5 maggio 2013
Auto in fiamme sull'A3 nei pressi di Lamezia Terme
7 febbraio 2013
Il tasso usuraio della Conafi spa
21 giugno 2012
La politica della pagnotta
16 maggio 2012
Il cemento "sereno" e "speziale" di Lamezia Terme
10 novembre 2011
La speranza di Emma Leone
27 ottobre 2011
Rocambolesco incidente a Lamezia
13 ottobre 2011
La denuncia di un padre. Scuola dell'Infanzia Prunia cercasi
16 settembre 2011
Auto in fiamme a Lamezia in pieno giorno
31 agosto 2010
Lo Zuccherificio dal sapore amaro
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L'ex Zuccherificio inserito tra i Beni testimoniali della città nel PSC Da story All’interno del Piano Strutturale Comunale è ricordato con orgoglio tra i nove “Beni testimoniali” della città, accanto a quelli “monumentali”, come il Castello normanno svevo di Nicastro, perché fungono da testimonianza dello svolgersi della storia di Lamezia Terme. “Rappresentò per i lametini il luogo del lavoro per eccellenza, dell’industria strettamente connessa all’attività agricola dell’intera regione. Il luogo della possibilità (…) Era per noi la Fabbrica. Il riscatto. Un’alternativa al lavoro agricolo”, dice la scrittrice Giuliana de Fazio. La Fabbrica, lo Zuccherificio di S. Eufemia. La punta di diamante della bonifica operata dal governo fascista sull’intera area negli anni ’30. Abbandonato fin dall’inizio dell’era repubblicana e moderna, negli anni ’50, ora si appresta a cedere le armi della storia a favore del cemento. Quello nuovo di zecca che tutto trasforma e tutto rigurgita. “Un centro polifunzionale al servizio di tutta la Calabria”. Sembra una reclame di propaganda. Ma non lo è. È il progetto della società Cissel, proprietaria dello stabilimento, stilato dall’architetto Pompeo Fabbri e dal geometra Tommaso de Pace. Tutti d’accordo. Tra gli occupanti gli scranni del Palazzo comunale solo Teresa Benincasa, del Pdl, alza il dito per dire al Consiglio di obbligare la Cissel a rispettare il progetto originario. Bocciato il suo emendamento. E fuori dalle mura del Palazzo si sente l’esponente del Pd, Italo Reale, gridare invano di recuperarlo. Testimonianza e recupero. Le maestranze non mancano. La letteratura scientifica e storica è ricchissima. Come il recente recupero dell’ex zuccherificio Eridania di Parma ad opera dell’architetto Renzo Piano. Come la proposta di restauro di Italia Nostra all’ex ministro dei Beni culturali, Sandro Biondi, proprio di questo, di S. Eufemia. Come gli appelli del Forum delle associazioni culturali lametine, dell’associazione Amici dei poeti del Reventino, del Movimento democratico, nonché dell’ultimo movimento, un blog interamente dedicato a questa battaglia, dall’intitolazione chiara: non buttiamolozuccherificio.blogspot.com. Sordi sono al Palazzo. Forse sono altre le sirene più suadenti rispetto a quelle culturali, artistiche ed etnoantropologiche. C’è chi dice che dietro ci sia la brutta copia dell’Opus dei. Chi la manomorta di Antonio Saladino. Chi i tentatoli della ‘Ndrangheta. I dubbi sull’opportunità di un polo funzionale - che si potrebbe fare comunque inglobando lo Zuccherificio restaurato – che cancella la storia, danno spazio alla fantasia. Quando poi senti il sindaco, Gianni Speranza, nonché professore di storia e filosofia, dire che “con questa iniziativa vogliamo dimostrare la nostra attenzione verso l'intero complesso che, con questo progetto, può davvero trasformarsi da realtà abbandonata in centro moderno e funzionale”, poggi i piedi per terra e ti accorgi che forse sei tu a non capire: “Forse non lo abbatteranno!” E, invece, sì. Ci pensa l’architetto Fabbri a mettere i puntini sulle “i”: “Il vecchio stabile fatiscente e a grave rischio ambientale sarà completamente demolito, e in seguito si procederà alla bonifica dell'area e alla costruzione del centro”. Niente da fare, ironia della sorte: il professore è rimandato in storia. Forse non ci ha capito niente neanche lui. Tra testimonianza, recupero e modernità avrà convenuto lui, del Pd, che anche i fascisti, come i comunisti, mangiavano i bambini. Leggi i post de la VOCE DEL REVENTINO |
30 luglio 2010
Sit-in Seteco. Lo scandalo e la speranza
Il fumo uccide. E la Seteco?
25 luglio 2010
Nasce il Comitato per la Seteco. Sit-in venerdi prossimo da Scopelliti
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L'interno della Seteco Un comitato per la verità e la bonifica della Seteco. Un comitato per far luce sulla poltiglia di rifiuti in autocombustione da almeno quattro anni in località Serramonda di Marcellinara. Un comitato, infine, che chiede interventi immediati e non più derogabili per la salute dei cittadini e la salubrità dell’ambiente. Si è costituito ieri nei pressi della stessa fabbrica di Servizi e Tecnologie ecologiche della zona industriale della cittadina sulla strada dei Due Mari che mette in collegamento il capoluogo di Regione con Lamezia Terme raccogliendo l’invito del gruppo nato sul social network più diffuso, facebook: Seteco, La fabbrica dei veleni nascosti. Un gruppo di cittadini provenienti da tutta la provincia di Catanzaro. Che chiede legalità e giustizia. Molte le denunce registrate negli ultimi anni tra la popolazione limitrofa e il paese più a monte. Tante le richieste di intervento da parte dell’Amministrazione locale. Quotidiani i malumori tra gli automobilisti che sono costretti ad abbassare i finestrini per non respirare i fumi che sprigiona la Seteco h 24. Come un inceneritore impazzito. Un sit-in subito, venerdi prossimo, 30 luglio dalle nove del mattino, presso il Palazzo Alemanni, sede della giunta calabrese, per un incontro con la più alta carica della Regione: il presidente Giuseppe Scopelliti. Ad oltranza per avere delle risposte. “E’ arrivato il momento di alzare la testa”, questo il motto del comitato. E questa la decisione presa nell’immediatezza della sua costituzione. Nel prossimo periodo, invece, una manifestazione di protesta sulla Due Mari e dalla parte di sotto, davanti alla Fabbrica che produceva fertilizzanti, per porre all’attenzione dell’opinione pubblica e di tutte le istituzioni dello Stato un dramma che continua giorno dopo giorno ad avvelenare l’ambiente e l’uomo, che la natura, invece, dovrebbe rispettare e preservare secondo i canoni della morale comune. Al giorno d’oggi anche legge e vanto dello Stato democratico e repubblicano. Eppure bypassata da lobby senza scrupoli e meccanismi burocratici a volte, sembra, guidati da mani occulte. |
14 luglio 2010
Prossima una manifestazione contro lo scandalo Seteco
Il foglio della raccolta firme per segnalare il caso Seteco a Striscia la notizia È prossima una manifestazione pubblica contro lo scandalo Seteco. La fabbrica che produceva fertilizzanti, sita a ridosso della strada dei Due Mari - che collega il capoluogo di Regione con Lamezia Terme - posta sottosequestro a più riprese, nel 2006 e nel 2010 per reati contro l’ambiente, senza che la Procura fino ad adesso sia riuscita a cavarne un ragno dal buco. Gli abitanti che vivono e lavorano nelle vicinanze non ce la fanno più. La puzza è sempre più insopportabile. I rifiuti, infatti, che occupano tutti e diecimila metri quadrati del capannone, sono in autocombustione. Scarti di macelleria da cui la ditta avrebbe dovuto produrre un particolare composto chimico da utilizzare nella coltivazione dei campi come concime. Ma non si esclude la presenza - che non sarebbe stata autorizzata - anche di Rsu e di altre tipologie di rifiuti tali da generare una miscela devastante sul piano della salute pubblica. Un odore così nauseabondo da rendere la zona industriale di Serramonda, nel territorio di Marcellinara, ormai invivibile. All’ordine del giorno - come si ricorderà dalla lettura dei post precedenti - le denunce dei cittadini presso gli organi competenti nel corso degli ultimi anni. Diverse anche le ordinanze di smaltimento e bonifica del sindaco, Giacomo Scerbo. Lo Stato appare fermo al palo. Dal primo sequestro effettuato dal pubblico ministero Salvatore Murone nel novembre 2006 il nulla, sia in riferimento al proseguo dell’istruttoria per risalire ai responsabili dei reati allora contestati, come l’inquinamento del fiume Amato e lo sbancamento abusivo di una collinetta per smaltire i rifiuti, che alla bonifica della fabbrica che già cominciava a sprigionare le prime e incontrollate esalazioni. Un’inchiesta che sembra si sia dispersa come i fumi della stessa Seteco. Che, ora, grazie ai nuovi magistrati titolari del fascicolo, ci si augura possa far luce sull’intera attività della srl di Servizi e tecnologie ecologiche fin dall’anno della sua inaugurazione, avvenuta nel 2001 alla presenza dell’allora ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli. Difficile, infatti, capire il suo collasso senza approfondire le cause che l’avrebbero favorito. Dunque, i cittadini ora sono decisi a scendere in piazza. Cittadini comuni, Istituzioni ed associazioni. Tutti insieme per manifestare la propria insofferenza contro la Fabbrica dei veleni nascosti. Leggi anche: L’inceneritore Seteco e La fabbrica dei veleni nascosti Iscriviti al gruppo sul social network Facebook: Seteco, la Fabbrica dei veleni nascosti |
11 luglio 2010
Idv, la Calabria dei carbonari
3 luglio 2010
L'inceneritore Seteco
La polemica tra chi è a favore e chi è contrario agli inceneritori - tanto che i primi li chiamano proprio inceneritori, che polverizzano i rifiuti emettendo a loro volta ulteriori sostanze tossiche, e i secondi che preferiscono il più eufemistico termovalorizzatori, che li “valorizzano” appunto, attraverso l’elevata temperatura - in Calabria non ha luogo a procedere. Ce n’è uno che per una volta potrebbe mettere d’accordo entrambe le categorie di cittadini, sia i più convinti sostenitori di una politica ambientale, basata sulla differenziata e il riciclaggio – in verità questi lo sarebbero a prescindere – che quei tecnici che pur di far produrre energia termovalizzerebbero anche le costruzioni edilizie.
Bene, si chiama Seteco. Un opificio che produceva fertilizzanti. Si trova nella zona industriale di Marcellinara, sulla strada dei Due Mari che mette in collegamento Catanzaro e Lamezia Terme. Fuma. E’ un fumo generato dall’autocombustione dei rifiuti. Che sarebbero dovuti servire per fornire i concimi. Il fumo è bianco. Maleodorante. Zeppo di diossina. Tossico. Devastante. Un vera boccata di veleno per l’ambiente e gli abitanti del posto, che si disperde per ventiquattrore al giorno. Da quasi quattro anni a questa parte. È una copia venuta male, veramente male, dei comunque ingegnosi inceneritori realizzati dai brillanti ingegneri dei nostri tempi. Non reggerebbe al confronto. Tuttavia, è questo che è diventata la Srl di servizi e tecnologie ecologiche. Ecologiche, certo. Un inceneritore impazzito, dunque.
Posta sottosequestro il 27 novembre 2006 dalla Procura di Catanzaro per aver sotterrato abusivamente i rifiuti prodotti dalla fabbrica, ha avuto una proroga per smaltire le attività in essere. Miracolosamente, queste “attività”, si sono moltiplicate. E il capannone di miglia e miglia di metriquadrati si è riempito come una poltiglia. Il calore generatosi dai rifiuti favorisce l’autocombustione. E qualche volta anche il fuoco. Incalcolabili i danni. Quelli che lavorano nelle vicinanze sono nauseati da questa situazione. La stazione dei carabinieri di Marcellinara è piena zeppa di denunce, che poi vengono trasmesse, per competenza, alla Procura perché la Seteco, nel frattempo, è stata nuovamente messa sotto sequestra, lo scorso 20 gennaio. La comunità locale è allarmata. La rappresentanza amministrativa, maggioranza e sindaco, Giacomo Scerbo, da una parte, e minoranza del Partito democratico, dall’altra, se pur con le consuete stilettate politiche, anche. Il primo cittadino ha emesso ordinanze di rimozione e smaltimento dei rifiuti a ripetizione. Ha coinvolto tutte le autorità preposte, il prefetto, l’Arpacal, l’Ufficio per l’emergenza ambientale e la Regione Calabria. Non sa più che pesci pigliare.
Non ci sarebbero “le sostanze economiche”. Questo l’unico cenno di risposta. Mentre la Procura continua il suo lavoro di istruttoria per risalire ai responsabili di questo scempio ambientale.
Intanto, ogni giorno che passa la ferita aperta sulla Due Mari si squarcia sempre di più.
Leggi anche: Seteco, la fabbrica dei veleni nascosti
19 giugno 2010
L'Ospedale senza nome
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| L'avviso degli orari dell'Ambulatorio di Chirurgia |
29 maggio 2010
A Lamezia Terme la mafia non esiste

15 maggio 2010
Ninja's psichosis

4 maggio 2010
La fabbrica dei veleni nascosti
È di sera che la “fumata bianca” si espande di più. Dicono intorno alle nove. Quando piove, poi, anche il cielo diventa bianco. Sarà la combinazione chimica. Certo che sì. La puzza è devastante. Le stazioni dei carabinieri sono piene zeppe di denunce presentate dagli operai delle aziende limitrofe. Per inquinamento ambientale. L’albo pretorio del Comune ogni mese viene aggiornato con una nuova ordinanza. Di bonifica, di dotarsi di certificato antincendio, di accesso per smaltire quello che c’è. Che la Procura di Catanzaro di volta in volta annulla d’autorità. È da quattro anni che avanti questa storia.
La fabbrica è la Seteco di Pasquale Leone, che si trova nel territorio di Marcellinara sulla Strada dei due mari. Produceva fertilizzanti. Posta sotto sequestro il 27 novembre 2006, su disposizione della Procura di Catanzaro - perché i rifiuti organici prodotti dalla lavorazione di concimi biologici sarebbero stati sotterrati in una collinetta all’uopo e abusivamente sbancata - è stata di nuovo sequestrata lo scorso 22 gennaio. Non perché il primo provvedimento non fosse arrivato a destinazione ma perché gli è stata poi concessa una proroga di attività per “smaltire” tutto il materiale ivi presente. Tre anni abbondanti non sono stati sufficienti. Come è possibile? Nessuno lo sa.
I Nas ci vanno sempre. Sono tre anni che fanno su e giù. Chiudono e riaprono. L’ultima volta l’hanno chiusa del tutto. Anche il sindaco, Giacomo Scerbo, come il suo predecessore, in qualità di autorità sanitaria locale, sta facendo la sua parte per contestare questo scempio ambientale. “Le ordinanze non si contano più”, ci risponde. “L’ultima è quella di accesso nell'immobile per smaltire il materiale, ma ancora non si sa se lo dobbiamo fare noi o quelli della Procura. La penultima riguarda la bonifica dei luoghi. La stanno ancora valutando. Non gli era arrivata”. “Venga al Comune che c’è un fascicolone”. Già, le carte si ammucchiano. Comprese quelle di annullamento delle ordinanze del primo cittadino. Per motivi di istruttoria, si dice così. Mentre la fabbrica continua ad esalare i suoi veleni.
Quelli che vi lavorano nella zona industriale di Marcellinara ormai ci hanno fatto il naso. Lamentano problemi di respirazione. Ogni tanto vanno dai carabinieri e denunciano. E la Procura non risponde.
“Come mai è possibile che ancora “fuma”, dopo quattro anni dalla chiusura?” Chiediamo. “E’ alle nove di sera che il fumo si alza di più. Venga alle nove. Le ho detto tutto”, ci risponde un impiegato di un’azienda vicina costretto a respirare questa puzza tutto il giorno. “Cosa vuol dire alle nove?” replichiamo. “Vi ho detto tutto”. Ripete. Si allontana e se ne va.
“Che cosa è questa puzza?” chiediamo a un altro. “Non si sa. E’ da tre anni che è sequestrata la fabbrica. Produceva concimi”. “Ma perché fuma?”. “L’altra volta sono venuti pure i vigili del fuoco. Non si riesce proprio a spegnere. Certe volte non si sente nemmeno. Dipende dal vento. Ormai ci siamo abituati”. “Ma non vi da fastidio?” “Certo, siamo andati anche dai carabinieri. Sono tre anni che va avanti questa situazione".
Sembra un ritornello, questo dei tre o quattro anni. Come il fumo che continua a espandere i suoi veleni, scoperti e nascosti. Alla luce del sole.








