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12 settembre 2010

Seteco, la Valle "Serralorda"

Da story

Valle Serramunda, per la “pulizia” delle serre.
In mezzo il fiume Amato.
Gli ultimi lamenti prima di raggiungere il mar Tirreno dalle fatiche silane.
Gli ulivi secolari.
Gli abeti rigogliosi.
I crinali delle colline rosse e a strapiombo.
Le umili casette dell’inizio del secolo scorso.
Tutto lasciava presagire un paesaggio incontaminato.
Un lavoro certosino ha fatto madre natura.
Poi è arrivata la promozione a zona industriale.
Il cemento.
La polvere della Calme.
La distribuzione della carne all’ingrosso.
La birra.
Le aziende di trasporti.
La casa editrice.
Infine, la Seteco, la fabbrica dei compost con le carcasse degli animali.
Infine, ma vi era già dall’inizio.
Un tumore che lacera il cielo e la terra.
Inferno e Paradiso convivono in località Serramunda di Marcellinara.
Ora non più “munda”, s'è lordata.
Serralorda, già Serramunda.




31 marzo 2010

Desy, l'inferno e la speranza

Da sinistra: Antonio Maduri, Maria Pia Furina e Giovambattista Scalise

Desy, come desiderio. Desy, come voglia di vivere. Desy, come voglia di amare. Desy, come essere amata. Desy, come essere stuprata. Desy,come essere salvata dai farmaci. Desy, come alcolizzata. Desy che non vuole più vivere perché vuole suicidarsi. Ma c’è un ma in questo inferno. Una speranza che alla fine del libro viene buttata lì. Come un raggio di sole nella vita di desolazione e sofferenza che gli è stata donata.
Desy è una ragazza normale. Con dei sogni normali. Con dei genitori come tanti. Ma con un’adolescenza violentata e con un destino che sembra accanirsi contro di lei. Il romanzo “Desy”, di Maria Pia Furina, edito da Ursini, è tutto questo.
Il libro è stato presentato oggi a Palazzo Fazzari di Catanzaro. Erano presenti, oltre all’autrice, Giovambattista Scalise, responsabile culturale dell’Accademia dei Bronzi, Vincenzo Belcamino, docente di storia e critico letterario, e Antonio Maduri, docente di Istituti superiori. Ad aprire l’orizzonte entro il quale si dipana il racconto ci ha pensato Scalise. L’universo giovanile del sesso, dello sballo, delle sfide, e dei rapporti con la propria esistenza. A dare, invece, man forte alla critica è stato Belcamino: “E’ un racconto drammatico”, ha detto. “Che mette il dito nella piaga dell’esistenza giovanile”, ha continuato. “Una torre di Babele di emozioni dove si sovrappongono sociologia, psicologia, e religione”, ha spiegato. “Un linguaggio da film. Con delle sequenze temporali simili a quelle delle sceneggiature di oggi”, ha commentato. “Che si legge d’un fiato”, ha affermato. Una descrizione certosina di un inferno, il suo. Ma c’è la speranza. C’è. “Bisogna avere speranza”, così risponde alla protagonista del libro, scritto in prima persona, il ragazzo di cui è innamorata.
Meduri, concludendo, ha rimarcato il filo della speranza nella fede e nel sentimento religioso. Come a volere sottolineare il fatto che, anche se presente alla fine, è come se avesse fatto da garante alla sofferenza di Desy per tutto il volume prima di farsi scoprire soltanto all’ultima pagina.


La copertina del libro

16 marzo 2010

L'Angolo dei sentimenti

Un cuore di pietra in una mano

Inauguriamo oggi una nuova rubrica: L'Angolo dei sentimenti. Vuole essere uno spazio aperto. Libero. Chiunque può commentare e contribuire ad arricchire questo ventaglio di emozioni. I più belli - a insindacabile giudizio del blogger - verranno aggiunti direttamente nel post. Iniziamo con una poesia scritta su un pezzo di carta dal titolo: "Quanti amori", che abbiamo trovato per caso in una bottiglia abbandonata tra i vicoli di Catanzaro.

L’amore ideale
L’amore vissuto
L’amore desiderato
L’amore immaginato
L’amore
L’amore
L’amore totale
Per le cose
E per le persone
Per l’umanità
Per il suo creato
Non lo so
Fra tutto questo amore dove collocarlo
Ma riflettendo per qualche attimo questo amore che vi descriverò è tutto questo
L’ho conosciuto
Ed è stata attrazione totale
Non solo per la fisicità da dea
Non solo per quello che mi dicevano i suoi occhi
E il suo sorriso luminoso come un’alba sul mare
Non solo il suo sguardo che calamitava il mio essere nel suo
Non solo il suo colore di pelle che sembrava un alabastro cangiante dai riflessi arcobaleno
Non solo la sua voce che era un suono melodioso dagli acuti strazianti l’anima
Non solo tutto questo
Ma c’era la sua anima
La sublimazione della libertà
Della giustizia
Dell’altruismo
Dell’attenzione
Dell’attenzione dell’altro per ogni pulsazione e battito del suo cuore
Lei emanava tutta la spiritualità che un’anima può avere
Tutto questo me lo faceva apparire e vedere come un’aliena, una creatura di un altro pianeta
Frastornato cercavo di comunicare da terreno, da umano,con il linguaggio che il mio linguaggio mi suggeriva
Con la speranza che lei potesse frustarmi
Di fronte ad una donna musica mi sentivo spiazzato, inadeguato
Ma nello stesso tempo coraggioso nell’affrontare una battaglia di cui non volevo immaginare l’esito
Con l’inquietudine
I primi segnali
Lei aveva capito tutto
Il mio essere
Lei aveva capito la mia follia d’amore
Lei aveva capito la mia adorazione
Lei era entrata nella mia anima
Lei aveva letto il mio cuore
Lei mi diceva che ero nel suo cuore dandomi un foglio con su scritto sopra queste frasi:
“L’uomo… l’io.
Non ha mai un solo colore:
Non ha mai un solo odore:
Non ha mai un solo amore:
Così come i miei occhi” si arricchiscono di mille emozioni:
Il mio essere partecipe alla danza
A volte leggero
A volte pesante della vita”
Nel lasciarmi questo scritto mi disse:
Quando mi ricorderai rileggiti queste parole

firmato: l’Alchimista dei sentimenti

21 marzo 2010

IL SOGNO DI UN BAMBINO

Quando ero bambino non volevo diventare principe…zorro, o superman ecc. ma sognavo e volevo essere un gabbiano. Ammiravo la sua bellezza, la sua libertà, l’eleganza del suo planare socchiudendo e aprendo le ali sulle onde del mare. Socchiudendole secondo il volteggiare tra disegni e acrobazie tra cielo e mare. Ma più di ogni altra cosa volevo essere un gabbiano “per amare”, come solo loro sono capaci. Il timido gabbiano in campo sentimentale ha molto da dire. Infatti nel periodo dell’amore le piume sulla testa cambiano colore. Lui si sente bruttissimo e talmente in imbarazzo da non fissare la propria comparsa. Fianco a fianco i gabbiani s’innamorano senza guardarsi, come Cyranò de Bergerac. La loro passione supera l’aspetto fisico, si nutre di fiducia, di fiducia totale: premesse da coppia “perfetta”. Ma in caso di litigio sanno come fare pace. Cominciando ad accarezzarsi e baciarsi. Con coccole d’abbracci. Tempo tre minuti e dimenticano tutto. I sentimenti contano più dell’aspetto e, nel periodo dell’innamoramento, i gabbiani assumono un travestimento di colore nero. Il piumaggio scuro li spaventa e allora sbirciano “e si fanno sbirciare”. Solo di nascosto. E così imparano ad amarsi al di là dell’aspetto, a darsi veramente fiducia senza lasciarsi ingannare da lustrini e apparenze. Ma a conoscersi con calma e pazienza. E a dedicarsi “anima e corpo al proprio compagno”.

Da adulto il mio desiderio di essere un gabbiano non è cambiato!

Ma mi sono dedicato con tanta energia perché questo sogno si concretizzasse nel segno della libertà e nella totalità dell’amore.

Non so quanto lo sia diventato gabbiano, ma se qualche volta mi sono comportato da uomo perdonatemi. Come umano sono suscettibile di sbagli

Firmato: l’Alchimista dei sentimenti

10 gennaio 2010

Il Quinto Stato


Foto di Franco Cufari

Alcune pallottole stagliano i casolari abbandonati senz’aria e senz’acqua
I negri reagiscono per non morire
Molti vengono feriti
Anche loro vengono feriti
Anche i poliziotti vengono feriti
Anche i cittadini vengono feriti
Gli unici a non essere colpiti sono quelli che hanno sparato per primi

I negri si rompono la schiena per un domani migliore
I negri raccolgono arance, pomodori e olive per un domani migliore per i loro padroni

Tutti sapevano
Tutti sapevano delle caserme dove abitavano
Tutti sapevano dei venti euro al giorno per morire prima
Tutti sapevano della Piana ricca di arance, pomodori e olive, e avida di cemento
Tutti sapevano della ‘ndrangheta

I negri si rompono la schiena per un domani migliore
I negri raccolgono arance, pomodori e olive per un domani migliore per i loro padroni

Il clero e la nobiltà generarono la borghesia
La borghesia generò i proletari
I proletari divennero Stato di Diritto e Mafia
Il Diritto e la Mafia generarono il Quinto Stato

I negri si rompono la schiena per un domani migliore
I negri raccolgono arance, pomodori e olive per un domani migliore per i loro padroni

Il Quinto Stato non è come la Rivoluzione Russa
Il Diritto e la Mafia hanno gli anticorpi
Il Diritto e la Mafia usano gli anticorpi per pulirsi la coscienza
Il Diritto e la Mafia conoscono gli effetti collaterali
Il Quinto Stato viene soffocato sul nascere
Meglio il Quinto che il Sesto Stato
Non ditelo al Diritto e alla Mafia

I negri si rompono la schiena per un domani migliore
I negri raccolgono arance, pomodori e olive per un domani migliore per i loro padroni

10 novembre 2009

Gioventù falciata


Maria Teresa Galea ed Ennio Cannistrà

Vite saltate sulle strade.
Vite consumate sui letti degli ospedali.
Vite andate via troppo presto.
Sono tutti giovani di Sellia Marina, dai dieci ai trentaquattro anni.
Venti gioventù abbattute da un destino schernitore.
Genitori senza una ragione.
Amici con gli occhi asciutti e con un nodo stretto alla gola.
Conoscenti increduli.
Campane che suonano lentamente.
Motori di moto e di auto che danno gas in loro memoria.
Ogni anno il ricordo.
Ragazzi che per ritornare a casa dalla scuola facevano autostop.
Ragazzi che non dicevano di aver salato la scuola alle mamme per non sentire il rimbrotto.
Ragazzi come tanti.
Ragazzi con gli occhi sorridenti.
Ragazzi che amavano la vita.
Ragazzi che sognavano una vita con il loro compagno (a) di banco, o con il bello (a) della scuola.
Laureati che non riuscivano a trovare lavoro.
Vite troncate da una curva presa frettolosamente, o non presa affatto per parlare con chi gli stava affianco.
Vite spregiudicate.
Vite tagliate in due nel giorno della maturità.
Vite galoppanti su cavalli felici e buttate a terra.
Vite terminate dopo un ciao.
Vite supplicate a ritornare giù da un Cielo che se li portava via minuto dopo minuto.
Vite da sballo.
Esistenze angosciate.
Corpi inermi a sirene spiegate per il Pugliese Ciaccio di Catanzaro.
Morti dichiarate da un anonimo medico legale.
Elettrocardiogrammi piatti.
Pianti disperati.
Cuori infranti.
Notti insonni.
Lacrime liberatorie.
Pensieri sul destino.
Ragioni irragionevoli.
Arrivederci.

Di seguito l’elenco degli angeli di Sellia Marina:

Giuseppe Quaranta nato 1/1/1981, morto 10/5/2001, incidente automobilistico, 20 anni

Maria Teresa Galea nata 9/11/1982, morta 20/4/2007, caduta dal cavallo, 25 anni

Francesco Gigurtini nato il 28/12/1988, morto 7/10/2006, leucemia, 18 non ancora compiuti

Pietro Paolo Pulella nato il 15/8/1984, morto il 11/11/2005, incidente con la moto, 21 anni

Gaetano Esposito nato il 14/1/1985, morto il 16/4/2006, incidente automobilistico, 21 anni

Luca Cristofalo nato il 12/3/1979, morto il 12/8/2006, incidente con la moto, 27 anni

Giovanni Chiaravalloti nato il 24/5/1984, morto il 10/9/200, incidente con la moto, 21anni

Serafino Gravino nato il 10/12/1986, morto il 19/12/2004, incidente con la moto, 18 anni

Sergio Barbieri nato il 17/11/1977, morto il 12/11/1998, leucemia, 21anni

Alessio Laura Stefania nata il 4/4/1975, morta il 25/2/1985, leucemia, 10 anni

Giuseppe Levato nato il 18/6/1965, morto il 20/10/1987 incidente con la moto, 22 anni

Carmela Garcea nata il 14/8/1970, morta il 28/9/1987, incidente stradale, 17 anni

Pasqualino Corea nato il 16/7/1978, morto il 5/9/1996, incidente stradale, 18 anni

Antonio Cianflone nato il 27/6/1971, morto il 29/1/1989, incidente con la moto, 18 anni non ancora compiuti

Rosetta De Fazio nata il 8/8/1968, morta il 9/2/1987, incidente automobilistico, 19 anni

Stefano Domenico Ciocci nato il 1/1/1974, morto il 31/12/2005, incidente automobilistico, 31anni

Ennio Cannistrà nato il 18/9/81, morto il 11/9/2007, incidente automobilistico, 26 anni

Francesco Arone nato il 26/7/1970, morto il 1/6/94, incidente, 24 anni

Antonio Francesco Costantino nato il 29/3/1975, morto il 24/10/2009, incidente, 34 anni

Luigi Migliazza, nato il 23/11/1978, morto il 3/9/2006, 28 anni


Ps

Ringrazio quei loro coetanei che mi hanno aiutato a raccogliere le notizie

8 novembre 2009

Antimafia tremula



Maurizio Gasparri al Premio Paolo Borsellino

Maurizio Gasparri dice che Paolo non aveva nessuna stima di Salvatore

Clemente Mastella al Premio Paolo Borsellino

Clemente Mastella, come Gasparri, forse è davvero un simbolo dell’Antimafia. Fatelo sapere al popolo delle agende rosse

Gioacchino Genchi non va al premio Paolo Borsellino

Gioacchino Genchi non vuole stare al fianco di Clemente & Maurizio

Giorgio Napolitano non va all’anniversario di Paolo Borsellino del 19 luglio 2009

Giorgio Napolitano ha ricevuto il premio Paolo Borsellino nel 1998

Aldo Pecora al Premio Paolo Borsellino

Aldo Pecora è il leader di Ammazzateci Tutti

Leo Nodari aggredito al Premio Paolo Borsellino

Leo Nodari non demorde dalle sue scelte

Francesco Saverio Alessio ed Emiliano Morrone si autosequestrano il sito

Francesco Saverio Alessio avrebbe accettato la sua candidatura per Idv alle prossime regionali

Giuseppe Scopelliti all’inaugurazione di Fondazione Scopelliti e Ammazzateci Tutti a Roma

Giuseppe Scopelliti candida Fausto Siclari a sindaco di Taurianova

Pierapalo Bruni indaga su Enrico Maria Grazioli

Luigi De Magistris si fidava di Enrico Maria Grazioli

Silvio Berlusconi vuole sconfiggere la Mafia

Silvio Berlusconi ha avuto come stalliere Vittorio Mangano. Ora ha Marcello Dell’Utri

Tanti gridano Antimafia

Porta bene parlare di Antimafia

Se non parli di Antimafia non vinci nemmeno le elezioni

Falcone e Borsellino parlavano poco di Mafia perché erano troppo impegnati a combatterla

25 ottobre 2009

In nome del popolo inquinato



C’erano i ragazzi delle scuole.
C’erano i familiari di quelli che sono morti per i rifiuti tossici.
C’erano i pescatori del Tirreno.
C’erano gli operatori turistici del mare.
C’erano le associazioni ambientaliste e le associazioni antimafia.
C’erano i sindacati.
C’erano i politici.
C’erano i sepolcri imbiancati.
C’erano i giornalisti di tutte le testate.
C’erano i Comuni.
C’erano i poliziotti.

C’erano gli striscioni delle scuole.
C’erano gli striscioni dei familiari di quelli che sono morti per i rifiuti tossici.
C’erano gli striscioni dei pescatori.
C’erano gli striscioni degli operatori turistici.
C’erano gli striscioni delle associazioni ambientaliste e antimafia.
C’erano gli striscioni dei sindacati.
Non c’erano, buon per loro, gli striscioni dei politici. Salvo le bandiere del partito dei Valori.
C’erano le passeggiate dei sepolcri imbiancati.
C’erano le macchine fotografiche e le penne dei giornalisti.
C’erano i gonfaloni dei Comuni.
C’erano gli scudi antisommossa dei poliziotti.

C’erano i ritornelli dei ragazzi delle scuole medie e superiori. “Le scorie in Parlamento!”
C’era il dolore dei familiari che sono morti per i rifiuti tossici.
C’erano le parole piene di rabbia dei pescatori.
C’erano le parole piene di sconforto degli operatori turistici.
C’erano le urla delle associazioni ambientaliste e antimafia.
C’era lo sgomento dei sindacati.
C’erano i silenzi dei politici.
C’erano le facce dei sepolcri imbiancati.
C’era la curiosità dei giornalisti.
C’erano i vigili con il cappello in testa che portavano i gonfaloni dei Comuni.
C’era l’elicottero dei poliziotti.

C’erano le domande della gente inconsapevole.
C’erano le domande dei politici consapevoli che dovevano, invece, rispondere.

Ad Amantea c’erano tutti quanti per manifestare contro le case e le scuole costruite con i rifiuti tossici.
Ad Amantea c'erano tutti quanti per manifestare contro le navi di rifiuti radioattivi affondate nel mar di Calabria.
Ventimila. Forse. O anche di più.
Qualcuno dice che erano di meno.
Ad Amantea non c’erano i mafiosi.



14 agosto 2009

Sersale, val bene un Inferno



“Ma lei vuole andare all’“Inferno””? chiede un signore di una certa età. E l’altro, che si era recato insieme alla famiglia a Sersale per vedere le famose “Valli Cupe”, rimane sorpreso dall’ardita, o quanto meno provocatoria, interrogazione dell’arzillo vecchietto. Il tempo di fare mente locale sul fatto che forse l’ “Inferno” è solo un nome di qualche posto del luogo e tutti, compresi i presenti che ascoltavano curiosi il dialogo, scoppiano in una liberatoria risata. Possono capitare anche gustose chicche di questo tipo a Sersale. La toponomastica supera finanche l’immaginazione e si adatta felicemente all’humour sano di stampo teatrale.
L’Inferno è una delle tante cascate dell’area Valli Cupe, sito fra i più interessanti d’Italia e di tutta Europa, sia dal punto di vista botanico che naturalistico. Sito che identifica specificatamente un Canyon lungo 10 chilometri ma si riferisce altrettanto liberamente a tutta l’area circostante. Secondo il naturalista belga John Bouquet sono “il mistero meglio custodito d’Europa”. Oggi ci pensa la cooperativa “Segreti mediterranei” a preservarlo e a farlo conoscere. E lo fa talmente bene che recentemente ha ricevuto il premio “Ok Italia” da Unicredit “quale esempio di eccellenza nel campo del turismo sostenibile finalizzato alla valorizzazione delle risorse naturalistiche e storico culturali della Presila catanzarese”. Una cooperativa nata dall’intuizione e dalla passione di un botanico doc, Carmine Lupia, vero deus ex machina dell’affaire “Valli cupe”.
Antichi borghi settecenteschi, alberi monumentali, cento cascate piene d’acqua (alcune superano gli 80 metri) e moltissime specialità botaniche ed etnobotaniche. Tra le cascate, sempre per rimanere nel linguaggio cristiano, c’è anche la cascata “Paradiso”, che ha una tipica bellezza spettacolare, per così dire. L’acqua che scende si apre a scenografici getti, via via interrotti dalla roccia prospiciente. L’Inferno, invece, no. È un getto unico. In una gola, come scavata da un vortice impazzito, a forma di cilindro. Ed è proprio l’abisso del laghetto che gli avrebbe, sembra, consegnato il nome. Non se ne conosce la profondità. Non offre una bellezza rassicurante, come quella del Paradiso, ma inquietante, almeno per le emozioni che ti suscita. Ti devi infilare in un laghetto gelido per raggiungerla. E una volta che sei nella gola ti guardi intorno e ti accorgi di essere tutto ad un tratto circondato, avvolto, protetto, minacciato (?) dalle rocce levigate dell’immensa montagna. A quel punto non hai più scelta. Ci sei dentro. Devi accettare la sfida e farti catturare da essa per liberartene del tutto. Una vera prova di coraggio. Che solo chi ci è stato, ed è tornato, può capire.
Sersale, val bene un Inferno.


Il Canyon

La sfida delle Valli Cupe, non solo Canyon e cascate

di Romano Pitaro

Cascate, un canyon di 10 chilometri e trattorie che non scannano il turista quando gli presentano il conto. Le Valli Cupe inanellano successi. Eppure non c’è stato finora alcun investimento pubblico per potenziarne il modello di sviluppo. Perché? Per fine ottobre è pronto un medio metraggio che verrà veicolato attraverso il Festival Internazionale di Cannes, San Francisco International film
festival e Los Angeles Film Festival,
sulla storia di Orfeo ed Euridice
ambientata nelle Valli Cupe. Supporta l’iniziativa la "Faiden Blass
Ent” in collaborazione con altre due importanti società
cinematografiche nazionali. Unicredit ha convocato a Torino l’ ex pastore della Sila Piccola: il botanico Carmine Lupia, l’anima delle Valli Cupe, “il mistero più custodito d’Europa” per il naturalista belga John Bouquet. La banca lo ha chiamato per premiarne sagacia e intraprendenza. Un riconoscimento: “le Valli Cupe
eccellenza in Italia per network, rete territoriale
d'impresa e innovazione e per il modello di sviluppo dal basso”.
Questo è Calabria. Giaculatorie, ma anche iniziativa e talento che emergono. Aree interne cariche di suggestione, il buco nero con cui la politica calabrese tarda a fare i conti, di colpo diventano fenomeni. Stupisce tuffarsi nelle acque cristalline del Crocchio e scoprire di non essere in Canada o in Trentino. A un salto dalla costa ionica sfracellata dall’abusivismo, l’incanto delle Valli Cupe è reso fruibile da giovani che hanno voglia di stupire, ma senza contare sul potente di turno che in cambio di voti sgancia risorse pubbliche. Le Valli Cupe sono diventate simbolo di un desiderio: far capire che anche qui si può “fare” . E senza obnubilare l'intelligenza di cui si trovano esempi spettacolari tra i monti della Sila in grado d’ impressionare il turista più scettico e registi della statura di Marco Risi e Marco Tullio Giordana, che a ferragosto hanno fatto il bagno nella cascata dell’Inferno. Non hanno mai chiesto un euro pubblico le Valli Cupe. La Cooperativa Segreti Mediterranei, che le ha “inventate” e le “offre” a chi voglia infilarsi nella fenditura di dieci chilometri del canyon o tuffarsi nelle acque nitide delle cento cascate che rendono la Sila piccola “uno dei più importanti paesaggi d’Italia”, vive con le proprie forze. Senza finanziamenti pubblici, però l’altro giorno le Valli Cupe sono diventate un “caso” di cui si è occupato due volte il Tg 2 e il 6 agosto il Tg1. La storia dell’ex pastore di Sersale, prima in Australia in cerca di lavoro e poi dottore in agraria a Piacenza prima di scegliere di vivere in Calabria, l’ha vista l’Italia in prime time . Dalle Valli Cupe traggono un reddito trenta giovani che hanno deciso di investire su se stessi. Un pezzo di Calabria attira l’attenzione dell’Italia non per problemi di criminalità, ma per la volontà di rompere con il clientelismo e valorizzare la ricchezza ambientale, grazie anche ad un’inedita sinergia tra i giovani di Lupia e il Comune di Sersale (epicentro dell’area) che ha favorito sempre le scelte della Cooperativa.
I giovani di Lupia hanno tanta voglia di farcela, ma senza cedere a pressioni e ricatti, usi e costumi di una Calabria in cui la politica è tutto (o quasi). Ed è un tutto che spesso guasta ciò che tocca. Un simbolo anche concreto. Non soltanto perché 25 mila persona l’anno scorso sono andate a visitarle e neanche per le diversità botaniche, idriche, climatiche, antropiche che le rendono accattivanti. Ma perché hanno accettato la sfida di rinnovare il rapporto tra il calabrese e il suo mondo. E ci stanno riuscendo con la presunzione di essere un modello per altre aree (Trentino, Veneto, Lombardia). “Cupe”, hanno detto, vuol dire spaccate. L’aggettivo ha a che fare però col carattere di noi del profondo Sud italiano che non abbiamo mai saputo valorizzare i nostri beni naturali. Qui i giovani delle Valli Cupe intendono vincere la scommessa del loro futuro. Ti guidano nella scoperta di luoghi incantevoli, rarità come la Woodguardia radicans che evoca i dinosauri e leggende come quella del paladino Orlando che uccide la strega maligna. Di questi giovani, che difendono il business costruito con le loro mani, si sono accorte Istituzioni nazionali ed europee; Il Tg1 ha mandato in onda immagini di cascate ricolme d’acqua; la prestigiosa Società Botanica italiana è stata in missione nella Piccola Sila; svariate Università hanno siglato con la Cooperativa di Lupia protocolli d’intesa; l’agenda dei giovani, fitta d’appuntamenti, segnala la curiosità enorme verso le Valli Cupe. Sarebbe un gesto davvero perspicace l’interesse della Regione Calabria per un modello di sviluppo sorto dal basso. L’esperimento delle Valli Cupe, che vede sfilze di turisti da ogni parte d’Italia inerpicarsi nella Sila, va elogiato per l’ originalità e tutelato poiché ha in sé il “Dna” dell’individualismo calabro che si affranca dal cupo risentimento e vince facendo rete. Ma allora cos’è che impedisce di potenziare e moltiplicare questo lembo di turismo felix?


Per sapere altro sulle Valli Cupe collegati al sito: vallicupe.it

12 agosto 2009

I liberi pensieri di Rocco Liuni


Emilio Grimaldi e Rocco Liuni al Palazzo Fazzari di Catanzaro*

Un uomo, dice un vecchio adagio, nella vita ha due impegni: costruire una casa e piantare un albero. Rocco Liuni la sua casa l’ha già costruita da tempo, la sua famiglia, gli mancava l’albero. Quasi di nascosto, come per ritagliarsi un tempo speciale, e lontano dalle responsabilità quotidiane, lo ha annaffiato, curato, e lo ha delicatamente messo al sicuro fino a che non è cresciuto del tutto. Eccolo: “Pensieri in libertà”. Gli ha dedicato un’attenzione particolare, ha centellinato ogni emozione traducendola in parole e in pensieri in libertà. Dice di “non avere la pretesa di essere uno scrittore, e quanto meno un poeta”, ma “i fotogrammi che riesce a scattare”, dei suoi sentimenti, hanno un valore universale perché l’emozione, anche se squisitamente individuale, si slancia in un orizzonte che accomuna tutti gli uomini. Ne deriva un insieme di pagine, che sembrano apparentemente scoordinate, la prima parte consta di dieci racconti, la seconda di 41 poesie. Un insieme, quindi, che pare smembrato, di soggetti, uomini e donne, di emozioni e pensieri, senza un ordine ben preciso. Ma un ordine, a guardare bene, in realtà c’è. E Liuni lo prende a prestito dalla vita stessa. E proprio da qui che si dipana il suo dire e scrivere. Ogni racconto è un’esperienza a sé, così come ogni poesia. La differenza delle due modalità di scrittura è nella sostanza. Mentre le poesie sono delle gemme che aspettano che sia il lettore stesso a farle sbocciare. I racconti sono dei quadri già belli e fatti. Devono solo essere letti e ammirati, come dei fotogrammi in cui il Liuni ha dipinto e vestito le sue emozioni con abiti universali. Nel loro insieme, racconti e poesie, sta la forma e lo sviluppo del libro. Se lo leggete non preoccupatevi di fare le orecchiette perché molti pensieri in libertà si completano confrontando proprio il suo viaggio prosaico con quello poetico. Ed è di ausilio, questo elementare uso del libro, quasi come un viverlo pienamente, per un parallelo aperto dei suoi pensieri, per passare più facilmente dai suoi racconti alle sue poesie. Questa la forma, del volume. Ma l’essenza vera, di tutti i sentimenti e pensieri dello scrittore, quella da cui il Liuni sviluppa il testo è la donna. La donna è dove lo spirito dell’uomo trova soddisfazione e completezza in un rincorrersi di sentimenti. Un incontro dove, l’uno non può fare a meno dell’altro. L’incontro fra il poeta e la donna è sempre stato presente nella storia della letteratura. Come un colloquio immaginario fra spirito e materia. Dove il poeta si disfà della sua maschera per raggiungerla, e dove, ancora, la donna scopre il suo abito corporeo per abbracciare lo spirito in un orizzonte comune di identità. Siamo quindi alla cornice del libro. Una cornice che riflette le immagini che vi sono all’interno. E le immagini sono colorate di emozioni, di impressioni forti, quasi irrazionali, ma belle. Sono tutto questo perché sono vive, come la stessa donna dall’inizio dei tempi. Come anche l’uomo. Ecco perché ha voluto che nella locandina venisse scritto: “Un libro dedicato alle donne, e da far leggere agli uomini”.

Nella “Leggenda del fiore che diventa donna” leggiamo:

“Petali sembravano le sue ciglia, così come il suo corpo flessuoso e aggraziato era simile allo stelo di un fiore. Ma, ahimè, con queste qualità esteriori tutti la vedevano come una bella donna , mentre nessuno intravedeva in lei la delicatezza, sensibilità e fragilità di un fiore come era la sua natura. e, di questo lei ne soffriva, perché mal sopportava le intemperanze umane, cattiverie, invidie; si vedeva esposta al freddo dei sentimenti”.

La donna di Liuni è bella. Di una bellezza tutta interiore. Che richiama la sua femminilità, e sensibilità. Che sa sprigionare amore. Tenero e struggente il suo racconto “Il sogno di Rebecca”. Dove lei, studentessa, si innamora del suo professore. Ed è assillata da mille dubbi:

“Come la vedeva il suo professore? Come la giudicava? Imbarazzata, confusa, sbarazzina e sensuale, bruna dagli occhi chiari con il corpo ben fatto, dall’andatura elegante o inadeguata, ingenua. Troppo giovane?”

I suoi pensieri non trovano solo ospitalità nella donna. Ma anche nel “Padre”. Attraverso il genitore riesce a raggiungere sfere spirituali con una tale interiorità d’animo che farebbero invidia anche la donna stessa. Nel suo racconto: “L’orfano”, narra la storia di un orfano che in occasione del Natale è lui che scrive le lettere lasciandole sotto il piatto ai figli:

“Poi sono diventato padre di tre figli… le prime lettere natalizie, sotto il piatto: “io padre”, la commozione mi prendeva pensando che loro potevano dire: “cari papà e mamma” che ero stato. Le lettere dei figli seguono la tradizione dettata dalla loro crescita: prima maggiorenni, poi l’università… scusandosi che sono grandicelli per le lettere di Natale. Così, nel ricordare l’emozione che provavo io nel leggere di mia madre, mi spingo a fare quello che faceva lei: le scrivo io a loro.”

Nell’ “Attesa”, riscopriamo una storia d’amore moderna, per così dire. E’ descritta come un’avventura, una cotta, per dirla come i giovani di oggi. Ma anche qui l’autore imprime il suo humus. Passano gli anni e lei continua a ricevere gli auguri di Natale dal suo antico amante.

“Mia figlia, ormai ventenne, mi chiede di chi è il biglietto augurale che puntualmente arriva ogni Natale: fra il sorriso e la tristezza le rispondo: “E’ il mio angelo”, non senza provare una stretta al cuore”.

Ai suoi lettori, l’autore non rilascia consigli. Ognuno è medico di se stesso, come ognuno è libero di decidere come vivere la propria vita. Tuttavia se c’è una cosa che bandisce sono gli uomini che rispondono alle seguenti caratteristiche:

“Bisogna difendersi dai furbi, dai prepotenti, dagli opportunisti, da chi non si commuove mai, da chi non si stupisce più di niente, da chi non vede la poesia della quotidianità e giudica la gentilezza una perdita di tempo. Cercare i nostri eroi non è facile, ci sono uomini e donne coraggiosi della porta accanto, che in silenzio perseguono questi desideri; bisogna offrire ad ogni uomo le stesse opportunità. Continuare a sperare nel futuro è necessario perché non ci sono sogni impossibili. Bisogna cercare di investire le nostre forze in un’opera di utilità generale e di non cadere nella trappola dell’indifferenza, il segno sacro della miseria: essa non servirà a nessuno e su di essa nulla può essere edificato”.


Lo scan della poesia: "Ti voglio Bene"

Allo scrittore Rocco Liuni sono giunti dei commenti per posta tradizionale, ne pubblichiamo alcuni:

Amore e non guerra! Insisti ancora anche perché - solo tu - con le tue poesie invii stimoli e potrai cambiare qualche cosa!!
Anonimo

Il tempo è inesorabile; bisogna vivere la vita come lo scorrere del tempo. C’è chi lo soffre senza avere rimpianto del passato vivendo il presente e sperando nel futuro
Anonimo

… chi con tanto sentimento dentro non sarebbe riuscito a trasmettere altrettanto … Bravo!
Antonmaria

Un bimbo nella sua pura innocenza non sa concepire che la vita non è sempre azzurra: di fronte a una perdita di un caro affetto si domanda e chiede spiegazioni a cui riceve risposte, che non riesce a capire fino in fondo ma che è costretto ad accettare. La vita bisogna accettarla così come è. A tutte le età.
Mirarchi

Complimenti! sei riuscito perfettamente e abbondantemente a spiegare con i tuoi scritti come capire l’amore … e chi attraverso la lettura delle tue poesie ha appreso come fare per cominciare amore non ha sentimento dentro.
Anonimo

Quanto amore!! E che Amore! Amore filiale, amore paterno, coniugale, fraterno!!! Complimenti
M.L.

L’amore come sentimento universale pervade i versi di Liuni … Non solo amore per la sua famiglia, quindi, ma un forte sentimento che si lega alla speranza di “un mondo d’umano calore, … un mondo di pace” … Un mondo difficile, allietato dai versi di questo poeta
Rossella Cerminara

Con estrema semplicità e dolcezza ritorna tra le righe l’amore per la famiglia. Forte, eterno, esso va oltre la morte, il cui tema riaffiora tra i versi, ma sempre con un barlume di speranza … perché l’amore vero rimane in fondo al cuore per l’eternità
Angela Rubino

Rocco Liuni a pag. 116 nel brano: “So che tu sei” indica, col linguaggio semplice dei versi e dei sentimenti, i sentieri che, nella quiete familiare e nella pace della natura, l’anima percorre per arrivare a Dio. Nella speranza, tuttavia, un grido disperato: “Aiutami, fatti trovare”. Il Cristo di Pascal: “Non mi avresti cercato se non mi avessi trovato”. Il cammino è già finito? Solo la sofferenza e il dolore portano quella tensione che supera i confini dell’ovvio e danno misura alla contemplazione e all’Arte. Nella notte scura di S. Giovanni della Croce l’anima subisce la tentazione d’inclinarsi al più facile, al più saporoso, al risposo. Invece, “quando tu giunga ad avere il tutto, tu devi possederlo senza voler niente”. Auguri
Antonio Benefico

* il 14 dicembre 2008, giorno della presentazione de "Pensieri in libertà" di Rocco Liuni, edito da Calabria letteraria

29 luglio 2009

L'ora blu



di Elena Bartone

L'ora blu

L'ora blu arriva
e si posa leggera sulle foglie
e sulle erbe, sui giardini
dimentichi del giorno,
sui petali assopiti
dei papaveri,
sulle umane fatiche
che attendono il ristoro.
Sfumano i contorni
delle cose mute
che aspettano le tenebre
e i tepori della sera.
Tacciono i merli
accoccolati ni nidi.
L'aria torna silenziosa.
Il creato si veste d'armonia
e le favole catturano
i pensieri e le parole.
Un sibilo di gioia
raggiunge l'anima protesa
verso l'infinito
in cerca d'oblio
fuori del gorgo
e delle spirali dell'esistere.

Elena Bartone, poetessa del crepuscolo

La Poesia è l’arte di rappresentare in versi le cose, i fatti, i sentimenti con verità e bellezza. Il poeta attraverso la poesia è colui che nota, percepisce le cose in maniera spesso sublime. Secondo alcuni filosofi dell’ottocento, la poesia è il luogo in cui conscio e inconscio, particolare e universale, si incontrano. Il mondo della poesia di Elena Bartone, poetessa di Torre di Ruggiero in provincia di Catanzaro, è un mondo sublime. Leggendo le sue liriche il primo impatto è quello di avere di fronte una personalità sensibile e complessa in cui si mescolano, si agitano sentimenti di vario genere, a volte tra loro contrastanti. In un secondo momento, si impara ad apprezzarne la bellezza, l’intensità e la profondità. La poesia di Elena, è molto sentita dal di dentro, intimista. I versi risultano essere modulati, vissuti, sentiti nel profondo dell’anima. E’ poesia spontanea, vera, da essa traspare la sua personalità sensibile che in un primo momento sembra essere arrendevole agli eventi della vita, alla realtà, fatta a volte di momenti di sofferenza e sofferta solitudine ma che subito dopo, può anche sfociare in speranza nella vita, nel futuro, nel domani, speranza che ha fatto superare all’autrice gli ostacoli che la vita stessa le ha posto innanzi. Tuttavia, i ricordi dolorosi del vissuto, ritornano, si fanno comunque spesso presenti nella poesia di Elena e ciò accade soprattutto in momenti specifici della giornata e cioè alla sera, al crepuscolo, nel momento in cui il giorno finisce. E’ proprio alla sera, quando intorno si crea silenzio che: "I pensieri rallentano la corsa danzano nella stanza muta", dice Elena, quindi tornano e si fanno tutti presenti. Ecco perché Elena è la poetessa del crepuscolo, inteso come aggettivo che connota la sera e non è un caso che la raccolta di poesie pubblicata lo scorso anno, si chiami proprio “L’ora blu” dal titolo stesso di una lirica in cui è evidente come la sera: l’ora blu che arriva e si posa leggera rappresenti per Elena e per il mondo che la circonda, il momento forse più atteso in cui il mondo esterno riposa, l’aria torna silenziosa e l’anima è protesa verso l’infinito, quindi, è il momento propizio in cui essa può vagare libera, fuori da ogni regola e complicazione “dell’esistere”, protesa, senza catene. Tra i ricordi di Elena ritornano spesso anche quelli legati alla sua terra, al luogo natio: "la mia Calabria è viva, palpita di luce e di lampare…" Elena è una donna del Sud legata alle sue origini, alle sue radici, alla sua gente e ai ricordi di quanto vissuto. Nelle sue poesie ritornare con la mente al paese dal quale è lontana a volte la rende malinconica. La poesia di Elena si colloca tra realismo e simbolismo lirico. Per lei la realtà che la circonda, il mondo, osservato con gli occhi e l’anima del poeta, diventa teatro delle proiezioni interiori, della ricerca di autenticità, momento di pura e profonda percezione immediata delle cose e dell’esistere ma nello stesso tempo, momento di riflessione sulla vita, sul dolore e sul volerlo superare perché in ogni caso, la vita chiama. Anche se spesso l’io, la sua anima vanno oltre la realtà o con la realtà diventano tutt’uno ma sublimandola, la coscienza e la memoria diventano poi le vere protagoniste, soprattutto la coscienza vigile e realistica. "Cosa sarebbe la mia vita senza poesia…Mi sussurra parole d’infinito quando al crepuscolo si schiudono i gelsomini…Mi ricolma d’oblio quando nell’attesa del domani ricompongo le sconfitte delle sorti e riprendo il mio cammino..." Tramite la poesia Elena materializza la sua sofferenza per esorcizzarla e per renderla meno dolorosa; materializza la sua percezione di quanto la circonda e la percezione dei ricordi del vissuto, ella ricerca un contatto autentico con la realtà, cerca di sondare, leggere il senso nascosto dell’essenza. La sua poesia si fa contemporaneamente ratio, consapevolezza che il vivere è sofferenza ma nello stesso tempo, ella nutre speranza in un domani migliore…Risali la cima degli eventi e regala momenti di vita e risorse, di sogno e di speranza al tuo transito terrestre sotto arcobaleni trionfali di colori e concordia. Un messaggio questo, positivo, che invita in sostanza a superare il dolore.
(Tratto dalla presentazione di Anna Maria Colabraro: "ELENA BARTONE poetessa del crepuscolo")

28 luglio 2009

Parole erranti 2009. Il giornalismo fra censure e veline, dalla guerra di Crimea ai giorni nostri


L'opera del pittore Domenico Iervasi sul Festival della letteratura, giunto alla VI edizione, organizzato da "La Masnada" di Cropani

“In tempo di guerra la verità è così atroce che bisogna coprirla con una cortina di bugie”. Giornalisti rinchiusi per non vedere e non scrivere, giornalisti in gattabuia, giornalisti uccisi per non poter più nuocere. E ancora giornalisti di regime e, infine, militari che si sostituiscono ai giornalisti per far vedere all’opinione pubblica solo quello che vogliono far vedere.
14 novembre 1854 – 23 aprile 1999, quasi 150 anni di giornalismo di guerra. Andrea Giannasi, direttore di Prospettiveditrice, durante la sesta edizione del Festival della Letteratura (Parole erranti 2009) organizzato dall’associazione “La Masnada” di Cropani, li scorre come un calendario passando per tutte le guerre che si sono fatte e che hanno avuto nella figura del corrispondente di giornale un momento indispensabile di quella propaganda dei governi che avevano bisogno che “le mamme non sapessero come i loro figli andavano a morire” per continuare a combattere la loro di guerra.
Il tutto ha avuto inizio quando William Hovard Russell, del Times di Londra, nel 1984 andò in Crimea e cominciò a scrivere come morivano i figli degli inglesi. Il governo non approva, e urla: “Censura!”. La verità stava serpeggiando come un virus nel consenso popolare e allora il governo manda il suo fotografo più bravo per raccontare la loro di “verità”. Soldati che prendono il thè, soldati sdraiati comodamente sui prati. “La guerra diventa un picnic”, annota Giannasi. Il popolo inglese è colto da un dubbio amletico: a chi doveva credere, alle scatti fotografici o agli scritti di Russell? Alla fine darà ragione ai volti immortalati dei loro figli più che all’atroce verità del giornalista. La censura, allora, diventa una norma degli Stati nel loro rapporto con la libertà di stampa. Durante la Prima guerra mondiale anche le lettere dei soldati vengono approvate con il “visto” della censura. La Grande guerra è anche quella del primo scoop falso. Un corrispondente mette insieme due foto, una di militari inglesi morti e un’altra che riprende una fabbrica di sapone. I tedeschi erano così macabri che con il corpo dei caduti ci facevano il sapone. Lo scoop riesce, il messaggio che si voleva far passare passa, ma è una bugia grande quanto una casa. In Italia arrivano le “veline” del ministero fascista. Guerra d’Etiopia, i giornalisti sono troppo lontani dai luoghi di combattimento, e scrivono storie quasi inventate, non sono sul campo. 1943, un corrispondente americano scrive che gli americani fucilano una sessantina di italiani che si erano arresi. La notizia non passa inosservata. Fa male agli americani sapere la verità. Guerra di Vietnam, forse la prima guerra potuta raccontare per filo e per segno dai giornalisti fino a quando non vengono allontanati. 1979, l’Unione sovietica invade l’Afganistan. Nessuno saprà mai cosa sia successo veramente a parte un articolo che descriveva la morte atroce dei figli della Madre Russia lasciati morire con la pelle sguainata. Le mamme non vogliono che i loro figli muoiano così. Guerra del Golfo, 17 gennaio 1991, le immagini del bombardamento di Kuwait sono riprese dai militari. I 150 anni finiscono quando durante la guerra del Kosovo viene bombardata la sede della televisione dei ribelli contro il regime nel 1999. Finisce l’era eroica dei giornalisti di guerra.
L’epoca contemporanea la racconta Franco Dionesalvi, giornalista e scrittore. Nel maggio scorso il Tg1 fa scorrere una notizia: “Pattuglia italiana ha aperto il fuoco in un posto di blocco. Nell’auto un bambino morto”. “La costruzione del pezzo è monco del nesso causale: non si dice apertamente che sono stati gli italiani a uccidere una famiglia civile afgana”. Agli occhi e alle orecchie degli italiani che ascoltano questo fatto viene “sublimemente eluso”. Nel mese scorso sempre il Tg1 informa di una macchina andata a fuoco, per un incendio doloso, di proprietà di una di quelle ragazze immagine ricevute a Palazzo Grazioli durante i festini del premier Berlusconi. Il giornalista, in questo caso, si prende la liceità di scongiurare il fatto che l’incidente, accorso alla veemente signora, possa essere legato alle ore piccole del Cavaliere, ma “al suo passato tumultuoso”. Non è la voce della Procura che ha indagato, eppure il giornalista si prende la briga di sottolinearlo per depistare l’opinione pubblica dal dubbio. “Invece, un’informazione onesta è quella che riesce a essere problematica, che riesce a dare ai suoi lettori l’opportunità di porsi delle domande”, spiega Dionesalvi. “Un’informazione onesta è quella che ci dice di quanti italiani sono stati feriti in Afganistan, ma anche di quanti afgani sono stati ammazzati”, continua. “Viviamo un’epoca dai mille canali, ma dal pensiero unico”, incalza. Esemplare, in questo senso, è la voce stereotipata e meccanica delle stazioni ferroviarie che fino a quasi dieci anni fa annunciava il ritardo dei treni così: “Gentili signori viaggiatori”, oggi, invece, si limita a dire: “Gentili clienti”. “Siamo diventati solo dei clienti, non solo per Trenitalia. Pier Paolo Pasolini aveva ragione quando parlava di edonismo consumistico”. Tutto è giustificato dalle logiche del consumismo. “I giornali ci sbattono in prima pagina l’opinione dei calciatori sui problemi attuali della società perché fanno vendere più copie, mentre vengono emarginate quelle dei poeti e degli scrittori”, dice. Ma non tutto è perduto, oggi grazie a internet tutti possono ritagliarsi il proprio spazio, tutti hanno l’opportunità di esprimere liberamente la popria opinione”. L’incontro è stato moderato da Gianluca Pitari, masnadiero della prima ora.


Da sinistra, Andrea Giannasi, Gianluca Pitari e Franco Dionesalvi

26 luglio 2009

Gerace, Paradiso d'Europa



di Franco Loschiavo

A Gerace

Aleggiano, talvolta sulla Locride
In faccia al Mar Jonio,
Miti e leggende dell’Antica Ellade:
Gerace, lassù, da mill’anni,
In cima alla rocca.
Par, nella sera, ergersi,
Più maestosa
Mentre, d’un tratto,
E’ ravvolta dai rossastri riverberi
D’un crepuscolo d’oro.
Ama, forse, ornarsi a festa
Con tutte quelle lampade accese.
Or ch’è chiamata a “rivivere”
Glorie e splendori d’antiche epoche?
Pensile gemma tra cielo e terra
È tornata or ora a “fiorire”
Come celeste giardino,
Grazie a un incantesimo accaduto quassù
Quando, nella magica luce
Dei Gemelli,
Apparve ad un tratto Gerace

- Paradiso d’Europa –

17 luglio 2009

Se bastassero quei click...



Accozzaglie di casette, una addossata all’altra. Vicoli ricoperti dal cemento, che salgono e scendono. Il castello dei conti d'Aquino che si erge solenne, come anche il campanile dell'Annunziata. Un'icona achiropita della Madonna Nera. Palazzi antichi e chiese antiche. Testimoni fedeli di una storia che fu. Una storia importante per tutta la regione, asseriscono gli studiosi. Visi contrassegnati dalla fatica e rigati dal sole. Gente rassegnata a un destino non sempre benevolo, ma orgogliosa dei propri nipoti che lavorano al Nord o all’estero.
Ed è proprio dal lontano Nord d’Italia e dal resto del mondo che riecheggiano i click del pc che scrivono Belcastro, quale centro storico più bello della Calabria, nel sondaggio proposto da il Quotidiano. Belcastro non è il centro storico più bello della Calabria. Ve ne sono molti altri di più belli. Ma quei click giovanili che hanno scalato la classifica degli altri più blasonati, in un duello curioso con Sellia, altro centro catanzarese, sono la dimostrazione di un amore mai sopito verso il proprio paese. Un amore lontano, che si nutre di se stesso attraverso le immagini sbiadite dei ricordi.
Un amore proporzionale alla sua cura e valorizzazione. Maggiore è la decadenza, maggiore è l’affetto. Se gli amministratori dell'ente locale avessero solo una parte della considerazione che hanno i propri ragazzi del loro paese, Belcastro, di certo, non vincerebbe il sondaggio, e né si piazzerebbe tra i primi posti, ma diventerebbe sicuramente una tappa fondamentale del turismo calabrese, artistico e storico.
In filigrana i click del pc si augurano questo.
In filigrana la scalata della classifica è un messaggio, un appello, un grido di aiuto. Che non rimanga inascoltato!

10 giugno 2009

Il gesto d'amore più bello


Francesco Vitale

Ci sono cose, esperienze, nella vita, che trascendono l’umano sentire. Che esulano dai valori mondani. Che fanno sorridere se messe a confronto con le inquietudini dell’uomo di oggi, se si ha il videofonino di ultima generazione, o anche la macchina all’ultima moda. Ci sono cose che stanno lì, a mo’ di testimonianza per l’eternità. Che nessuno osa o può cancellare dalla memoria. Che ti fanno capire quali sono le cose importanti nella vita e quali, invece no.
Ci sono cose che non cambiano il destino degli uomini, ma che gli “danno certamente uno schiaffo”, così racconta Francesca Vitale, figlia di Francesco, morto per un’emorragia cerebrale quasi tre anni fa. Che danno uno schiaffo alla morte attraverso la vita stessa. Quando gli è stata diagnosticata, a lei, alla madre e al fratello maggiore, i medici hanno detto se erano intenzionati a donare i suoi organi. I due reni e il fegato. Hanno risposto subito di sì. “Era la cosa più giusta perché bisogna aiutare chi sta male”, spiega Francesca.
Francesco era andato in pensione da poco, da un anno e mezzo. Ha lavorato per 38 anni nelle ferrovie. Faceva il macchinista. Ed è morto all’età di 56 anni. Per fare il concorso si è recato a Milano insieme ad altri suoi compaesani. Subito dopo la prova scritta degli esami tutti i partecipanti uscirono fuori dall’edificio, spaventati dalla grossa deflagrazione di Piazza Fontana. Era il 12 dicembre 1969. Per tutta la vita non riuscì mai a dimenticare quel frastuono devastante della bomba in cui morirono 17 persone e 88 rimasero ferite. Dopo 11 anni di lavoro a Milano, e nel Nord d’Italia, decide di far ritorno nella sua terra, in Calabria. Si trasferisce con la famiglia nel paese della moglie, a Sellia Marina. Rimpiangeva il sole e il clima temperato della sua terra. Di lavoro con la neve alta anche mezzo metro, e con temperature che d’inverno raramente sfioravano lo zero, ne aveva fin troppo. Gli mancava soprattutto il mare. Il suo mare. La sua grande passione. Si era comprato un catamarano. A lui piaceva sferzarlo, il mare. Con il vento né troppo forte e né troppo lento. Ci voleva il vento giusto per sfidarlo, il mare. Il lavoro era sempre duro, massacrante. Ma lui, dalla sua aveva la famiglia e il mare. Era felice. Sempre sorridente, generoso. Dopo 38 anni di servizio va in pensione. “Ora ho più tempo da dedicare alla mia famiglia e al mio mare”, pensava. Anche i colleghi di lavoro gli mancavano, però. Quei colleghi con cui aveva condiviso una parte della sua vita appena vinto il concorso a Milano. Si avvicinano le feste natalizie. E lui decide di andare a trovarli nella stanzetta dove si riuniscono a Catanzaro Lido per fargli gli auguri. Era il 19 dicembre 2006. Lì si sente male. Emorragia cerebrale. Non c’è più niente da fare. Elettrocardiogramma piatto. Così all’improvviso. “Non ha sofferto”, rassicurano i medici. Mancano due giorni al Natale, e Francesco Vitale se ne va per sempre. Mancano due giorni a Natale e i familiari vengono informati che una parte del corpo di Francesco può essere il regalo più bello per altri che stanno soffrendo. “Bisogna aiutare chi sta male”, ricorda la figlia. E non ci pensano due volte. Rispondono di sì. Anche dopo sei ore, quando viene loro richiesto. Così dice la legge. Uno ci può anche ripensare. Loro non ci hanno ripensato. “E’ uno schiaffo alla morte, io la vedo così”, dice Francesca. “E credo che anche lui avrebbe accettato. Aveva la sindrome del camice bianco. Era pauroso. Ma per le cose importanti non ha mai avuto paura”. Ricorda ancora Francesca. Oggi è possibile, ma non si sa con precisione, perché la legge vieta di ricevere informazioni entro i cinque anni dalla donazione degli organi, che altre persone stanno continuando a vivere grazie al gesto d’amore dei familiari. È stato loro riferito solamente che un rene è stato trapiantato in Toscana, e l’altro rene e il fegato in Sicilia.
Francesco Vitale non c’è più. Se n’è andato in punta di piedi. Senza disturbare nessuno. Ha vissuto una vita felice. Una felicità che ha voluto trasmettere anche dopo la morte. Di lui rimane il ricordo dei suoi amici, dei suoi familiari. E qualche suo organo che ancora continua a vivere. Che ha aiutato altri a vivere meglio. “Bisogna aiutare chi sta male, la pensava così”, ricorda la figlia. Non ha potuto vincere la battaglia contro la donna con la falce. Ma gli ha dato uno schiaffo. Che si è tradotto in un gesto d’amore. Il più bello per un uomo.