
Quando ho scelto il titolo da dare al libro
che vi sto per presentare avevo le mani sulla tastiera e, come mi capita spesso
quando mi concentro a pensare o a scrivere qualcosa, con le dita della mano
sinistra iniziavo ad attorcigliarmi delicatamente e testardamente i capelli
alternando queste manovre con talune carezze al mento, mentre la destra stava
comodamente riposta sulle lettere morte. I miei pensieri erano in procinto di
essere estromessi dall’interiorità, catapultati fuori e lontano dal luogo dove prima
vivevano. L’immagine statica della testa e delle mani, così lontane e anche
così vicine, mi ha sorpreso come un’esperienza primigenia e ha permesso di
soffermarmi sul contesto primitivo della relazione tra mente e parola mettendomi
in guardia dall’ambiguità della situazione, che le opere degli uomini potrebbero
essere scambiate per l’intera esistenza degli esseri viventi. E nello stesso
istante, che mai sarei riuscito a rivelare in una sola azione tutto il mio
essere, il mio Io. Al massimo un dito. Ecco perché gli ho dato questo nome.