un quinto rispetto agli undici milioni di euro della valutazione precedente. Cifra destinata, comunque, a salire, bonifica permettendo.
Volete scommettere che ci faranno un’altra discarica? Magari, per “rifiuti non pericolosi”. Per non dare troppo nell’occhio.
Il fuoco della Seteco “contamina” l’Econet
Per anni “ha fumato” la Seteco. Almeno dal 2006 fino al 2011. Nonostante il doppio sequestro da parte della Procura della Repubblica di Catanzaro. Un fumo inspiegabile, anche perché, come vogliono il senso comune e la fisica, il materiale dovrebbe consumarsi. E, invece, così non è stato. Allo stesso modo giorni fa è scoppiato un incendio all’interno del capannone dell’Ecosistem. Un’esplosione “misteriosa”, a detta dei vigili del fuoco che sono prontamente intervenuti. “Non è attualmente possibile stabilire con precisione la cause che hanno generato lo scoppio ed il conseguente incendio”, parte del verbale. E poi: “L’esplosione è avvenuta nella zona dove venivano posizionati rifiuti da avviare alla termodistruzione, con presenza di bombole di acetilene e al momento dello scoppio erano in corso manipolazioni di polveri potenzialmente infiammabili e suscettibili di esplosioni”. Rifiuti da destinare alla termodistruzione. Cioè all’inceneritore. Casualità vuole. L’ineluttabile casualità. La Procura ha aperto un’inchiesta.
I vigili del fuoco del Nbcr all'ingresso della Seteco
È partita la bonifica della Seteco (Servizi e tecnologie ecologiche) nel Comune di Marcellinara. Dal 13 luglio scorso gli operai della Ecosistem di Lamezia Terme, aggiudicatrice dell’appalto, coadiuvati dal Nbcr (Nucleo biologico, chimico e radiologico) dei Vigili del fuoco, sono al lavoro per la rimozione, il trasporto e lo smaltimento dei rifiuti presenti nello stabilimento. Hanno trenta giorni di tempo per risanare la “fabbrica dei veleni nascosti”, così come è stata ribattezzata da un comitato spontaneo di cittadini che ha portato all’attenzione pubblica e degli organi competenti lo scandalo dell’azienda: ben due volte - forse tre - posta sottosequestro e incessantemente fumante negli ultimi cinque anni. Fumante di gas e polveri di difficile connotazione chimica, che ha condizionato la vita dei lavoratori della zona Pip del Comune catanzarese e dei cittadini di località Serramonda. Finalmente una buona notizia. Un risultato positivo, grazie al dinamismo della cittadinanza attiva. In attesa della verità. Il comitato chiede anche che la Magistratura faccia piena luce sul tipo di materiali arrivati da chissà dove e messi al rogo della Seteco di Pasquale Leone. Dovevano servire per produrre fertilizzanti. Dovevano.
Monitoraggio strumentale
Come da cartello affisso sul cancello d’ingresso della Seteco i lavori sono partiti il 13 luglio con il cosiddetto “monitoraggio strumentale”, sia ai fini dello smaltimento che delle garanzie di sicurezza da porre in essere per gli operai. Il trasporto vero e proprio del materiale, però, è iniziato solo da martedì 19. Destinazione: presso la discarica Econet e la Ecoinerti, entrambi i siti risiedenti nella zona industriale di Lamezia Terme. Come si ricorderà, tre sono i Cer, i codici che l’Arpacal (Agenzia regionale di protezione ambientale della Calabria) ha individuato nello stabilimento. Due “non pericolosi”. Il Cer 19.05.03 –compost fuori specifica, che non hanno una radice comune, tuttavia non sono pericolosi; e il Cer 19.05.02 – parte di rifiuti animali e vegetali non compostata, di cui era piena zeppa la Seteco, anche se adesso l’interno del capannone sembra ridotto quasi interamente ad un cumulo di ceneri. Il terzo, infine, questo sì pericoloso, anche ufficialmente, il percolato: codice Cer: 19.07.03* –percolato di discarica, circa 200 metri cubi. Ed è proprio il percolato che ancora non si sa dove smaltire. Fino all’anno scorso il tutto sarebbe dovuto essere trasportato nella discarica di Pianopoli. Le vicissitudini giudiziarie e il tira e molla sull’identificazione della qualità dei rifiuti tra l’Arpacal e il Nisa (Nucleo investigativo per la Sanità e l’Ambiente della Polizia di concerto con la Procura) hanno convinto l’Ente appaltante, la stessa Regione Calabria, a cambiare.
L’incendio all’esterno della fabbrica
È da circa 20 giorni che a fumare non è più l’interno bensì l’esterno della stabilimento. A ridosso della recinzione, coperti dalle erbacce, vi sarebbero gli stessi rifiuti che per anni hanno bruciato tra le quattro mura della fabbrica di Leone. La puzza è la stessa. Buon naso non mente.
Anche di questa zona la ditta sta provvedendo alla bonifica. Un’operazione tutt’altro che facile a causa dell’alta temperatura di questi giorni.
La vendita
Una volta bonificata la Seteco, essendo in regime fallimentare, sarà venduta al miglior offerente. Il finanziamento dell’Ente appaltante, in realtà, non è altro che un credito in prededuzione, un anticipo, che la regione Calabria vanterà nei confronti della curatela fallimentare quando l’avrà liquidato. L’ultima perizia, depositata al Tribunale delle esecuzioni immobiliari, stima il valore dell’immobile in 11 milioni di euro. Molti? Pochi? In ogni caso troppi rispetto al precedente apprezzamento che si era fermato alla modica cifra di 800 mila euro.
Il rischio più grosso è che potrebbe essere acquistato da una società con le stesse caratteristiche della fabbrica di Leone. Difficile, infatti, immaginarci un supermercato di derrate alimentari o un negozio di abbigliamento. Il pregiudizio sulla fabbrica dei veleni è difficile da correggere. E questo vale anche per il mercato immobiliare.
Anche su Mezzoeuro
*Errata Corrige: il Cer 19.07.03 "non è rifiuto pericoloso", ad esserlo è il percolato con Cer 19.07.02
Delle “incongruenze”. Delle incongruenze ha riscontrato il Nisa, Nucleo investigativo per la Sanità e l’Ambiente della Polizia, rispetto agli esami effettuati dall’Arpacal, Agenzia regionale per la protezione ambientale della Calabria, sui rifiuti della Seteco, la fabbrica di servizi e tecnologie ecologiche di Marcellinara sottoposta a due sequestri dalla magistratura negli ultimi anni. Incongruenze talmente rilevanti da bloccare temporaneamente l’intervento di bonifica espletato dalla Regione Calabria attraverso il Dipartimento politiche dell’Ambiente. Come si ricorderà: l’Agenzia emise un verdetto: “Rifiuti non pericolosi”, sufficiente per decretarne lo smaltimento presso la discarica di Pianopoli i primi giorni di ottobre dello scorso anno. Ma poi la data slittò. Di settimane in settimane. Nel frattempo, invece, il Nucleo di Polizia, su mandato della Procura, aveva inviato le proprie risultanze. E l’Organo regionale fu costretto a rifare tutto da capo ammettendo a denti stretti le verosimili contraddizioni.
Giorni frenetici, questi di metà febbraio. Di sudaticci giri di posta tra i procuratori che hanno in mano l’inchiesta: Simona Rossi e Paolo Petrolo, il dipartimento Ambiente della Regione Calabria, l’Ufficio di presidenza del governatore di Giuseppe Scopelliti, e l’Ecosistem di Lamezia Terme, la ditta che si è aggiudicato l’appalto per lo smaltimento. Doppia la filigrana dell’affaire Seteco: la verità sulle attività poste in essere da Pasquale Leone, titolare della fabbrica che produceva fertilizzanti con gli scarti di animali fin dall’anno della sua inaugurazione, nel 2001, alla presenza dell’allora ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli; e la bonifica per la salvaguardia della salute dell’uomo e dell’ambiente, già consegnata ma che non è mai partita, complice il busillis sui rifiuti: ancora non si sa cosa esattamente sia stato bruciato in tutti questi anni.
Il busillis dei Cer
Il C.E.R. è il codice identificativo del rifiuto, secondo la normativa europea. Ogni rifiuto viene riconosciuto in base alla composizione e al processo di provenienza. E, a seconda della tipologia, le normative ne indicano modalità e luoghi di smaltimento. L’Arpacal ne ha riscontrati ben tre alla Seteco. Due “non pericolosi”. Il Cer numero 19.05.03 –compost fuori specifica, che non hanno una radice comune, tuttavia non sono pericolosi; e il Cer numero 19.05.02 –parte di rifiuti animali e vegetali non compostata, di cui era piena zeppa la Seteco, anche se adesso l’interno del capannone sembra ridotto quasi interamente in un cumulo di ceneri. Entrambi saranno smaltiti nella discarica di Pianopoli. E, infine, l’Agenzia ha rilevato la presenza del percolato - questo pericoloso: codice Cer: 19.07.03 –percolato di discarica, circa 200 metri cubi che la società dovrà smaltire presso un sito abilitato con la contestuale informativa all’Autorità giudiziaria e amministrativa.
Ora, con le “incongruenze” del Nisa, è verosimile il riconoscimento di altri codici identificativi e di altri rifiuti. Le analisi sono nelle mani dei magistrati, titolari dell’inchiesta, e in fase d’istruttoria, e solo alla fine se ne saprà di più. Tuttavia è prossimo lo sblocco, ai fini della bonifica, del busillis già per questo lunedì, 21 febbraio, quando si deciderà cosa smaltire e dove. E non è scontato il fatto che andranno tutti alla discarica di Pianopoli. Infatti, se dovessero rimanere preponderanti le iniziali difformità appurate, la Regione dovrà individuare altri siti (distinti da Pianopoli) dove far convogliare i rifiuti pericolosi della Seteco per ottemperare alla normativa che ne prescrive la messa in sicurezza.
Intanto, non fuma più
Intanto, la Seteco “non fuma” più. Dopo quattro lunghi e faticosi anni – almeno dal 2006 - di incessante sprigionamento di gas dal capannone. E’ dai giorni dei sopralluoghi effettuati da tutti gli organi competenti, tra i mesi di settembre e ottobre, che non si vedono più le colonne bianche e nauseabonde che impregnavano tutta la valle di Serramunda, il nome della località sulla statale dei Due Mari. Un’eventualità difficile da spiegare, considerata la sua oscura puntualità, di giorno e di notte, d’inverno e d’estate, con la pioggia e con il sole: H24.
Su questo ci auguriamo che possa far luce quanto prima la Procura. Nel mentre, i dubbi si alimentano da soli. Come le voci, surrogate da varie denunce, che insistono nel ritenere che la Seteco, nonostante i sigilli della magistratura, sia stata continuamente rimpinguata da bilici nell’atto di scaricare. La nuova lente d’ingrandimento del Palazzo di Giustizia, dunque, puntata nell’ultimo periodo, avrebbe dissuaso anche i più audaci. Forse.
La macchina di smaltimento dei rifiuti all'interno della Seteco Da story
Pasquale Leone, titolare della Seteco, la fabbrica di fertilizzanti di località Serramonda nel Comune di Marcellinara, sottoposta a due sequestri della magistratura, è stato rinviato a giudizio per disastro ambientale per i fatti antecedenti al 2006. L’Arpacal, l’Agenzia regionale di protezione ambientale della Calabria, ha sì classificato come “non pericolosi” i rifiuti presenti all’interno del capannone, ma dalle rilevazioni della qualità dell’aria nei pressi avrebbe riscontrato un’alta percentuale di benzene, una sostanza altamente cancerogena e costituente naturale del petrolio e dei suoi derivati. Infine, i vigili del fuoco, spossati per le centinaia di operazioni di spegnimento, effettuate senza risultati apprezzabili, richiesti dagli stessi cittadini, allarmati per la continua fuoriuscita di esalazioni maleodoranti, nel luglio scorso stilarono una relazione indirizzata agli organi preposti per la salute e la sicurezza pubblica in cui indicarono espressamente come “eventuali interventi dei vigili del fuoco su fuoco covante in cumuli, senza fiamma, non potranno portare a risultati significativi di spegnimento dei focolai in assenza di operazioni di smassamento del materiale che può essere spento definitivamente solo se sparso all’esterno su ampie superfici ed irrorato di acqua nebulizzata”. Non solo, ma che i fenomeni di autocombustione interessavano solo “alcuni cumuli di materiale organico”. Non tutti i rifiuti presenti nel fabbricato, dunque.
In attesa della bonifica - promossa dalla Regione Calabria su sollecitazione del Comitato spontaneo di cittadini: Seteco, la fabbrica dei veleni nascosti - che stenta a venire soddisfatta per il contestuale sequestro della discarica di Pianopoli, dove dovranno confluire i rifiuti presenti nell’azienda ora affidata ad una curatela fallimentare, l’inchiesta, anzi la doppia inchiesta della Procura della Repubblica di Catanzaro - aperta, la prima, nel 2006 e, la seconda, il 22 gennaio di quest’anno, accorpate per motivi logistici, ancora prima delle medesime accuse di reati ambientali – entra nel vivo. Le prime udienze a carico di Leone sono state fissate per il mese di maggio prossimo, e riguardano, principalmente, il presunto sbancamento abusivo di una collinetta al lato del capannone ai fini dello smaltimento illecito dei rifiuti organici prodotti. Mentre risultano all’esame del personale del Nisa, Nucleo investigativo per la sanità e l’ambiente della Polizia, i risultati dell’Arpacal sul benzene rilevato, per giunta ottenuto grazie ad una stazione di misurazione opposta all’andamento naturale del vento che soffia verso la località residenziale di località Serramonda.
La relazione del sopralluogo dei vigili del fuoco, infine, spalleggia le voci delle persone che hanno sempre denunciato il fatto che negli anni, nonostante i sigilli dell'Autorità giudiziaria, la Seteco sarebbe stata continuamente avvicinata e rimpinguata di ulteriori rifiuti in un’ala precisa del capannone, nonché attenzionata incessantemente da incendi forse per cancellare ogni traccia e non risalire, quindi, all’esatta tipologia della spazzatura ivi scaricata.
Entro domani inizieranno i lavori di bonifica della Seteco di Marcellinara. Al massimo entro questo fine settimana. Sarebbero dovuto partire già venerdì scorso ma per motivi tecnici sono stati rinviati al 16 novembre. Quello che è certo che a Natale prossimo i fumi, così come rifiuti della Fabbrica dei veleni, saranno sotterrati nella discarica di Pianopoli, gestita dalla Daneco. La ditta che si è aggiudicata la gara, bandita dalla Regione Calabria, è l’Ecosystem srl di Lamezia Terme. Trenta giorni consecutivi, questo il tempo stabilito per la traslazione dei fertilizzanti. Fertilizzanti? Sì, dovevano servire per produrre concimi per l’agricoltura e, invece, nel corso degli anni hanno prodotto solo inquinamento e fumo. Esalazioni irrespirabili di difficile catalogazione chimica. Un misto di diossina e di carcasse di animali inceneriti. Su questo, come su tutta l’attività della società di Servizi e tecnologie ecologiche, farà piena luce la Procura della Repubblica di Catanzaro che sta indagando per inquinamento ambientale nelle due inchieste aperte.
L’allarme lanciato dal Comitato civico, "la Fabbrica dei veleni nascosti", dallo scorso mese di luglio, dunque, ha svegliato le Istituzioni che, per onor di cronaca, hanno risposto positivamente. La Regione, la Procura, il Comune e tutti gli organi preposti alla salvaguardia della salute pubblica. Chiamata in causa anche l’Arpacal, l’Agenzia di protezione ambientale della Calabria, ha assicurato tutti circa la non pericolosità dei rifiuti. Ragione sufficiente per favorire la pronta bonifica presso la discarica di Pianopoli, adibita a monnezza non pericolosa, appunto. Due ancora i nodi da sciogliere. Il percolato e i "rattosauri", variante di topi che, pare, siano presenti all’interno del capannone di Pasquale Leone, oggi gestito dal curatore fallimentare Vincenzo Iiritano.
Il percolato, secondo il capitolato d’oneri del Dipartimento delle politiche dell’Ambiente, circa 200 metri cubi, dovrà essere smaltito presso “una destinazione finale individuata dall’appaltatore” e ancora nulla si sa sul sito prescelto. Mentre per la derattizzazione dei rattosauri, chiamati così per la loro grandezza, se ne dovrà occupare il Comune di Marcellinara una volta evacuato l’immobile dai rifiuti.
Fotomontaggio, ma non troppo, a cura del blogger Da story
I rifiuti della Seteco di Marcellinara saranno trasferiti presso la discarica di Pianopoli. Lo ha deciso il Dipartimento delle politiche dell’Ambiente della Regione Calabria, che ha pubblicato la procedura di gara per l’assegnazione dei lavori di rimozione, trasporto e smaltimento alla ditta appaltatrice. Come l’Url vi aveva anticipato lo scorso 23 agosto i rifiuti verranno conferiti, dunque, presso lo stabilimento di proprietà della Daneco. Questa la notizia sulla bonifica, ma c’è un enigma in questa operazione. I rifiuti. Sono “non pericolosi”, la discarica di Pianopoli non ne smaltisce di altra tipologia. I codici identificativi CER (codice europeo del rifiuto, secondo la normativa europea) del materiale ivi presente, riconosciuti dall’Arpacal, Agenzia regionale di protezione ambientale della Calabria, riferiscono il C.E.R.:19.07.03 – percolato di discarica; il C.E.R.: 19.05.03 – compost fuori specifica; e il C.E.R.: 19.05.02 – parte di rifiuti animali e vegetali non compostata. Gli ultimi due, circa 7mila metri cubi, saranno traslati presso la Daneco. Il primo, il percolato, il più tossico, circa 200 mc, invece, presso “una destinazione finale individuata dall’appaltatore”, informa il Capitolato d’oneri. La contraddizione è che, da un lato, sono stati classificati dall’Agenzia quali “non pericolosi”, nello stesso tempo, però, sono anche inquinanti e dannosi per la salute pubblica. Lo considera la delibera del Dipartimento regionale e tutti gli atti della procedura di gara. Nella migliore delle ipotesi la Seteco cambierà nome e città. Daneco e Pianopoli, anziché Marcellinara. E nemmeno di molto, sono solo cinque i chilometri, infatti, che separano i due siti. Costo dell’operazione: 710mila euro con il criterio del prezzo più basso. L’Emergenza ambientale si supera così. Il commissario delegato “ha fornito anche precisazioni relative all’applicazione della tariffa per lo smaltimento”, comunica il dirigente generale Bruno Gualtieri.
Il piano di sicurezza e di coordinamento delle opere di bonifica, messo a punto dal Dipartimento, è per spiriti forti. Non è per tutti. Ma tranquilli! Non sono pericolosi. Il capitolo sette è minuzioso.
“L’area di intervento fa presumere la concentrazione di gas/biogas aereo dispersi”, esordisce. “L'impresa appaltatrice dovrà mettere a disposizione e far utilizzare ai lavoratori del cantiere delle mascherine adeguate”, sembra il minimo, dato è che insopportabile anche dall’esterno. “Per eventuali lavori all'interno di pozzi/cisterne/vasche, essendo probabile la concentrazione di gas tossici/esplosivi,l'impresa appaltatrice dovrà procedere ad analisi strumentali atte a determinare il reale valore di concentrazione dei gasnei punti più sfavorevoli (sacche - intercapedini, ecc.)”. Il reale valore di concentrazione dei gas? Ma l’Arpacal non lo aveva già fatto?
“I risultati delle analisi dovranno determinare la scelta dellemisure di prevenzioni da adottare ovvero bonifica con areazione forzata e/o utilizzo di maschere antigas e/o divietodi utilizzo di attrezzature che possono essere fonti di innesco di esplosioni (ovvero che producono calore e scintille)”. Quindi, i lavoratori andranno prima alla cieca, faranno i prelievi, e poi, sulla base dei risultati, indosseranno i dispositivi individuali.
“La presenza dei rifiuti non pericolosi (grassetto e corsivo miei, ndb) potrebbe potenzialmente apportare dei disturbi di tipo allergico nei lavoratoriparticolarmente esposti.Nelle aree di cantiere è probabile la presenza di rifiuti infiammabili e esalazioni di odori, quale prodotto dellafermentazione dei rifiuti.Sarà inoltre probabile la presenza d’emergenze di percolato prodotte dalla lisciviazione dei rifiuti. Questo liquame èricco di sostanze inquinanti, tossico per ingestione, con ripercussioni in seguito al contatto con la cute non definibiliin senso assoluto in quanto variabili in funzione della quantità e qualità dei composti in soluzione, del soggetto o persona che si trova ad operare. Sembra che tali rischi siano di lieve entità così come dimostrato in alcune sperimentazioni riportate in letteratura (“Allergic and infection risks correlated with workplace enviroment”, M. Bondi, P. Messi e G. Fantuzzi – Atti del convegno Sardigna 99)”. Sembrano di lieve entità, ci sono gli scienziati che lo dimostrano, nella letteratura al riguardo.
“È comunque necessario un controllo sanitario mirato all’individuazione e prevenzione delle comuni forme virali e allergiche che potrebbero essere presenti in un ambiente quale quello in esame”, giusto, appare doveroso dato il rischio. Che, tuttavia, secondo il Piano di sicurezza è medio perché “sui rifiuti si opera con mezzi meccanici”, perché “la salita e la discesa dai mezzi avviene in aree ove i rifiuti sono confinati, e, infine, perché “tutti gli addetti indossano calzature di sicurezza”. Inoltre, il rischio di contatto con percolati è medio perché “si opera in presenza di sistemi di raccolta a pavimento dello stesso”. Tra le disposizioni per ridurre al minimo il rischio per gli addetti al cantiere anche quella di “non fumare” e di, in caso di malore o contatti con presenza di sintomi sospetti, “trasportare l’infortunato al pronto soccorso”.
La traslazione del mostro sarà effettuata tutti i giorni feriali, dalle ore 13 alle 19. Ad aggiudicazione effettuata, nei primi giorni del prossimo mese di novembre. Solo cinque i chilometri che separano la Seteco dalla Daneco. Ecologiche entrambe.
Quindici famiglie e il fumo e la puzza. Settanta persone e la Seteco. Come convivere con il mostro. Vivono in località Serramunda di Marcellinara, sulla collinetta che dà sulla piana dove sorge la fabbrica di fertilizzanti che sprigiona esalazioni nauseabonde “almeno dal 2004”, ricordano. Sono tutti parenti fra di loro. Vanno Marchio di cognome. Bambini, giovani e anziani. Sono originari di Sorbo S. Basile. Hanno cominciato a stabilirsi nella Valle verso la fine degli anni ‘50 del secolo scorso. Tranquillità, aria salubre e facilità di spostamento tra i due maggiori centri urbani della provincia, Lamezia Terme e Catanzaro. Fino alla Seteco. Quattro tumori si sono registrati negli ultimi anni. Tre hanno colpito delle donne al seno. E uno allo stomaco e ai bronchi. Quest’ultimo fatale per Vincenzo Lubello nel 2006. Diagnosticato a dicembre 2005 i medici sono stati precisi nell’anticiparne il decesso. Impossibile stabilire un rapporto di causa effetto, anche per gli specialisti. Ma la paura c'è. Come anche i riscontri.
Li incontriamo di sera. Il lezzo della società di Servizi e tecnologie ecologiche si sente già. Loro lo sanno. Ci hanno fatto l’abitudine. “Questo è niente”, osservano. Non è rassegnazione ma la constatazione dell’incidenza. Dato che lo sentono giorno e notte da parecchi anni a questa parte sanno che c’è di peggio. Arriviamo a casa. Ci aspettano. Il nostro palato già comincia ad impasticciarsi della polvere che rilascia. Ribadiamo l’inconveniente. “Questo è niente”, ribadiscono. Inizia il racconto. Sembra quello della decadenza di una comunità. Che si forma, si moltiplica e poi decade. “Anche il barone è preoccupato di questa situazione. Ma se non ci riesce neanche lui…”. Il barone Sanseverino è il proprietario di quasi tutta la valle. Ha venduto e concesso in affitto. Discendente dell’antica famiglia feudataria della zona dal lontano 1445. Gli insediamenti produttivi della località appartengono a lui, cioè ai figli oramai. Di lui gli abitanti conservano un’idea paternalistica. Che collocano accanto a quella dello Stato. Complementare allo Stato, in caso. Un omaggio alla cultura meridionalista prima dell’Unità d’Italia. “E’ preoccupato il barone – dicono – che tutti si stanno lamentando di questo fumo. E vogliono abbandonare Marcellinara. E neanche lui sa come fare”.
Fino al 2004, cioè alla scadenza dei primi due anni di attività dell’azienda di Pasquale Leone, “il fumo non arrivava fino a quassù (in linea d’aria la distanza della piccola comunità è meno di trecento metri dalla bocca della Seteco, ndb). Si avvertiva solo nelle immediate vicinanze. Da questa data è cominciato l’inferno”. Come la Seteco è riuscita a condizionare la qualità della vita di tutti i residenti. Il fumo è mosso dal vento. Se non c’è, la puzza ristagna. Forma una coltre che copre l’intera valle e si alza, incessantemente approvvigionata dalle aperture della fabbrica. I residenti lo sanno. E quando arriva chiudono tutto, porte e finestre. Tuttavia, l’aria appestata che già si è rintanata all’interno rimane. E respirano. Respirano. Non possono farne a meno.
Andrea Marchio di anni 26 ricorda che quando lavorava come magazziniere per la ditta Bartolini, sempre nella zona Pip di Serramonda, “avvertivano tutti fastidi allo stomaco” perché “la polvere del fumo ti attacca la gola e poi va a finire nell’organismo”.
“In tutti questi anni è successo qualcosa di particolare, a parte le esalazioni?”, chiediamo. “Sì – rispondono – la storia dei bruchi. Era circa il mese di giugno dell’anno 2005. Dal capannone un bel giorno sono fuoriusciti dei bruchi neri come non si erano mai visti. A milioni. E hanno infestato e consumato tutta la vegetazione nel raggio di cento metri. Un enorme tappeto nero pauroso”.
“Chi è intervenuto per disinfestare la zona?” domandiamo.”L’Asl e il barone”. “E che c'entra il barone?” “Perché le larve si erano mangiate le foglie dei pioppi di proprietà del barone. Sembrava un deserto. Dopo più o meno una settimana sono ricomparse. E di nuovo l’Asl e il barone. Poi non le abbiamo più viste”. Negli anni a seguire i sequestri della magistratura e la proroga di attività concessa dalla procura per smaltire tutto il materiale che era rimasto. E, invece, è proprio dalla fine del 2007 che le esalazioni sono aumentate.
“Io mi domando, se accendo il fuoco questo si consuma. Come mai è passato così tanto tempo e ancora fuma? Forse che ancora ci scaricano roba?” Si chiede il più anziano della famiglia. “Vorrei proporre al prefetto di Catanzaro di venire qui. Una casa gliela troviamo. Di abitare insieme a noi per circa una settimana. Non di più. Per rendersi conto di persona di ciò che respiriamo. Poi vorrei proprio vedere la sua reazione e le sue decisioni”. “No, lasci stare. Non scriva questa forma di protesta a mio nome. La mia religione non me lo consente”. È un testimone di Geova. “Però è giusto quello che ho detto. Ed è anche logico.” Si corregge subito dopo.
È da circa un’ora che stiamo lì. Sono le 21 e 50. Improvvisamente arriva una ventata di Seteco. Insopportabile. Ora si capisce perché prima dicevano questo è niente. Non si respira. Chiudono la finestra. Va un po’ meglio ma il fumo che era riuscito ad entrare rimane tenacemente tra le quattro mura. Continuiamo a discutere. La gola è tutta impasticciata. Non sappiamo cosa fare. Ci viene in soccorso il caffè. Il profumo del caffè stempera l’olezzo nauseabondo. Lo stempera. È solo una sensazione.
“Siamo preoccupati – dichiara, infine, Giuseppe Marchio – che questo fumo sia dannoso per la nostra salute e quella dei nostri figli. Chiediamo interventi immediati”.
“I risultati effettuati dall’Arpacal, l’Agenzia di protezione ambientale, sono negativi. Rassicurano sulla pericolosità delle esalazioni”, informiamo noi.
“Com’è possibile che quando sono successi i fatti di Napoli con la gente che per protesta incendiava i cassonetti dei rifiuti tutti si sono mostrati allarmati per la diossina che veniva sprigionata, Stato, Regione e organi competenti, mentre qui, che c’è un incendio che dura almeno da tre anni, nessuno fa niente? E dicono addirittura che non faccia male?
“Non lo sappiamo”, rispondiamo. Sono le 22 e 30. Tutta la valle è infestata. “Fino alle otto del mattino quando arriva il venticello che lo spazza via”, ricordavano i Marchio. Diamo gas alla macchina. Aspettiamo di allontanarci per far cambiare finalmente l’aria dell’abitacolo e fare un respiro a pieno polmoni. Cinquecento metri di distanza non bastano. Lo facciamo a due chilometri. Avvertiamo l’odore dell’erba fresca. E' una liberazione. Ma il nostro pensiero è rivolto a chi è ancora imprigionato.
Uno degli striscioni esposti a Catanzaro durante il Sit-in organizzato dal Comitato per la bonifica e la verità sulla Seteco lo scorso 30 luglio Da story
Seteco, la Regione sapeva. Quanto? Cosa? Scrubber e biofiltri per purificare l’aria. Deodoranti per l’abbattimento degli odori. Deodoranti? Sì, deodoranti. Richieste ai settori Chimico e Fisico-Ambientale dell’Arpacal - già l’Arpacal, l’Agenzia di Protezione ambientale della Regione Calabria - di effettuare almeno due controlli nel periodo provvisorio dell’autorizzazione, 180 giorni. La Regione sapeva. Era al corrente di qualcosa. Di quello che veniva bruciato là dentro. E, dopo una prima sospensione - a meno di un anno dall’inizio dell’attività - dell’ordinanza, che valeva quale autorizzazione ad emettere “derivanti dall’impianto per il trattamento dei rifiuti e produzione di compost”, qualcosa è cambiato. Negli uffici regionali c’è stato un cambiamento di rotta. L’ente locale non si è più opposto. A cosa? A quale ragione superiore? Non si sa. La Regione ha dapprima revocato la sospensione e poi ha erogato finanziamenti al legale rappresentante della ditta, Pasquale Leone. Infine, ha concesso il “numero di riconoscimento comunitario” per l’impianto di compostaggio “avente struttura e capacità industriale, che provvede alla degradazione biologica di prodotti di origine animale, trasformati in condizioni aerobiche in concime organico, appartenenti alla categoria 3” nel 2004. Cioè: “ossa, residui di pulitura delle ossa, corna e unghie, penne e piume, residui carnei, sangue, residui di pesce, crisalidi”, e “scarti, peluria e pilucchi di lana e altre fibre di origine animale, rifiliture e scarti di pelo”. Non allarmatevi! Ossa, in questo caso, fa riferimento a quelli animali, non a quelli umani: ossi, secondo il linguaggio comune. Un lapsus, dunque. Può capitare anche ai dirigenti locati alto. Gli odori della Seteco - la fabbrica che produceva fertilizzanti attiva dal 2002 - “sgradevoli” (per i tecnici dell’Ufficio del Commissario per l’Emergenza ambientale della Regione Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, cioè quando erano ancora recitantati all’interno del capannone nel 2003) e “nauseabondi” (“inconfutabilmente attribuibili alla conduzione dell’attività”, riferiva un sopralluogo della Provincia di Catanzaro, sempre nel 2003), sono, finalmente, liberi dalle maglie della burocrazia del tira e molla. All’aria aperta. Dal 2006. Al cospetto dell’uomo e dell’ambiente. Come un mostro che ha dormito per tanto tempo. Grazie agli organi competenti che, volenti o nolenti, hanno contribuito a farlo crescere. A rifornirlo delle primarie e secondarie necessità. Ecco lo spettro di quello che si sa. In attesa della prossima bonifica richiesta dalla giunta Scopelliti. E della chiusura delle indagini da parte della Procura di Catanzaro.
Il 27 giugno 2002 con l’Ordinanza numero 1913 la Regione, attraverso Giovambattista Papello, responsabile unico del procedimento, e Giuseppe Chiaravalloti, commissario per l’emergenza ambientale della Regione Calabria, disponeva di “prendere atto delle approvazioni del progetto dell’impianto di recupero di rifiuti non pericolosi con produzione di fertilizzanti ubicato nel Comune di Marcellinara (CZ) – zona industriale località Serramunda – e delle relative autorizzazioni alla realizzazione dello stesso”.
Il 14 marzo 2003 l’Ufficio del Commissario effettuava “con propri tecnici sopralluogo presso l’impianto verificando che, pur in presenza dei dispositivi necessari per prevenire forme di inquinamento ambientale, permanevano sgradevoli odori e, pertanto, veniva prescritto l’ottimizzazione dell’impianto costituito da scrubber e da biofiltri e l’utilizzazione di deodoranti nebulizzati per l’abbattimento degli odori”.
Il 28 marzo 2003 la Provincia di Catanzaro informava che “nel corso di un sopralluogo disposto in proprio presso la ditta Seteco s.r.l. ed effettuato in data 19 febbraio 2003, veniva rilevato che la Società suddetta era sprovvista di autorizzazione ai sensi del D.P.R. 203/88 nonché la presenza di odori nauseabondi inconfutabilmente attribuibili alla conduzione dell’attività. Si rilevava, inoltre, che all’atto dell’accertamento l’apertura di alcuni varchi non consentiva di ottenere il corretto controllo delle emissioni”.
Il 4 aprile 2003 l’Ufficio del Commissario Delegato, “facendo seguito al precedente sopralluogo e alle comunicazioni intercorse con la società, visionata la proposta della società relativamente agli interventi da porre in essere per la mitigazione delle emissioni odorose e ritenuti gli interventi proposti compatibili, invitava la Ditta a metterli in atto con immediatezza e a voler eseguire il procedimento di ulteriore deodorazione nel termine di 30 giorni dal ricevimento della nota stessa”.
Il 12 maggio 2003 gli ispettori di Polizia giudiziaria del NISA (Nucleo investigativo Sanità e ambiente) e carabinieri del NAS (Nuclei Antisofisticazioni e Sanità dell'Arma) provvedevano al sequestro dello stabilimento della Società “in ordine al reato di cui all’art. 674 del C.P., avendo, tra l’altro, rilevato l’assenza di autorizzazione allo scarico da parte della Provincia di Catanzaro ai sensi del D.Lgs. 152/99 e della L.R. 10/97 e dell’autorizzazione all’emissione in atmosfera ai sensi del D.P.R. 203/88. Venivano tuttavia concessi alla ditta 60 giorni per il completamento delle operazioni di lavorazione del materiale in giacenza diffidando il legale rappresentante della società dall’introdurre ulteriori merci per la lavorazione, con esclusione di segatura e cippato di legno nella quantità sufficiente a lavorare il materiale in giacenza”.
Il 13 maggio 2003 il responsabile della Sezione NISA di Catanzaro e il Comandante del NAS comunicavano di aver constatato la non conformità delle opere realizzate rispetto al progetto esecutivo depositato presso l’Ufficio Tecnico del Comune di Marcellinara riguardo la mancata realizzazione della palazzina da adibirsi ad uffici e ad abitazione del custode nonché la diversa destinazione dei locali previsti quali officina ed autorimessa modificati in uffici amministrativi e la diversa collocazione dei servizi igienici”.
Il 2 settembre 2003 il dirigente del Settore Rifiuti della Regione Calabria, Massimo Pucci, decretava “di liquidare all’Azienda SETECO di Catanzaro la somma di euro 13.014,71 quale 50 per cento del costo del progetto codice 57 a valere sulla Misura 1.C della Legge 236/93 della Circolare del M.L.P.S. n. 92/00, gravando l’importo sull’impegno n. 3046 del 22/8/2003, capitolo n. 3221130, consolidato con D.D. n. 11931 del 25/8/2003”. E che prendeva atto che “l’Azienda sta realizzando le condizioni stabilite dalla convenzione n. 424/03 ai sensi del 2° comma lett. b) dell’art. 45 della Legge 8/2002”.
Il 17 settembre 2003 il dirigente generale della Regione Calabria, Giuseppe Mizzitello, sanciva “di autorizzare in via provvisoria per un periodo di 180 (centottanta) giorni la ditta Seteco S.r.l. alle emissioni derivanti dall’impianto per il trattamento di rifiuti e produzione di compost, ubicato in Loc. Serramonda, Zona Industriale del comune di Marcellinara”. E che “l’autorizzazione definitiva sarà rilasciata entro quarantacinque giorni dalla scadenza dell’autorizzazione provvisoria a condizione che la ditta abbia osservato tutte le prescrizioni stabilite nel presente Decreto e che i risultati dei controlli sulle emissioni effettuati dall’Arpacal e dalla ditta stessa risultino conformi a quelli previsti nel D.M. del 12/7/1990”. (Autorizzazione definitiva che non c’è mai stata. Un particolare ininfluente perché la Seteco, giocando sulle autorizzazioni provvisorie, non ha mai smesso di fumare, ndb)
Il 13 ottobre 2003 il dirigente del Settore Rifiuti, Giuseppe Mizzitello, e il Commissario Giuseppe Chiaravalloti, revocavano l’ordinanza di sospensione del 19 maggio 2003 con un capolavoro amministrativo. La Regione aveva ordinato “misure di mitigazione ambientale per l’eliminazione dell’emissione di odori sgradevoli”. E Leone che ha fatto? Si è dotato di Scrubber, o ha selezionato a dovere i rifiuti? No! Ha comunicato di “aver implementato i portoni a tenuta nella zona di stoccaggio e di aver completato il montaggio e il relativo ripristino della linea di trattamento aria”. Cioè? Il legale rappresentante della società ha informato l’ente di aver acquistato delle porte per bloccare i fumi. Incredibile, ma vero. E di aver ripristinato la linea di trattamento aria. E come? Il decreto non lo spiega. Riguardo, invece, ai chiarimenti in merito alla “legittimità dell’esistente in relazione agli atti autorizzativi rilasciati” la Regione ha dato per buona la fantomatica “concessione in sanatoria n. 3 del 30/9/2003 rilasciata dal Comune di Marcellinara per l’esecuzione delle opere eseguite in parziale difformità dalla C.E. n. 31 del 22/11/2000”. E l’autorizzazione della Provincia che si è sempre rifiutata di rilasciare, per le emissioni in atmosfera? È stata bella bypassata con la concessione in sanatoria del Comune. E quella di scarico? In soccorso, alla Seteco, è arrivato ancora il Comune di Marcellinara. “In merito alla terza condizione dell’ordinanza sopracitata – delucidano il dirigente e il commissario - la ditta SETECO s.r.l. con nota del 24/6/2003 ha trasmesso copia dell’Autorizzazione allo scarico n. 2065 del 14/5/2003 rilasciata dal Comune di Marcellinara a specifiche condizioni”.
Il 19 maggio 2004 la Seteco beneficiava dell’erogazione del saldo. Di quanto? E perché? Il Bollettino Ufficiale della Regione Calabria ha un buco. Il decreto numero 6701 non c’è.
Il 21 aprile 2004 il dirigente del Settore, Giorgio Piraino, decretava “di assegnare alla ditta «SETECO Srl», amministratore unico Sig. Leone Pasquale, con sede in localita` Serramonda, Zona Industriale, nel Comune di Marcellinara (CZ), il numero provvisorio di riconoscimento CEE 324/AC, per l’impianto di compostaggio, avente struttura e capacità industriale, che provvede alla degradazione biologica di prodotti di origine animale, trasformati in condizioni aerobiche in concime organico, appartenenti alla categoria 3, relative alle tipologie: ossa, residui di pulitura delle ossa, corna e unghie, penne e piume, residui carnei, sangue, residui di pesce, crisalidi”. E a “scarti, peluria e pilucchi di lana e altre fibre di origine animale, rifiliture e scarti di pelo”.
Settore Rifiuti – Impianto di recupero di rifiuti speciali non pericolosi con produzione di fertilizzante ubicato nel Comune di Marcellinara (CZ) – zona industriale localita` Serramunda – Presa d’atto delle approvazioni del progetto e delle relative autorizzazioni alla realizzazione dell’impianto nonche´ rilascio dell’autorizzazione all’esercizio delle attivita` di recupero, messa in riserva ecc. di rifiuti speciali non pericolosi ai sensi degli artt. 27 e 28 del D.Lgs. 22/97. Ditta: Seteco Srl con sede legale in Viale dei Normanni, n. 147 – Catanzaro.
Il Commissario delegato per l’emergenza ambientale nel territorio della Regione Calabria
(…)
«PREMESSA
La vigente normativa nazionale in tema di rifiuti prevede che specifiche attivita` di recupero di determinate tipologie di rifiuti, individuate dal DM 5 febbraio 1998, possano essere ammesse a procedure autorizzative semplificate ai sensi degli artt. 31 e 33 del d.lgs. 22/97. Ai sensi del comma 6 del citato art. 31 la realizzazione di impianti che effettuano operazioni di recupero di rifiuti sottoposte alle procedure semplificate e` disciplinata dal D.P.R. 24/5/ 1988, n. 203 e dalle altre disposizioni che regolano la costruzione di impianti industriali. La ditta Seteco srl intendendo accedere alle procedure semplificate per effettuare operazioni di recupero di rifiuti speciali non pericolosi, e precisamente quelle di cui ai punti 16.1 e dal punto 18.1 al punto 18.12 dell’allegato 1 sub allegato 1 del DM 5/2/98, ha acquisito per la realizzazione dell’impianto, la quasi totalita` delle autorizzazioni necessarie: parere sanitario anche ai sensi dell’art. 48 del D.P.R. 303/55; parere dal Comando provinciale dei VV.FF.; concessione edilizia; parere idraulico ai fini dell’autorizzazione allo scarico da parte della provincia (non e` allegata l’autorizzazione alle emissioni in atmosfera e quella allo scarico); ed ha, quindi, realizzato l’opera.
L’Ufficio del Commissario Delegato con Ordinanza n. 1675 del 27/12/2001 e successive modifiche ed integrazioni ha approvato la «circolare per l’applicazione delle procedure semplificate previste nel capo V del titolo I del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, e successive modificazioni», con la quale, tra l’altro, per l’ammissione a procedura semplificata della tipologia dell’impianto in questione, viene fissato il limite quantitativo di 15.000 tonnellate annue. La ditta, potendo trattare nell’impianto in oggetto un quantitativo di rifiuti annuo superiore al limite sopra citato, pari a 65.000 tonnellate, (come precisato dalla stessa Societa`, su richiesta di questo Ufficio, con nota acquisita al ns. prot. col n. 11022 del 18/6/2002), ha presentato richiesta di autorizzazione ai sensi degli artt. 27 e 28 del d.lgs. 22/97 e ha comunicato l’avvenuto deposito di copia del progetto agli Enti competenti.
Alla richiesta di autorizzazione sopracitata la Ditta ha allegato la documentazione, gli atti autorizzativi, i certificati e i pareri di seguito elencati: ....OMISSIS
Dall’esame della documentazione presentata si rileva che la Societa` La Societa` Seteco Srl con sede legale in Viale dei Normanni n. 147 – Catanzaro, ha realizzato l’impianto oggetto di richiesta nel Comune di Marcellinara, in localita` «Serramunda», su un’area di 26.707 mq. destinata dal vigente P.R.G. a zona produttiva «D1» e individuata nel NCT al foglio di mappa n. 15 part. 63. L’intervento e` finalizzato alla produzione di fertilizzanti attraverso il recupero dei rifiuti non pericolosi specificati dal comma 16.1 e dai commi dal 18.1 al 18.12 dell’allegato 1 sub allegato 1 del DM 5/2/98 e successive modifiche ed integrazioni. In particolare si intendono effettuare le operazioni di recupero indicate nell’allegato C del D.Lgs. 22/97 con le sigle [R3], [R11], [R12] ed [R13] dei rifiuti non pericolosi di seguito descritti e individuati con i relativi codici CER: .....Omissis..... La linea di trattamento risulta essere organizzata in tre fasi principali:
— pretrattamento, consistente nella triturazione dei residui lignocellulosi e la miscelazione secondo quantita` definite con gli altri rifiuti;
— biostabilizzazione accelerata, consistente nella fermentazione aerobica della miscela in condizioni controllate di temperatura e di aerazione, che determina degradazione della sostanza organica, maturazione, disidratazione del materiale ed igienizzazione;
— finissaggio, consistente nella eventuale additivazione del materiale con nutrienti specifici, la pellettizzazione, l’insaccamento e la pallettizzazione.
I processi relativi alle fasi di pretrattamento e finissaggio sono essenzialmente di natura fisico-meccanica e quelli relativi alla fase di biostabilizzazione sono di natura chimico-biologica.
Sostanzialmente il rifiuto segue l’iter descritto.
All’ingresso dell’impianto e` posizionata la pesa a bilico, dove il rifiuto viene pesato e depositato nell’area di ricezione posta all’interno di un capannone contenente quattro vasche di stoccaggio con pavimentazione dotata di pendenze atte a convogliare il percolato ai punti di raccolta. In questo capannone, in c.a. prefabbricato mantenuto in leggera depressione per limitare le dispersioni di inquinanti nell’atmosfera esterna, e` alloggiato anche il miscelatore-distributore a coclee nel quale il rifiuto stoccato viene convogliato tramite carro ponte dotato di benna bivalve, che puo` essere manovrato direttamente da un operatore in postazione di controllo tramite radiocomandi.
I rifiuti triturati e miscelati, vengono conferiti nelle fosse di fermentazione, poste all’interno di un altro capannone in c.a. prefabbricato chiuso con sigillatura ermetica per mantenere all’interno una leggera depressione, nelle quali, tramite macchine operatrici semoventi dotate di sistema fresante a palette, la miscela viene periodicamente rivoltata e insufflata di aria tramite apposito impianto.
Le movimentazioni per l’alimentazione delle fosse e per il rivoltamento della biomassa, che sono gestite da un centro di controllo remoto e non necessitano di operatori in sito, comportano un progressivo spostamento della massa verso la zona di scarico.
Da qui la biomassa viene trasferita attraverso nastri trasportatori nell’area di finissaggio collocata in un apposito capannone e sistemata in cumuli e processata. A maturazione avvenuta il materiale viene avviato alla raffinazione tramite vibrovagliatura, per poi seguire automaticamente la via della pesatura e del confezionamento o della cubettatura.
Completano l’impianto i sistemi di mitigazione degli impatti ambientali e i manufatti per i servizi:
— il sistema di estrazione dell’aria dalle zone di ricezione, pretrattamento e biostabilizzazione accelerata e il suo trattamento mediante filtro biologico costituito da un letto soffice di materiale organico colonizzato da un’opportuna flora microbica;
— il sistema di raccolta del percolato dalle sezioni di trattamento in serbatoi a tenuta per il successivo riutilizzo ai fini dell’umidificazione della biomassa in fermentazione oppure, per la frazione in eccesso, al fine dello smaltimento presso impianti autorizzati;
— il sistema delle acque meteoriche che prevede la raccolta delle acque di prima pioggia convogliate dalle zone pavimentate e/o coperte e l’avvio, assieme alle acque di spurgo dal circuito di lavaggio aria, all’impianto di depurazione;
— il sistema per la raccolta delle acque reflue dei servizi igienici e del complesso Uffici e Stabilimento che vengono avviate all’impianto di depurazione dedicato;
— la palazzina servizi, costituita da un edificio in c.a. che accoglie, al piano terra, ufficio amministrativo e laboratorio e, al primo piano, ufficio direzionale e alloggio custode;
— la cabina Enel, la pesa, i piazzali e i parcheggi.
PRESO ATTO CHE:
— gli Enti competenti, di norma componenti la Conferenza prevista dall’art. 27 del D.Lgs. 22/97, hanno di fatto espresso il parere di competenza attraverso le autorizzazioni, N.O. e pareri gia` allegati alla richiesta presentata dalla ditta, sulla scorta dei quali e` stato realizzato l’impianto;
— pertanto, non e` necessario convocare detta Conferenza.
CONSIDERATO che i r.s.u. e assimilabili, inclusi i rifiuti da Raccolta Differenziata, rientrando nel circuito pubblico di raccolta sono destinati al Sistema Integrato Regionale di smaltimento e, pertanto, non possono essere conferiti all’impianto in oggetto come richiesto dalla ditta.
(….)
DISPONE
1. di prendere atto delle approvazioni del progetto dell’impianto di recupero di rifiuti speciali non pericolosi con produzione di fertilizzante ubicato nel Comune di Marcellinara (CZ) – zona industriale localita` Serramunda – e delle relative autorizzazioni alla realizzazione dello stesso;
2. di autorizzare la Ditta Seteco srl, effettuato il collaudo finale dell’opera, all’esercizio delle attivita` di recupero individuate nell’allegato C del D.Lgs. 22/97 con le sigle [R3], [R11], [R12], [R13], dei rifiuti speciali non pericolosi individuati con i seguenti codici CER: [020103]; [020102]; [030101]; [030105]; [030199]; [030301]; [020304]; [020399]; [020501]; [020704]; [020701]; [020702]; [040221]; [040222]; [040101]; [040107]; [020106]; [150103]; [150101]; [030309]; [030310]; [030311]; [030302]; [190814]; [190812]; [190805]; [020201]; [020204]; [020301]; [020305]; [020403]; [020502]; [020603]; [020705]; [190605]; [190606]; [100101]; [100102]; [100103]; [100115]; [100117]; [100903]; [100202]; [060314]; [020202]; [020203]; [020402];
3. di subordinare l’autorizzazione al rispetto delle seguenti condizioni e prescrizioni:
3.1 il quantitativo massimo annuo non potra` superare complessivamente 65.00 t.;
3.2 al fine di minimizzare l’impatto visivo dell’impianto e la rumorosita` verso l’esterno la prevista barriera di protezione ambientale dovra` essere realizzata con siepi e alberatura autoctone e/o compatibili con l’habitat naturale, pertanto, l’alberatura prevista in progetto dovra` essere incrementata al fine di costituire detta barriera;
3.3 l’area esterna dell’impianto dovra` essere provvista di idonea pavimentazione, dotata di apposite pendenze atte a consentire la raccolta delle acque di prima pioggia, la quale nelle aree interessate dal transito dei mezzi in arrivo e da eventuali stoccaggi di rifiuti dovra` essere impermeabilizzata;
3.4 tutte le fasi di lavorazioni, compreso il deposito del prodotto finito, dovranno avvenire su superfici impermeabilizzate;
3.5 le quantita` massime stoccate non dovranno superare i volumi previsti nei vari settori di deposito per categorie di rifiuti, prima e dopo il trattamento di recupero, per i quali sono stati dimensionati gli impianti di sicurezza;
3.6 i rifiuti potranno essere stoccati prima del trattamento per un tempo massimo di 3 giorni ad esclusione dei rifiuti cellulosici, che possono essere stoccati per un tempo massimo di gg. 30;
3.7 per i rifiuti tenuti in deposito temporaneo siano rispettati i tempi e le condizioni previste dall’art. 6 comma m) del D.Lgs. 22/97;
3.8 lo stoccaggio dei rifiuti deve avvenire in contenitori o serbatoi fissi e mobili, comprese le vasche ed i bacini per lo stoccaggio dei rifiuti, che devono possedere adeguati requisiti di resistenza in relazione alle proprieta` chimico-fisiche ed alle caratteristiche dei rifiuti stessi. I contenitori devono essere provvisti di sistema di chiusura, di accessori e dispositivi atti ad effettuare in condizioni di sicurezza le operazioni di riempimento, travaso e svuotamento;
3.9 dovranno essere messe in atto adeguate misure di mitigazione del rumore e di abbattimento delle polveri e delle particelle sospese, soprattutto relativamente agli impianti di triturazione e di raffinazione;
3.10 dovranno essere effettuati controlli periodici circa la validita` dal sistema di trattamento aria tramite biofiltro, anche effettuando una analisi della qualita` dell’aria prima della messa in esercizio dell’impianto;
3.11 dovranno essere rispettate tutte le norme tecniche relative alla tipologia di impianto in oggetto e in particolare quelle specificate nel comma 16.1 e dal comma 18.1 al comma 18.12 dell’allegato 1, sub allegato 1, del D.M. 5 febbraio 1998 e successive modifiche ed integrazioni, riguardante «Individuazione dei rifiuti non pericolosi sottoposti alle procedure semplificate di recupero ai sensi degli artt. 31 e 33 del D.Lgs. 22/97»;
3.12 i prodotti fini dovranno avere caratteristiche conformi a quelle indicate nella Legge 19/10/1984 n. 748;
3.13 i rifiuti non trattati o residui della lavorazione dovranno essere conferiti presso gli impianti autorizzati a cura e spese della stessa societa`;
3.14 le acque di prima pioggia e le acque reflue provenienti da tutte le fasi del processo in oggetto dovranno essere raccolte tramite reti separate, come previsto in progetto, e sottoposte ad idoneo trattamento e/o scaricate su corpo idrico superficiale previa una verifica dei parametri previsti dalla vigente normativa in materia e acquisizione di specifica autorizzazione;
3.15 le acque provenienti dai servizi igienici dovranno essere convogliate all’impianto di depurazione per come previsto in progetto;
3.16 per ciascuna area di trattamento dovranno essere posti in opera gli impianti di sicurezza atti a tutelare l’incolumita` della salute e dell’ambiente;
3.17 l’esercizio dell’impianto nel suo complesso dovra` avvenire in modo da evitare la perdita accidentale o l’abbandono dei rifiuti anche in fase di movimentazione o trasporto;
3.18 l’attivita` dovra` essere dotata di impianto antincendio in regola con la normativa del settore.
4. La Societa` inoltre:
— dovra` detenere, presso la propria sede, registro di carico e scarico;
— nell’esercizio dell’impianto dovra` rispettare i criteri igienico-sanitari stabiliti ai sensi delle vigenti normative, e quanto previsto in materia di sicurezza e salute dei lavoratori sul luogo di lavoro;
— dovra` stipulare apposita polizza fidejussoria a favore dell’Ufficio del Commissario da prestarsi secondo quanto previsto dall’O.C. n. 1605 del 25/10/2001;
— e` tenuta a comunicare mensilmente a questo Ufficio del Commissario delegato e all’Amministrazione Provinciale di competenza la quantita` dei rifiuti trattati suddivisi per tipologia, provenienza e destinazione;
— e` tenuta ad assoggettare preliminarmente eventuali successive modifiche dell’impianto ad ulteriore nuova autorizzazione, nonche´ l’eventuale smaltimento di rifiuti diversi da quelli sopra specificati;
— dovra` provvedere alla messa in sicurezza e bonifica del sito alla cessazione delle attivita` dell’impianto;
— e` tenuta a trasmettere a questo Ufficio eventuali convenzioni con Ditte abilitate al ritiro del materiale trattato;
— dovra` sottoporre l’impianto nel complesso, nonche´ i singoli macchinari, ad adeguate operazioni di controllo e di manutenzione, anche secondo quanto previsto dai manuali di manutenzione e uso predisposti dalla Societa` fornitrice;
— e` tenuta a rispettare ed attuare tutte le norme tecniche ed amministrative che regolano la realizzazione e la gestione di detti impianti, tali adempimenti dovranno essere verificati prima e durante il corso dei lavori dal Direttore dei Lavori;
— prima della messa in esercizio dovra`:
— comunicare, con almeno 5 giorni di anticipo, agli Enti interessati la data di messa in esercizio dell’impianto e il nominativo del Direttore Tecnico responsabile dell’impianto con relative attestazioni di idoneita`;
— e produrre presso questo Ufficio la seguente documentazione:
a) certificato di collaudo delle strutture e dell’impiantistica installata;
b) certificato di agibilita` ai sensi dell’art. 221 del T.U.LL.SS.;
c) certificato di prevenzione incendi rilasciato dal Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco;
d) N.O. relativo all’impatto acustico ai sensi della Legge 447/95;
e) autorizzazione alle immissioni in atmosfera;
f) autorizzazione allo scarico da parte della Provincia competente ai sensi del D.Lgs. n. 152 dell’11/5/1999 e della L.R. n. 10 del 3/10/97;
g) certificazione attestante la regolarita` dell’impianto elettrico ai sensi della 46/90.
5. di autorizzare l’esercizio dell’impianto per un periodo di 5 anni rinnovabile, a tal fine entro 180 giorni dalla scadenza dell’atto autorizzativo la ditta dovra` presentare apposita domanda all’ente competente;
6. di fissare in C 335.697 l’importo della polizza fideiussoria che la ditta dovra` stipulare secondo i criteri, i tempi, le modalita` e quant’altro stabilito con Ordinanza n. 1605 del 25/10/ 2001, a favore dell’Ufficio del Commissario Delegato per l’Emergenza Ambientale nella Regione Calabria;
7. di dare atto che l’Amministrazione Provinciale di competenza per territorio e` incaricata ad esercitare i controlli di legge avvalendosi anche del Servizio di Igiene Pubblica e Tutela Ambientale della A.S.L. competente per territorio, anche al fine di verificare il rispetto delle prescrizioni e delle condizioni contenute nel presente atto autorizzativo;
8. di sospendere o revocare la presente autorizzazione nel caso in cui la ditta Seteco srl incorra in violazioni o negligenze, tanto in ordine alle condizioni della presente autorizzazione quanto a norma di legge o regolamenti, a disposizioni amministrative ed alle stesse norme di buona amministrazione. L’Ufficio del Commissario Delegato esercitera` lo stesso potere di revoca ove la ditta per imperizia o altro suo comportamento, comprometta la tempestiva esecuzione e la buona riuscita dell’opera;
9. di notificare la presente ordinanza alla ditta Seteco s.r.l. e di trasmettere copia dell’ordinanza medesima alla Prefettura e all’Amministrazione Provinciale di Catanzaro, all’A.S.L. competente e al Comune di Marcellinara;
10. di pubblicare la presente ordinanza sul B.U.R. Calabria.
Il Resp. Unico del Proc. Il Commissario Delegato
Dott. Ing. G.B. Papello Dott. Giuseppe Chiaravalloti