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27 maggio 2013

Terence-Spencer

Terence insieme alla madre

Si chiama Terence-Spencer. Un binomio occasionale, a ricordo “dell’unica coppia del cinema al mondo a non aver mai litigato”: Bud Spencer e Terence Hill, secondo la confessione degli attori, Carlo Pedersoli e Mario Girotti.  Ha solo 5 anni, diviso tra la Spagna e l’Italia, reclamato dalle Procure di Arona e di Catanzaro, e soprattutto conteso dai rispettivi genitori, Rosanna ed Alexander. Una storia d’amore e d’odio, di sottrazione internazionale. Una storia segnata da un destino capriccioso.

12 marzo 2013

Zagarise - Sersale. Così vicini, così lontani

Le Valli Cupe e le Cascate, reclamate sia da Sersale che da Zagarise

Spadafora Giuseppe è un revisore contabile. Nientepocodimenoche del Comune di Zagarise. Un Comune ballerino, tra i più ridenti della provincia di Catanzaro. Dove c’è l’aria più pulita d’Europa e dove crescono le zucchine nelle vasche del depuratore. Dove le auto dell’Ente vanno in giro senza assicurazione e dove il sindaco si è candidato per la Lega Nord di Trota e Tremonti. Un paese dalle mille risorse e dalle mille contraddizioni. Ambientali e umane. Molto umane. Il contabile è riuscito nell’impresa di farsi rimborsare le spese di viaggio sostenute. 557,12 euro in meno di un anno di lavoro.

13 settembre 2012

La Cropani – Sersale sarà conclusa nel 2014. Forse

Un tratto della Cropani - Sersale

Anno domini 2014 d.C. Elezioni comunali a Cropani. Bruno Colosimo è il sindaco uscente. Nessuno del centrodestra riesce a stargli dietro. Nessuno del Pdl lo vuole. Ma c’è solo lui. Di necessità virtù. Come farlo rivincere? Telefoni che squillano. Tavoli politici e tavole imbandite. Cene e microfoni. L’ex primo cittadino, Antonello Grano, rinuncia. Arriva il crepuscolo. Come la civetta della sapienza. Ed ecco la soluzione. C’è la Cropani-Sersale.

12 marzo 2012

Il cuore di Carmela Borelli batte a destra

La Colonna spezzata dedicata a Carmela Borelli. In alto la sua immagine tratta dall'edizione speciale de Il Mattino Illustrato, marzo 1929

Carmela Borelli, la mamma. Per tutti i sersalesi, e non solo. E’ la mamma per eccellenza. Che non esitò a spogliarsi per salvare i figli. Fino a morire assiderata. Un cuore inesauribile. Di cui non si può pensare nulla di più grande. Un’icona che rimarrà nella storia per sempre. Un dramma che splende di luce propria. Sublime. Da fare invidia alla fantasia dei poeti. Un modello che non sposteresti di un millimetro. Eppure, nella sua città natale sembra non trovi pace.

23 febbraio 2012

15 febbraio 2012

La vera svolta di Salvatore Torchia

Salvatore Torchia

Amministratore da dieci anni. Difende a spada tratta il lavoro svolto dal sindaco uscente, Vera Scalfaro. È orgoglioso ed onorato di esserne stato collaboratore. Il suo tratto saliente è l’ottimismo. Vede solo le cose positive. Il suo programma percorre il solco della tradizione, dell’esperienza appresa. Si definisce “pragmatico”, a differenza del “teorico” Borelli. È “solo una coincidenza” la prossima fine dei lavori della strada Cropani – Sersale, iniziati esattamente durante la campagna elettorale di cinque anni fa. Sulla vocazione turistica della città gioca la sua prima carta. Il sostegno di Carmine Lupia, lo studioso e il precursore delle Valli Cupe. “Il segreto meglio custodito d’Europa”, secondo il naturalista belga John Bouquet. Salvatore Torchia, candidato a sindaco di Sersale.

12 febbraio 2012

Ennesimo incidente sulla Cropani - Sersale

La Peugeot finita fuori strada nei pressi di Cropani

È slittata per circa trenta metri. Finendo la sua folle corsa su una sporgenza. Per fortuna senza gravi conseguenze per i quattro ragazzi che occupavano la Peugeot. È successo oggi intorno alle ore 17 lungo la famigerata Cropani - Sersale.

4 febbraio 2012

La democrazia diretta secondo Antonio Borelli

Antonio Borelli

Democrazia diretta, economia, turismo e partecipazione. Ha una visione globale della sua città.  Riconosce i meriti di Venanzio Spadafora, del Pd, ex sindaco prima delle “destre” di Vera Scalfaro e Salvatore Torchia, ma non crede possa soddisfare la voglia di cambiamento che richiede la comunità. “E’ ormai superato il suo metodo”, spiega. “Noi, invece, ci battiamo per recuperare il nostro territorio, per difenderlo”, motiva. Ha un sogno: “Un’Amministrazione sostenibile e rappresentativa”. E un incubo: che non lo sarà. Mentre si augura che possa continuare a vedere il mare dalla finestra di casa sua anche tra dieci anni. 
Antonio Borelli, trent’anni non ancora compiuti, candidato a primo cittadino di Sersale, tra le file di Rifondazione comunista, primarie con Venanzio permettendo.

9 ottobre 2011

I numeri della Cropani-Sersale


La Cropani-Sersale è la strada dei sogni. La strada mare-monti. La strada del turismo. Quella che dal mare ti porta alla montagna in otto minuti, e viceversa. La strada del millennio. Del terzo. Firmato: Amministrazioni del centrodestra: del fu Michele Traversa, presidente della Provincia di Catanzaro, del fu sindaco di Cropani, Antonello Grano, e dell’attuale prima cittadina di Sersale: Vera Scalfaro. La strada della rinascita. Culturale, in primis. Perché uno che mangia il pesce a ridosso della 106 poi avrà modo, grazie alla strada, di gustarsi pure una braciola di maiale di Sersale in poco tempo. E perché no? Anche di godersi un aperitivo davanti alla Collegiata romanica di Santa Maria Assunta di Cropani. Ma cultura è soprattutto cultura ambientale. Dei colori della natura. Del verde della ricca e grassa botanica collinare e montana. Dell’azzurro del mare. Poi c’è la cultura dei chilometri risparmiati. Perché uno che deve andare a lavorare, per esempio a Catanzaro, anziché metterci un’ora e mezza, riuscirà a fare il tragitto in poco più di trenta minuti. E con il tempo e la benzina risparmiati potrà fermarsi un attimo per ammirare il panorama mozzafiato. E magari scrivere delle poesie o fare dei ritratti. Quindi, la strada dell’economia. Degli scambi commerciali. Del Welfare state in tutti sensi. Se uno sta male l’ambulanza la vedrai volare sui piloni delle carreggiate e non più inchiodare in qualche tornante con il paziente in consegna. Eccetera eccetera.

19 agosto 2011

Quattro auto coinvolte. Pericoloso incidente sulla 106

Il luogo dell'incidente

Bruttissimo incidente sulla statale 106. Per fortuna senza feriti gravi. Erano da poco passate le otto di questa mattina quando due autovetture si sono scontrate in località Borda, una striscia di terra appartenente al Comune di Sersale sulla 106 tra Cropani e Sellia Marina. La collisione ha poi finito per coinvolgere altri due mezzi. Agghiacciante la scena che si presentava agli automobilisti che circolavano in entrambe le direzioni. Immediato l’arrivo dei sanitari del 118 che hanno provveduto a trasportare i feriti all’ospedale Pugliese Ciaccio, uno dei quali, in particolare, dopo i primi accertamenti è risultato meno grave del previsto. Sul posto anche i carabinieri della Compagnia di Sellia Marina che hanno messo in sicurezza l’arteria veicolando il traffico per consentire le operazioni di soccorso.
Non è mai superfluo ricordare la pericolosità del tratto in questione di quasi due chilometri. Due rettilinei - che inducono ad accelerare - che terminano in due semicurve - dove la velocità delle auto dovrebbe essere più moderata. E come se non bastasse non mancano i centri commerciali che, nella zona, pare spuntino come funghi, a differenza del trend demografico sempre in ribasso negli ultimi anni. Esercizi al dettaglio che, invece, avrebbero bisogno di una maggiore estensione urbanistica per l'entrata e per l'uscita ai fini della sicurezza stradale.

28 gennaio 2011

Le radici di Sersale

L'interno della Chiesa detta del "Cipino vecchio", poco distante da dove fu rivenuta Franceschina Falbo, colpita a morte dal bandito Angelone Schipani Da story

“Mi sento come un albero senza radici. Voglio conoscere da dove vengo, chi sono stati i miei nonni. Come hanno vissuto. Cosa hanno fatto. Solo così posso ritenermi libera”. A parlare è R. Schipani, una signora 52enne che vive in provincia di Arezzo. Ma è calabrese doc, ha abitato a Lamezia Terme fino agli anni ’90 e poi è emigrata. Le sue radici sono trapiantate a Sersale nel catanzarese. Radici di amori e sangue. Una verità cruda, che lei vuole conoscere fino in fondo. Chiede di sapere. Ogni volta che ha domandato gli altri hanno sempre tergiversato. Sono cose che fanno male. Che, però, bisogna avere il coraggio di guardare in faccia perché “fanno parte di noi, belle o brutte che siano”. Un passato che ci ha dato la vita. Ma la libertà, questa no, questa ce la può dare solo la verità.
Sua nonna si chiamava Rosa Scalise. Morta a soli 34 anni nel 1931 dopo aver dato alla luce Carmine e Costanza, quest’ultima aveva solo pochi mesi quando un fulmine la uccise in un castagneto di Sersale. Era mamma anche di un altro bambino, Giuseppe Scalise, a cui avevano dato il suo cognome perché, ancora donzella, era stata rapita. Per tre giorni fu tra le mani di persone senza scrupoli che abusarono di lei. E da quelle violenze nacque Giuseppe. Carmine Schipani, dunque, era figlio di Rosa e di Pasquale Antonio Schipani, suo legittimo sposo, e padre della signora R. Rimasto vedovo, il nonno, non si disperò per l’assenza della consorte, si sposò di nuovo con una ragazza che chiamavano l’Avvelenata. Non ebbe vita facile, Carmine, con il padre e la matrigna. Andò via da Sersale. Durante la seconda guerra mondiale fu fatto prigioniero a Montecassino e poi liberato dagli americani. Ripiegò ancora in Calabria. A Lamezia Terme convolò a nozze con una lametina. E qui visse fino alla morte, sopraggiunta qualche anno fa. Un excursus tormentato e dipanato ex novo. Da Lamezia in poi. Ma Sersale? Le radici stavano lì. Come è possibile che la nonna sia stata trovata legata all’asino per tre giorni? Possibile che ci misero così tanto per trovarla? E come mai poi il padre di lei, Carmine Scalise, chiese allo Schipani il ritorno della dote? Perché non si fidava più di lui? Richiesta che poi venne soddisfatta per sentenza del giudice. Riuscì ad avere tutto indietro. Terreni, casa e soldi, salvo il figlioletto, che rimase con il legittimo padre fino alla fuga. Alla fuga da una vita di stenti. Qualcosa non torna. I due nonni paterni della signora R. nascondono qualche dettaglio. Uno di questi è Nicola Scalise, u Melissarotu, fratello di lei, Rosa Scalise, che negli anni ’40 si macchiò di un terribile fatto di sangue. Insieme al bandito Angelo Schipani, detto Angelone Schipani, rapirono una ragazza, Franceschina Falbo. Uccisero entrambi i genitori e la portarono via. La violentarono per quindici giorni e poi il bandito la finì con due colpi di fucile a Cipi, una località poco lontana dal frantoio del Melissarotu dove si approfittarono di lei. Ad onor di cronaca era sua intenzione consegnarla alla famiglia. Fu la nonna di Nicola a consigliarlo in tal senso perché altrimenti li avrebbe accusati e fatti andare tutti in galera e “tutto – gli disse - per i comodi vostri”. Il ratto e l’assassinio vennero alla luce. E Nicola Scalise fu condannato all’ergastolo. Scontata la pena per buona condotta ora vive da solo a Sersale.
Venne condannato anche il bandito per antonomasia, catturato da Giuseppe Mustari mentre dormiva tra i boschi della Sila. Un gesto eroico, per il quale ricevette una ricompensa di 300 mila lire. Il processo fu un evento, come ricorda Pancrazio Agosto, un arzillo vecchietto che ora vive a Milano, intervistato da Marcello Barberio, e che da piccolo si arrangiava a trovare un tozzo di pane da mangiare insieme al bandito. Anni di carestia. Di stenti. Di ruberie e di sangue. Un processo a cui parteciparono i più grandi avvocati dell’epoca. Uno spaccato di Sila e di sentimenti e istinti ancestrali che non hanno eguali nella storiografia calabrese. Con la comparizione nell'aula del Palazzo di Giustizia anche della baronessa Maglione, Isabella Raito. Racconta Barberio: “Giunta in tribunale elegantemente vestita, a bordo di una carrozza scoperta, negò categoricamente di aver subito violenza carnale la notte del 21 giugno ’49, allorquando fu sequestrata in casa con la servitù e, secondo l’accusa, costretta a servire nuda a tavola il bandito, che in precedenza era stato porcaro alle dipendenze del barone”. Negò, dunque, la nobildonna. E ciò perché, secondo la ricostruzione dello scrittore, il silenzio le consentiva “di arginare in qualche modo la deriva psicologica ed emotiva, derivante da una vicenda violenta, per la quale – senza curiosità alcuna – si era trovata a contatto con una ragnatela sudicia di figure dolenti e volgari, capaci di opacizzare una vita intera e di costringere a una continua vigilanza introspettiva, per ostentare fedeltà alle convenzioni del proprio rango. La donna era stata espropriata della sua identità e costretta a nascondersi dietro lo scherno deformante della maschera della vittima, paradossalmente secondo i nuclei tematici dello schema delle fiabe di magia di Vladimir Ja. Propp”. Il bandito visse il resto della sua vita in gattabuia. Troppo schiaccianti le prove contro di lui, a partire da Franceschina di Sersale e di tante altre, sparse per tutta la provincia catanzarese, Zagarise, Sellia, Sorbo San Basile, Taverna. Morì nel carcere di Catanzaro. Un don Giovanni, poco don e anche poco Giovanni. Uno schipaneddu, un epiteto di quei tempi, coniato ad hoc, memori delle sue imprese, per apostrofare i bambini indisciplinati.
La domanda della signora R. è: “Il bandito Angelone era fratello di mio nonno paterno, Pasquale Antonio”? I dubbi sono legittimi, avrebbe fatto amicizia con Nicola Scalise in quanto fratello della cognata. E forse, se così fosse, anche la storia del fulmine, che costò la vita alla nonna, avrebbe un altro sapore.

25 gennaio 2010

L'Ipsaa in Fieri a Sersale


La bagarre sul trasferimento della sede dell’Ipsaa (Istituto professionale dell’ambiente e dell’agricoltura) dalla località Fieri di Belcastro a Sersale, con l’Amministrazione comunale di Sersale e della scuola, da una parte, e sindaci di Belcastro e di Botricello, dall’altra, è quanto di meglio il campanilismo, tipico nostrano, e la cultura del comico, caricatura dello stesso provincialismo, possano offrire.
Campanilismo, per primo. Le Amministrazioni di Belcastro e di Botricello in tutti questi anni non hanno mai fatto niente per aiutare concretamente la scuola, che da molto tempo registra una diminuzione sempre crescente degli studenti, (quest’anno sono solo 36, suddivisi in quattro classi, ndb). L’allarme che, ogni anno, contemporaneamente al primo squillo della campanella scolastica, veniva lanciato dai direttori che si sono succeduti non è stato mai preso in seria considerazione dalle Amministrazioni coinvolte, né da Belcastro, perché la scuola rientra nel suo territorio, e né da Botricello, perché il plesso si trova sulla statale 106 ed è parte integrante del tessuto sociale della cittadina ionica. Qualche anno fa Ivan Ciacci, sindaco di Belcastro, si iscrisse lui stesso per incrementare il numero degli alunni, nonostante fosse già laureato in medicina. Ma all’apprezzabile gesto non seguì un progetto vero e proprio per sensibilizzare la cittadinanza su questa opportunità, che forma i ragazzi sulle risorse ambientali e agricole presenti nel territorio.
Ora che la dirigente dell’Istituto d’istruzione superiore di Sersale, Silvana Afeltra, a cui è stata annessa anche la scuola di Belcastro, ha fatto presente la necessità non più prorogabile, per la sopravvivenza della stessa scuola, di un suo trasferimento, qualcuno ha alzato il proprio campanile, lasciato per molto tempo nel ripostiglio di casa. “Vi garantisco 50 iscritti, se non verrà trasferita”, ha tuonato il sindaco di Botricello, Giovanni Camastra. Mentre il Consiglio comunale di Belcastro ha addirittura deliberato la propria “contrarietà” alla dislocazione del plesso scolastico.
Ma dove erano questi signori quando da ben 35 anni gli studenti sono costretti a convivere con l’amianto, di cui è ricoperto il tetto del convitto, affianco il plesso scolastico, mai portato a termine?
Dove erano questi signori quando da ben 35 anni gli studenti sono costretti a convivere con una struttura, di più di mille metri quadrati, attorniata da cocci di vetro, per le finestre rotte, e da cancelli arrugginiti?
Dove erano questi signori quando il convitto non veniva collaudato?
Dove erano questi signori quando il convitto non veniva mai consegnato alla scuola, nonostante i diversi miliardi di lire, spesi negli anni settanta del secolo scorso?
Dove erano? Ve lo dico io. Erano a lucidare il proprio campanile. Che oggi - quando finalmente qualcuno ha pensato di fare qualcosa - stanno facendo suonare. Per dire: “No, la scuola è nostra!”. Si è visto come ci hanno tenuto in tutti questi anni! E la tempistica dei loro interventi dà la misura di come lo hanno preservato a dovere, il proprio campanile, per sfornarlo al momento opportuno, in modo che nessuno in futuro potrà dire che “non ce l’hanno messa tutta” per lasciare le cose come stavano. E cioè la scuola al suo posto, dove è sempre stata. A gemere per incuria e isolamento.
Cultura del comico, infine. Anziché riconoscere la bontà di una scelta, per evitarne la chiusura, in un contesto, quale quello sersalese, già avviato alla cultura della valorizzazione della natura e delle risorse ambientali, come lo testimonia la nascita di associazioni e cooperative ambientaliste, fatte da giovani, fanno ridere: “No! La scuola è nostra!”. Preferiscono la cultura del comico rispetto a quella della realtà.
Anziché preoccuparsi di proporre una soluzione, magari, per restaurare i plessi esistenti e per avviarci una struttura ricettiva alternativa recitano: "La scuola è nostra, e non potete portarcela via”. Sempre per la storia che un domani nessuno potrà loro obiettare che “non hanno difeso il territorio", e le potenziali risorse del proprio elettorato.
Il comico è sempre presente dalle nostre parti. Assistervi è quasi gratis. Basta acquistare i giornali. E goderselo. Ogni mattina. Prima intona uno. Il giorno dopo l’altro.
Ora, se veramente verrà trasferita la sede dell’Ipsaa, perchè la decisione spetta alla Provincia di Catanzaro, il comico acquisterà anche un lato tragico. Cioè, tutta la località Fieri ne risentirà, e sarà definitivamente abbandonata.  Contestualmente al pascolo delle greggi nelle aule dove un tempo si faceva lezione, avranno la faccia tosta di ribadire: “Glielo avevo detto io: che era meglio se ci tenevano la scuola!”. E poi veramente non si saprà se continuare a ridere o a lasciarsi andare in un pianto finalmente liberatorio.

NB

Il convitto ricoperto di amianto e mai ultimato

14 agosto 2009

Sersale, val bene un Inferno



“Ma lei vuole andare all’“Inferno””? chiede un signore di una certa età. E l’altro, che si era recato insieme alla famiglia a Sersale per vedere le famose “Valli Cupe”, rimane sorpreso dall’ardita, o quanto meno provocatoria, interrogazione dell’arzillo vecchietto. Il tempo di fare mente locale sul fatto che forse l’ “Inferno” è solo un nome di qualche posto del luogo e tutti, compresi i presenti che ascoltavano curiosi il dialogo, scoppiano in una liberatoria risata. Possono capitare anche gustose chicche di questo tipo a Sersale. La toponomastica supera finanche l’immaginazione e si adatta felicemente all’humour sano di stampo teatrale.
L’Inferno è una delle tante cascate dell’area Valli Cupe, sito fra i più interessanti d’Italia e di tutta Europa, sia dal punto di vista botanico che naturalistico. Sito che identifica specificatamente un Canyon lungo 10 chilometri ma si riferisce altrettanto liberamente a tutta l’area circostante. Secondo il naturalista belga John Bouquet sono “il mistero meglio custodito d’Europa”. Oggi ci pensa la cooperativa “Segreti mediterranei” a preservarlo e a farlo conoscere. E lo fa talmente bene che recentemente ha ricevuto il premio “Ok Italia” da Unicredit “quale esempio di eccellenza nel campo del turismo sostenibile finalizzato alla valorizzazione delle risorse naturalistiche e storico culturali della Presila catanzarese”. Una cooperativa nata dall’intuizione e dalla passione di un botanico doc, Carmine Lupia, vero deus ex machina dell’affaire “Valli cupe”.
Antichi borghi settecenteschi, alberi monumentali, cento cascate piene d’acqua (alcune superano gli 80 metri) e moltissime specialità botaniche ed etnobotaniche. Tra le cascate, sempre per rimanere nel linguaggio cristiano, c’è anche la cascata “Paradiso”, che ha una tipica bellezza spettacolare, per così dire. L’acqua che scende si apre a scenografici getti, via via interrotti dalla roccia prospiciente. L’Inferno, invece, no. È un getto unico. In una gola, come scavata da un vortice impazzito, a forma di cilindro. Ed è proprio l’abisso del laghetto che gli avrebbe, sembra, consegnato il nome. Non se ne conosce la profondità. Non offre una bellezza rassicurante, come quella del Paradiso, ma inquietante, almeno per le emozioni che ti suscita. Ti devi infilare in un laghetto gelido per raggiungerla. E una volta che sei nella gola ti guardi intorno e ti accorgi di essere tutto ad un tratto circondato, avvolto, protetto, minacciato (?) dalle rocce levigate dell’immensa montagna. A quel punto non hai più scelta. Ci sei dentro. Devi accettare la sfida e farti catturare da essa per liberartene del tutto. Una vera prova di coraggio. Che solo chi ci è stato, ed è tornato, può capire.
Sersale, val bene un Inferno.


Il Canyon

La sfida delle Valli Cupe, non solo Canyon e cascate

di Romano Pitaro

Cascate, un canyon di 10 chilometri e trattorie che non scannano il turista quando gli presentano il conto. Le Valli Cupe inanellano successi. Eppure non c’è stato finora alcun investimento pubblico per potenziarne il modello di sviluppo. Perché? Per fine ottobre è pronto un medio metraggio che verrà veicolato attraverso il Festival Internazionale di Cannes, San Francisco International film
festival e Los Angeles Film Festival,
sulla storia di Orfeo ed Euridice
ambientata nelle Valli Cupe. Supporta l’iniziativa la "Faiden Blass
Ent” in collaborazione con altre due importanti società
cinematografiche nazionali. Unicredit ha convocato a Torino l’ ex pastore della Sila Piccola: il botanico Carmine Lupia, l’anima delle Valli Cupe, “il mistero più custodito d’Europa” per il naturalista belga John Bouquet. La banca lo ha chiamato per premiarne sagacia e intraprendenza. Un riconoscimento: “le Valli Cupe
eccellenza in Italia per network, rete territoriale
d'impresa e innovazione e per il modello di sviluppo dal basso”.
Questo è Calabria. Giaculatorie, ma anche iniziativa e talento che emergono. Aree interne cariche di suggestione, il buco nero con cui la politica calabrese tarda a fare i conti, di colpo diventano fenomeni. Stupisce tuffarsi nelle acque cristalline del Crocchio e scoprire di non essere in Canada o in Trentino. A un salto dalla costa ionica sfracellata dall’abusivismo, l’incanto delle Valli Cupe è reso fruibile da giovani che hanno voglia di stupire, ma senza contare sul potente di turno che in cambio di voti sgancia risorse pubbliche. Le Valli Cupe sono diventate simbolo di un desiderio: far capire che anche qui si può “fare” . E senza obnubilare l'intelligenza di cui si trovano esempi spettacolari tra i monti della Sila in grado d’ impressionare il turista più scettico e registi della statura di Marco Risi e Marco Tullio Giordana, che a ferragosto hanno fatto il bagno nella cascata dell’Inferno. Non hanno mai chiesto un euro pubblico le Valli Cupe. La Cooperativa Segreti Mediterranei, che le ha “inventate” e le “offre” a chi voglia infilarsi nella fenditura di dieci chilometri del canyon o tuffarsi nelle acque nitide delle cento cascate che rendono la Sila piccola “uno dei più importanti paesaggi d’Italia”, vive con le proprie forze. Senza finanziamenti pubblici, però l’altro giorno le Valli Cupe sono diventate un “caso” di cui si è occupato due volte il Tg 2 e il 6 agosto il Tg1. La storia dell’ex pastore di Sersale, prima in Australia in cerca di lavoro e poi dottore in agraria a Piacenza prima di scegliere di vivere in Calabria, l’ha vista l’Italia in prime time . Dalle Valli Cupe traggono un reddito trenta giovani che hanno deciso di investire su se stessi. Un pezzo di Calabria attira l’attenzione dell’Italia non per problemi di criminalità, ma per la volontà di rompere con il clientelismo e valorizzare la ricchezza ambientale, grazie anche ad un’inedita sinergia tra i giovani di Lupia e il Comune di Sersale (epicentro dell’area) che ha favorito sempre le scelte della Cooperativa.
I giovani di Lupia hanno tanta voglia di farcela, ma senza cedere a pressioni e ricatti, usi e costumi di una Calabria in cui la politica è tutto (o quasi). Ed è un tutto che spesso guasta ciò che tocca. Un simbolo anche concreto. Non soltanto perché 25 mila persona l’anno scorso sono andate a visitarle e neanche per le diversità botaniche, idriche, climatiche, antropiche che le rendono accattivanti. Ma perché hanno accettato la sfida di rinnovare il rapporto tra il calabrese e il suo mondo. E ci stanno riuscendo con la presunzione di essere un modello per altre aree (Trentino, Veneto, Lombardia). “Cupe”, hanno detto, vuol dire spaccate. L’aggettivo ha a che fare però col carattere di noi del profondo Sud italiano che non abbiamo mai saputo valorizzare i nostri beni naturali. Qui i giovani delle Valli Cupe intendono vincere la scommessa del loro futuro. Ti guidano nella scoperta di luoghi incantevoli, rarità come la Woodguardia radicans che evoca i dinosauri e leggende come quella del paladino Orlando che uccide la strega maligna. Di questi giovani, che difendono il business costruito con le loro mani, si sono accorte Istituzioni nazionali ed europee; Il Tg1 ha mandato in onda immagini di cascate ricolme d’acqua; la prestigiosa Società Botanica italiana è stata in missione nella Piccola Sila; svariate Università hanno siglato con la Cooperativa di Lupia protocolli d’intesa; l’agenda dei giovani, fitta d’appuntamenti, segnala la curiosità enorme verso le Valli Cupe. Sarebbe un gesto davvero perspicace l’interesse della Regione Calabria per un modello di sviluppo sorto dal basso. L’esperimento delle Valli Cupe, che vede sfilze di turisti da ogni parte d’Italia inerpicarsi nella Sila, va elogiato per l’ originalità e tutelato poiché ha in sé il “Dna” dell’individualismo calabro che si affranca dal cupo risentimento e vince facendo rete. Ma allora cos’è che impedisce di potenziare e moltiplicare questo lembo di turismo felix?


Per sapere altro sulle Valli Cupe collegati al sito: vallicupe.it

22 aprile 2009

Zio Matteo fa cent'anni


A vederlo ballare la tarantella come un giovincello, non ci credi. A vederlo mentre se le bacia, le ballerine, gli dai 70, massimo 80. Ma Matteo Torchia ne ha appena compiuti 100, di anni. Un evento per tutto il paese. E lui non si è risparmiato. Ha ringraziato e risposto a tutte le domande che gli hanno rivolto, giornalisti, curiosi, e amici di vecchia data, si fa per dire. Dalla americana Boston alla calabresissima città di Sersale. Dalla prima alla seconda guerra mondiale. “Zio Matteo” è un pezzo di storia di Sersale. Dalla “spagnola”, l’epidemia che decimò la popolazione italiana, al sottomarino che ridusse a mille pezzi la loro barchetta nel mare di Creta nel 1943.  I sui ricordi sono nitidi. Come nitida è la memoria della più grande invenzione di cui si beneficiò il secolo scorso. Quella della luce. Delle lampadine in casa. Della vita ha un ricordo felice e sofferente nello stesso tempo. Ma la sua più grande fortuna è stata la salute. O meglio le sue gambe. Erano queste, infatti, l’unico mezzo che garantivano la sopravvivenza ai suoi tempi. Quando le macchine erano ancora lontane. E anche adesso, a 100 anni suonati.