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15 aprile 2014

Lo strano caso del dottor Jekyll e di mons. Graziani

Una pagina del vecchio sito della diocesi di Crotone-Santa Severina. Sul nuovo non c'è traccia né di don Roberto Mastro e né dell'avvocato Aldo Truncè. 

Nei suoi appartamenti è padrone. Nella sua città, Crotone, è vescovo. Per tutti, invece, è don Mimì. Mons. Domenico Graziani, presule della diocesi di Crotone-Santa Severina. Sorride. Benedice. E soprattutto guida le sue pecorelle come un vero pastore. Da qualche tempo, però, una preoccupazione lo affligge. E si sente come Gesù in Croce. Perseguitato dai fedeli. Inviso dai suoi sacerdoti. Don Roberto Mastro è colpevole o innocente? Da qualche tempo il dubbio gli fa sanguinare il cuore e disorientare la mente. Almeno da quattro anni a questa parte, quando i carabinieri, la sera del 10 dicembre 2010, lo invitano a scappare dalla parrocchia di Belcastro. E lui, in tutta fretta, a contattare una sede per ospitarlo. Lontano dalla Calabria. Lontano dai presunti delitti. È da quel giorno che fa di tutto per recuperare la pecorella smarrita. Il Vangelo gli suggerisce la parabola di quando Gesù caccia i mercanti del tempio. Ma a lui la figura del pastore è sempre piaciuta. Sempre e comunque. Nel bene e nel male. Ed eccolo chiamare il suo avvocato di fiducia, Aldo Truncè, per difenderlo e toglierlo da questa impasse. Le famiglie belcastresi tengono duro. Non se l’aspettava. E lui, diritto per la sua strada. 

18 gennaio 2014

Quell'uomo vestito di bianco

Papa Francesco

In attesa di prendere l’ascensore due anziani sacerdoti si guardano curiosi e circospetti. Uno è vestito di nero e ha gli occhiali con le lenti molto spesse, a mo’ di tappo di bottiglia. L’altro, di poco più giovane, si gratta la fronte come se una preoccupazione lo stesse mettendo in agitazione.
“Buongiorno.”
“Salve.”
“Ormai sono cambiate le stagioni. Fa troppo caldo per essere gennaio.”
“Vero, vengo dalla Calabria. E anche da noi fa caldo.” 

20 novembre 2013

Quando Mosè arrivò a Catanzaro

(Immagine ripresa da internet)

Quando ho saputo del nubifragio che si stava abbattendo sulla costa ionica catanzarese dormivo. Il cellulare mi sveglia di soprassalto. Oggi al palazzo di Giustizia di Catanzaro c’era in programma la prima udienza su un litigio tra due persone iniziato per strada e trascinato nelle aule di Tribunale. E mi chiede un consiglio sull’opportunità di partecipare, visto il temporale. Un uomo di poche parole ma centellinate, lo so. 

15 ottobre 2013

L'orgoglio catanzarese


A Catanzaro vive un certo Vitaliano, un signore di mezza età, che ha un cruccio e un problema. Cioè, un problema fisico che non gli consente di soddisfare un suo cruccio personale. Da quando ha letto sui giornali che venerdì prossimo presenteranno ufficialmente il progetto “Lightness road” che rivestirà una parte di Corso Mazzini non sta più nella pelle.

11 settembre 2013

Il silenzio


Avvertì un brivido lungo la schiena. Come una scossa che dal collo a effetto domino gli attraversava le vertebre una ad una. Per un attimo gli venne in mente che il sudore avrebbe potuto causargli questa sensazione. Faceva caldo, il sole si riversava sulla spiaggia a quintali e portava in ebollizione ogni essere vivente. Presto si ravvide. Non era il caldo, era un pensiero. Una scheggia di pensiero che si faceva strada tra le fantasie della testa e nella massa delle membra.  Era come tagliare il burro. E lo tagliò. Dalla testa fino al cuore. Giunto a destinazione lo immobilizzò. Non sentiva più il battito, né le braccia e le gambe. E gli sembrò di vedere una medusa raccolta dal mare e buttata in terra. Fuori dall’acqua non aveva più forma e né sostanza, non faceva più paura. Conservava solo il colore di ciò che era. Un bianco non più brillante come quando s’inebriava nel buio o nella luce delle profondità. Era un essere senza più essere. Il suo cervello. 

15 febbraio 2013

Scuola di ladri a Botricello


Vicina al fuoco aspettava l'arrivo del figlio. Erano circa le sei di sera. Già buio per il mese di febbraio. Aspettava il toc toc alla porta con impazienza. Un segnale caratteristico che le aveva insegnato per bene. Toc, toc e toc. Tre volte. "Se non senti suonare così non aprire!", le aveva detto. Lei, una vecchietta di 90 anni suonati, non aveva fatto obiezioni. Quella sera stava facendo tardi. Non sapeva che Giuseppe aveva avuto un contrattempo. Bussano. Avverte che non è il figlio. Ma l'angoscia prende il sopravvento sulla memoria e sulla malizia. Apre. "Sono Maria della Chiesa". "E che volete"? "Sono Maria della Chiesa, quella delle offerte. Mi fate entrare"? "Sì, va bene. Entrate".

12 febbraio 2013

Giuseppe Amelio, sudista e abusivo

Il manifesto elettorale "abusivo" apparso a Sellia Marina 

Giuseppe Amelio, sudista e abusivo. Sindaco e abusivo. L'insostenibile leggerezza dell'essere lo pervade fino al midollo. Primo cittadino di Sellia Marina e abusivo in casa sua. Mai avrebbe sospettato. Mai. Forse uno scherzo di Antonio Cosentino, l'ex assessore in quota Udc attualmente quotato nella Borsa del Nord, quando lo tacciò di golpismo all'indomani della cacciata dal Palazzo di via acqua delle Mandrie. Forse uno scherzo di cattivo gusto. Forse uno scherzo del destino. Palmiro Impera è inflessibile. Il Capo dei vigili non fa sconti. Abusivo anche il sindaco. Il suo sindaco.

29 gennaio 2013

L'Agenzia delle entrate, equo e usuraia


Se tutti pagano le tasse, le tasse ripagano tutti”. Lo aveva sentito in tv. Lo avevo letto sui teleschermi dell’Agenzia. Era diventata la sua morale. Il moralista contro gli evasori. Andrea era un ragazzo tutto d’un pezzo. Non accettava le mezze misure. Tasse uguale giustizia. Tasse uguale diritti. Quella mattina lo slogan lo convinse ad obliterare il biglietto dell’autobus con più convinzione. E nel farlo si guardò intorno, voleva rassicurarsi che anche gli altri lo facessero.

10 novembre 2012

La lobby dei denti

Caricatura a cura del blogger

I migliori amici dei nostri denti non sono un’alimentazione corretta, il dentifricio e la pulizia, ma i consulenti tecnici dei Tribunali, quelli di parte e gli avvocati. Sono loro a spartirsi la torta dell’assicurazione. Una torta succulenta. Non si fanno mai la guerra. Non conviene. Oggi a me, domani a te. Un sistema ben congegnato. Mordono e mangiano. A sbafo dei pazienti. Curnuti e mazziati a ripetizione.

28 settembre 2012

Le leggende della Certosa di Serra San Bruno

Paolo Fonseca, ex giocatore dello Sporting Lisbona. Una leggenda vivente

La leggenda nasce per caso. Nasce da un big bang senza controllo e si evolve. Vive di vita propria, impossibile smentirla con i fatti. È tale il desiderio che le cose siano andate così che la verità le cede il posto volentieri. E le sbatte la porta. Nel suo nido cova e si moltiplica. 

13 settembre 2012

La Cropani – Sersale sarà conclusa nel 2014. Forse

Un tratto della Cropani - Sersale

Anno domini 2014 d.C. Elezioni comunali a Cropani. Bruno Colosimo è il sindaco uscente. Nessuno del centrodestra riesce a stargli dietro. Nessuno del Pdl lo vuole. Ma c’è solo lui. Di necessità virtù. Come farlo rivincere? Telefoni che squillano. Tavoli politici e tavole imbandite. Cene e microfoni. L’ex primo cittadino, Antonello Grano, rinuncia. Arriva il crepuscolo. Come la civetta della sapienza. Ed ecco la soluzione. C’è la Cropani-Sersale.

2 maggio 2012

L'avvocato dei polli

Il Tribunale di Catanzaro

Un metro e mezzo d’altezza. Bacino ampio. Jeans strappati e capelli scapigliati sulle spalle, alla moda. Ha solo 40 anni, ma ne dimostra molti di più. Non si è mai sposata, nonostante la corte di un ammiratore. Ci tiene alla sua dignità. La borsa da avvocato le sbatte sul corpo. Se la trascina come una sua appendice. Senza non va mai in giro. Anche per fare la spesa. Il suo hobby preferito è sostare nei corridoi dei Tribunali. E la borsa l’aiuta a tale scopo. Si piazza nelle aule e scruta. C’è sempre qualche pollo che ha bisogno di un legale. E si avvicina. Una firmetta e via. Al resto pensa tutto lei. I soldi? Non sono un problema. Si offre anche a curare la pratica per il Patrocinio gratuito. Con la firma il gioco è fatto. 

5 aprile 2012

Quel concorso di troppo all'Università di Catanzaro

L'ingresso dell'Università Magna Graecia di Catanzaro

Meglio morto che precario, dice Giovanni Parrotta. In attesa della disperazione può capitare di leggere un bando all’Università. Solo diciotto mesi. Meglio di niente, sussurrano i saggi. E poi ventiquattro mila euro di questi tempi fanno bene. Requisiti: diploma, conoscenza dell’inglese e abilità informatiche. Un gioco da ragazzi. Uno ci prova. E spedisce il plico con il curriculum attestante.

21 febbraio 2012

Uno, nessuno e centomila Sergio Abramo

Sergio Abramo insieme Domenico Tallini, Wanda Ferro e Piero Aiello

Occhietto vispo. Sorriso d’ordinanza. Pacca sulle spalle degli amici e dei nemici. Sergio Abramo sale le scale di Palazzo de Nobili la mattina presto. Saluta tutti quelli che lo salutano. Bacia tutti quelli che lo baciano. Non risparmia nessuno. Poi, via. Sale a passo spedito. Nella stanza del sindaco le carte sono a posto sulla scrivania. I suoi collaboratori lo seguono a debita distanza.

29 ottobre 2011

Lettera aperta al direttore di Mezzoeuro


      Caro Domenico Martelli, direttore di Mezzoeuro,

ti scrivo qui, sul mio spazio web, per non correre il rischio di rinviarti la stessa mail altre sette volte prima che mi degni di una risposta.

23 maggio 2011

Pasquale e Caterina, o della paralisi dell'amore


Crotone, omicidio suicidio: coniugi si gettano... di TMNews

Arriva spedito con la sua Volkswagen Passat al Porto di Crotone. Di fianco la moglie. Davanti il mare aperto. Si ferma un attimo. Saluta con la mano un amico. La consorte non riesce ad uscire. È paralitica. Urla e chiede aiuto. Lui alza i finestrini e guarda la distesa dell’acqua. Sa che di là dalla banchina non c’è una via d’uscita. È una scelta senza marcia indietro. Non c’è. Si gira e guarda per l’ultima volta la compagna della sua vita. La compagna e la vita, sua e di lei. La pellicola di un film si avvolge tra i due. Il film dell’esistenza.
Dalle scuole superiori che si sono voluti bene. Trent’anni insieme. Un amore per sempre. Poi la malattia di lei. E lui che non capiva. Perché? Perché proprio a lei? E a noi? Non capiva. Non ha mai capito. Un’angoscia che ti consuma giorno dopo giorno. Che non ti fa vedere il futuro e nemmeno il presente, e che fa scricchiolare il passato dei ricordi. Una disperazione che ti uccide l’esistenza. Non c’è una ragione ragionevole. Ah sì, c’è. Forse. La morte. L’omicidio e il suicidio.
Sa che non ha nessun potere su di lei. Ma sa anche che l’ama. Che l’ha sempre amata. Che non riesce a riconoscerla più in quelle condizioni. Forse un potere crede di averlo su di lei. Di disporre della sua vita. Lui l’ama. E chi ama può decidere per l’altro. Sente il diritto di avere l’altro come si ha il proprio corpo. Ingrana la prima. Questa basta per superare il limite. Nel vuoto. Incontro alla morte. Per lei e per lui. Una ragione la trova al di là della banchina. Solo il nulla può rendere giustizia all’angoscia e alla disperazione. Solo il nulla può colmare il vuoto della vita. L’auto tocca il pelo dell’acqua. Affonda. Nell’abitacolo c’è ancora ossigeno a sufficienza per un’altra chance. Qualcuno si butta per salvarli. Impossibile. Aveva chiuso le portiere. E lui che sbraccia a dire di andarsene. Il film ritorna tra i due. Che si guardano. Che rivedono il passato. Il passato dei ricordi. La gioia dei momenti insieme dei tempi felici. E della malattia poi. Pensieri sull’orlo di un precipizio che sta arrivando. È lì che chiede di entrare. Lei non capisce lui, il perché. E lui le chiede perdono. E spera in un Dio che possa avere pietà della sua follia. Un Dio giusto.
Potrebbe aprire gli sportelli e tornare indietro. Non lo fa. Il passato dei momenti felici è troppo lontano. Non lo vede più. Spera che il precipizio gli possa restituire quella pace che solo lei gli aveva dato. Perché non sapeva che l’amore si potesse ammalare. Come può un amore trasformarsi in dolore? La pellicola ritorna alle superiori. Agli attimi rubati durante i dieci minuti di ricreazione. Si ferma lì. L’immagine è in bianco e nero. Lui era più grande di lei. Di dieci anni. Lei una bambina. E lui già adulto con una rosa in mano. Un punto rosso in un mare nero. Il precipizio li ingoia. Sono mano nella mano. Si abbracciano. Lei non capisce, ma lo tiene stretto. Sa che non le farebbe mai del male. La macchina scende ancora. I loro cuori si fermano. Non battono più. All’unisono. Pace.
Si vedono i sommozzatori che provano a rianimarli. Invano. Se ne sono andati. Per sempre. Sono rimasti abbracciati. L’eco delle urla di lei ancora si sente sul pelo dell’acqua. Un gabbiano sorvola il cerchio sul mare lanciato dall’auto. E punta lo sguardo incuriosito.
Pasquale Lumare, 60 anni, e Caterina Criscuolo, 50, di Crotone, hanno detto addio alla vita così. Mano nella mano. Per non dimenticare più i momenti felici.

Anche su Mezzoeuro

23 ottobre 2010

Il Conte di Sellia Marina. La vendetta contro Poste italiane

Le Poste di Sellia Marina. Aggiornamenti a cura del blogger Da story

Anticamente la Posta era una stazione per fermarsi e rifocillarsi. Un sito di transito per i viaggiatori, che si spostavano principalmente con i cavalli attraverso lunghe distanze. Con il tempo divenne luogo di corrispondenza e si trasformò nell’Ufficio delle Lettere sia tra i cittadini che tra i cittadini e lo Stato. Poi nacquero le Poste Italiane su tutto il territorio italiano. Anche per il Sud. E anche per Sellia Marina, in provincia di Catanzaro. Infine, fecero la loro comparsa le Poste Italiane senza postino. Queste cominciarono un periodo di prova proprio a Sellia Marina: obiettivo: vedere come va per insaccarsi i 400 milioni di euro dello Stato per le località più difficili da raggiungere, come Feudo, Calabricata, Ruggero, S. Vincenzo, e le altre, sempre della cittadina catanzarese, facendo a meno del postino e risparmiare così mille euro al mese. Che non sono niente, ma che, moltiplicati agli altri del resto d’Italia, sono un bel gruzzoletto. Aggiunti ai 400 verdoni, di cui sopra, le Poste Spa seppero come fare per arricchirsi sulle spalle dei poveri cristi. L’esperimento andò bene perché l’Enel tagliò la corrente elettrica, anche se i cittadini si erano scapicollati ad andare a quelle di Catanzaro Lido a pagare, ma in ritardo proprio perché non avevano ricevuto in tempo le bollette. La Telecom recise la linea telefonica, anche se i cittadini avevano pagato, però in regime di morosità. Le Banche festeggiarono con i capi della Spa perché dopo che i cittadini avevano chiesto i prestiti potevano prendergli le case, gli immobili e tutto ciò che avevano, a loro insaputa, proprio perché non rispondevano alle lettere minatorie, non avendole mai ricevute. La gente iniziò a protestare. Ma contro un muro di gomma. Una lobby invalicabile. L’esperimento riuscì e venne esteso su tutta la Penisola italiana.
Un giorno capitò un fatto sconvolgente. Si trovavano tutti insieme, l’Enel, la Telecom, le Banche e le Poste in vacanza, in una rinomata località del mar Rosso. Champagne e belle donne su uno yacht di proprietà del presidente delle Poste. Un sole accecante e un panorama mozzafiato. Arrivò un tizio in barca. Disse di chiamarsi Sellia Marina. Sellia di nome e Marina di cognome. Spiegò loro che li seguiva da un bel po’. E che aveva prosciugato tutti i loro conti bancari. E che avrebbero potuto continuare a vivere solo con un’altra identità. Quella di postino. Uno per ogni località irraggiungibile di Sellia Marina, Feudo, Ruggero, S. Vincenzo e Finocchiaro. E che erano solo liberi di scegliere la destinazione. “Secondo le vostre esigenze”, dichiarò in tono confidenziale ma autoritario. Si innervosirono. Un sudore freddo gli scendeva giù per il naso. Telefonarono con i cellulari satellitari le loro segretarie. Nessuna li riconobbe più. E nemmeno i familiari. Erano già morti da un pezzo. L'estraneo era riuscito a manomettere i server centrali e periferici di tutte le loro ricchezze e anche della loro vita privata. Le ragazze, prese dal panico, si buttarono in mare. E anche il conducente del panfilo. Non avevano scelta. Saltarono sull’imbarcazione di Sellia Marina e accettarono le condizioni dettate dallo sconosciuto. Fecero il periplo dell’Africa. Navigarono per il mar Mediterraneo fino al golfo di Squillace. Qui ormeggiarono davanti al Radar della Loran C Station a Ruggero. E conclusero la trattativa. Il presidente delle Banche rimase lì. Quello dell’Enel preferì Feudo. Quello della Telecom S. Vincenzo. Mentre quello delle Poste, che era un appassionato di botanica, scelse Finocchiaro. Una cosa, però, non si capacitavano: dove si trovavano esattamente. Lo chiesero vivamente al loro accompagnatore. E quando questi gli confessò il suo vero nome: il Conte di Montecristo, annuirono meravigliati. Associandolo a Sellia Marina, luogo del primo esperimento, compresero finalmente il contrappasso a cui erano stati destinati.

27 agosto 2010

Il rombolà(re)

Vignetta a cura del blogger Da story

Ferma la motocicletta accanto al muretto che dà sulla spiaggia. Dice al compagno di aspettare e di tenere accelerato. Scende. Passo sicuro si dirige verso un ombrellone giallo. In testa un casco e tanti pensieri. Non può sbagliare. Sa che se sbaglia altri poi potranno non sbagliare con lui. In mente anche la Guerra di Piero di de Andrè. Adesso ha lui l’artiglieria, non vuole fare la fine di Piero.
Lo scorge. È vicino alla moglie e al figlioletto di un anno appena. Un rivolo di sudore gli scende sul naso. L’imbracatura lo raccoglie. Nessuno può vederlo. Ha solo gli occhi rivolti verso l’esterno. Si sente sicuro. La corteccia del casco gli coccola la coscienza. La coscienza che scaccia ogni dubbio. In mano una calibro 7,65. Non la nasconde. Dice a tutti di stare buoni e di spegnere i cellulari. Il suo passo si fa più svelto. La cognata di Ferdinando avvisa la sorella che c’è qualcuno che sta arrivando con una pistola in mano. Costei urla al padre del loro amore. Si solleva dal caldo arenile e corre verso la libertà. Leon alza la mano. E punta verso il corpo inerme in fuga. Non può più tornare indietro. La corteccia lo aiuta. Uno. Due. Il suo passo è costante. Ormai gli è accanto. La pietà è lontana. Lo sanno tutti e due. Si guardano un attimo. Per un momento le loro anime si toccano. Nessuno vuole fare la fine di Piero. L’alza ancora, la mano. E gli sferra il colpo di grazia. Missione compiuta. Vorrebbe liberarsi del casco e gridare che non aveva scelta. Invece, rifà le orme dell’andata. Attorno un silenzio adulto di morte. Squarciato dal pianto bambino del piccolo Rombolà.
La moto è lì che l’aspetta. Accesa. La brezza della velocità gli accarezza il distacco dall’inferno. Si sente più leggero adesso. Non ha più i dubbi che lo tormentavano. Ora è una certezza. Per la libertà non potrà più fermarsi.

11 agosto 2010

Da quella volta in macchina con Totò Riina...

Da story
Vi racconto una storia. Non dategli molto peso. Nemmeno io gliene do. Il tizio che me l’ha detta era un po’ brillo quella sera e, a giudicare dalle cose che mi ha riferito, bisogna essere degli ingenui a dargli credito totalmente. Ad ogni modo qualche briciolo di verità ci sarà pure. Forse amplificato dal timore che si ha verso le persone coinvolte. Forse. Per non mettere in difficoltà chicchessia non farò né i nomi di questi personaggi e né dei posti da loro frequentati. Mi limiterò ad attribuire solo il ruolo che occupavano nella società. Occupavano, perché oggi non saprei davvero se svolgono le stesse mansioni.
Totò Riina, vestito da prete, fu accompagnato negli anni ’90 a casa degli Arena in macchina da un potente avvocato penalista e da un procuratore della Repubblica. Conciato così nessuno lo avrebbe riconosciuto e con l’autorevole compagnia affianco sarebbe riuscito a sfuggire facilmente i controlli. L’avvocato e il procuratore erano amici già da allora. E con il passare del tempo la loro amicizia s’intensificò. Fecero anche affari insieme. Tanto che il procuratore divenne il cavallo di Troia della ‘ndrangheta nella Giustizia, quella che decide chi deve stare dentro e chi deve uscire. Tanto, ancora, che l’avvocato fece molta strada nella piramide della Provincia, come viene chiamata in certi ambienti la malavita calabrese. Non si direbbe, ma sembra sia inserito organicamente in una cosca vera e propria, presente sia nel vecchio mondo che nel nuovo. Perdonate il linguaggio arcaico. Quelli ancora parlano così. Il nuovo è la Colombia. Non tanto gli Usa. La Colombia della droga bianca. L’avvocato negli anni a seguire spalmò il suo potere su ogni livello. Anche dei Servizi segreti. In un blitz della polizia a una riunione di ‘ndrangheta fu avvertito un attimo prima. E per salvarsi le chiappe non disse niente a nessuno, si alzò e se ne andò. Gli altri, invece, furono tutti identificati. Dalla sua scuola uscì un bravissimo procuratore. Un genio, a detta dei suoi colleghi. Ma, come accade, anche i talenti possono bruciarsi. Furono le sue debolezze a buttarlo giù. La coca e le belle donne. Che sapeva come procurarsi. Anche nel Palazzo. Aveva fatto amicizia con un altro avvocato che aveva capito subito come dimostrargliela. E le indagini della magistratura obbedivano alla volontà degli uomini valorosi. Fra loro si era stabilita una certa affinità. Uno dava all’altro e l’altro ricambiava come poteva. Senza scambio di denari. Solo di favori. Nessuno avrebbe avuto niente da ridire. Tutto filava liscio. Ad un certo punto il procuratore si scottò di brutto. E compromise per sempre la sua fisionomia.
Alla lobby dell’avvocato si accodarono anche altri, colleghi e procuratori. Una risma di tutto rispetto. Con villa al mare d’ordinanza. Uno non è l’uomo che dice di essere se non ha una villa al mare. Tutti quelli che contano ce l’hanno. Una villa e qualche valigetta per le emergenze. Destinazione: Svizzera o Lussemburgo. I paesi pieni zeppi di soldi sporchi della punta dello Stivale italiano.
Vi risparmio gli altri particolari. Ricordate solo che si tratta di un racconto. Che trae ispirazione dalle reminiscenze di un signore di una certa età forse dedito all’alcol. Forse.

7 luglio 2010

La promessa infranta


Quella sera voleva portare a termine la sua promessa. Di non fumare. Non voleva più fumare. Ma la nicotina gli mancava. Come una droga. Se fosse riuscito a non fumare quella sera forse avrebbe resistito per tutta la vita, pensava. La luna rifletteva sul mare. Il locale stava per affollarsi. Ancora pochi i giovani. D’un tratto si fiondano due ragazze. Una bella e una brutta. Vanno diritte per la loro strada. Qual era? Non si sa. Comunque fanno il giro del bancone. Una capatina al bagno e poi fuori, ai bordi di un rettangolo verde di legno da cui si vedeva. Da cui si vedeva la luna. Ma loro non erano rivolte verso di essa. Guardavano l’entrata. A controllare gli avventori. La voglia di fumare era tanta. Magari un sorseggio di nicotina lo avrebbe aiutato a pensare meglio cosa fare e cosa dire. Il sangue cominciava a ribollire tutto felice al pensiero di una boccata di Diana o di Camel. Sapeva che le ragazze non gliel’avrebbero offerta. Lo percepiva. Le ragazze non offrono quasi mai le sigarette, soprattutto quando non sanno accorgersi della luna. Vicino a loro si ferma un ragazzo. Incline ad attaccare bottone. Ma lui, Andrea, non voleva disturbare né l’arte del corteggiamento del giovane e né le cosce in bella mostra della ragazza che se la tirava verso l’ingresso. Appena si allontana, si avvicina. Sapeva che non gliela avrebbe data. Sapeva che lo avrebbe confuso con il solito cascamorto che le muore di volta in volta davanti. Ma ci va.
Me l’offre una sigaretta? Chiede
Neanche si volta per rispondergli. Rimane girata verso un angolo oscuro del locale e le mostra la sigaretta quasi a fargli capire che era l’ultima. Quasi. Lui, Andrea, capisce al volo. Aveva ragione.
Grazie lo stesso.
Da lontano scorge due ragazzi che stavano fumando. La tentazione di fumare è troppa. Uno dei due gliela offre. Gli porge il pacchetto. Era realmente l’ultima. Non se la sente di levargli il piacere dell’ultima sigaretta. E dice:
No, è l’ultima. Non fa niente.
Il ragazzo insiste. A quel punto l’accetta. Era una Marlboro. Non le fumava da anni. Al primo tiro già la nicotina cominciava a farsi largo nei meandri dei polmoni e nei rivoli delle vene. Le sue mani iniziano quasi a sudare. Gli piaceva. Prosegue ad assaporare tutti gli effetti della droga. La ragazza che se la tirava tira fuori un’altra sigaretta. Le cosce sempre al vento, a favore dei nuovi arrivi. L’amica, invece, come la sua ombra, forse sperava in qualche resto. Andrea neanche se gliel’avesse messa davanti l’avrebbe desiderata, non le piacevano le donne che se la tiravano più su. Secondo lui non erano brave neanche a letto. E non la guarda più. Non ci fa più caso.
Si siede. L’effetto della nicotina passa. Ma è più sereno. Un altro brandy. Lo beve. Ora inizia l’alcol. Il vizio non si può fermare. Difficile. Il locale è pieno zeppo. Le ragazze sono tante. Belle. Bionde. More. Brutte, ma curate. Ah proposito, la bruttezza è un fatto soggettivo. Solo chi si sente brutta lo diventa davvero. Diversamente, chi sa usare le armi della vera femminilità è più bella di quella che è realmente. Chi, invece, se la tira, anche se bella, vanta sempre una bellezza solo tirata. Come una camicia bianca. Se si stropiccia sono guai per i cascamorti increduli.
Infrange, quindi, la promessa che aveva fatto. Ma si sa come vanno queste cose. Ognuno è sempre disposto a perdonare se stesso. Per quella sera non fuma più, però. Beve altri due brandy. Il suo stomaco non regge. Vomita. Prova a finire il bicchiere che aveva lasciato sulla sabbia per non disperderne il liquido. Si sente ancora male. La luna gli fa compagnia. Oh, la luna! Al ritorno dalla riva rivede quella coppia di ragazze che è sempre lì, allo stesso posto. Forse le uniche a non aver ammirato nemmeno per un attimo il fascino e la tristezza della luna. Non basta una gonna corta per rendere la vita migliore. Ma, forse, neanche una sigaretta.