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9 settembre 2011

AAA avvocato cercasi


Cravatta al collo e valigetta nera al seguito. Meglio rossa sulla camicia bianca. Capelli a caschetto e brizzolati, anti età. Sguardo energico da tutto fare. Anche gli imbrogli ti sbroglia, così ti fa capire. Te lo dice guardandoti diritto negli occhi. Poi con le citazioni latine diventa serio. Ius aedificandi, inaudita altera parte, le riporta come il ricordo di una vecchia poesia delle scuole elementari. Le dice storpiate, ma è il senso quello che conta. A Sellia Marina è da un po’ di anni a questa parte che circola un avvocato “criminologo”. Forse specializzato in “Criminologia”, qualcosa di così misterioso che sfugge e che in un certo senso giustifica anche il fuggire dal cercare di capirlo. Forse. Circola un avvocato che si spaccia per tale, ma non lo è.
La cosa bella è che capita sempre nelle situazioni più delicate. Quelle in cui i comuni mortali hanno bisogno dei legali come il pane. Risse familiari, sfratti esecutivi, avvisi di cartelle esattoriali impossibili. Toc, è lui alla porta. E se ne esce con fantomatici complotti ai loro danni. Diventa come una zingara che ti sta leggendo la mano e tu pendi dalle sue labbra. O come l’oroscopo che proprio quel giorno, così sfigato, ti preannuncia una disgrazia. Poi non si avvera, certo, ma la tensione è tanta che sei debole. Ti bevi di tutto e di più. Anche lui. 
Gli articoli di legge sono la sua passione. Articolo cento e dispari. Cinquecento e pari. Soprattutto i settecento. Sono più alti e quindi più difficili da ricordare. Non per lui. È un’enciclopedia per i profani. Per gli esperti del mestiere una barzelletta.
Quando a qualcuno viene il dubbio sulla sua autentica professionalità tira fuori la sua carta vincente: “consulente del Csm”. “Consiglio superiore della magistratura”, sottolinea, e qualche docenza sparsa per le università italiane. È un pezzo grosso.
Di solito, se è presente un suo “collega”, elegantemente si defila con l’indice puntato sempre sull’immaginario complotto. La giustizia è quella che è. E lui ci marcia.
Con gli occhi sgranati ti tesse le lodi e con le sopracciglia aggrottate vuole capire se tu hai capito che lui non lo è. Se hai capito passa al contrattacco. Da carnefice si fa passare per vittima. Se è vittima per giustiziere. È una catena la sua. Negli anni si è specializzato nel “traffico”. Traffica, lui, su tutto e per tutto. Recentemente  pare si sia specializzato nelle aste immobiliari, le sue preferite sono quelle esecutive. Quando meno te lo aspetti fa toc toc. Apri e te lo trovi davanti. Ti dà dei consigli su cosa fare, sulle azioni giudiziarie da intraprendere, se necessario piange insieme a te. E quando se ne va hai l’impressione di aver avuto una visione.
Non è l’unico della specie. Ce ne sono degli altri. Non è mai semplicissimo individuarli. E’ un prodotto tipico, liberamente fuoriuscito dal cilindro della cultura tutta cravatta e valigetta made in Calabria. Un figlio spurio della giustizia ancora in cerca d’identità, tra lobby e criminali. 

31 agosto 2011

Lettera da Zagarise

La lettera

I “Soldi”. L’interesse principale dei soldi. Alcuni personaggi rovina famiglie che “si sono venduti tutto quello che avevano di valore, anche la dignità”. L’abusivismo: negozi, bar, locali. Non solo il sindaco, Pietro Raimondo. Da Zagarise con furore. Lettera scritta di getto e inviatami da una zagaritana senza peli sulla lingua. Onde evitare che qualcuno si senta oltraggiato nell’intimo ho censurato i nomi, per il momento, ma indagherò.
La pubblico così come mi è stata recapitata per farvi apprezzare fino in fondo la schiettezza.

Caro Emilio Grimaldi,
visto che scrivi sempre cose contro il mio Sindaco di Zagarise voglio vedere se sei capace di scrivere cose contro i rivali del sindaco. Ti mandero una lettera con tutte le male fatte di Zagarisi, ti accenno qualcosa iniziando dalla Forza Publica che non funziona su tutto il territorio di sua competenza; i vigili ( (…) delle malefatte che ricattava la gente finalmente e andato a casa).
(….) il santo di Zagarise rovina famiglie e accanito a fare Soldi, si e venduto tutto quello che avevamo di valore e anche la dignità. Proloco (…) tutto per fare Soldi. Compleanni tutto quello da fare Soldi. (…) e visite a pagamento senza utile in stanze non idonee. Officine abbusive, Negozi, Parrochieri ingiro per il Paese. Casa per casa, gente che lavora nei Bar, ai negozi senza essere dichiarati. Locali abbusivi e a dibiti in pizzerì, devo dire una cosa importante su questo vi do raggione: il mio sindaco a firmato e garantito che tutto va bene. Finisco di dirti qualche cosa che lo continuerai a scrive tu su quello che ti mandero.
Maria

5 luglio 2011

I hate facebook



Il web ha cambiato la vita alle persone del terzo millennio. Ha aperto nuovi orizzonti. La gente si collega al pc per parlare con i propri amici, parenti, anche lontani, dall’altra parte dell’Oceano, oppure per conoscerne dei nuovi. Capita di chiedere alla vicina di casa una ricetta senza la fatica di affacciarsi, oppure cosa ne pensa della politica del Governo. Capita di imbattersi in personaggi strani, account si chiamano, che non si sa chi siano. Ci tengono all’anonimato. Capita di corteggiare ed essere corteggiati. In Inghilterra il solo facebook pare abbia fatto aumentare i divorzi del 30 per cento. Con la tastiera in mano siamo tutti più bravi. Poi magari s’incontrano e si rimane delusi. Oppure ti affascinano nonostante la magrezza dei link condivisi. La comunicazione, vuoi per piccione viaggiatore, vuoi via lettera tradizionale, vuoi via telefono e vuoi via chat, conserva sempre una certa dialettica, sta all’intelligenza di quelli che comunicano intuire o saper interpretare la corrispondenza delle cose dette. Ma capita, anche, di litigare. Anche se non si è amici e non si ha nessuna voglia di diventarlo. L’occasione la dà la nuova chat dei gruppi. Il recente strumento operativo dei guru della comunicazione via facebook.
Eccone un assaggio, rigorosamente Made in Calabria. Precisamente: provincia di Catanzaro. Protagoniste due ragazze. Che non sembrano avere molti peli sulla lingua. Il tenore della conversazione lascia perplessi per la profondità degli argomenti trattati. E nel merito. Difficile azzardarne un’imitazione. Insuperabile sul piano sociologico ed educativo. Nell’arte della comunicazione potrebbe a pieno titolo essere inserita nell’estetica del brutto. Per imparare ad evitarla, certo.
Ciao a tutti”, esordisce una. “???”, l’interrogativo dell’altra. “Nn era rivolto a te il mio salutooo”, spiega la prima. “Ki ti ha interpellato, scusa, se risp vuol dire ke ti sei sentita interpellata, nn ci sei solo tu in linea, cm puoi vedere, quindi statti queta, ca parrasti gia' abbastanza per i cunti mei”, per i non locali la seconda parte della chat significa: “Statti zitta, che parlasti già abbastanza per me”. Inizia lo sputtanamento. La ragazza, risentita per qualcosa detto in pubblico dall’altra, giustifica il proprio malessere, e cioè che si sarebbe inventata degli “aborti” sul suo conto. La replica è: “Trovati l psicologo che meglio”. “Trovati un avvocato”, i due professionisti che si consigliano reciprocamente. “Che io ho ancora la tel registrata e lasciami stare, addio”. La conversazione sembra destinata alla chiusura, e invece: “Avisti puru u coraggiu ma mi saluti, ohi stupida”. “Non salutavi ati ignorante”, per la precisione. Evidentemente, non si erano chiarite abbastanza, infatti: “Ma si mi parrasti puru, cretina, l'ignorante sei tu nn io, ca tu nn teni nente intra i mani, eu si ca tegnu a registrazione, da chiamata ki facisti, duve parravi ca eu fici nn sacciu quanti aborti, per tua informazione nn sacciu mancu chi su i ginecologhi”, si capisce, si capisce, anche per i non locali. Sullo sputtanamento il discorso è ancora lungo. “A (omissis) parranu di porcati toi”, cioè: parlano delle tue porcate. “La gente conosce me e conosce te”, eguaglia una e poi incalza: “A tia miseru l'amante nn fazzu u nome pe rispettu soi ma nn pe tia tanto lo sanno ki è”, significa: “Di te dicono che hai un amante, e non faccio il nome per rispetto suo, non tuo”. “Dillo!” le risponde. “Nn sono una pentita come te o na lorduna”, a stretto giro di posta. La discussione va avanti senza soluzione continuità fino alle minacce. Le offese, infine, dai familiari passano sul personale. “E vota bona che ti sgonfio”. “Guardati u culu toi ka e sgonfiare cinde abbastanza”. “Alla faccia tua”. “Aru tua stupida, ca nn ti capanu mancu i pantaloni”.
No comment!

13 giugno 2011

Il “dietro le quinte” dei Bronzi di Riace Testimonial del Turismo


Turuzzu e Peppineddhru

Peppineddhru: Ma chi te l’ha fatta fare?
Turuzzu: Cosa?
Peppineddhru: La pubblicità.
Turuzzu: Mi hanno pregato in ginocchio.
Peppineddhru: Con me non ci sono riusciti. E sono venuti da te per convincere anche me.
Turuzzu: No, perché io sono più bello.
Peppineddhru: Ah, davvero?
Turuzzu: Ho i riccioli. E tu no.
Peppineddhru: Sembri ‘nu picciuliddhru. Senti, ormai dobbiamo andarci. Non era meglio la montagna?
Turuzzu: No!
Peppineddhru: Sì!
Turuzzu: Forse ti sei perso un po’ di storia del XX secolo.
Peppineddhru: Perché?
Turuzzu: Ci hanno sotterrato rifiuti nucleari nelle montagne della Sila.
Peppineddhru: Dimostramelo.
Turuzzu: Il casino di Ustica non ti dice niente?
Peppineddhru: Ho solo una vaga reminiscenza, avevo da poco passato la fase Rem.
Turuzzu: Che ne pensi delle Castella?
Peppineddhru: Forse era meglio dove stavamo. A 300 metri sott’acqua, al fredduccio.
Turuzzu: Ti si sarà congelato il cervello con tutto sto freddo!
Peppineddhru: Non ti ricordi? La schiuma che passava….
Turuzzu: Dove?
Peppineddhru: Quella che vedevamo sopra di noi.
Turuzzu: E se ci passava, che problema ci faceva? Tanto siamo di bronzo!
Peppineddhru: Tu lo dici! A me hanno rovinato l’argilla interna! Figurati se ce la dobbiamo sorbire anche dalla bocca.
Turuzzu: Perché, tu ce l’avevi?
Peppineddhru: Sì!
Turuzzu: Io no, mai avuta.
Peppineddhru: Certo che sei strano. Siamo stati fatti uguali, come clonati.
Turuzzu: Clonati ché?
Peppineddhru: Siamo uguali e avevamo l’argilla, solo che tu sei troppo giovane per rimembrarlo.
Turuzzu: Mi vuoi prendere in giro?
Peppineddhru: No, è la verità. Giuro.
Turuzzu: Non si giura!
Peppineddhru: Sì, che si giura. Io sono moderno, al passo con i tempi.
Turuzzu: Io penso che il tempo sia sempre lo stesso. Guerra e pace. Carestia e abbondanza. E poi di nuovo carestia.
Peppineddhru: Carestia o non carestia, quella schiuma mi ha mangiato l’argilla.
Turuzzu: Ti sei stonato alla grande.
Peppineddhru: E’ la verità.
Turuzzu: Io non tocco cibo da quel dì!
Peppineddhru: Nemmeno io, ma questo non vuol dire che un uomo non abbia bisogno di mangiare.
Turuzzu: Tu non sei un uomo.
Peppineddhru: Nemmeno tu!
Turuzzu: Siamo delle divinità, tutti ci guardano con venerazione.
Peppineddhru: Hai sentito?
Turuzzu: Chi?
Peppineddhru: C’è un tizio, si chiama Giancarlo Galan. E’ il Mministro della Cultura italiana.
Turuzzu: Cosa vuole?
Peppineddhru: Ci vuole far fare una vacanza altrove.
Turuzzu: Dove?
Peppineddhru: Non si sa. Dice che ce ne dobbiamo andare da qui. Ci vuole rendere “itineranti” per l’Italia.
Turuzzu: No, io voglio restare qui.
Peppineddhru: Dai, a Reggio non viene nessuno a farci visita.
Turuzzu: Come sei vanitoso!
Peppineddhru: E’ giusto. Siamo un pezzo di storia magno greca. E gli uomini ci devono omaggiare. I calabresi si sono scordati di noi.
Turuzzu: Ma poveri ‘sti calabresi, con tutti i problemi che hanno, li dobbiamo pure abbandonare? E poi conosci la Sa- Rc?
Peppineddhru: Che è?
Turuzzu: L’autostrada. È sempre rotta. Non la finiscono mai. Ecco perché non vengono. Mica hanno le ali come gli dei.
Peppineddhru: Non ci meritano. Andiamocene!
Turuzzu: No, voglio restare qua.
Peppineddhru: E va bene, come dici tu. Quanta pazienza!
Turuzzu: Ascolta, c’è Scopelliti che ci difende, vuole che rimaniamo dove siamo. Com’è saggio quest’uomo! Quando uno prende una strada nuova, sa quello che perde e non sa quello che trova.
Peppineddhru: Comunque, una bella vacanza ci farebbe bene davvero.
Turuzzu: Giusto.
Peppineddhru: Ma tu sei fissato con il mare!
Turuzzu: A Le Castella c’è stato pure Pitagora. Te lo ricordi?
Peppineddhru: No, lì no!
Turuzzu: Perché?
Peppineddhru: Se la schiuma delle fogne non ti convince, devi sapere che ci hanno scaricato i rifiuti della Pertusola.
Turuzzu: E dove vuoi andare?
Peppineddhru: Non lo so.
Turuzzu: Andiamo a Catanzaro?
Peppineddhru: Ancora con sto mare?
Turuzzu: Sì.
Peppineddhru: No, lì no.
Turuzzu: E perché?
Peppineddhru: Non mi fido dei depuratori.
Turuzzu: Perché? Che cazzo ti possono fare? Siamo fatti di bronzo.
Peppineddhru: Ma sei de coccio, altro che bronzo, mi hanno rovinato l’argilla…
Turuzzu: Eureka! cambiamo zona.
Peppineddhru: Dove?
Turuzzu: Andiamo nel Tirreno.
Peppineddhru: Uhm… Mai visto. Com’è?
Turuzzu: Uguale, un po’ più profondo dello Jonio.
Peppineddhru: Ho paura.
Turuzzu: Di cosa?
Peppineddhru: Non è come ai nostri tempi, della Magna Graecia.
Turuzzu: Perché non ti piace?
Peppineddhru: Rifiuti nucleari.
Turuzzu: Che dici?
Peppineddhru: E’ vero! ci hanno affondato le navi dei veleni.
Turuzzu: Non hai seguito gli ultimi avvenimenti?
Peppineddhru: Che è successo?
Turuzzu: Non sono mai esistite.
Peppineddhru: Chi lo dice?
Turuzzu: I giudici.
Peppineddhru: E tu ci credi?
Turuzzu: Certo, perché no?
Peppineddhru: Sono una massa di venduti.
Turuzzu: Sti uomini! E dove cazzo andiamo a fare una vacanza allora?
Peppineddhru: Non dire parolacce che ti sentono.
Turuzzu: Non siamo più nella gloriosa Graecia, siamo in Calabria, la terra di ogni bene, ma anche di ogni mafia, di ogni sconceria, di ogni discarica. Di tutto di più. Ecco perché mi piace.
Peppineddhru: Ricordati che rimarrai sempre un greco!
Turuzzu: Tu lo dici.
Peppineddhru: Lo dico io, ed è così. Non si dimenticano mai le origini.
Turuzzu: Si cambia e si migliora.
Peppineddhru: Bel miglioramento!
Turuzzu: Me voglio fare una vacanza. Sono migliaia di anni che siamo stati sott’acqua e 30 che siamo chiusi in una stanza!
Peppineddhru: Ascoltami, quanti soldi ti hanno dato?
Turuzzu: Non si dice.
Peppineddhru: A me lo puoi dire, siamo gemelli.
Turuzzu: Quello che mi ha contattato mi ha pregato di non dirlo.
Peppineddhru: Allora te li hanno dati?
Turuzzu: Non te lo posso dire.
Peppineddhru: Va bene, non dirmelo. Però, ormai te li hanno dati. Che dici se gli facciamo una sorpresa?
Turuzzu: Come?
Peppineddhru: Ce ne andiamo nella nostra madre Patria.
Turuzzu: In Grecia?
Peppineddhru: Sì. Qui, è tutto zozzo. Sia in montagna che al mare. Facciamo il gran rientro.
Turuzzu: E come? Ci ammazzerebbero come traditori.
Peppineddhru: Ho un piano.
Turuzzu: Cosa?
Peppineddhru: Con i soldi che hai ci compriamo un bel cavallo di legno e ci ficchiamo dentro.
Turuzzu: A fare il cavallo di Troia?
Peppineddhru: Ci facciamo accompagnare al Partenone. E rimaniamo lì in bella vista per l’eternità.
Turuzzu: E se poi ci vengono a cercare questi tizi che mi hanno pagato?
Peppineddhru: Fai finta di essere di bronzo, non ti dovrebbe riuscire male….
Turuzzu: Come sei simpatico!
Peppineddhru: Pari o dispari?
Turuzzu: E’ uguale.
Peppineddhru: Andiamo! Se devi fare i bisogni prima lì c’è il gabinetto del governatore.
Turuzzu: Ti ho detto che non mangio da quel millennio, come faccio ad andare in bagno?
Peppineddhru: Era per dire. Scappiamo, che già ci stanno chiamando. Lo vedi Scopelliti?
Turuzzu: Sì, sembra ‘na mummia.

Anche su Mezzoeuro

9 giugno 2011

Psicosi da tubo


A volte ritornano. I fantasmi, se uno non li riesce a sconfiggere, a volte ritornano. È il caso di un mega impianto di depurazione sulla costa ionica catanzarese, da Simeri Crichi a Isola Capo Rizzuto. Un fantasma variopinto. Una grande opera, costruita dalla Regione Calabria, iniziata e mai finita. Un gigantesco sperpero di denaro pubblico. Tanto grande che nessuno ne conosce le dimensioni. Ancora prima, molto prima, di Poseidone, l’inchiesta aperta dall’ex pm Luigi de Magistris sui finanziamenti destinati alla depurazione in Calabria. Soldi andati a finire chissà dove. Nessuno lo sa. Al momento gli indagati sono diventati imputati, ma si dichiarano innocenti come in ogni democrazia che si rispetti.

Il fantasma, dunque, è stato costruito sul finire del secolo scorso. Una tubazione chilometrica sotto l’arenile e resistente alle intemperie. A prova di acido, con il beneficio di ogni concepibile interpretazione. Ecco, è ritornato. Ha alzato la testa da sotto la sabbia in tutta la sua virulenza. Qualcuno, certo, lo avrà tagliato e dei cocci, di considerevoli dimensioni, stanno sguazzando in lungo e in largo per tutto il golfo di Squillace. Sembra un’anaconda tanto è spaventoso. Per primo è stato un giovane blogger a immortalarlo, Giovanni Cristiano. Poi è stata la volta di un avvocato, Piero Granata, segnalare il pericolo alle attività preposte, compresa l’Amministrazione comunale. Tutti silenti. Volevano che scomparisse così come si era fatto vivo. E, invece, niente. Stava sempre lì. Comodamente appollaiato sul bagnasciuga. Sono stati necessari un escavatore e una ruspa per rimuoverlo. “Il caso si è subito sgonfiato” , ha riassunto un giornalista, Enzo Lucà.

Ma davvero? Non avevano fatto i conti con il fantasma che di lì a poco si è fatto rivedere in località Sena, precisamente alla foce dello Scilotraco di Roca, al confine con il comune di Cropani. E poi a Ruggero. Qui, sotto mentite spoglie, ha creato il vuoto attorno a sé proprio davanti alle case con vista mare da urlo che ancora urlano, non più per il mare ma per la pericolosa anaconda. Insieme al fantasma, finalmente con un nome, la cacca. L’avrà fatta lo stesso serpente. Anche lui fa i bisogni.

E dire che l’Amministrazione comunale per la prima volta aveva rotto il silenzio sul sito istituzionale con un comunicato che non lasciava adito a dubbi o fraintendimenti: “Non avendo il tubo in questione mai trasportato materiale fognario, non si ritengono assolutamente attendibili le voci allarmistiche provenienti da vari canali che sono state diffuse negli ultimi giorni”. Non solo, ma che “mani amiche lo avevano aiutato" a posizionarsi “nel punto dal quale è stato recuperato con l'ausilio di due mezzi meccanici privati”. Aiutato, sic! E da mani amiche, ancora sic!

Cresce la psicosi da tubo. Qualcuno dice di averlo avvistato in alto mare. Qualcun altro giura di averlo visto scendere dal cielo e strisciare sull’arenile per un posto all’ombra. E non manca il solito allarmista che è convinto si aggiri per le vie di Sellia Marina in cerca di un bagno per approvvigionarsi di liquami fognari.

7 maggio 2011

Il candidato ideale calabrese


Il candidato ideale calabrese si alza presto. È andato a letto tardi. Avrebbe bisogno di dormire ancora, ma sa che ogni minuto in più sotto le coperte è un’ora di ritardo per la campagna. Il candidato è mattiniero.
Il candidato ideale fa colazione al bar. E la offre a tutti i presenti. Anche a chi gli ha già detto che il voto non glielo dà. Il candidato pensa sempre in positivo. È ottimista.
Il candidato ideale ascolta. Ascolta tutti. Annuisce. Si mostra prodigo di consigli. E promette il miracolo. Il candidato è un amico.
Il candidato ideale è sempre il primo a salutare. Sorride. S’informa sulle condizioni di salute, tua e della tua famiglia. Di lavoro. Sulla tua vita sentimentale. Il candidato è un confessore.
Il candidato ideale a mezzogiorno ha la batteria del cellulare scarica. Si eclissa in un angolino e la cambia con quella di riserva. Il candidato aiuta il Pil.
Il candidato ideale pranza al ristorante. Passa il tempo a girare per i tavoli. Chiede dei piatti ai clienti. E in caso è lui a litigare con il cuoco se il cibo non è buono o fresco. Il candidato è un vigile.
Il candidato ideale va a prendere il caffè sul corso. Dal quartiere si sposta verso il cuore pulsante della città. Osserva gli altri, candidati come lui. Confronta la sua giacca gessata con le altre. La sua barba strafatta con le basette altrui. Le sue scarpe. La sua pancia. La sua coscienza. Il candidato è un guardone.
Il candidato ideale è un paciere davanti alle ingiustizie. Parla con le forze dell’Ordine se è possibile togliere una multa a un povero cristo. Con il magistrato se non ha portato avanti un’indagine. Con il medico se non ha consigliato il farmaco giusto. Con il datore di lavoro per far riassumere un vagabondo. Il candidato è un negoziatore.
Il candidato ideale cena a casa sua. Dopo il lavoro di tutta una giornata finalmente mangia. Tutto in un colpo solo perché a colazione e a pranzo, in realtà, ha solo fatto finta di mangiare. Tra le mura domestiche si trasforma. Con i genitori e con i parenti. Che non lo stanno aiutando a dovere. Il candidato è una iena con i suoi.
Il candidato ideale è un uomo di mondo. Si rifà la barba. Si cambia i vestiti. E va nei locali. Il candidato è un compagnone.
Il candidato ideale la sera si prepara per il giorno dopo. Sono ormai le tre di notte. Ma sa che ogni minuto perso con il sonno è un’ora rubata al suo sposo, la città. Il candidato si sente come una sposa promessa.
Il candidato ideale calabrese è cattolico. Vuole sposarsi subito per non suscitare scandali. Ci tiene al decoro della famiglia. Il candidato ideale è incinto.

23 ottobre 2010

Il Conte di Sellia Marina. La vendetta contro Poste italiane

Le Poste di Sellia Marina. Aggiornamenti a cura del blogger Da story

Anticamente la Posta era una stazione per fermarsi e rifocillarsi. Un sito di transito per i viaggiatori, che si spostavano principalmente con i cavalli attraverso lunghe distanze. Con il tempo divenne luogo di corrispondenza e si trasformò nell’Ufficio delle Lettere sia tra i cittadini che tra i cittadini e lo Stato. Poi nacquero le Poste Italiane su tutto il territorio italiano. Anche per il Sud. E anche per Sellia Marina, in provincia di Catanzaro. Infine, fecero la loro comparsa le Poste Italiane senza postino. Queste cominciarono un periodo di prova proprio a Sellia Marina: obiettivo: vedere come va per insaccarsi i 400 milioni di euro dello Stato per le località più difficili da raggiungere, come Feudo, Calabricata, Ruggero, S. Vincenzo, e le altre, sempre della cittadina catanzarese, facendo a meno del postino e risparmiare così mille euro al mese. Che non sono niente, ma che, moltiplicati agli altri del resto d’Italia, sono un bel gruzzoletto. Aggiunti ai 400 verdoni, di cui sopra, le Poste Spa seppero come fare per arricchirsi sulle spalle dei poveri cristi. L’esperimento andò bene perché l’Enel tagliò la corrente elettrica, anche se i cittadini si erano scapicollati ad andare a quelle di Catanzaro Lido a pagare, ma in ritardo proprio perché non avevano ricevuto in tempo le bollette. La Telecom recise la linea telefonica, anche se i cittadini avevano pagato, però in regime di morosità. Le Banche festeggiarono con i capi della Spa perché dopo che i cittadini avevano chiesto i prestiti potevano prendergli le case, gli immobili e tutto ciò che avevano, a loro insaputa, proprio perché non rispondevano alle lettere minatorie, non avendole mai ricevute. La gente iniziò a protestare. Ma contro un muro di gomma. Una lobby invalicabile. L’esperimento riuscì e venne esteso su tutta la Penisola italiana.
Un giorno capitò un fatto sconvolgente. Si trovavano tutti insieme, l’Enel, la Telecom, le Banche e le Poste in vacanza, in una rinomata località del mar Rosso. Champagne e belle donne su uno yacht di proprietà del presidente delle Poste. Un sole accecante e un panorama mozzafiato. Arrivò un tizio in barca. Disse di chiamarsi Sellia Marina. Sellia di nome e Marina di cognome. Spiegò loro che li seguiva da un bel po’. E che aveva prosciugato tutti i loro conti bancari. E che avrebbero potuto continuare a vivere solo con un’altra identità. Quella di postino. Uno per ogni località irraggiungibile di Sellia Marina, Feudo, Ruggero, S. Vincenzo e Finocchiaro. E che erano solo liberi di scegliere la destinazione. “Secondo le vostre esigenze”, dichiarò in tono confidenziale ma autoritario. Si innervosirono. Un sudore freddo gli scendeva giù per il naso. Telefonarono con i cellulari satellitari le loro segretarie. Nessuna li riconobbe più. E nemmeno i familiari. Erano già morti da un pezzo. L'estraneo era riuscito a manomettere i server centrali e periferici di tutte le loro ricchezze e anche della loro vita privata. Le ragazze, prese dal panico, si buttarono in mare. E anche il conducente del panfilo. Non avevano scelta. Saltarono sull’imbarcazione di Sellia Marina e accettarono le condizioni dettate dallo sconosciuto. Fecero il periplo dell’Africa. Navigarono per il mar Mediterraneo fino al golfo di Squillace. Qui ormeggiarono davanti al Radar della Loran C Station a Ruggero. E conclusero la trattativa. Il presidente delle Banche rimase lì. Quello dell’Enel preferì Feudo. Quello della Telecom S. Vincenzo. Mentre quello delle Poste, che era un appassionato di botanica, scelse Finocchiaro. Una cosa, però, non si capacitavano: dove si trovavano esattamente. Lo chiesero vivamente al loro accompagnatore. E quando questi gli confessò il suo vero nome: il Conte di Montecristo, annuirono meravigliati. Associandolo a Sellia Marina, luogo del primo esperimento, compresero finalmente il contrappasso a cui erano stati destinati.

22 ottobre 2010

Elton John a Catanzaro. Solo 10 euri i soldi "vivi" del biglietto

Elton John sul ponte di Catanzaro, un sogno che può diventare realtà. Solo dieci euri i soldi vivi del biglietto. Da story

Una star internazionale a Catanzaro. Il sogno proibito di tutti i provinciali. Come solo alcuni calabresi sanno essere. Un Elton John fiammante con gli occhiali color viola e i capelli fulvi. Dietro a un pianoforte che ti fa sognare l’America, l’Oltreoceano. Poi il fato. Sciopero dei voli in Francia. Niente Italia. E nemmeno il Sud. E nemmeno la Calabria: Catanzaro. Il sogno infranto. Una delusione dolorosa. Che ti segna. Certo. Ma almeno i soldi del biglietto! Farebbe meno male. Il denaro come bilanciere ha sempre funzionato, anche con i sogni. 200 euri. Almeno il rimborso. Certo.
Il magnate dell’operazione: Roberto Iacobino sembra sotto ad un treno. Per lui è doppia la delusione. Doppio tutto. Il sogno proibito è diventato un incubo. Ma c’è un modo per recuperare la faccia e la dignità: i soldi indietro. U Santu arreti, si dice da noi. Lui ce la mette tutta. Lo promette per il giorno dopo, il fu 24 settembre 2010. La data slitta di ora in ora. Di giorno in giorno. Di settimana in settimana. Si procede a singhiozzo. Alcuni si, altri no. Ma lui rassicura. Restituirò a tutti. Arriva anche a pronunciare queste fatidiche parole, che poi diverranno famose: “Preciso che restituiamo l'intero importo, comprensivo di prevendita”. Arriva, finalmente, il giorno del rimborso. Del sogno infranto per metterlo un po’ a tacere. Sorpresa! Mancano dieci euri. Iacabino non è più sotto ad un treno. Si è salvato dagli incubi. E ha capito che una cosa è scherzare, un’altra è dire le cose seriamente. Una cosa è sognare, un’altra è essere svegli. Dunque, è sveglio Iacobino.
Al Codacons, l’associazione a difesa dei consumatori, che si è permesso di chiedere chiarezza di fronte a questa sorpresa iacobinita, dice: I dieci euro sono le spese vive del biglietto”. Il biglietto vivo costa 10 euro? Sì, dieci euri tondi tondi. Sono come i soldi falsi, anche questi hanno un costo. E quella promessa, di restituire l’intero importo? Fa parte del sogno.
Roberto Iacobino si è svegliato dal sogno dogmatico di vedere Elton John in concerto a Catanzaro e si è dimenticato di lavarsi la faccia. Anzi, se l’è dimenticata sotto le coperte.

1 ottobre 2010

A Botricello l'Ambiente non è di casa

Giovanni Camastra Da story

Giovanni Camastra, sindaco di Botricello, rimpasta la giunta, ma si dimentica dell’Ambiente. La delega riservata alla maggiore risorsa del territorio, nel novero delle nomine, non c’è. Al suo posto il “Verde pubblico”. Certo è che anche l’Ambiente è verde, ma è l’argomentazione di tutto il contesto della natura, di tutto l’ecosistema, il principio ambientale, quale sede ospitante della vita di tutti gli esseri umani, che manca. Manca l’Ambiente sotto l’aspetto culturale e sociale, oltre che politico.
Fino a pochi giorni fa esisteva addirittura la delega all’Ecologia, oltre che alle Politiche ambientali, affidate entrambe a Salvatore Procopio, autore di un libro: “Il mio Rifiuto”, dove testimonia la sua caparbia sensibilità verso la natura e i rifiuti, vero dramma dei tempi moderni. Procopio si è fatto da parte e, al suo posto - al posto dell’attenzione, almeno concettualmente, verso il mare, la spiaggia, l’aria, l’acqua, la terra - solo il Verde pubblico.
Allora, le domande sono: Chi si occuperà della discarica nella zona Pip? Chi si occuperà del depuratore? Manca la delega. Dal punto di vista amministrativo la responsabilità, qualora manchi un assessorato specifico, ricade sempre in capo al sindaco, ma la dignità della tematica, della discussione, è bella bypassata.
La Sanità e l’Igiene pubblica hanno retto al rimpasto. Sono salve. Ma ci potrà mai essere un paese sano e igienico senza la cultura dell’Ambiente? Sarà la volta buona che il Comune metterà le mani sul fatiscente Parco giochi per bambini? Mah, i più piccoli se lo augurano. Magari taglieranno l’erba e, arrivati alla discarica, la zona più degradata della villa, diranno: “Questo non è verde pubblico!” Già, mancano i requisiti.

Per leggere il nuovo rimpasto della Giunta Camastra clicca qui

9 maggio 2010

Il "cittadino D." di Sellia Marina



Il paranco
con la bombola
del gas
in via Iuzzolino
di Sellia Marina

















Questa di Domenico Dragone è una storia kafkiana. Cioè Kafka se fosse vissuto ai giorni nostri ne avrebbe preso spunto per scrivere il sequel de “Il castello”, oppure per abbozzare un altro racconto. Con l’ "agrimensore K." che viene finalmente accolto dai contadini diffidenti del villaggio. Oppure con il protagonista che riesce a parlare con tutti quelli con cui doveva parlare ma che comunque non risolvono il suo problema. Con Kafka l’uomo moderno viene rappresentato come schiacciato dalla realtà senza una ragione vera e propria. Allo stesso modo Domenico Dragone si trova in mille situazioni, apparentemente normali, ma che nascondono più di qualche insidia senza una reale motivazione logica. Lo vedi che denuncia. Che scrive. Che parla con questo e con quello. Tutti gli mostrano comprensione ma pochi quelli che si danno veramente da fare per aiutarlo. Soprattutto gli organi preposti. Sì, abbiamo ricevuto. Sì, stiamo facendo. Gli dicono. Ma non fanno nulla perché è troppo evidente lo stato paradossale della situazione. E una risoluzione della realtà gli farebbe perdere lo scettro dell’uomo kafkiano del terzo millennio.
Domenico Dragone acquista una casa in località Finocchiaro di Sellia Marina. La fa nuova. Ci investe un bel po’ di quattrini. Va d’accordo con tutti i suoi condomini. Poi viene a sapere che la casa è abusiva e che alcuni dei suoi vicini piano piano si allargano. Non fanno costruire un passaggio pedonale. E la parte comune del condominio si restringe sempre di più. Si rivolge a un geometra del posto. Un tipo in gamba. Gli fa una perizia e riconosce l’abusivismo e della concessione e del suo vicinato. Il geometra non è un amministratore. Lo sa e gli fa capire che molto dipende dal Comune risanare ciò che dovrebbe essere risanato. E se fosse lui amministratore, e magari assessore, la cosa la risolverebbe in un attimo. Il tempo passa e il caso vuole che il geometra viene eletto al Consiglio comunale. Ora lo può fare. Ha addirittura la delega all’Urbanistica e all’Edilizia privata. Tuttavia si rende subito conto che una cosa è dire, un’altra è fare. Sono due cose diverse.
Il padre si ammala. È anziano. Entrambi i genitori sono anziani. Viene ricoverato facendo la spola tra Crotone e Catanzaro. Nessuno dei due ospedali sembra saperlo guarire. Da Milano, dove si trova, si rivolge a tutti. Compreso l’assessore alla Sanità, Vincenzo Tulelli. Questi sente la storia dell’anziano padre e si commuove. Quasi gli piange al telefono. Farà di tutto. Gli dice. La malattia è più grave del previsto. Per fargli una puntura l’infermiere lo trova lui da Milano. Né l’assessore e né i servizi sociali locali riescono a soddisfare il difficile impegno di chiamare un operatore sanitario. Non se ne trovano. Ma lui lo trova. Chissà perché. La situazione è sempre più grave. E scende lui dal capoluogo lombardo. Fa le notti al padre insieme alla mamma. Dopo otto giorni è tempo di una doccia. E va a casa sua. Dorme bene anche se con il pensiero di tornare il giorno dopo in ospedale. C’è un’alluvione. Non possono uscire di casa. Vengono con il canotto a portarli via. A tutti quanti. Anche all’anziana madre. Hanno un’altra casa piccola a Sellia Marina. In via Iuzzolino. Meglio di quella allagata è. Pensano. E i vigili del fuoco vi accompagnano tutta la famiglia Dragone. Al piano di sopra vi abitano altri. Sono persone normali. Normalissime. Parcheggia davanti alla propria casa. I vicini gli dicono se per favore sposta la macchina perché hanno bisogno di usare un paranco dalla finestra. Una richiesta gentile che è un’abitudine. Quello spazio pubblico è loro. Così credono. E ci salgono la spesa e le bombole del gas. E se fosse caduta malauguratamente con qualcuno sotto? Dragone glielo dice altrettanto gentilmente. Ma loro sono vecchi marpioni. Continuano. Denuncia la cosa al sindaco. Ai vigili del paese. Ai vigili del fuoco. Al Prefetto. Fa la voce grossa. Sembra una cosa assurda. Tutti gli dicono che ha ragione. Ma nessuno interviene. Quando pensa di aver sistemato il sistemabile ritorna a Milano. Quelli di sopra approfittano della sua assenza per continuare alla vita tranquilla di prima, senza di lui. La mamma, allora, sollecitato dal figlio gli manda una raccomandata dalle poste di Sellia Marina per invitarli a togliere la carrucola. Ma non arriva. Da Milano chiedono spiegazioni. Nessuno sa motivare il perché. Forse si sarà persa proprio in via Iuzzolino... Gliene mandano un’altra. Direttamente dal Nord d’Italia. E questa arriva. Ma loro sono sempre marpioni. Il paranco gode di vita propria. I vigili urbani vengono messi al corrente. Sanno che è pericoloso. Il sindaco investe ancora i vigili. Tuttavia il paranco continua il suo lavoro. Non va mai in ferie.
Dragone decide di fare dei lavori a casa. Loro, quelli del piano di sopra, dicono che non può perché è di loro proprietà. Lo denunciano per aver pubblicato le foto su facebook. Le foto della bombola del gas. Il giorno dell’inizio dei lavori arrivano carabinieri e vigili urbani. Qualcuno se la ride sotto i baffi. Tutta la situazione è kafkiana. I vicini non hanno nemmeno le carte in regola per la loro di casa, figuriamoci se possono dettare legge in quelle altrui. Domenico decide di ripartire per Milano. Il giorno prima incontra il capo dei vigili, Palmiro Impera. Siccome è certo che gli rimbrotterà la questione del paranco abusivo lo precede. E gli chiede: lo hanno tolto il paranco?
Abbiamo evitato di raccontare altri dettagli. E lo abbiamo fatto perché non vogliamo sostituirci a Kafka. E nemmeno all’agrimensore “K.”. Di Kafka ce n’è solo uno. Ma anche di Domenico Dragone.

27 marzo 2010

La Metamorfosi del candidato



Il candidato è un uomo di partito. Il candidato è un uomo del popolo. Per il popolo. Con il popolo. Il candidato quando cammina sa il compito che lo aspetta. Di guidare il popolo. La gente gli fa spazio. Il candidato sorride sempre. Il candidato è come la sposa sull’altare. Tutti lo guardano. Tutti lo indicano. Si veste con la candida. Il candidato è una persona pura. Il candidato è l’uomo del giorno. Il candidato è come i bambini. È senza pudore. È candido. Lo puoi offendere come ti pare. Tutto gli scivola addosso senza macchiarlo. Lui è candidato. Il candidato si fa in quattro per i suoi elettori. È sensibile. Altruista. Premuroso. Generoso. Fino all’altare. Quando esce dalle urne il candidato diventa un politico. Il politico è un uomo del popolo. Per il popolo. Con il popolo. Ma non gliene può fregare di meno del popolo. Quando cammina la gente non gli fa più spazio. Il politico ha bisogno delle guardie del corpo. Il politico ha sempre il muso lungo. È sempre indaffarato. Il politico ha l’immunità. Il politico è attento alla sua reputazione. Se qualcuno lo critica, lo querela. Tanto paga lo Stato. E’ sensibile per i suoi affari. È indifferente per quelli degli altri. È spilorcio. Il politico ha un mandato. Quando finisce diventa candidato di nuovo. È un circolo vizioso.

26 dicembre 2009

Oroscop@ndo 2010


ARIETE Le tue vittorie nel lavoro sono solo delle vittorie di Pirro. Le tue conquiste sono solo delle avventure che ti prosciugano il portafogli. Senti a me: lascia stare con l’egotismo, passa al realismo. E il realismo mi dice che dovresti - almeno nel 2010, poi si vedrà - darti una regolata: basta lusso. Sacrifici e privazioni, invece. Altrimenti passerai il resto dell’anno a elemosinare. In amore fa' pagare lei, o lui.

TORO Sei così amante di te stesso che nessuno sa anche odiarti come fai tu. Passi il giorno a negoziare con il tuo io. Un po’ di amore e un po’ di odio. Lo tratti come una merce. Invece l’io è qualcosa da cercare, conoscere, amare, e migliorare per darlo, e anche riceverlo dagli altri. Ti ci vorrebbe un pellegrinaggio a Santiago. Perché no nel 2010?

GEMELLI Sei molto ricco dentro. Ma non puoi stare sempre rinchiuso nel tuo recinto sacro. Devi uscire ogni tanto. E dare più di te stesso, e non far finta di essere altruista. Gli altri hanno bisogno delle tue qualità. Se non le sfrutti non le valorizzerai mai abbastanza. In amore viaggerai molto bene. Per quanto riguarda il lavoro il prossimo anno ti capiterà il treno della vita. Mi raccomando, prendilo in tempo…

CANCRO Sei così testardo che non fai altro che litigare. Solo con il tuo lui, o la tua lei, riesci a dialogare. Se vuoi mantenere il tuo posto di lavoro ti conviene spegnerlo un po' il tuo essere ribelle. Quando vuoi spaccare il mondo, siediti e conta fino a dieci, come consigliano i saggi indiani. Se non ti sono sufficienti, continua fino a cento.

LEONE Sei nato baciato dalla fortuna. Non sei uno genio, ma ti va bene tutto. Dall’amore al lavoro. Quest’anno però la sorte sarà ballerina nei tuoi riguardi. Ma tu affrontala con l’umiltà di sempre, altrimenti ti porterà via tutto quanto.

VERGINE Sei troppo metodico. Ogni tanto dà libero sfogo alla fantasia. Ti serviranno sia nell’amore che sul lavoro. Chi l’ha detto che la vita per viverla si deve solo progettare? I miei sono consigli preziosi, apprendili! Altrimenti nel 2010 ti ridurrai a fare l’uncinetto, lei. O ai semafori, lui.

BILANCIA Il tuo segno è sempre stato un mistero per tutti gli astrologi, professionisti e dilettanti. Sei impulsivo e riflessivo. Sei lunatico e fedele. Sei tutto il contrario di tutto. Hai la corda della vita sempre tirata al massimo. Datti una calmata! Se no si spezza. Il 2010 ti metterà alla prova duramente.

SCORPIONE Hai un giardino che fai vedere solo a pochi eletti. Ogni tanto spezza l’incantesimo e lasciati andare! Sembri un irriducibile romantico che non vuole abbandonare il suo iperuranio di sogni. Sappi che nel 2010 dovrai scendere un po’ sulla terra.

SAGITTARIO Ti piace stare al camino familiare. Ti piace viaggiare. Dare il meglio di te sul lavoro, e con gli altri. Fai troppe cose, insomma. E alcune ti escono male. Devi rinunciare a qualcuna. Scegli quello che è meglio per te. Nel 2010 ti troverai davanti a un bivio enorme. O il lavoro o la famiglia. Scegli secondo coscienza. Io ti dico il lavoro. Poi fai tu.

CAPRICORNO Sei troppo conservatore. Se dipendesse da te il mondo rimarrebbe tale e quale. Non ti dico di cambiare dall’oggi al domani, ma di provarci almeno. Il 2010 sarà l’anno della tua vita. Della tua scelta esistenziale. Una donna metterà scompiglio alla tua esistenza. Amala! Ma per farlo devi uscire dal guscio altrimenti quella (o) se ne andrà con il primo che gli capiterà dopo di te.

ACQUARIO Sei un sognatore nato. Il tuo posto è fra le nuvole. Il tuo cibo il sole splendente. Nel 2010 molti proveranno a tirarti giù. Ma tu non demordere. Rimani dove sei. È nel 2011 che dovrai scendere per un affare imperdibile. Vincerai un sacco di soldi. Almeno per prenderteli. Poi, potrai goderteli dove più ti piace.

PESCI Sei permaloso, insicuro e pessimista. Viva la vita! Se le persone parlano male di te alle tue spalle, fregatene! Il grande Socrate diceva: “potessero anche picchiarmi in mia assenza!” La loro è solo invidia. Sappi che nel 2010 sul lavoro avrai tantissime difficoltà. Tutti si accaniranno contro di te. Tieni duro perché chi la dura la vince.

9 ottobre 2009

Il cliente è morto. E Telecom pretende l'autocertificazione


Caricatura a cura del blogger

Il cliente è morto. Ma per Telecom non è una scusa valida. Questa, in sintesi, la vicenda: un utente Telecom muore e, ricevuta la notizia del triste evento da parte dei familiari dello scomparso, l’inflessibile compagnia telefonica pensa bene di scrivere al defunto, per informarlo di aver “tentato di contattarla telefonicamente nei giorni scorsi, purtroppo senza successo”. E così, per istruire la pratica di cessazione, Telecom invita il defunto a spedire copia del certificato di morte, ovvero una “autocertificazione” debitamente sottoscritta proprio da lui … il defunto !!! Ovviamente tale documentazione è difficile da produrre, soprattutto per chi ormai è stato costretto a dire basta, e per sempre, alle stupidità umane. Curioso, poi, che Telecom manifesti “piena disponibilità” per le “future esigenze” … sempre del defunto. Ma non finisce qui, si verifica un ulteriore colpo di scena. Per la mancata produzione di quell’autocertificazione, vengono minacciate gravi azioni giudiziarie … direttamente al caro estinto. Una grottesca commedia dell'assurdo? Un capitolo inedito della Metamorfosi di Kafka? Niente di tutto ciò, solo la triste realtà. Questo è quanto denuncia il Codacons Calabria, in un dettagliato esposto all’Autorità Giudiziaria. Protagonista della triste vicenda è un calabrese che, dopo la morte del genitore, ha avuto l’ardire di chiedere alla Telecom la cessazione dell'utenza telefonica intestata al padre, che viveva da solo. La scomparsa del genitore era stata immediatamente segnalata alla compagnia telefonica, specificando che la causa andava ricercata proprio nel decesso del titolare dell’utenza e, in seguito, su specifica richiesta della compagnia, veniva fornito il codice fiscale dello scomparso e, successivamente, anche il certificato di morte. Ma Telecom è stata inflessibile, necessita l’autocertificazione sottoscritta dal defunto! Oggi, a distanza di oltre sei mesi Telecom invita il defunto a contattare il servizio clienti onde fornire chiarimenti. Francesco Di Lieto, vicepresidente dell'associazione in difesa dei consumatori, commenta l’accaduto citando uno dei più grandi scrittori contemporanei, Andrea Camilleri: “la burocrazia italiana, di solito lentissima, diventa fulminea quando si tratta di fottere il cittadino”. Ma quella sorta di linea diretta della Telecom con l'oltretomba prosegue, nientemeno, con la minaccia di una azione giudiziaria. Il Codacons si è rivolto a Telecom pretendendo delle formali scuse per un comportamento “arrogante e privo di rispetto anche per la morte ed il dolore dei congiunti”, in mancanza, sarà richiesto il presidio dell’Autorità Giudiziaria per ottenere il risarcimento dei danni in favore dei parenti dello scomparso.

18 settembre 2009

Amelio come il Marchese del Grillo. Multe ai commercianti


Caricatura a cura del blogger

di Francesco Di Lieto*

L'estate si avvia al termine ma nel comune di Sellia Marina questa e' stata una stagione estremamente piovosa per gli operatori economici. No, non si sono registrati strani fenomeni meteorologici, sono semplicemente piovute delle multe... circa 500 euro a verbale. Di certo un bel guadagno per le casse comunali. Ma cosa mai avranno combinato questi inisciplinati commercianti da spingere l'intero schieramento dei vigili urbani a passare al setaccio tutto il territorio comunale? Non vogliamo tenervi sulle spine e passiamo a svelare l'arcano: hanno apposto delle insegne. Sì, delle semplici targhe, utili per segnalare a turisti ed automobilisti l'esistenza delle loro attività commerciali. A dir la verità, la maggior parte dei cittadini aveva posizionato quelle insegne da tempo immemorabile e molti di loro hanno, perfino, pagato per poterle applicare. Ma il Comune si è dimostrato inflessibile. E così, appena terminate le fatiche elettorali, ha "sguinzagliato" la Polizia Municipale per "appioppare" multe a tutti colori si sono macchiati del più terribile dei reati: segnalare la propria attività commerciale. Magari, osserveranno i più maliziosi, di abusi ce ne sarebbero da sanzionare ... abitazioni non abitabili, allacci abusivi, stabilimenti balneari fantasma, scarichi incontrollati... Ma tutto può tollerarsi, le targhe no!
Riteniamo che siffatto comportamento costituisca il "de profundis" per la vocazione turistica del territorio. Così come non è tollerabile che tali iniziative vengano assunte nel periodo estivo e, cosa ancor più grave, senza contraddittorio con i cittadini. Con ciò non vogliamo stare, a priori, dalla parte dei "peccatori", ma esigiamo da tutti il rispetto delle regole e quei verbali, riteniamo, fanno "acqua" da tutte le parti. Come Codacons abbiamo ricevuto segnalazioni da numerosi commercianti, pronti ad insorgere contro quelle multe. Tuttavia, per la dovuta correttezza, prima ancora di adire l'Autorita' Giudiziaria abbiamo chiesto al Comune di emettere un provvedimento in autotutela capace di annullare tutti quei verbali.
E' ormai trascorso più di un mese da quella richiesta ed il silenzio è stata l'unica risposta. Tuttavia sia chiaro a tutti, ove mai la magistratura dovesse confermate le nostre tesi difensive, allora qualcuno dovrà rispondere del proprio operato, anche davanti la Corte dei Conti.
Caro sindaco, non ricorda quando, solo tre mesi addietro, si urlava: "partecipazione", "casa comunale aperta"... possibile che questi concetti debbano rimanere lettera morta, che siano buoni solo per farcire discorsi elettorali.
Del resto non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire, e così prendiamo atto che la giunta Amelio persevera nei soliti comportamenti. Quelli del Marchese del Grillo, tanto per intenderci: "io sono io e voi non siete un ...".


* Vicepresidente del Codacons

15 settembre 2009

"L' infermiere" è di scena al Pugliese Ciaccio



Di personaggi che gravitano intorno al “Pugliese Ciaccio”, il più grande ospedale della Calabria, ce ne sono tanti. Medici, infermieri e donne delle pulizie se potessero parlare e raccontare le loro storie qualcuno sarebbe in grado anche scriverci un libro. Ma fra tutti merita un minimo di attenzione un personaggio unico nel suo genere. Il genere è quello dell’ “infermiere personale”. Si tratta di una categoria di persone che svolgono la loro attività di notte. Sono molto richieste. Specie se il malato è in fin di vita e i familiari sono avanti con l’età e non ce la fanno a stare al suo capezzale tutte e 24 ore ogni giorno. Sono persone umili e molto disponibili. Compensano i buchi temporali e assistenziali degli infermieri che spesso non hanno il tempo di occuparsi di un intero reparto. E anche loro, pagati dallo Stato, accettano di buon grado l’ausilio di questi badanti, pagati dai familiari del moribondo. Il paradosso è quando gli infermieri ospedalieri si arrabbiano con gli infermieri privati perché magari non svolgono bene “il loro dovere”. Ma questa è un’altra storia. La mia premura, adesso, è raccontarvi ciò che mi è stato riferito. Mettere per iscritto l’attività svolta da questo presunto “infermiere professionale”, così si presenta. Chiedo venia se le mie parole non saranno all’altezza del resoconto orale. Ne vogliono, tuttavia, essere solo una copia. Ma fedele. Ad ogni modo vi assicuro che mai e poi mai questo mio testo potrà essere paragonato alla perfomance da cabaret a cui ho assistito. Che farebbe rodere dall’invidia i più famosi comici italiani.
È un ragazzotto sui 35 anni. Si presenta bene. Alto. Robusto. Sguardo profondo. Ispira fiducia. Specie quando arriva e controlla subito le flebo. Responsabile. I familiari pendono dalle sue labbra. E quando questi gli dice di “andarsene”, che da “adesso in poi ci penso io” si sentono sollevati. “È nelle mani giuste”, li senti mormorare. Ah, già dimenticavo. Il suo arrivo è già una notizia. Sdraio, sacco a pelo, penna con led luminoso e macchina fotografica. Non passa inosservato. Sembra uno di quei pellegrini in partenza per Santiago. E, invece, deve solo badare a un moribondo per una notte. Dopo il rituale dei saluti con i familiari accomoda le sue cose al lato del letto. Spegne la luce e visita il suo paziente. Non è un medico, ma più di un medico. È un “infermiere professionale”, così dice rilasciando bigliettini agli altri con il suo numero di cellulare. Ma perché spegne le luce? Per guardare bene dentro la bocca e gli occhi del suo ammalato. Poi arriva il momento della macchina fotografica. Sembra debba fotografare un morto. E invece lo fotografa da vivo. Nelle sue intenzioni deve sembrare talmente vivo che con una mano aziona la macchina e con l’altra alza le pupille dell’allettato. In tempi in cui non tutti si possono permettere la videochiamata con i cellulari alla moda lui va oltre. Fa vedere oltre la realtà. Ciò che i familiari desiderano. Un pronto miglioramento. E con quegli occhi sgranati sembra sia arrivato veramente. Grazie a “mister infermiere”. Questo tradizionale appuntamento lo aspettano tutti i suoi coinquilini ogni notte. Non vedono l’ora che arrivi. È come assistere a uno spettacolo dal vivo. E senza pagare il biglietto. Poi continua la sua performance da “infermiere professionale”. Riaccende le luci, le rispegne. Controlla le flebo. Guarda il suo orologio. Calcola il tempo che ci vuole. Il tutto cadenzato da un ragionare a voce alta in modo che gli altri sentano e si rendano conto dell’ “alta professionalità” dell’infermiere. Subito dopo si prepara per la notte. Sacco a pelo. E sveglia. Sì, proprio la sveglia. Non si sa mai, se i parenti il giorno dopo lo trovano che dorme ci fa veramente una figuraccia. Lui dice che riposa. Che non dorme in realtà. E, infatti, se gli squilla il cellulare non lo sente. Sono gli altri che gli si avvicinano per svegliarlo. Lui sobbalza e si giustifica: “Mi ero appisolato, solo un momento”. E poi ricomincia a dormire. Un volta è capitato che è suonato l’allarme del letto del suo assistito. Stessa prassi. Lo hanno dovuto svegliare i vicini. Per recuperare la fiducia di chi ha presenziato alla scena ha preso la penna con il led luminoso e ha ricominciato la visita da capo. Se poi non li vede convinti della sua immensa professionalità e generosità fa di più. Prende una bottiglietta d’acqua e la fa rigurgitare al suo paziente. Gli apre la bocca con una mano e con l’altra gliela fa scendere in gola, anche se lui non sente il bisogno.
In genere la notte la passa sempre così. Dentro il sacco a pelo e con la sveglia, che non sente, a lato. La mattina, stessa perfomance della sera prima. Macchina fotografica. Appunti. Occhi sgranati. E la sua voce che segue passo dopo passo la visita medica certosina. Questa delle foto, comunque, è proprio la sua specialità. La sua fissazione. Una mattina è arrivato un prete per somministrare la Santa Comunione al malato terminale. E lui è stato tutto il tempo impegnato a immortalare il momento fatidico. Peccato che il moribondo non riusciva ad ingoiare, e quindi l’ostia il prete l’ha dovuta spezzettare. Non si vedeva più. Gli sarà sfuggito certamente uno scoop.
Dopo la colazione ritira tutto, sacco a pelo, sdraio, sveglia, cellulare, macchina fotografica, penna luminosa e se ne va. Prima di abbandonare la sala non dimentica, però, di rilasciare bigliettini a chi non ha avuto la fortuna di riceverli dalle sue mani il giorno prima.
Le sue parole famose? “Io sono in grado di lavorare per 52 notti di seguito senza stancarmi mai”. Come dargli torto.

8 settembre 2009

La gita domenicale


Il tema

Il seguente tema, svolto da una bambina di 9 anni, raccoglie quanto di meglio possano offrire alcuni stereotipi calabresi. La donna “schetta”, che non ha ancora raggiunto l'autenticità della sua natura, che può vantarsi di acquisire solo con il matrimonio. La donna “maritata”, che è tale solo se diventa anche mamma. La preghiera “ala Madona” per avere un figlio. Lei, la Madre di Dio, che porta a compimento tutte le nostre richieste. Ma nulla può fare quando sono gli stessi uomini a “cunfunnarsi” (confondersi).
Brillante. Geniale. Imperdibile. Come solo i bambini sanno esserlo nella loro sorprendente ingenuità. Humour puro. Liberatorio.

Tema
Gita domenicale
Svolgimento

L’altra domenica abbiamo andati a
Tintari io, mio papà, la mia mamma,
mia sorella schetta, mia sorella maritata
senza figli e mio cognato e ci siamo
mangiati al ristorante.
Poi abbiamo andato ala Madona a
pregare che ci dava un bambino a mia
sorella maritata.
Ma, sarà, o abbiamo pregato male o
che la Madona non ci ha capito,
il bambino la avuto mia sorella schetta.
Mia mamma dice che la
Madonna non si è cunfunnuta,
si è cunfunnuto mio cognato

14 giugno 2009

Lo Tsunami e le Nanoparticelle della fogna. Il sale dell'humour il giorno dopo la rielezione di Amelio a sindaco di Sellia Marina


Il manifesto affisso in paese

Il laboratorio “Selli@mare” sarebbe stato colpito dallo Tsunami “Mamma a capu”, l’ Ambulatorio “Uniti per il bene comune”, invece, dalle Nanoparticelle che sprigiona la fogna che farebbero vedere, agli sventurati, loro “solo ciò che vogliono vedere”, e quindi non riuscirebbero a riconoscere i problemi tipici della cittadina ionica, la potabilità dell’acqua e la depurazione degli scarichi fognari, appunto. Sono il botta e risposta dei due movimenti civici dell’ultima campagna elettorale che hanno decretato vincitore Giuseppe Amelio, candidato a sindaco per la lista: “Uniti per il bene comune”. Il tutto ha avuto inizio con un manifesto affisso in paese, presumibilmente dai sostenitori del sindaco uscente e riconfermato. Un manifesto “scherzoso”, a detta di una solerte fiancheggiatrice, appena ne viene data pubblicazione sul social network Facebook. E come tale doveva essere interpretato. E come tale essere accettato. Un manifesto che, alla stregua di quelli funebri, declamava:
“Uniti per il bene comune si associa al dolore degli amici per la scomparsa del laboratorio “Selli@mare”, colpito dallo tsunami “mamma a capu” del 08.06.2009 (cioè dal giorno del responso delle urne ndr)”. Un annuncio seguito dall’elenco dei dispersi (l’elenco, quindi, dei componenti della lista. E "di altre 1709 persone (cioè gli elettori complessivi del movimento ndr) "che si trovavano all’interno del laboratorio".
Una palla scherzosa, e intrisa di humour, che viene prontamente raccolta da una concorrente della lista perdente sul social network perché “ridere – dice – fa bene al cuore, al fegato, all’intestino, al pancreas”. E anche alla pelle perché, spiega, “la rende più liscia, e io, da donna - continua - sono strafelice se succede ciò”. Parafrasando il famosissimo dialogo tratto dal film “Il sesto senso” scrive:
“Vedo della gente. Non sanno di essere malati.
“Li vedi spesso?”
“Continuamente. Sono dappertutto. Vedono solo quello che vogliono vedere”.
“E cosa, invece, non vedono?”
“L’acqua inquinata nelle loro case; la fogna per la strada; la fogna in mare; le strade che non ci sono, e loro invece le vedono”.
Il laboratorio Selli@mare annuncia il ricovero urgente di tutti i medici dell’Ambulatorio “Uniti per il bene comune”. Anziché guarire gli altri si sono ammalati loro, colpiti dalle nano particelle che sprigiona la fogna”. Mentre altri 2544 pazienti che non solo hanno bisogno di cure per le loro malattie, ma vanno anche in giro con le macchine rotte, a causa delle strade che non ci sono, ma loro non lo sanno, dicendo che “la fogna fa bene, che aiuta la circolazione del sangue nelle vene e che andrebbe consigliata anche nelle saune come specialità taumaturgica tipica della località marina
”.
La vis comica della polemica innescata finisce con l’invito, da parte di un sostenitore del laboratorio "Selli@mare" a quella vincente di, “invece di "scherzare", di utilizzare tutte queste energie per occuparvi dei problemi di tutti i selliesi. Vi siete presi altri cinque anni di tempo dopo aver sprecato gli ultimi cinque”. E di un altro che sollecita il movimento “Uniti per il bene comune” a non “sprecare energie per le polemiche, ma di conservarle “per questo vostro paese che sta andando alla...deriva (speriamo di acqua pulita)”.