30 aprile 2009

"Loran C Station" di Sellia Marina. Sicurezza di Stato



Con il decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 21 dicembre del 1995, in materia di identificazione delle aree demaniali marittime escluse dalla delega alle regioni, veniva individuata, tra le migliaia in Italia, la zona, all’altezza della cosiddetta “Antenna degli americani” nel Comune di Sellia Marina, per “usi militari (sicurezza di Stato)”. La stessa circolare dello Stato maggiore della difesa n. 114/2/051/4520.1 del 28 marzo 2008, sulla falsa riga di tutte le precedenti, a scadenza annuale, inseriva la Stazione Loran “C” di Sellia Marina, come facente parte del Corpo delle Capitanerie di Porto, nella specie di quella di Crotone. E quindi, a tutti gli effetti, “quale unità da mantenere ad un costante livello operativo/addestrativo ai fini della maggiorazione dell’indennità di campagna ai sensi della legge 85/97”. Secondo le informazioni, tratte dal sito: loran-histori.info, la base militare americana ha cessato la sua attività il 31 dicembre 1995. Dopo circa 35 anni dalla sua fondazione, nell’agosto del 1959. L’antenna, che misurava circa 100 metri, è stata smantellata durante l’estate scorsa. Al suo posto sono state installate altre due, di più piccole dimensioni, per rilievi meteorologici.
L’antenna Loran C di Sellia Marina, a buon diritto, rientra nella storia italiana della seconda metà del secolo scorso, e non solo,. Era la stazione madre che, in collegamento con quella di Lampedusa, permetteva la radionavigazione militare e civile basata sulla propagazione di onde elettromagnetiche. Erano gli anni della guerra fredda, e dei difficili rapporti con il mondo islamico. Il suo primo comandante è stato Alfred P. Manning. L’ultimo, un certo Tom Crabbs.
Quando fu costruita la stazione venne chiamata “Simeri Crichi”, perché confinante con il territorio di quest’altro paese, più conosciuto. Poi, nel 1977, il nome fu sostituito con “Sellia Marina” per la presenza della vicina stazione ferroviaria. O anche perché, come ricorda Perry Campbell, che vi ha prestato servizio, per gentile richiesta dell’allora sindaco pro tempore del comune ospitante. Su alcuni forum statunitensi c’è ancora chi si ricorda del bel tempo trascorso presso la Lorsta di Sellia Marina.
Le pertinenze della Stazione sembrano intatte. C’è anche una giostra per bambini. La recinzione pure. Staccionata con ferro spinato in alto. Difficile scavalcare senza farsi male. Eppure ci sono degli animali che vi pascolano liberamente. A parte un armento, vi si scorgono degli splendidi esemplari di cavalli. Il più bello è quello bianco.
Confinante alla zona off-limits degli americani c’è una stazione Radar, anche questa di competenza della Capitaneria di Porto di Crotone. E, diversamente dall’Antenna, è pienamente operativa, tanto che i militari vi prendono servizio anche di notte.
A loro chiediamo notizie in merito. Si oppongono risolutamente senza precisare, o smentire, e la legittima proprietà della Stazione e la presenza di animali al suo interno. Ai lati della stazione radar, che a differenza dell’antenna, trasmette informazioni anziché riceverle, vi erano dei cartelli che segnalavano la presenza di onde elettromagnetiche, e quindi ne intimavano il passaggio. Ora, a seguito degli scorsi temporali, il mare si è inghiottito tutto, cartelli e recinzione.
Prima o poi li rimetteranno. Ma è la distanza dal radar quella che fa discutere.
Giancarlo Spadanuda, ingegnere catanzarese, studioso di elettromagnetismo, e tecnico-scientifico della Magistratura, è del parere che non bastano cento metri per evitare i rischi da queste onde. “I radar – ha accusato un po’ di tempo fa - sono i più nocivi fra tutte le sorgenti artificiali. Gli innumerevoli studi scientifici indipendenti, hanno definitivamente accertato l’estrema dannosità dei campi elettromagnetici, CEM, sulla salute delle persone, degli animali e persino sulle piante; i danni interessano tutto il corpo umano, nessun organo escluso (cataratta da microonde, ansia, depressione, impotenza, ischemia, leucemia,ecc...). I radar militari hanno una potenza anche di 5 milioni di watt (una lampadina domestica ne ha appena 40-100), e frequenze elevatissime, anche di 40 miliardi di hertz, cioè cicli al secondo (la frequenza della corrente, nelle nostre case è di appena 50 hertz); i suddetti numeri sono di gran lunga superiori a quelli riscontrati in stazioni radio base ed elettrodotti, pur essi pericolosi; quindi i radar sono, in assoluto, i più nocivi fra tutte le sorgenti artificiali”. A causa di questi potenziali pericoli il professore ne consigliava la segnalazione almeno in un raggio di 5 chilometri. Presa di posizione, la sua, rimasta inascoltata dagli organi predisposti alla salute pubblica.
Gli ha fatto eco, sulla scorta della sua competenza in materia, solo Legambiente di Catanzaro. Attraverso il suo responsabile, Andrea Dominijanni, il sodalizio ambientalista sollecitava l’Arpacal, Agenzia di protezione ambientale, a monitore il sito per la salvaguardia della sanità pubblica, appunto. E, nel contempo, chiedeva: “Che fine ha fatto il censimento e il monitoraggio dell’Arpacal dei siti di emissione di onde elettromagnetiche? Il progetto di censimento di tutte le fonti di emissione di bassa e alta frequenza delle onde elettromagnetiche in tutta la Calabria – spiegava Andrea Dominijanni - era stato inserito nelle linee di intervento di prima azione dell’Agenzia regionale per l’anno 2006. Un progetto dettagliato che, al termine dei cinque trimestri, questa la tempistica prevista, “avrebbe dovuto” colmare la lacuna di tanta disattenzione delle istituzioni sui nuovi pericoli della salute pubblica derivanti dalla telefonia mobile e dei campi elettromagnetici fino al 2005”. Evidentemente, pare che di questo progetto non vi sia più traccia. Oppure non è stato reso noto. Forse per la Sicurezza dello Stato? Possibile.
Ma veniamo alla spiaggia. Qui è presente una struttura balneare, costruita proprio sull’arenile, ormai in preda alle furia delle onde. Non solo le pareti, ridotte a un mucchio di calcestruzzi, ma anche le lastre di eternit di cui era quasi interamente ricoperta. Cioè di quel pericoloso materiale che è bandito dal 1992 perché provoca danni irreparabili al sistema respiratorio, se manomesso, o se è in contatto con l’acqua. E qui di acqua ce n’è davvero tanta.
Prima della costituzione del Comune di Sellia Marina, nel 1956, questo pezzo di costa ionica faceva parte del territorio di Soveria Simeri. Tanto che anche oggi viene comunemente chiamato “il mare di Soveria”. Un’accogliente e rinfrescante pineta. Uno splendido arenile. E delle onde con dei riflessi particolari che, sembra, solo da queste parti si possono ammirare.
Un angolo di paradiso rubato alla natura e agli uomini.
Per la Sicurezza dello Stato.

27 aprile 2009

"Ti ho amato, caro Supremo Consiglio regionale calabrese, in vita. E ti amerò anche in morte"



Che i consiglieri e gli assessori regionali calabresi siano i più pagati d'Italia, si sa. In ogni modo, però, è meglio che rimangano vivi, che non si infortunino, altrimenti il loro “valore” aumenta vertiginosamente. Teniamoceli, quindi, e qualche preghierina per la loro salute facciamogliela. Soprattutto per le nostre tasche. La somma assicurata che il Consiglio ha stabilito in loro favore, pubblicando un bando di gara, il giorno della festa della Liberazione nazionale, contro i rischi da infortunio, è così ripartita:
• capitale di € 1.549.370,70 in caso di morte;
• massimale di € 1.549.370,70 in caso di invalidità permanente;
• diaria di € 258,23 per ogni giorno di inabilità temporanea.
Cifre ragguardevoli, e certamente proporzionali al loro onorevole impegno. Ma che fanno rabbrividire se confrontate con i premi di altre regioni italiane. Fanno rabbrividire i “massimali” calabresi, e sorridere, invece, gli altri. Come lo sventurato consigliere del Piemonte che, in caso di morte, percepirà (non lui chiaramente ma la sua famiglia) solo 100 milioni di lire, un po più di 50 mila euro. 60 mila in caso di invalidità permanente e 50 euro circa per ogni giorno di invalidità temporanea. Oppure il consigliere delle Marche che, in caso di morte, percepirà 218.538,74 euro. Stessa cifra in caso di invalidità permanente, e 31 euro scarsi per ogni giorno di infermità temporanea. Anche quello abruzzese vanta la stessa considerazione dai suoi conterranei: 125 mila euro, più o meno, in caso di morte e 150 in caso di inabilità permanente. La Puglia, invece, è la regione che più si avvicina, anche se la distanza resta, all’alta stima che ha la Calabria verso i propri rappresentanti presso l’Ente intermedio, ammesso e non concesso che i soldi, cioè uno strumento materiale, possano valere quanto la salute e la vita di una persona. 516 mila euro, in caso di morte e di invalidità permanente. In Friuli Venezia Giulia, invece, 400 mila per la morte, e 800 mila per l’invalidità permanente. Ma lì sono veramente precisi, nel contratto con la società assicuratrice sono previsti anche 50 euro al giorno per l’ingessatura, e finanche 5 mila euro per danni estetici.
Niente da aggiungere o da commentare alla decisione del supremo Consiglio calabrese che si accinge a rinnovare la stipula di queste polizze. Certamente un modo per essere coerenti con la già eminente reputazione che hanno di se stessi in vita, quando scoppiano di salute. L’indennità da (e per) loro stabilita, è di 8.508 euro al mese per i consiglieri, i più pagati d’Italia, e di 9.508 per gli assessori, secondi solo ai cugini campani, che di euro ne prendono 11.261. In Calabria i soldi sono un concetto relativo. Non sono importanti. E gli onorevoli è come se si sforzassero di insegnarlo ad ogni piè sospinto. Peccato, invece, per gli elettori, costretti, loro malgrado, a litigarci con i soldi per arrivare alla fine del mese. Il Consiglio calabrese vanta anche un altro record, è quello con più indagati e condannati d’Italia. Per tutti vale l’esempio di Domenico Crea. Un luminare per i suoi contemporanei, e per i posteri che vorranno prendere lezioni da lui in fatto di moltiplicazione dei biglietti verdi. Non per la truffa nell’ambito dell’inchiesta “Onorata Sanità” e per la Villa Anya. Queste cose le sanno fare, e le fanno tutti. Ma per un altro episodio in cui ha messo in atto il meglio della sua bravura. Era a capo di gruppo. Un gruppo consiliare composto da una sola persona. Possibile? Si, possibilissimo, un monogruppo appunto. Quello del CCD. In 5 anni ha ricevuto dalla Regione un miliardo di lire. Che il Consiglio versava al conto corrente del partito. Metà li ha trasferiti al suo conto di famiglia. E metà li ha ritirati in contanti. Cioè, non è così difficile fare quello che ha fatto lui, ma ci vuole classe e coraggio per alcune cose, e lui le ha dimostrate entrambe con una noncuranza veramente encomiabile. Alla luce del sole. Un maestro. Che ironia, quindi, intitolare il Palazzo consiliare, che non se n’è accorto - diciamo che ha chiuso un occhio, va beh tutti e due, sia verso di lui che verso tanti altri - a Tommaso Campanella, autore della “Città del sole”!

26 aprile 2009

Fondazione Campanella. Pane, chemio e politica



A gentile richiesta, dopo la puntata di Report, "La Cura di Alberto Nerazzini", ripropongo questo mio piccolo post sulla "Fondazione Campanella", già pubblicato il 10 marzo scorso.

La nuova politica passa dalla medicina. E anche l’arrovellata architettura dello Stato italiano sembra fare il suo gioco facendo rimbalzare quello che appare come il nuovo muro di gomma del clientelismo elettorale. Se ne accorgerà? L’interrogazione di Franco Amendola sta ancora lì, sul tavolo del ministro della Salute, dal lontano 21 dicembre 2006. Quando si faceva portavoce delle “lamentele e delle voci preoccupate che si levano intorno al centro e, in special modo, dei rappresentanti delle varie organizzazioni sindacali che parlano apertamente di grave stallo nella gestione del centro ed individuano proprio nel Consiglio di Amministrazione della Fondazione «T. Campanella» la responsabilità di tale situazione”. L’atto di controllo parlamentare segue di pochi giorni la mozione firmata da bene 11 consiglieri regionali, il 14 dicembre. Talarico, Nucera, Occhiuto, Sarra, Trematerra, Aiello, Gentile, Dima, Senatore, Nicolò, Morelli, lamentavono “con stupore ed indignazione che i servizi richiesti ogni giorno dal paziente oncologico, i presidi fondamentali per la cura dei tumori, la disponibilità di tecnologie d’avanguardia presenti solo nel Centro oncologico e l’impiego di un numero adeguato di medici e professionisti sanitari, sono quotidianamente pregiudicati dalla cattiva amministrazione della Fondazione Campanella; i vertici della Fondazione Campanella non si sono dimostrati in grado di garantire l’efficiente funzionamento della macchina gestionale”. Ma nemmeno la recente relazione della commissione Serra-Riccio è riuscita a scalfire il muro di gomma della Fondazione che gestisce il Polo oncologico di eccellenza dell’azienda Mater Domini di Catanzaro. “Si tratta – si legge nel documento di controllo - di una Fondazione di diritto privato costituita dalla Regione e dall’Università che riceve finanziamenti pubblici regionali non correlati alle prestazioni rese al servizio sanitario regionale (a termini di Statuto, la cifra ammonta a Euro 50 milioni annui) ed i cui bilanci, peraltro, mostrano limiti sul piano della chiarezza e della correttezza amministrativa”. Anche questo treno in corsa contro la Fondazione sembra rimbalzare. L’avvocato Anselmo Torchia, suo presidente, così si difende: “Prima di tutto va considerata una cosa: con chi ha interloquito la commissione? Esistono verbali della commissione che si possano consultare? Con me non ha interloquito nessuno, e io sono il presidente e legale rappresentante del Centro. Con il direttore scientifico so che non ha interloquito nessuno. E allora da chi e da dove sono stati tratti gli elementi di valutazione? E con quale metodo? È chiarissimo che la commissione non si è resa conto di non trovarsi di fronte ad una comune azienda sanitaria, ma a tutt'altra struttura e regolamentazione. Le indicazioni della commissione non solo sono infondate perché smentibili punto per punto e smontate dall'evidenza: esse sono del tutto irrilevanti. Tanto è emerso anche dai dati fornitimi dalla Direzione gestionale del Centro. Avevo invitato il prefetto Serra, che ho conosciuto a Roma, a visitare la struttura e a rendersi conto di persona. Le rispettive segretarie stavano fissando la data, ma poi la sua candidatura ha fatto saltare tutto. Cosa sia successo dopo non lo so. Nessuno mi ha contattato né chiesto materiale documentale, nessuno ha chiesto al collegio dei revisori notizie sui bilanci dagli stessi previamente visionati e controllati”. Lo aveva invitato dunque, l’avvocato Anselmo, proprio come fra amici. La commissione doveva far luce sulla malasanità in Calabria, sui buchi neri e sulle morti di cattiva sanità, e l’avvocato lo aveva invitato. Ma poi si è dato alla politica il prefetto di ferro. E non se ne fece niente. Già, passiamo alla politica.
Cominciamo da quella che ha portato il direttivo dell’associazione “Verità, giustizia e libertà”, di cui è presidente lo stesso Torchia, a giudicare la decisione di Agazio Loiero, governatore della Calabria, quando ha sbattuto la porta della Margherita per dar vita al movimento autonomo meridionale, il Pdm, “come una nuova iniziativa politica che gode della certificazione costituita dalla inversione di tendenza che la giunta regionale in carica ha realizzato in un anno di lavoro interrompendo un trend negativo ultratrentennale di cui è stata vittima la Calabria”. E tra la mole di lavoro messa in atto dal governatore c’era anche la sua nomina fresca fresca di presidente della Fondazione Campanella, il 10 marzo 2006. Loiero e Torchia sono legati, poi, anche sul piano giudiziario. L'avvocato è il legale di Eugenio Ripepe, perquisito nell'ambito dell'indagine Why not perché stretto collaboratore del presidente della Regione Calabria.
L’anno scorso, il 28 marzo, in vista delle elezioni politiche e provinciali, il direttivo di “Verità Giustizia e Libertà” si è riunito di nuovo e ha sciorinato ancora le ricette per uscire dalla crisi: impegno, solidarietà e sviluppo. Non furono espresse sfacciatamente delle preferenze, ma in prima fila c’era Paolo Abramo, in lizza con il Partito Democratico, con il quale, nel frattempo, il governatore aveva fatto pace.
Tuttavia, il vero sofisma della Fondazione sta nel suo essere non essere Irccs (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico). La legge di riordino degli Irccs, la numero 288/03, è chiara. All’articolo 14 dice che il riconoscimento viene effettuata dal ministero della Salute previa nomina di una o più sottocommissioni di valutazione su richiesta della regione competente per territorio. All’articolo 2, invece, modula la possibilità che gli Ircss possono essere trasformati in Fondazioni: “Sono enti fondatori il ministero della Salute, la Regione ed il Comune in cui l'Istituto da trasformare ha la sede effettiva di attività e, quando siano presenti, i soggetti rappresentativi degli interessi originari. Altri enti pubblici e soggetti privati, che condividano gli scopi della fondazione ed intendano contribuire al loro raggiungimento, possono aderire in qualità di partecipanti, purché in assenza di conflitto di interessi: gli statuti, in conformità al presente decreto legislativo, disciplinano le modalità e le condizioni della loro partecipazione, ivi compreso l'apporto patrimoniale loro richiesto all'atto della adesione e le modalità di rappresentanza nel consiglio di amministrazione”. In Calabria, invece, la “Fondazione Campanella” che gestisce il Polo oncologico dell’azienda Mater Domini ha saltato tutti i passaggi. E’ nata già con la camicia. Nel novembre 2004 la Regione di Chiaravalloti e l’Università di Salvatore Venuta hanno dato vita alla “Fondazione Campanella” per gestire il Polo oncologico di eccellenza a Germaneto, appena costituito. Nello statuto vi era la clausola che entro tre anni sarebbe dovuta essere riconosciuta come Irccs. A tutt’oggi ciò non è avvenuto. Come mai? È sempre Anselmo Torchia che ci viene in soccorso. “Tale riconoscimento - spiega - che sicuramente avrà una valenza di maggiore prestigiosità dell'ente, dipende dal ministero della Salute che deve previamente valutare la sussistenza di determinati requisiti e della durata dei medesimi requisiti per un certo periodo di tempo che è di alcuni anni: non va dimenticato che il Coe (Centro oncologico di eccellenza) è di istituzione recente; che il CdA da me presieduto si è insediato solo nel marzo 2006 e che ci siamo resi conto quasi subito che addirittura il precedente consiglio di amministrazione presieduto dall'avv. Raffaele Mirigliani non aveva nemmeno ancora proceduto alla richiesta di riconoscimento della personalità giuridica che, prontamente richiesta alla Prefettura dal sottoscritto, veniva ottenuta nell'aprile del 2006”. In altre parole a provvedere a riconoscerla come Irccs è lo stesso ministero che l’anno scorso ha inviato una commissione che l’ha sonoramente bocciata! Il muro di gomma rimbalza ancora. Ma c’è dell’altro.
La collaborazione fra Fondazione e Azienda Mater Domini, dopo la morte di Salvatore Venuta, rettore dell’Università e direttore scientifico della Fondazione, si stava sgretolando sempre di più. E Rosalba Buttiglieri, direttore generale dell’azienda, è stata messa da parte recentemente dalla Regione Calabria che le ha preferito Antonio Belcastro. E lei se l’è presa. E qualche sassolino se l’è pure tolto. “La Fondazione Campanella l’abbiamo sempre supportata. Ed è debitrice nei nostri confronti di alcuni milioni di euro”. Debitrice di alcuni milioni di euro? Si, ha detto proprio così. “Meglio allora”, avrà pensato Loiero, “metterci in azienda uno che già fa parte della “famiglia Campanella”. Ed ecco spuntare la nomina di Belcastro, già direttore amministrativo della Fondazione. Per onor di cronaca, in realtà, l’ordine è inverso. Prima c’è la nomina di Belcastro e poi il sassolino della Buttiglieri, almeno pubblicamente.
Il quesito più grande sulla struttura, che ricorda uno degli uomini più illustri della Calabria, è , però, quello che ruota intorno alle chemio. Alle chemioterapie. E dei pazienti che si moltiplicano come i pani e pesci del Vangelo. Data la mancanza di dati ufficiali e trasparenti. Dato il pressocché assente monitoraggio sulla sua attività (come rilevato dalla Commissione Serra- Riccio: “sono sorti taluni dubbi circa le modalità di effettuazione dei controlli sulla spesa di denaro pubblico, l’effettivo livello quantitativo e qualitativo delle prestazioni oncologiche offerte, la sussistenza di una rete oncologica, ovvero di un collegamento istituzionalizzato con altre strutture pubbliche che erogano le medesime prestazioni… Peraltro, tutte le informazioni provenienti dalla Direzione della Tommaso Campanella sono apparse alla Commissione insufficienti ed elusive"), ci si deve accontentare dei comunicati stampa che la Fondazione ci fa grazia ogni tanto di pubblicizzare. L’ultimo è quello che dice che “per la degenza ordinaria, a oncologia medica, dove sono disponibili 16 posti letto, sono stati utilizzati da 1.000 pazienti in soli 4 mesi; per il day ospital i posti sono 12. Sono stati ben 964 pazienti per 9.000 accessi. Nell’area integrata oltre 1.000 i ricoveri in un anno con 4.200 chemioterapie totali”. Quindi, dal momento che la matematica non è un’opinione, la Fondazione vanta una degenza ogni due giorni per ogni letto in media, negli ultimi quattro mesi. Mentre gli accessi sono stati nove volte tanto i pazienti nell’ultimo anno. Come è possibile? E poi le chemio. In media quattro per ogni paziente. Ma come? Un Istituto di ricerca si avvale solo di queste costosissime fiale per guarire i malati di tumore? Al riguardo, la letteratura scientifica è molto discorde sulla sua effettiva efficienza, mentre, per gli interessi delle case farmaceutiche, pare, non vi siano dubbi, visti i costi per il sistema sanitario italiano e i loro ingenti guadagni. Perché ancora, non ponderare i trattamenti in funzione del rapporto fra costi e benefici e della storia naturale della malattia? La spesa complessiva è stata di 3 milioni di euro circa durante l’anno scorso. Pochi spiccioli, comunque, rispetto ai 50 milioni di euro che riceve ogni anno dalla Regione Calabria. Ciononostante, secondo la Buttiglieri, è anche indebitata con l’azienda Mater Domini. Il muro di gomma è impenetrabile. Ma alle tasche dei cittadini calabresi ci arriva facile facile.

25 aprile 2009

La ceralacca del Ros



Di tutto il materiale informatico sequestrato a Gioacchino di Genchi dagli operatori del Ros di Roma il 13 marzo scorso, solo la ceralacca, utilizzata per l’apposizione dei sigilli, era di loro proprietà. Anzi, nemmeno quella, era del Ros dei carabinieri che stanno nello stesso stabile degli uffici di Genchi a Palermo. Hanno sequestrato un “case”, il famoso server “Ciampi”, quell’altro, altrettanto famoso, “Gifuni”, due Dvd, contenenti copia del sito web del consulente, un Cd contenente un programma, quattro Dvd contenenti una cartella su Saladino, servendosi di appositi materiali di imballaggio, come la carta, lo spago e un nastro, appartenenti alla C.s.i., società dello stesso perito di molte procure italiane, e se ne sono andati. Ora, il tribunale del Riesame ha annullato il sequestro perché Genchi, ribaltando le accuse della Procura di Roma, “ha agito correttamente”. E perché “non ha violato la legge quando ha acquisito ed elaborato i tabulati telefonici relativi a utenze in uso a parlamentari ed esponenti dei servizi di sicurezza, né ha violato la privacy quando ha effettuato 2600 interrogazioni all’Anagrafe Tributaria utilizzando l’abilitazione del Comune di Mazara del Vallo”. E perché “non ha violato le guarentigie a tutela dei parlamentari interessati dalle acquisizioni dei tabulati di traffico telefonica”, agendo, “di volta in volta, in forza del decreto autorizzatorio emesso dal pm, comunicandogli ogni emergenza di conoscenza storica circa il coinvolgimento di membri del Parlamento come soggetti intestatari ovvero usuari di utenze di telefonia”. In altre parole Genchi non “avrebbe” ma ha agito “nell’esercizio delle sue funzioni di elaborazione e trattamento dei dati, legittimamente e lecitamente raccolti in forza dei provvedimenti del pm, funzioni legalmente dovute nella qualità di consulente tecnico”. Il Riesame, quindi, ha anche disposto la restituzione di tutti i supporti e le “res” sequestrate a suo tempo. E la Procura che fa? Riconsegna solo il “case”, perché l’ablazione del resto ha riguardato, a suo dire, solo “l’acquisizione di copie”. Ma come? I Ros sono andati a mani vuote, non avevano nemmeno la ceralacca per i sigilli, e la carta, e il nastro, e lo spago, per imballare - materiali muniti gentilmente dallo stesso Genchi - si sono portati via mezzo studio della sua società di servizi, hanno pure dovuto chiamare un carro attrezzi, e avrebbero fatto solo fotocopie? Li vorrei proprio vedere questi Ros che fanno fotocopie. Magari con turni di 10 ore ciascuno. E si perché per fotocopiare tutti quei documenti computerizzati (certamente mi sbaglierò, cercherò di farlo in difetto) ci sarebbe voluta una settimana, avendo a disposizione anche una grossa quantità di toner per il ricambio dell’inchiostro. E, giustamente, loro hanno pensato bene di portarsi via in modo più comodo direttamente i supporti informatici di memorizzazione anziché stare lì a fare fotocopie. Fotocopie! Ma chi ci crede? Non ci crede nessuno. Ma non è del tutto giusto. Perché i primi a crederci sono stati proprio i magistrati che hanno disposto il sequestro, e quelli che “inopinatamente”, accusa molto civilmente il consulente, hanno rifiutato la restituzione. Verso i quali, ora, pende la diffida dell’avvocato Fabio Repici, difensore di Gioacchino Genchi. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al quale si era rivolto l’ex collaboratore di Luigi De Magistris, per fare rispettare la legalità in merito alla restituzione del materiale illegittimamente sequestrato, oggi, 25 aprile, festa della Liberazione nazionale, ha detto: “Che è una festa di tutti gli Italiani, non di una parte sola”. Giusto! Ma finché in Italia si registreranno casi di illegalità diffusa, soprattutto all’interno delle Istituzioni, l’Italia rimarrà sempre divisa. Con il fascismo del potere da una parte, e i nuovi partigiani che continuano a cadere per la Patria, dall’altra. Per questi ultimi è auspicabile prevedere una loro pubblica commemorazione fra 50 anni. Forse. Ma sarà troppo tardi.

23 aprile 2009

I corsi e i ricorsi storici della monnezza



Quando Silvio Greco, assessore all’Ambiente della Regione Calabria, ha annunciato in pompa magna lo scorso 21 aprile che stanno per essere bonificate 660 discariche in Calabria (l'operazione, dice, è in atto già dal 1 gennaio scorso) nessuno ha alzato un dito. Nessuno ha alzato un dito per chiedere: “Che fine hanno fatto le 696 discariche censite nel Piano di gestione dei rifiuti pubblicato sul Bur del 2002? Quando ha dichiarato che “ci sono risorse utilizzabili per 70 milioni di euro” nessuno ha alzato un dito per sapere: “Ma i 673 miliardi e 494 milioni e 8 mila e 55 lire e gli altri 250 miliardi previsti per le attività di bonifica e ripristino ambientale delle aree industriali delle 5 provincie si sono spesi alla fine? o hanno preso strade alternative, o tortuose, tanto da fermarsi di qua e di là senza aver raggiunto l'obiettivo?”. Il Piano di gestione dei rifiuti dell’ex commissario Chiaravalloti, è fatto molto bene. Denuncia senza tanti giri di parole, che su 696 discariche solo 65 (sic!), cioè il 9,3 per cento del totale, sono state attivate con autorizzazione regionale. 268 hanno usufruito del Ddr 915/82. E ben 270 non hanno avuto nessuna autorizzazione. Mentre delle rimanenti 72 non è stato possibile risalire al tipo di autorizzazione (!) Di queste, poi,
140 non rispetta la distanza dei 250 metri dai centri abitati;
435 non rispetta la distanza dei 150 metri dai corsi d’acqua.
In particolare, ancora, per quanto riguarda la distanza dai corsi d’acqua:
145 sono ubicate a meno di 10 metri (sic!),
102 a una distanza far i 10 e i 50 metri,
e 188 a una distanza compresa tra i 50 e i 150 metri.
Le discariche che insistono – si legge nel Piano – determinano un inquinamento delle acque, la potenziale distruzione degli ecosistemi acquatici, nonché il generale degrado di un sistema ambientale che necessariamente va tutelato”.
Alla luce di queste rivelazioni, il totale dei costi previsto, secondo il Piano, era di un numero a 12 zeri,(1.200.542.210.472 lire, vecchio conio), cioè mille e duecento miliardi e 542 milioni, 210 dieci mila e 472 lire.
Oggi, a 7 anni di distanza, l’assessore Greco comunica un investimento “solo” di 70 milioni di euro, occhio e croce un quinto di quelli previsti, e non si sa se sono stati poi "riciclati" per altre destinazioni, nel 2002.


22 aprile 2009

Zio Matteo fa cent'anni


A vederlo ballare la tarantella come un giovincello, non ci credi. A vederlo mentre se le bacia, le ballerine, gli dai 70, massimo 80. Ma Matteo Torchia ne ha appena compiuti 100, di anni. Un evento per tutto il paese. E lui non si è risparmiato. Ha ringraziato e risposto a tutte le domande che gli hanno rivolto, giornalisti, curiosi, e amici di vecchia data, si fa per dire. Dalla americana Boston alla calabresissima città di Sersale. Dalla prima alla seconda guerra mondiale. “Zio Matteo” è un pezzo di storia di Sersale. Dalla “spagnola”, l’epidemia che decimò la popolazione italiana, al sottomarino che ridusse a mille pezzi la loro barchetta nel mare di Creta nel 1943.  I sui ricordi sono nitidi. Come nitida è la memoria della più grande invenzione di cui si beneficiò il secolo scorso. Quella della luce. Delle lampadine in casa. Della vita ha un ricordo felice e sofferente nello stesso tempo. Ma la sua più grande fortuna è stata la salute. O meglio le sue gambe. Erano queste, infatti, l’unico mezzo che garantivano la sopravvivenza ai suoi tempi. Quando le macchine erano ancora lontane. E anche adesso, a 100 anni suonati.

20 aprile 2009

Il Pinocchio di Giuseppe Rito. Cioè, come Rito si rivolta nella tomba


Quando Giuseppe Rito si recò alla scuola di Sellia Marina per l’inaugurazione del suo “Pinocchio”, nel lontano 1960, si aggirava nervoso intorno ai presenti e ai politici benedicenti l’opera del Maestro. Per lenire il suo stato d’animo, di artista incompreso, fumava una sigaretta dietro l’altra - raccontano i testimoni all'evento - e mormorava: “Ma perché le piastrelle le hanno appoggiate al muro? Così, non hanno senso. Gli avevo detto di metterle nella vasca perché i motivi floreali e marini si riflettessero intorno al divertito e serioso Pinocchio con il libro in mano e lo sguardo rivolto altrove. Hanno rovinato il mio capolavoro!”.
Passano gli anni, si avvicendano le generazioni e tutti, indistintamente, a Sellia Marina sono costretti a confrontarsi con il burattino creato dalla fantasia di Collodi. Almeno una volta al giorno, per ogni giorno di lezione, dalla scuola materna alla fine di quella primaria, i selliesi hanno rivolto lo sguardo incuriosito a questo stravagante Pinocchio, inaspettatamente con il libro in mano. E, a sentire i sognatori, anche lui sembra abbia ricambiato.
Passano i decenni e il nome dell’artista inizia a cadere nel dimenticatoio, eccetto qualche voce inascoltata sull’autenticità del capolavoro.E' abbandonato a se stesso. Nessuno si cura più di lui. Lo zampillo dell’acqua che sgorga dal suo cappello si ferma. La vasca si riempie di alghe. E le piastrelle, oh le piastrelle! restano appoggiate al muro proprio da quel giorno.
Siamo ai giorni nostri e qualcosa si muove. Nel mese di settembre scorso le aule della scuola elementare vengono tinteggiate. Gli operai s'inteneriscono alla vista di Pinocchio così triste. E si fanno persuadere da un'idea, una fantasia, una specie di ispirazione artistica. “Diamogli un po’ di colore!”, si fanno coraggio. Detto, fatto. E così lo convertono in Arlecchino. La trasfigurazione viene salutata con gaudio da alcuni reparti integerrimi della scuola e del Palazzo comunale. "Mette più allegria così," motivano. Qualcuno, però, fa loro presente che forse era il caso di contattare la Soprintendenza dei Beni Culturali prima di mettere mano all'opera.
Passa il tempo e la pulce nell’orecchio soffiata dalla solita voce fuori del coro si fa sempre più fastidiosa. E così qualcuno, come colpito sulla via di Damasco, riceve un'altra illuminazione. Meno articolata della precedente ma ugualmente folgorante. Dai variopinti colori di Napoli e dintorni si converte ad uno solo. Un solo colore per un solo Pinocchio. E si trasfigura ancora. Questa volta interamente tinteggiato di marrone.  Ridetto e rifatto.
La storia del Pinocchio di Giuseppe Rito dimostra come un artista incompreso in vita possa rimanere incompreso anche per l'eternità. Basta rivoltarsi nella tomba.

16 aprile 2009

L’ombra di Manlio Cerroni sulla discarica di Alli



E’ costata 28 miliardi delle vecchie lire. Doveva durare fino al 2018. Manca ancora un bel po’ all’appuntamento, e invece verrà raddoppiata quanto prima. E’ satura. Non ne può più. O se ne costruirà un’altra affianco. Altri 12 milioni di euro. Che, nelle più rosee previsioni, durerà solo altri 8 anni. Cioè fino al tempo ultimo stimato del primigenio immondezzaio. E’ la discarica di Alli, sulla via alzaia del fiume Alli, al di qua dell’argine, nel territorio di Catanzaro capoluogo al confine con il Comune di Simeri Crichi. La società che l’ha in gestione è la veneta Enerambiente Spa. Doveva, sempre secondo le rosee previsioni, fungere anche da trattamento dei rifiuti indifferenziati. Poi non se ne è fatto più niente. Riesce a scartare solo il ferro. Mentre i bilici che trasportano i rifiuti umidi seguono la strada del compostaggio, gli altri, per tutti gli altri, gli Rsu (rifiuti solidi urbani) per intenderci, se non nascondono materiali pericolosi, vanno direttamente a scaricare nella vasca. Che, secondo le rassicurazioni di Loris Zerbin, direttore tecnico della società, viene alla sera ricoperta da un altro tipo di materiale che funge da isolante con l’ambiente circostante. Ed evita la formazione di percolato, di gas inquinanti, e che tiene lontani i gabbiani alla ricerca di cibo. Ma i gabbiani ci sono sempre. “Anche nella discarica di Bolzano ci sono”, informa il direttore tecnico.
Ma come mai la discarica non ha resistito fino al 2018, ed è andata al collasso ben 8 anni prima? “C’è stato – risponde - un surplus di rifiuti, provenienti da altre provincie, e anche un aggravio di coltivazione (smaltimento ndr) derivante dai limiti di raccolta differenziata non raggiunti, così come previsto agli inizi della sua entrata a regime”. E già, la raccolta differenziata non tira. La discarica di Crotone è rimasta chiusa per un certo periodo per legami mafiosi dei suoi vertici societari. Non rimane che scaricare tutto lì, anche i rifiuti provenienti dalla città di Cosenza e da altri della provincia silana. L’assessore all’Ambiente di Catanzaro, Lorenzo Costa, è contento come una pasqua per il protocollo appena firmato dal Comune capoluogo, dalla Provincia e dalla Regione Calabria per la nuova discarica. “L’occasione è valida – dice - per ribadire l’attenzione particolare che l’amministrazione Olivo sta ponendo sul tema della salvaguardia ambientale. Nel 2009, Comune e Provincia, - continua - saranno compensati per l’utilizzo provvisorio della discarica da parte dei Comuni calabresi non facenti parte dell’ATO/2 con una riduzione del 20 per cento della tariffa di conferimento e, che per quanto riguarda il nostro Comune significherà una premialità di circa 650.000,00 euro a tutto vantaggio delle non copiose casse comunali, e quindi, dei servizi da dare alla Città. Per quanto concerne il recupero della Royalities - conclude Costa - abbiamo incassato quanto dovuto compresa la quota d’interessi per ritardati pagamenti, dalla Società Enerambiente - che gestisce la discarica - dal 2002 fino a dicembre 2007, recuperando, quindi, quanto non avevano fatto le precedenti amministrazioni. I settecento cinquanta mila euro incassati ci hanno consentito di coprire, in parte, i tagli imposti dal Governo Nazionale”.
Il Comune di Catanzaro è compiaciuto per le royalities che vanno diritte diritte nelle sue tasche. La Regione è soddisfatta per il risultato acquisito. Ma nessuno grida allo scandalo per questi altri 12 milioni di euro di “surplus” sulle spalle dei cittadini calabresi. Anzi, la società, attraverso il suo amministratore delegato, Giovanni Faggiano, dice che ha dimostrato “capacità imprenditoriale” proponendo alla Regione l’ampliamento della discarica attualmente in uso. Così si è espresso al Senato della Repubblica in sede di commissione permanente sull’indagine conoscitiva per le problematiche relative alla produzione e alla gestione dei rifiuti lo scorso 5 febbraio. Ci vuole capacità imprenditoriale per investire nei rifiuti in Calabria. Dovevano venire dalla lontana Venezia per dircelo. Ebbene si. Dalla lontana Venezia. Avevamo bisogno proprio che qualcuno ce lo insegnasse. E chi se non uno dei figliocci di Manlio Cerroni? Si proprio del re della “monnezza” di Roma. Lui in persona. La Enerambiente è figlia del gruppo Cerroni Spa. Una holding che controllava la madre naturale della società della discarica di Alli, la Slia Spa, di cui faceva parte Stefano Gavioli, consigliere di amministrazione, divenuto poi presidente del Consiglio di amministrazione della neonata Enerambiente, giusto in tempo per vincere la gara d’appalto lungo il fiume Alli di Catanzaro nel lontano 2001. Ora il suo figlioccio ne ha fatta di strada, tanto che in Calabria ci ha piazzato le tende. Oltre a Catanzaro vuole conquistare anche la Provincia di Crotone, avendo proposto una discarica nuova di zecca a Rocca Bernarda per i “rifiuti non pericolosi”, guarda caso negli appezzamenti di terra, all’uopo acquistati dalla Enerambiente, di proprietà dei fratelli Daniele, Nicole ed Emilio, fratelli di un certo Vincenzo, consulente presso il Commissariato per l’emergenza ambientale. E nello stesso tempo soci della società Danieco, la prima società ad avere fiutato l’affare. Il progetto era giusto, il terreno pure, tanto che la Enerambiente l’ha copiato paro paro, era sbagliato solo il materiale dei rifiuti. Volevano investire su quelli pericolosi, progetto inizialmente respinto, poi accettato quando è stata la società di Gavioli a presentarlo con la differenza dei tipo di rifiuti. Su questa vicenda, comunque, pende l’interrogazione parlamentare di Angela Napoli, membro della Commissione nazionale Antimafia.
Dallo scorso mese di febbraio il famoso protocollo dell’ampliamento della discarica di Alli è passato liscio come l’olio. Tutti a lodare la concertazione fra gli enti. Ma nessuno a rilevare l’ennesimo spreco di denaro pubblico, sulla base di una programmazione che non riesce a raggiungere i suoi obiettivi. Che non riesce ad essere efficiente, efficace ed economica. Ma c’è di più. Il patto che vede impegnati i tre enti non è di questi giorni. È vecchio. Ha almeno un anno di vita. Ancora prima dello scandalo "Vrenna" a Crotone. Cioè i guru della Enerambiente già avevano previsto prima l’emergenza rifiuti a Catanzaro e in Calabria. Nella relazione di gestione del 2007 sul bilancio annuale la società di Catanzaro, satellite di quella veneta, rilevava: “Si è avviata una trattativa con il Commissario per ottenere l’autorizzazione all’ampliamento della discarica per circa un milione di metri cubi. Trattativa andata a buon fine tanto che sono state avviate le autorizzazioni presso gli enti competenti. Solo a titolo previsionale il costo dell’ampliamento non dovrebbe essere superiore a 7 milioni ed il fatturato attivo non dovrebbe essere superiore a 70 milioni di euro. Si ritiene di portare ad esaurimento la procedura entro settembre 2008”. La trattativa poi è slittata a febbraio 2009, ma i finanziamenti sono cresciuti di altri 4 milioni.
Conviene far affari con i rifiuti in Calabria. È sintomo di una grande “capacità imprenditoriale”, per dirla con Faggiano, l’amministratore di Enerambiente. Soprattutto senza differenziata, altrimenti le discariche sono costrette a chiudere, anziché a moltiplicarsi. A parte lo svolazzare dei gabbiani, si sente pure il guaito dei cani all’osso, e sono tanti.

13 aprile 2009

La dolcezza del terrore



Dove potremo ma trovare qualcosa di veramente dolce e splendido che non sia celato dietro una maschera di terrore? Chi non è in grado, prima o poi, di concedere il proprio pieno e gioioso consenso al lato spaventoso della vita, non potrà mai prendere possesso dell’indicibile ricchezza e potenzialità dell’esistenza”. Rainer Maria Rilke

Quello che scrive il poeta Rilke è così crudo che non lascia indifferenti. Come si può definire “dolce” e “splendido” il terrore? Come può essere vero che l’“indicibile” ricchezza della vita la si può conoscere solo dando il proprio “gioioso consenso” al lato spaventoso della vita? Eppure, in realtà, a leggere bene fra le pieghe della coscienza che si sprigionano assistendo a una scena di terrore sono due le vie di fuga dall’inferno. Una è data dal piacere di essersi salvati. Un piacere dettato dall’egoismo, inteso come istinto di sopravvivenza, che accomuna tutti gli uomini. L’altra viene fuori, invece, dalla costatazione del “nulla”, cioè dal fatto che qualche “essere” a un certo punto è stato annullato da un qualcosa. Alcuni accusano il reato, se si tratta di un omicidio, altri ancora, puntano l’indice contro l’irresistibile energia della natura, se è stato, invece, un terremoto a cancellare vite umane e costruzioni fatte dall’uomo. Ora, questa presa di coscienza dell’essere che viene annientato non farebbe altro che rafforzare, quindi, gli esseri che sono rimasti in vita. Forse è questo che voleva dire il grande scrittore di Praga. Una presa di coscienza che riesce anche a colorarsi di sentimenti. L’inverosimile “dolcezza” nelle tragedie è un battito del cuore, non della mente. E di “gioioso consenso”. Anzi qui, nel consenso, c’è anche qualcos’altro, secondo le fibre della coscienza che riesce a toccare Rilke. C’è la consapevolezza della debolezza dell’uomo che assiste impotente alla manifestazione del terrore. Ma quello che scrive infine il poeta delle Elegie Duinesi certamente riguarda tutti noi, come comunità che vive in uno Stato organizzato democraticamente e soggiacente alle leggi che difendono i diritti di ogni uomo. La “ricchezza” e la “potenzialità” dell’esistenza che si apprenderebbe dalla vista del terrore. A parte la sua verticalizzazione verso la sfera spirituale della vita di ciascuno, c’è anche molta “materia” spicciola per la continuazione dell'esistenza dei vivi. Come la cognizione che la sabbia del mare, come quella utilizzata per costruire le case nella città de L’Aquila e nei paesi di provincia, fa il gioco del terrore, alimentandolo a sua volta. Questo già si sapeva, da mo’. Ma il sapere misto allo spavento di questa immensa tragedia dovrebbe far riflettere meglio chi le ha costruite e chi doveva controllare proprio per evitare che simili spettacoli spaventosi non si ripetano più. Questa è la “potenzialità” dell’esistenza che si apprende dal terrore, e dalla sua condivisione.

10 aprile 2009

Giustizia e Libertà, i veri nomi dei server di Genchi



Credo che i server di Genchi, ora che il Tribunale del Riesame ha annullato il sequestro del suo Archivio, potrebbero cambiare anche nome. Se prima, nel periodo immediatamente successivo al sequestro operato dal Ros di Roma per l’indagine in corso i suoi danni di abuso d’ufficio, violazione della privacy e della legge Boato, alcune testate giornalistiche, nell’onta che aleggiava sull’ex consulente di Luigi De Magistris come “il più grande spione d’Italia”, venivano sfarzosamente, e velenosamente, definiti “Ciampi”, come l’ex presidente della Repubblica italiana, e “Gifuni”, come l’ex segretario del Quirinale, come ad indicare realmente, solo ad indicare però, una filosofia di intelligence che non aveva eguali nella storia repubblicana italiana, oggi, a buon diritto, potrebbero essere ribattezzati. Io proporrei di chiamarli “Rutelli” e “Chicchitto”, l’uno il presidente del Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, e l’altro il capogruppo alla Camera del Popolo della libertà. Due illustri rappresentati del Veltrusconismo che non muore mai, e che non si sono mai risparmiati nel puntare l'indice contro il consulente. Ma forse questi appellativi non andrebbero bene alla morbosa curiosità degli italiani. Oppure con il nome delle inchieste sottratte al pm, come magistrato, e a lui, come tecnico, “Poseidone” e “Why not”. Ma neanche queste, secondo me, riuscirebbero a soddisfare il palato sempre più ricercato dei fruitori dell’informazione odierna, zeppa di condimenti, ma povera di proteine. E poi la gente è stanca di sentire parlare di mancata depurazione delle acque in Calabria e di Comunione e Liberazione. No, io suggerirei di chiamarli “Giustizia” e “Libertà”, come il gruppo scultoreo dell’artista calabrese Giuseppe Rito che si trova nell’atrio delle scale del Palazzo di Ivstizia di Catanzaro. Le statue rappresentano la Giustizia nell’atto di impugnare una spada con la mano destra, mentre con l’altra sorregge l’angelo della Libertà. Secondo il grande scultore di Monteleone (Vibo Valentia) esse sono delle Dee superstiti, le ultime. Se questi nomi possono identificare delle Dee che si aggirano sulla terra e per quanto possono fanno valere le loro ragioni, perché non anche l’Archivio di Genchi? o i suoi server? E si perché un motivo ci deve pur essere in questo dissequestro del Tdl contro il sequestro ordinato lo scorso 13 marzo dalla Procura di Roma. E quale? Se non un insieme di dati e di informazioni che sono servite alla Giustizia, con la “G” maiuscola, a fare il suo corso? A me piace immaginare che siano state proprio queste notizie, nella loro nudità, a difendersi dalle accuse, come la statua di Rito che impugna la spada. Sarebbe bastato anche lei da sola, ma la Dea senza la sua gemella, la Libertà, non va da nessuna parte, ecco perché se la porta sempre con sé. Proprio come l’inverosimile privacy violata agli indagati delle inchieste di Luigi De Magistris. Senza la privacy, dunque, sarebbe caduta anche l’altra accusa, di abuso d’ufficio. Ora i server di Genchi conservano un sacco di dati, informazioni. Gli uni servono, e sono serviti, ai pm per dare un supporto tecnico alle indagini. E si trovano tutti in un sistema informatico, e si chiamano “Giustizia”. Gli altri, invece, sono la stessa cosa, ma riguardano la sfera privata delle persone, con la sfumatura, che non è proprio da buttare via, che la privacy delle malefatte degli indagati si scontra con l’interesse pubblico. E quindi ci vuole la Libertà per poter agire, da qui il nome.

Oggi Gesù ha scelto la città de L’Aquila per morire.



Oggi è Venerdì Santo.

Oggi Gesù ha scelto la città de L’Aquila per morire.

Oggi a L’Aquila si svolge il Rito della Passione di Cristo.

Oggi a L’Aquila è tutto pronto per accoglierLo.

Oggi a L’Aquila ci sono le crepe dappertutto.

Oggi a L’Aquila ci sono le case che sono venute giù.

Oggi a L’Aquila ci sono bambini che hanno perso le mamme.

Oggi a L’Aquila ci sono mamme e papà che hanno perso i figli.

Oggi a L’Aquila ci sono le bare.

Oggi a L’Aquila non ci sono più lacrime.

Oggi a L’Aquila nessuno urla più: “Facciamo la città così bella che niente nel regno gli assomigli!”

Oggi a L’Aquila c’è silenzio.

Oggi a L’Aquila c’è anche qualcuno che vuole vendere le Sue vesti.

Oggi L’Aquila è stata ferita a morte, ed è caduta a terra.

Oggi Gesù ha scelto la città de L’Aquila per morire.

Oggi L’Aquila aspetta la Pasqua.

7 aprile 2009

L'Arpacal: "La discarica è pericolosa!"


Riteniamo che il rischio ambientale della discarica sia alto. Esiste anche un rischio idrogeologico… Bersagli potenziali: presenza nell’area della discarica di pozzi ad uso irriguo o idropotabile; presenza nell’area della discarica di sorgenti ad uso irriguo o idropotabile; presenza nell’area della discarica di corsi d’acqua (fiume Corace); presenza di falde sospese o profonde nell’area della discarica; uso del suolo (campi coltivati, aziende agricole; zootecniche, ecc)… La discarica dovrà essere messa in sicurezza al fine di evitare una serie di pericoli dovuti alla stabilità del corpo discarica che al probabile inquinamento della falda idrica”. Uno stralcio della relazione geologica e della valutazione del rischio della discarica di Gimigliano dell’Arpacal, Agenzia di protezione ambientale della Calabria. Il documento porta la firma di Clemente Migliorino, dirigente del Servizio Suolo e Rifiuti, e di Alessandro Barone, tecnico. Ed è stato redatto nei mesi immediatamente successivi all’incendio, del 22 agosto 2008, che ha fatto balzare la discarica agli onori della cronaca, locale e nazionale, proprio per i danni causati dai gas della diossina. La relazione stride non poco con le rassicurazioni del sindaco di Gimigliano, Maria Gigliotti, che, contestualmente agli allarmismi dei cittadini e della Procura, emanava un comunicato stampa in cui, a differenza degli amministratori e dei giornalisti “che improvvisavano notizie”, a suo dire, lei, invece, chiariva: “I risultati relativi ai prelievi e ai monitoraggi eseguiti sono stati consegnati e sono tutti negativi. I valori rilevati, infatti, sono inferiori a quelli limite stabiliti dal decreta legislativo 152/06. La circostanza che siano risultati negativi nei giorni immediatamente successivi all'incendio fa ritenere che, a discarica inattiva, siano sicuramente non rilevabili”. Stride non poco con la voce del primo cittadino. Mentre, d’altro canto, la relazione si sposa benissimo con il fascicolo aperto contro ignoti dal sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro, Elia Taddeo, per l’ipotesi di reato di disastro ambientale. Un’istruttoria, la sua, che si sta avvalendo anche delle persone informate sui fatti. E tra le notizie criminis, in capo agli ignoti, responsabili dello scempio della discarica in località “Marra”, vi sono anche una "sospetta incidenza di tumori”, una “sospetta incidenza di suicidi, anche nello stesso nucleo familiare”, “sospetti fenomeni allergici per danno ossidativo sul sistema immunitario”. Tutte contingenze che sarebbero correlabili all’esposizione alle diossine ed ai sottoprodotti chimici generati dalla combustione dei rifiuti della discarica sita in località “Marra” di Gimigliano.
In considerazione delle analisi geologiche effettuate, infine, l’Arpacal sollecitava di “procedere immediatamente con la costruzione, lungo il perimetro della discarica, di un fosso di guardia per la raccolta delle acque di ruscellamento superficiale; nel contempo di ricoprire la superficie della discarica con geotessile impermeabile in modo da non consentire l’infiltrazione delle acque meteoriche che comprometterebbero alla lunga la stabilità dei rifiuti. Inoltre, vista la presenza di sorgente idrica a monte della discarica, dovrà essere realizzato uno studio geologico-idrogeologico di dettaglio per chiarire le interazioni tra discarica e falda acquifera”.
La discarica, abusiva, accusano in molti, e attiva dal 1982 fino al 1997, ha inghiottito ogni genere di rifiuti. Come un mostro, ormai in decomposizione, che oggi, dopo 12 anni dalla sua chiusura, chiede il conto agli stessi uomini che lo hanno formato. Non solo agli abitanti di Gimigliano, ma anche ai catanzaresi. Il fiume Corace attraversa, infatti, il capoluogo. E non è esclusa l'eventualità che le falde, inquinate dal cadavere, abbiano minacciato, e continuino a minacciare, la condotta idrica che arriva nelle loro case.

5 aprile 2009

Ospedale “San Biagio” di Chiaravalle, le Pre-Serre possono attendere



C’era una volta un ospedale che era la Casa di Cura della zona delle Pre-Serre. C’era una volta un ospedale che era il fiore all’occhiello dell’ Usl 19. C’era una volta un ospedale che aveva il Dispensario antitubercolare che era diventato il punto di riferimento per tutti gli ammalati di tubercolosi del territorio. C’era, oggi è solo il fantasma di se stesso, degli anni felici, dal 1980 al 1994. Un fantasma che aleggia sulla città, sui paesi limitrofi, guardando con invidia a quello di Soverato. E che quasi certamente verrà inghiottito dalla voragine del debito sanitario calabrese. Un fantasma che i politici cercano di evitare. Ne hanno quasi timore. L’interrogazione del senatore Nuccio Iovene del 15 ottobre 2002 al ministro della Salute è ancora “in corso”, riferisce il sito degli atti di indirizzo e di controllo del Parlamento italiano. Così come quella dell’onorevole Diego Tommasi al presidente della giunta regionale e all’assessore alla Sanità del 22 ottobre 2002. “Quella dell’ospedale San Biagio di Chiaravalle è una storia alquanto travagliata”, informa ancora il sito ufficiale dell’Azienda sanitaria provinciale di Catanzaro. ma perché questo declassamento? Perché dal lontano 1968 in poi, da quando fu costruito, con il passare degli anni la Politica preferì investire sulla zona costiera, a Soverato quindi, abbandonando la montagna. Probabilmente, gli illuminati rappresentanti istituzionali sono stati gli unici calabresi a non capire che la ricchezza della Calabria stava proprio nel binomio Mare-Monti, e nella contestuale valorizzazione delle infrastrutture locate sia al mare di Soverato che nelle Serre e Pre-Serre di Chiaravalle e dintorni. E così durante la storia degli accorpamenti delle Usl, Unità sanitarie locali, dal Usl 19 a Usl 7, all’Asp di oggi, Azienda sanitaria provinciale, l’Ospedale ha cominciato a perdere i pezzi per strada. Pezzi importanti del servizio di assistenza sanitaria. Nei suoi anni felici, che vanno dal 1980 al 1994, il San Biagio era un punto di eccellenza in Maternità, in Pediatria e in Chirurgia, e il Pronto Soccorso era una garanzia per tutti i cittadini. Con 112 posti letto era un motivo di orgoglio per la città. Era, perché oggi di posti ce ne sono disponibili solo una trentina. Anche il Pronto Soccorso ora è un servizio a metà. Cioè solo per i malati “meno acuti”, per gli altri arriva l’ambulanza di Soverato.“Funziona” solo la Lungodegenza, la Dialisi e la Riabilitazione motoria. Ma la cosa che suscita maggiormente scalpore è data dalla presenza dell'amianto. Al lato del plesso ospedaliero è tuttora in piedi, infatti, una pertinenza interamente ricoperta di eternit. Si, di quel materiale che provoca danni irreversibili all'apparato respiratorio. Ebbene questa sostanza è proprio a due passi dalla Casa della Salute che dovrebbe, invece, curarli i malati.
Negli anni i sindaci della zona e le Amministrazioni hanno scritto, hanno fatto appelli agli organi sovracomunali. Si sono dati un gran da fare. E hanno anche proposto, di concerto con l’Asl 7. All’inizio del 2000, infatti, si è palesata la speranza di una soluzione alternativa all’impasse di servizi e infrastrutture, considerata la ormai assodata preferenza per “Soverato”. Quella della riconversione dell’Ospedale in un Centro di eccellenza di Riabilitazione motoria, cardiologica e respiratoria. I finanziamenti c’erano. Il decreto pure, quello “Sirchia”, del 21 maggio 2002, che aveva individuato quattro "iniziative di rilievo prioritario" da finanziare con i fondi INAIL relativi alle annualità 1999 e 2000. Una delle quali destinata alla Regione Calabria, proprio per "la riconversione del Complesso Ospedaliero di Chiaravalle (ASL n. 7, Regione Calabria) in una struttura per la riabilitazione cardiologica, respiratoria e neuromotoria per un costo previsto di euro 7.746.853 comprensivo delle spese di ristrutturazione". All’appello, però, mancavano i fondi Inail, che dipendevano da atti di competenza regionale. Il senatore Iovene, quindi, rilevava che l'Amministrazione Comunale di Chiaravalle Centrale (Catanzaro) aveva sollecitato con diverse lettere l'Amministrazione Regionale per gli adempimenti di competenza, senza peraltro ricevere risposta alcuna”. E anche che si stava assistendo al trasferimento “di interi reparti, ginecologia, ostetricia e pediatria, dal presidio ospedaliero di Chiaravalle al presidio ospedaliero di Soverato, con motivazione formale di esigenze estive e di ottimizzazione, senza però la concomitanza dell'avvio del progetto di riconversione INAIL, che era prevista nell'atto aziendale approvato dalla Conferenza dei Sindaci”. In sostanza il senatore invitava il ministro a intervenire “presso la Regione Calabria al fine di sollecitare l'adozione degli adempimenti che il decreto ministeriale richiedeva”. Dello stesso tenore l’interrogazione del consigliere regionale Diego Tommasi. Per entrambi gli atti di indirizzo vige ancora il più assoluto riserbo. Ma l’anno scorso il governatore Agazio Loiero ha acceso una speranza a Chiaravalle e a tutta la zona delle Pre-Serre. Il 23 settembre 2008 ha detto: “E’ importante che si dia immediatamente un segnale alle popolazioni del Chiaravallese”. Ha detto proprio così, rispolverando il progetto in merito al processo di riconversione dell’Ospedale in centro riabilitativo d’eccellenza.“Al di là del nuovo piano sanitario – ha aggiunto -, che contiamo di approvare al massimo nei prossimi quaranta giorni, effettueremo a breve i primissimi interventi di cui l’ospedale di Chiaravalle necessita”. I venti sindaci presenti all’incontro hanno ringraziato Loiero. Ma da allora, ancora il silenzio regna sovrano. Non solo, ma dal momento che si sta prendendo sempre più consapevolezza della voragine della spesa sanitaria in Calabria non è escluso che l’Ospedale di Chiaravalle venga risucchiato anche nei pochi servizi che gli restano. E che il suo fantasma continui ad aleggiare ancora per molto sul territorio. Fino alle prossime consultazioni elettorali, quando i nuovi commedianti, aspiranti a sedere a Palazzo Campanella, proveranno a giocare la carta vincente di “San Biagio”. Il bacino di voti delle Pre – Serre nessuno se li vuole fare scappare. Si accettano scommesse.